Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi 2009): recensione di Daniele Greco

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009)
di Daniele Greco
All’inizio mi delude questo Riportando tutti a casa. Non perché mi aspettassi qualcosa di analogo a Occidente per principianti ma perché vi leggevo una certa mancanza di intelligenza, del guizzo inventivo e ironico e colto che mi pareva essere il tratto dominante del suo autore. Mi dicevo che pareva un romanzo privo di esperienza, un libro fatto da altri libri. Secondo una koinè stilistica ravvisabile in autori americani che, sulla base delle mie letture, potevano essere De Lillo, Roth e Foster Wallace. Lunghe narrazioni fredde gelide iperoggettive solo a tratti temperate dall’elemento umano declinato secondo i modi rothiani.
A volte ridondante e col gusto eccessivo di fare della similitudine – “come… come… come…” –l’unico modo per raccontare, questo libro trova il suo riscatto a ridosso della metà: nel sesto capitolo. Con l’approssimarsi dell’esaurimento nervoso del padre del protagonista-narratore che scioglie quest’ultimo dal giogo familiare liberandolo dal controllo dell’autorità paterna. È forse il capitolo più bello, quello in cui all’approssimarsi dello shock Lagioia riesce a raccontare in poche pagine l’ascesa e il crollo del genitore quale metonimia di chiunque in quegli anni si fosse dedicato alla ricerca della ricchezza improvvisa. Il capitolo si chiude, non a caso, in questo modo: “Questa atmosfera ebbe l’effetto di stornare ogni tipo di controllo su di me. Suonava il citofono, e in strada c’era Giuseppe con il Red Rose dalla marmitta scoppiettante. Si spalancarono giorni di libertà assoluta”.
È qui che inizia il vero libro di Lagioia. Quello di una narrazione senza un centro in cui le tre vite, quella del protagonista e dei suoi due amici, l’aristocratico Vincenzo e Giuseppe l’arricchito, si mischiano e si confondono consentendo all’autore di realizzare il suo Underworld barese. Dal centro della città alla periferia ci sono poche strade; dal centro murattiano alla più grande piazza di spaccio dell’epoca quale Japigia, lo spazio che si apre a questi giovani e ai loro coetanei non è più quello della lotta politica ma della lenta auto distruzione nell’infernale gorgo delle droghe e di un desolante apprendistato adolescenziale.
Ma, come detto sopra, più che di un centro vero e proprio che potrebbe fare pensare a un romanzo generazionale – mi veniva in mente mentre leggevo Le vie del ritorno di Enrico Palandri – l’intento di Lagioia è quello di lasciare tutte queste tessere narrative (iniziazioni sessuali, droghe, feste tardo adolescenziali, primi impacciati rapporti con l’altro sesso…) così da non esprimere giudizio alcuno, ma regalare al lettore la possibilità di guardare questi anni vicinissimi a noi, quello che chiama in almeno due occasioni il “vuoto pneumatico” prodotto dalla totale disgregazione sociale e civile che è il paese nel quale oggi viviamo.
Lo stile è come detto prima chirurgico, spietato, iperrealistico quasi da non cedere nulla alla leggerezza a volte ironica del libro precedente. Dovendo “riportare tutto a casa” Lagioia pare volere imbarcare ogni istante di quel decennio e del vissuto dai tre protagonisti: quasi a farsi il filologo di una moltitudine spropositata di vezzi, abitudini e mode di quel tempo. Non solo, ma immette i suoi “eroi” nel mezzo della Storia di quegli anni e, se nelle prime pagine la vicenda dell’Heysel poteva essere l’esatto opposto di come De Lillo in Americana definisce la “guerra” ovvero una vicenda che entrava direttamente in casa dal televisore tutte le sere, i fatti narrati da Lagioia ricadono sulla comunità italiana quale esatta cesura storica della perdita dell’incanto, della perdita della verginità… La morte in diretta tv come nell’Heysel o a Chernobyl trova la sua eco fino a noi, con le macchine dei genitori stipate di ogni genere di consumo nel terrore della contaminazione del grano russo: sono questi i momenti di trapasso da un’età in cui, cessate completamente le ansie di rinnovamento del secondo dopoguerra si ha la consapevolezza con gli ’80 che non solo le cose non miglioreranno ma che si è entrati nel baratro in cui a una fase critica ne segue un’altra in una china irreversibile.
