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La notte di febbraio è stupenda. Una incredibile e sognante, e traballante figura si muove sull’acciottolato di una strettissima via nel centro di Martano. Molto leggera, nonostante un lieve incespicare. Chiuso in un cappotto, con un sorriso aperto, Stefan mi sta invitando a bere con lui. Accetto. Una bianchissima effigie, un simulacro, gli è accanto, ha la sua stessa statura, stesse fattezze, stesso bastone. Gli si avvicina, gli si sovrappone… Un inverno algido ci accoglie. Sembriamo due merli: lui che si muove in questa viuzza come fosse su un tratto di fiume, io che mi preparo a chissà quali gorgheggi… (L’immagine è pertinente. Come un merlo anche Stefan va pazzo per il lardo: vecchia abitudine delle sue terre fredde: morirà invaso dalla gotta!). E’ anche uno degli inverni che colano argento. Di Martano amiamo tutto. Una vitalità poetica che appartiene a quel tempo, a quegli incontri con Stefan, fugaci, a quei racconti che scorgiamo dai suoi occhi chiari, che appartiene a quelle scritte antiche in piazza - Coloniali, Emporio, Dolceria: ormai rimosse - o a quelle vie, al palazzone del Duca dove riconducevamo le nostre storie… Ma è altro quel che ci siamo proposto: scrivere sulle sue quindici lettere, scrivere la storia che noi abbiamo immaginato fosse sua, raccontare le amarezze e i sogni di Gienek, le dolcezze di Violet… Ed è così che andremo adesso avanti, altri personaggi si affacciano, cercano ancora un piccolo posto, la vita è così vasta e varia… Siamo nel 1956. Stefan è ancora l’unico polacco a Martano. Nel ‘58 verrà ad abitare nel paese Mario Piatek, suo connazionale. Mario Piatek, di Carlo e Schibinska Antonietta, è nato a Poltanice il 6 aprile 1918. Coniugato a Maglie con una De Donno; di professione meccanico: infatti avrà una sua officina, per molto tempo, sotto il bastione circolare del Castello di Martano. La salute di Stefan non è buona. Anzi. La gotta, altri acciacchi, e anche molta malinconia. Lo manda a dire al figlio, arriva persino ad invitarlo in Italia. La proposta è bene accolta da Gienek, anche se con tutte le riserve-paure di un sognatore che, per epistola, veste abiti di pragmatismo. E’ comune un po’ a tutti il disagio del posto in cui si vive, sentire il richiamo di altri luoghi… Figuriamoci per Gienek! Licenziato dal Club in cui suonava, costretto a vendersi gli strumenti, adesso fa il muratore. L’Italia sarebbe una via d’uscita: Violet sarebbe curata come si deve, non sarebbe poi costretta a far la cassiera, Jean che già dimostra predisposizioni per il ballo e orecchio per la musica… Poi se ne va da Franz. A comprare del té per Stefan, delle sigarette. Sarà lo stesso Franz ad occuparsi del pacco. Magari gliene potrà far spedire uno ogni mese… Franz avrà avuto una bottega con mobili di legno scuro e una bella porta a due ante. Alle pareti sicuramente delle stampe di carte di mare, delle navi maestose, qualche vecchio veliero. Pensate un po’. Gienek ha perso o sta per perdere gli strumenti che per lui sono la vita. Leeds è grigia, le sue strade troppo larghe. Ha una bella famigliola, una moglie che adora, una figlia affettuosa, un lavoro come concertista in uno dei migliori locali della città. Non si concede granché di svaghi. Violet che comincia a star male, Jean che cresce ed ha bisogno di cure, poi altro, ed altro… Quel che riesce a concedersi, una sera ogni tanto, è andare a trovare il vecchio Franz: il suo negozio è così pieno di profumi, di spezie, sa di porti, di partenze (e lui sogna da sempre l’America … ), la stessa insegna rossa prometteva “vini d’Oriente dal profondo splendore opalino”… Franz, un tipo incredibile (passato burrascoso, nazionalità incerta) lo tiene legato coi suoi racconti. Leeds ha poco meno di mezzo milione di anime. E’ piena di negozi che luccicano, vetro, porcellana, altre chincaglierie. Gienek vaga per la città. Rientra. Un mesto sorriso a Violet e Jean prima di andare a letto. Adesso è notte. Si alza in punta di piedi. Si avvicina alla finestra della cucina… Si fa assalire da una massa nerastra, da un corpo gigantesco, nero, che senza alcun rumore, senza alcun vibrare, lo prende in pieno petto. Cade stordito. Ripensa ai suoi luoghi in Polonia, a sua madre, ai suoi fratelli, ai progetti che aveva, a quella vita tutto sommato felice… Il 25 marzo del cinquantasette, Stefan riceve una lettera da un suo amico, anche lui di nome Gienek, anche lui rifugiato a Leeds. L’amico gli parla di Andrzej Kowaluk, del fratello Wincenty, di Jozef Rebzda; vorrebbe, attraverso Stefan, rintracciare un polacco, in Italia fin dal 1914. Gli dice anche: “ho l’impressione che tu sbagli a vivere in Italia. Con le tue capacità e il tuo titolo di studio … “. La lettera dell’amico gli riapre la ferita, lui fa già tanto per non pensarci, per andare avanti… Sta per cambiare, è vero, un po’ la sua situazione: avrà una casa dell’Ina, tre milioni come profugo, qualche promessa di lavoro al Municipio: ma è sempre più preda di un lungo silenzio, di uno sbigottimento come mai, di una perdita del senso delle cose, sradicamento, impicci, vino, bisticci in famiglia, richieste del figlio che qualche volta pare piagnucolare. Sua moglie che vive dello splendore della sua giovinezza, ne calca le varie date, i vari languori, tutte quelle lettere e versi che ha ricevuto, che riceve… C’è stato, un tempo, stupore per quest’uomo dagli occhi chiari. La vita non è sempre piena di versi. I malanni, la solitudine, i ricordi… Stefan continua a traballare nelle viuzze di Martano. I suoi angeli lo seguono e lo precedono saltando da un fanale all’altro, gironzolandogli intorno. Sfrecciando, piroettando. Sono gli angeli del freddo, i tao, i tao invernali. E’ tutto così buffo. Lui che pensa alla sua opera. La vita che non cambia di una virgola. E’ tutto veramente così buffo. Lasciarsi dondolare dal vino. Lui continua a pensare alla sua opera, alla Bellezza, alla Valle dei Ciliegi, all’Uomo Blu. Gli sembra che tutto adesso dev’essere più leggero, leggero quanto mai, irregolare, osceno, disarmoni |