Di tutto questo egli racconta lasciando parlare i fatti, il racconto indivuale e collettivo. Così, nel finale, quando scopriamo dagli ammiccamenti del narratore che il suo racconto di quegli anni è frutto di una ricerca recentissima in cui a cercare le tracce dei suoi amici d’un tempo si è messo di mezzo google, facebook e myspace, Lagioia accenna senza sentenziare l’inesorabile destino meridiano, quello dell’immobilismo: le colpe dei genitori non ricadono, né vengono espiate dai figli. Solo, pare che ad essi non sia consentito altro che perpetuare le esistenze dei loro predecessori.
Nenad Veličković, Sahib (Edizioni Controluce, 2009)

Nenad Veličković, Sahib (Edizioni Controluce, 2009)
di Rossano Astremo
È ambientato nella Sarajevo postbellica “Sahib”, il nuovo romanzo di Nenad Velickovic, pubblicato dalla casa editrice Controluce. 77 e-mail inviate dal protagonista all’amante rimasto in patria strutturano la narrazione. Una sorta di romanzo epistolare che, attraverso gli occhi del borghese inglese io narrante, giunto in Bosnia al seguito di una missione umanitaria, ruota attorno alla doppia tematica della visione della presente disastrosa condizione del Paese vinto dalla guerra, nonostante gli anni intercorsi dalla fine del conflitto, e della nostalgia per l’assenza del suo compagno. Ciò che emerge dalle lettere dell’uomo è un profondo sdegno nei confronti del popolo, degli usi e dei costumi dei bosniaci, il tutto sommato nel rapporto ambiguo con Sakib, l’autista che lavora per lui, un uomo rude e scontroso, la cui continua presenza nelle e-mail dell’inglese suscita l’inviperita gelosia del compagno lontano. Di seguito un paio di esempi che sintetizzano quanto sopra esposto: “Questi primitivi parcheggiano sul marciapiede e i pedoni devono scendere sulla strada,e là come pedone ti suonano, ti sputano, ti offendono, ti dicono parolacce e qualche volta t’investono anche!”. O ancora: “Mi hanno detto che ci sono parti del Paese dove la carta igienica non si usa per niente. (Queste parti confinano con quelle dove non si usa neanche il bagno!). Per i cittadini di qua ci sono a disposizione foglietti di giornale. Ma la gran parte della popolazione non usa nessun tipo di carta igienica. Usa bottiglie di birra riempite d’acqua!”. Un romanzo antibosniaco scritto da un bosniaco può avere una duplice chiave di lettura: o essere un aperto atto d’accusa nei confronti del proprio Paese oppure, attraverso un’operazione parodistica, invertire il percorso di senso, e prendere di mira chi accusa il Paese stesso. “Sahib” rientra in questa seconda categoria. Il romanzo di Velickovic è una satira sulle contraddizioni e le ottusità della società di massa occidentale, la quale attribuisce connotazioni di valore (L’Occidente primeggia su tutto e tutti) a differenze culturali. Non è un caso che il tanto odiato Sakib, l’autista orso e puzzolente, avrà un ruolo importante la storia, tale da mettere in crisi il sistema effimero di valori del consumista inglese. Il finale sarà inaspettato, come ogni romanzo ottimamente riuscito. Velickovic ci regala un testo che, nella “leggerezza” della struttura epistolare, lancia dardi infuocati contro l’Occidente e le varie Organizzazioni Non Governative che sprecano risorse in progetti del tutto inefficaci che non fanno altro che alimentare se stessi, senza per nulla aiutare le popolazioni oggetto dei progetti in essere. Lettura vivamente consigliata.
Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo

Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori)
di Rossano Astremo
Due anni sono passati dalla nascita di Punto G, la collana di narrativa contemporanea della Manni. Era l’estate del 2007 quando venne pubblicato Mordi & fuggi, la raccolta antologica di racconti aventi come tema la taranta ed il mondo che attorno ad essa si svela.
Dopo questa antologia sono stati pubblicati tre romanzi, Gardo Mongardo di Claudio Menni, Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina e il recente L’infanzia delle cose di Alessio Arena.
Quattro libri in due anni. Una scelta questa di Agnese Manni e Giancarlo Greco di centellinare le pubblicazioni, di scegliere nel marasma dei manoscritti che giungono in redazione solo quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, vicende di uomini alla deriva, morsi dalla vita, in preda a deliri familiari, in continua ricerca di se stessi, il tutto scritto con una lingua sfavillante, mai piatta, originale, che mescola italiano e slang dialettale.
Sembrano proprio queste alcune caratteristiche comuni dei libri sin qui elencati. L’infanzia delle cose, in libreria da pochi giorni, è l’esordio del venticinquenne napoletano Alessio Arena.
È un romanzo ambientato negli anni ’80. È la storia di Antonio Bacioterracino, un quindicenne che vive a Napoli, nel Rione Sanità. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia, Antonio, la madre, al sorella e lo zio, è costretta a trasferirsi a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana.
La famiglia Bacioterracino è scaraventata, quindi, nell’insolita realtà gitana, dove è presente anche una piccola comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero. Quella costruita da Arena è una saga familiare che nulla ha a che vedere con il filone realistico e documentaristico di molta letteratura nata dopo il successo senza precedenti del Gomorra di Saviano, ma che racconta la stessa gente prediligendo un registro visionario, surreale ed onirico, con morti che ballano in mezzo ai vivi, con cani che parlano e fiumi che sorgono dal nulla.
Vengono in mente Márquez, Cortazar e Arenas, paragoni nobili, certo, per un esordiente, ma che sono necessari per inquadrare un romanzo che dona aria fresca al panorama letterario nostrano, sempre troppo preso o a raccontare delitti efferati, nella convinzione che la scrittura di genere sia l’arma migliore per illuminare il presente, o a sviscerare l’ombelico degli stessi scrittori, nell’ottica di un autoreferenzialismo da Grande Fratello cartaceo.
Arena sceglie un’altra via. Racconta i momenti bui di una famiglia e lo fa con una scrittura mirabolante, con un’ironia che taglia le gambe, con una maturità stilistica che è cosa ben rara in un giovane autore.
Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009): segnalazione

Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009)
Reia è cieca, misura l’ambiente e le poche persone che sono con lei attraverso il suono delle voci e i profumi dei corpi. Dafne, una donna misteriosa, la sorveglia: le ispira paura, la sua voce è minacciosa, il suo profumo insopportabile. Reia ha tre anni quando ha inizio il racconto. Vive isolata dal mondo in un luogo misterioso, chiuso nel tempo dei libri e della musica, circondato da nemici che tengono in loro potere il padre, un re spodestato, che è il suo punto di riferimento e il suo unico tramite con il mondo.
L’oscurità e la luce è un romanzo affascinante che mescola magistralmente fiaba antica e moderna, horror gotico e storie criminali del nostro tempo. Una fiaba vera dove i cattivi, giocando i ruoli fondamentali dell’universo infantile, ne rappresentano le paure e i traumi.
Traduzione di Daniela Guarino.
Mayumi Hattori è nata a Tokio nel 1948. Diplomata presso l’Accademia di Belle Arti, nel 1984 viene premiata nella decima edizione della mostra d’arte nippo-francese. Come ricordo dell’evento scrive Toki no arabesque – Arabeschi del tempo, con cui vince il premio “Yokomizo Seishi”. Da allora ha pubblicato numerose raccolte di racconti mistery. È morta nel 2007.
Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009): recensione di Rossano Astremo

Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009)
di Rossano Astremo
A meno di un anno di distanza da “Il paese delle spose infelici” Mario Desiati torna a parlare della sua Martina Franca e della provincia tarantina e lo fa, nel nuovo libro “Foto di classe. U uagnon se n’asciot” (Laterza, pp.134, euro 10), prediligendo alle logiche della fiction quelle proprie del documento narrativo. L’idea del libro parte dalla riscoperta della foto della sua classe del liceo. La visione della stessa suscita in Desiati il desiderio di rincontrare i suoi vecchi compagni. Di quei venti ragazzi solo quattro hanno deciso di restare e costruire la propria vita a Martina Franca. I restanti sedici vivono e lavorano in molte città italiane. Desiati, nelle pagine del libro, racconta la storia di sette di loro, rappresentanti emblematici di quel nuovo tipo di emigrazione interna presenta nel nostro paese. Tutti hanno frequentato il Liceo Classico Tito Livio di Martina Franca e tutti si sono diplomati nell’anno scolastico 1995-1996. L’autore camuffa nomi, fatti e luoghi e “il mascheramento – dice – è servito proprio per non avere indulgenza”. Quello di Desiati è un libro su quella generazione di trentenni meridionali, molti dei quali laureati e specializzati, che, seguendo l’esempio dei loro padri, abbandonano la loro terra d’origine per cercare fortuna altrove. Perché l’emigrazione dal Sud è tornata ai livelli degli anni ’60: “Numeri paragonabili a quelli della massima intensità migratoria toccata tra 1961 e 1963, ossia 295 mila emigrati l’anno: la somma fa quasi un milione in tre anni. Si deduce dunque come l’emigrazione sia tornata a essere una caratteristica di questo paese. Ovviamente è un’emigrazione diversa, percepita meno drammaticamente, ma ugualmente piena di traumi, di scelte obbligate, di necessità e a volte di libertà”. È proprio la consapevolezza di un simile trauma che ha portato nel 2005 Nichi Vendola, nella sua campagna elettorale nella corsa alla presidenza della giunta regionale pugliese, contro il giovane pupillo berlusconiano Raffaele Fitto, a scegliere come luogo di uno dei suoi ultimi incontri elettorali la stazione di Bologna. In stazione si raccolsero alcune centinaia di pugliesi che scesero nella piana del Tavoliere con un convoglio che la cronaca chiamò “il treno degli emigrati”. Quella di Vendola che “va a prendere studenti e precari per riportarli anche solo un weekend nelle loro famiglie fu un’immagine simbolica potentissima”. Di certo è stato uno degli elementi di forza di quella campagna elettorale storica che portò un comunista e dichiaratamente omossessuale alla guida di una regione come la Puglia da sempre nelle mani della Democrazia Cristiana e di un centrodestra che ne aveva ereditato la sua classe dirigente. Ora, a quattro anni da quelle storiche elezioni, possiamo dire che molte delle speranze dei giovani pugliesi sono state disilluse e il numero dei ritorni a casa è stato ampiamente superato da quello delle partenze. Il viaggio di Desiati al seguito dei suoi vecchi compagni di classe dimostra che, al di là delle professioni ricoperte dagli stessi, da avvocati a venditori di libri, da pr in discoteche a ristoratori, ciò che emerge è sempre un estremo sentimento di nostalgia, quel sentimento che ti porta a rimpiangere, nel passaggio dalla provincia alla città e nella nuova vita di emigrato o fuorisede, persino un albero d’arancia in un giardino. “Non che manchino i giardini nelle grandi città italiane, ma a chi mi faceva notare come in piena via XX settembre a Roma ci siano gli aranceti carichi di gemme rosse, tarocchi grandi come in una serra, portai una busta di quelle arance, raccolte a due passi da via Veneto. Erano smisurati e pieni di una polvere color argento, si sbriciolarono in mano come se fossero polistirolo, non contenevano né polpa né sugo”. È proprio in quelle arance vuote che ci sono le ragioni più intime di questo nuovo libro di Desiati.
Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009): intervista di Rossano Astremo

La spietata adolescenza nella Bari anni Ottanta
di Rossano Astremo
Terzo romanzo per lo scrittore barese Nicola Lagioia. “Riportando tutto a casa” (Einaudi) esce a cinque anni di distanza da “Occidente per principianti”. Nel nuovo libro Lagioia racconta la stori di un’amicizia tra tre ragazzi, Giuseppe, Vincenzo e l’io narrante, ambientata nella Bari degli anni Ottanta. È un libro di iniziazione scritto superbamente da uno dei più talentuosi scrittori dell’ultima generazione.
Perché hai scelto di mettere al centro del tuo libro gli anni Ottanta?
“Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile, l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.
Com’era la Bari di quegli anni? Com’è cambiato negli ultimi anni?
“Durante quel decennio, Bari era – nel bene e nel male – ciò che ogni città degna di questo nome dovrebbe essere sin dai tempi di Dickens e Baudelaire: un luogo in cui fare esperienza. Bari è stata la mia Chelsea, la mia Venice Beach, il mio Bronx: bastavano pochi minuti di motorino per passare dai quartieri chic del centro murattiano alle sale-prova del “canalone” stracolme di fanatici del post punk e della new wave con le Clippers ai piedi alle gigantesche zone dormitorio come Japigia dove l’eroina scorreva a fiumi. Molte città in una, insomma, una punta dell’iceberg tirata a lustro sotto la quale si nascondeva un ventre notturno, feroce, sotterraneo”.
Come mai la scelta di questo titolo preso in prestito da Bob Dylan?
“Amo da sempre Dylan. Ma in questo caso “riportare a casa” ha per me un significato di riscatto generazionale. Se la Storia la scrivono i vincitori, la letteratura spesso si occupa di vinti. E la mia, per adesso, è una generazione messa alle corde, sistematicamente tradita nel corso degli anni, che vive in un paese che non è un paese, con un lavoro che molto spesso non è un lavoro, dentro una vita che non è una vita. È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata, stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento. Eppure, nonostante tutto questo, abbiamo sviluppato un modo completamente nuovo di sentire il nostro tempo, e di tradire, amare, perderci per strada, consumare atti di viltà o di coraggio. Se tutto questo – questo sentimento, questo modo di essere qui e ora – non lo porta in luce la letteratura o le arti in generale, nessun altro può farlo. Ecco cosa significa per me riportare a casa”.
Rispetto al precedente romanzo, “Occidente per principianti”, questo tuo nuovo lavoro sembra essere molto più “caldo”, più sentito…
“Sì, decisamente. Si tratta, credo, di un controcanto caldo e sanguinante rispetto alla freddezza levigata di “Occidente per principianti”. Ma sono passati anche cinque anni tra i due libri, e la coscienza del disastro che stiamo vivendo si è fatta più densa. Ho pensato che mettersi in gioco in maniera più scoperta avrebbe potuto avere un effetto liberatorio”.
Domanda che esula dal romanzo. Come procede il tuo lavoro di scouting per minimum fax?
“Procede bene, grazie. Cerchiamo di alternare nomi nuovi (Stefano Jorio, un esordiente di gran talento che pubblicherà il suo primo romanzo in primavera), a scrittori già consolidati (Carlo D’Amicis, che sta ultimando il suo terzo romanzo per noi) a veri e propri maestri della letteratura italiana contemporanea (Domenico Starnone, che ha appena pubblicato con Einaudi il suo ultimo romanzo, e che uscirà per noi con un libro molto bello alla fine del 2010)”.
C’è un romanzo che hai scartato che, una volta pubblicato con un altro editore, hai visto con occhi nuovi, che avresti voluto averlo nella collana Nichel da te curata?
“No, a dir la verità. Però negli anni ho accumulato una mezza dozzina di romanzi su cui avevo gettato gli occhi prima degli altri, che avrei voluto pubblicare, ma che non sono riuscito a fare perché è arrivata l’offerta di un editore più grosso. A volte si vince a volte no”.
Giulio Mozzi, Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa Edizioni, 2009): segnalazione

In queste vertiginose pagine lo scrittore Giulio Mozzi, che si autodefinisce un «cattolico tentato dal protestantismo», col pretesto narrativo di proporre alla Chiesa la beatificazione di Eluana Englaro, mostra l’errore nel quale è caduta la Chiesa stessa, prestatasi volentieri a essere “utilizzata” da chi ha il potere come si “utilizza” una prostituta.
Scritto in pochi giorni in reazione a eventi di scottante attualità, questo piccolo libro è pieno d’amore per l’Italia e per la Chiesa; e con inusitata lucidità ci mostra come il nostro destino sia legato al destino di due corpi: il corpo della povera ragazza Eluana Englaro, uccisa per amore, e il corpo, candidato all’eternità, di Silvio Berlusconi.
Il nostro Paese ha bisogno di una Rinascita, ma questa rinascita non ci sarà finché non avremo il coraggio di guardare fissi questi corpi, e di capire che cosa ci dicono.
«Un pamphlet furibondo e immaginifico. Una lezione di lucidità.»
La prima presentazione del libro si terrrà a Cagliari venerdì 6 novembre 2009, nella sezione “Fede e laicità nel terzo millennio” del festival «Leggendo metropolitano».
Il 14 novembre l’Autore modererà l’incontro fra Beppino Englaro e Haidi Giuliani nel corso della manifestazione «Scrittori in città» di Cuneo.
Scheda di approfondimento
«La proposta è: provvedere al più presto a dichiarare beata, e poi santa, la povera ragazza Eluana Englaro uccisa, dopo diciassette anni di vita indescrivibile, e dopo lunga battaglia legale, dal padre Beppino Englaro; e prepararsi alla morte e fasulla resurrezione di Silvio Berlusconi, attuale presidente del consiglio dei ministri, negli ultimi mesi documentatamente accusato da certa stampa italiana, con il concorso di molta e prestigiosa stampa estera, di essere, né più né meno, un puttaniere, un utilizzatore di persone umane – e in grandi quantitativi – come fossero cose; prossimo alla morte politica e già avviato, peraltro, alla fasulla resurrezione come Grande Vittima e come Agnel lo Redentore dell’Italia: re surrezione che avverrà, se non sarà già avvenuta
quando questa lettera riuscirà a essere pubblicata, sotto la pretesa egida di Padre Pio da Pietrelcina, come annunciato da Silvio Berlusconi stesso, e allo scopo precipuo di far fuori la chiesa cristiana cattolica terrena.»
Tante parole sono state dette e scritte, a proposito del “caso” di Eluana Englaro. E tuttavia queste tante parole hanno forse più celato che esibito il vero discorso politico e morale in atto oggi nel nostro paese. Giulio Mozzi cerca di mostrare questo discorso nascosto, marcando la differenza tra il corpo della vittima, la sua verità, e l’uso retorico della posizione che la riguarda.
Una nota conclusiva di Demetrio Paolin segna il passo di questa distinzione esistenziale, prima che morale o altro, tra i fatti e le loro interpretazioni.
Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009): recensione di Elisabetta Liguori

Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009)
di Elisabetta Liguori
Quanto c’è di noi alla fine di un viaggio? Questo sembra essere il tema principe dell’ultimo romanzo di Antonio Errico, Stralune, di recente pubblicato dalla casa editrice Manni.
All’interno del viaggiare, direi, Errico è più catturato dal ritorno, che dalla partenza.
Quale è la trama di questo viaggiare? Un ipotetico disertore sfuggito ad un’ipotetica guerra torna nella sua ipotetica casa ed al suo ipotetico passato, finendo per cedere all’inganno del raccontarsi, qui inteso come esito drammatico ma necessario di un qualunque percorso.
Perché questo titolo?
Un buon titolo è sempre o un’anticipazione o una conferma di quello che il testo contiene, in una sorta d’accordo preliminare tra lettore e scrittore. A mio avviso il titolo scelto da Errico per questo nuovo romanzo è una confessione appassionata, è la descrizione sincera di un occhio che scrive. Quella che l’occhio di Errico produce, infatti, non è solo poesia, né solo prosa. È voce pastosa che parla nel sonno, voce implicita, libera, fasica, simbolica. Sincerità ispirata, grondante fisicità. Del sonno ha la stessa vaghezza. La densità, l’indolenza rivelatrice, la visionarietà ombrosa che procede per fasi umorali, illuminando la notte.
Da questo titolo è quindi naturale tornare al tema principale, dunque.
Il tema del viaggio, dobbiamo dirlo, non può che confrontarsi con quello del tempo, da sempre caro ad Antonio Errico. Il tempo passato qui diventa soggetto attivo, attraverso il ricorso ad un ombra/personaggio. L’ombra insegue la narrazione, la stimola e la rende più profonda, consapevole e acuta. L’ombra avverte, l’ombra ripete, in un gioco sapiente di contrasti l’ombra riesce persino a far luce. L’ombra frammenta i luoghi nelle diverse voci che agitano il paese del ritorno. La madre, il padre, l’amata: queste voci si alternano stralunate; a volte prese dallo stupore, altre dallo sgomento, reagiscono come possono alla tirannia della memoria. Altro punto fondante la narrazione di Errico, infatti, è proprio la memoria, della quale il ritorno e il tempo attraversato si nutrono inevitabilmente. Memoria intesa come balsamo o come malattia? Il disertore, dopo i primi passi incerti nella notte e i primi silenzi angosciosi, comincia a domandarsi a cosa potrà mai servire il suo ritorno, cosa potrà ritrovare, salvare, restituire, sanare. È inevitabile domandarselo, per lui come per tutti, ma quello che più colpisce il lettore è che la risposta a questa domanda universale per Antonio Errico passa essenzialmente attraverso la conoscenza del proprio padre, l’osservazione della propria ombra, l’attesa dell’alba.
I propri passi ripetuti nella casa di famiglia, soprattutto quelli sembrano essere l’aituo fondamentale. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un altro romanzo che, se pure con toni del tutto diversi, affronta lo stesso tema. Penso a “ La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates. In questo ultimo caso è la morte violenta della madre della protagonista ad obbligarla a tornare nella casa di famiglia, a calpestare passi antichi eppure incompresi, a toccare e ritoccare le vecchie mura deserte per tentare di comprendere tutto quello che è andato perso. Perché, per capire qualcosa di sé, è necessario ritornare, ma è pur vero che tutto quanto ci riguarda intimamente, tutto ciò che condiziona il nostro modo di essere, è accaduto quando eravamo troppo distratti e vivi per rendercene conto. Se è vero che il padre è l’origine, la ragione, il perché, l’ombra, è altrettanto vero che nulla sappiamo di quel “perché”, mentre accade. Cogliere a pieno il senso e il dettaglio di quella che è stata la vita dei nostri genitori è sempre gesto a posteriori. Non semplicemente memoria, ma ricostruzione tardiva. Dove ero io quando mia madre aveva quaranta anni e le cose più importanti della nostra vita si compivano? Dove eravamo noi? Chiedersi oggi “dove sono?” equivale per tutti a chiedersi “dove ero?”. La protagonista della storia della Carol Oates, come il reduce di Errico, tornano a se stessi dopo il tempo giusto, col giusto ritardo, e lo fanno per capire e capirsi. Entrambi toccano, calpestano, osservano i vecchi luoghi come se non li conoscessero affatto. Questo stupore stralunato, quindi, accomuna due romanzi seppur diversissimi per stili, atmosfere, ricercatezza del lessico, ambientazione, ma non solo questo. Anche il successivo bisogno di dimenticare le mura del passato, il loro richiamo da sirena, al fine unico di salvare la pelle ed il cuore. E se Errico è sud, lirico, elegante, pietroso, la Oates è America, spumeggiante, ironica, glamour, ma la vera narrazione è vita che va e ritorna come spola sul telaio. Sempre e ovunque.
101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita: in anteprima l’indice

101 COSE DA FARE IN PUGLIA ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA
(dal 30 luglio nelle librerie)
INDICE
Provincia di Foggia
1.Imparare il francoprovenzale visitando Faeto
2.Fare turismo religioso nei luoghi in cui ha vissuto padre Pio
3.Assaggiare le bontà di Non solo pane a Monte Sant’Angelo
4.Fare il coast to coast nel Gargano
5.Ricordare Andrea Pazienza tra le strade di San Severo
6.Cercare il più vicino caseificio per assaggiare il caciocavallo podolico del Gargano
7.Contare senza sfinimenti i libri presenti nella Biblioteca Provinciale di Foggia
8.Visitare il Santuario della Madonna Incoronata evitando atteggiamenti blasfemi
9.Non dimenticare la stagione di lotte sindacali di Giuseppe Di Vittorio
Provincia di Barletta-Andria-Trani
10.Essere rapiti dalla visione di Colazione in giardino di Giuseppe De Nittis al Palazzo della Marra di Barletta
11.Rileggere il romanzo Ettore Fieramosca ripensando alla storica Disfida di Barletta
12.Riguardare in loop i 200 metri di Pietro Paolo Mennea a Città del Messico
13.Cercare il fantasma di Armida all’interno del Castello Svevo di Trani
14.Guardarsi le spalle per evitare attacchi di vampiri a Trani
15.Andare alla ricerca del Santo Graal a Castel del Monte
Provincia di Bari
16.Ringraziare Nichi Vendola per averci regalato l’utopia di una Puglia migliore
17.Comprare libri alla Libreria Laterza di Bari
18.Assistere ad una partita del Bari dalle tribune del San Nicola
19.Assistere a uno dei tanti concerti della manifestazione Time Zones a Bari
20.Passeggiare tra le vie di Bari Vecchia ammirando le sue architetture
21.Osservare le signore di Bari Vecchia mentre preparano le orecchiette
22.Tirare quattro calci ad un pallone assieme ai ragazzini di Bari Vecchia
23.Mangiare la tiella alla barese al ristorante Bacco
24. Comprare vintage al The dresser di Bari
25.Cercare di celare la propria timidezza una volta entrati al sexy shop Le Pon Pon di Bari
26.Credere in un mondo migliore passando una serata al MOMArt di Adelfia
27.Mangiare la focaccia all’Antica Casa Digesù di Altamura
28.Ricercare il fischietto che fa per voi tra le strade di Rutigliano
29.Fare incetta di mozzarelle tra i caseifici di Gioia del Colle
30.Smarrirsi tra i carri allegorici del carnevale di Putignano
31.Assaggiare il Peperoncino del Baffo di Cosmo Palmisano tra i trulli di Alberobello
32.Visitare il Parco Letterario Formiche di Puglia di Noci
33.Visitare il Palazzo Pino Pascali di Polignano a Mare
34.Osservare la statua di Domenico Modugno a Polignano a Mare canticchiando Nel blu dipinto di blu
35.Evocare monumenti, figure umane o animali nella visita delle Grotte di Castellana
36.Visitare la Cantina Sociale di Locorotondo per gustare dell’ottimo vino bianco
Provincia di Taranto
37.Assaporare il gusto dell’opera lirica nella bella Martina Franca
38.Visitare il quartiere delle ceramiche di Grottaglie
39.Mettere piede nella casa dell’impiccato (non per i deboli di cuore)
40.Recarsi da mia madre per assaggiare le sue melanzane ripiene
41.Mangiare una frisella e ripensare agli anni che furono
42.Fare qualche buca al Golf Club di Riva dei Tassali
43.Visitare Castellaneta ripensando allo sguardo magnetico di Rodolfo Valentino
44.Gustare le deliziose clementine del Golfo di Taranto
45.Mangiare la puccia alla Cooperativa Sociale Robert Owen di San Giorgio Jonico
46.Bere una birra Raffo a Villa Peritato
47.Fotografare il cielo rosso di Taranto
48.Percorrere la salita in discesa di Statte
49.Essere tra la folla nei riti della settimana santa di Taranto
50.Giurarsi amore eterno muniti di lucchetto sul Ponte Girevole
51.Mangiare un piatto di tubettini con le cozze al ristorante La Fattoria di Taranto
52.Fare quattro passi nei pressi di uno dei fiumi più piccoli al mondo
53.Ammirare gli Ori di Taranto presso il Museo Archeologico
54.Spalmare la ricotta forte su una bruschetta (attenzione, può genera dipendenza!)
55.Degustare Primitivo al Consorzio Produttori Vini di Manduria
56.Adottare uno dei tanti cani del canile sanitario comunale di Manduria
Provincia di Brindisi
57.Andare alla scoperta dei tesori del passato ad Egnazia
58.Osservare circa 1700 animali di 200 specie diverse in un’unica soluzione allo Zoo Safari di Fasano
59.Fotografare la luce delle case bianche di Ostuni
60.Abbuffarsi di bombette da Zio Pietro a Cisternino
61.Preparare i biscotti cegliesi stando attenti all’eccesso di zuccheri
62.Visitare l’impero di Al Bano a Cellino San Marco
63.Andare alla ricerca del pastore che canta la “pizzica pizzica” a Villa Castelli
64.Giungere lì dove ha termine la via Appia
65.Mangiare la zuppa presso il Ristorante del Pescatore Iaccato di Brindisi
66.Ammirare la bellezza del Nuovo Teatro Verdi a Brindisi
67.Trascorrere qualche ora tra gli scaffali pieni di libri a Camera a sud di Brindisi
68.Imparare a costruire un muretto a secco (per non dimenticare le tradizioni)
69.Fare un salto nel passato con il Torneo dei Rioni di Oria
70.Visitare il Piccolo museo del Bar Carone di Oria
Provincia di Lecce
71.Passeggiare tra i mosaici di Vincent City a Guagnano
72.Scorgere il profilo dell’architetto Zimbalo nella facciata della Basilica di Santa Croce
73.Mangiare il pasticciotto al Caffè Alvino di Lecce
74.Scrivere versi guardando i gatti che dormono nell’anfiteatro romano di Lecce
75.Bere tanto e spendere poco al Paranà
76.Visitare l’associazione culturale Fondo Verri di Lecce
77.Fare una capatina al Bar Martinica di Lecce per ammirare le opere di De Candia
78. Sorseggiare del buon vino All’ombra del Barocco di Lecce
79.Leggere Bodini seduti su una panchina della Villa Comunale di Lecce
80.Scovare un Leopardi nelle prime edizioni presso la Libreria del Sole di Lecce
81.Andare oltre la finzione di Cotroneo per conoscere Anna Palmieri a Lecce
82.Incontrare il Ferlinghetti del Salento in via Liborio Romano a Lecce
83.Camminare nel cuore del centro storico di Lecce alla ricerca della cartapesta
84.Andare per osterie a Lecce (alla ricerca di piatti e vino genuino)
85.Mangiare a Frigole frittura di pesce in quantità senza il terrore di spendere tanto
86. Trascorrere una domenica alle Cesine e addormentarsi sotto un albero di pino
87.Perdersi nei sogni di Leandro visitando il Santuario della Pazienza
88.Recarsi a Copertino sulle tracce del Santo che amava volare
89.Lasciarsi ammaliare dalle sonorità provenienti dall’Albania Hotel a San Cesario di Lecce
90.Ballare per una notte intera in una delle tante dancehall sulle spiagge del Salento
91.Cercare di restare sobri alla Festa te lu mieru di Carpignano Salentino
92.Farsi mordere dal ritmo della Notte della Taranta di Melpignano
93.Abbuffarsi di spiedini alla Sagra te lu porcu meu a Muro Leccese
94.Sentirsi come in un sogno tra le cave di bauxite della Serra di Poggiardo
95.Visitare il castello che diede il nome al primo romanzo gotico della storia ad Otranto
96.Festeggiare assieme agli abitanti di Gallipoli Santa Cristina
97.Imparare dalla saggezza dei nonni (e mangiare un buon piatto di ciceri e tria)
98.Lasciarsi travolgere dalla danza delle spade nella Festa di San Rocco a Torrepaduli
99.Perdersi tra i colori del casellante Puccetto
100.Tuffarsi dal ponte del Ciolo senza farsi prendere dal panico
101.Immergersi tra le acque del mare spunnatu di Santa Maria di Leuca
