Come diventare se stessi, David Lipsky-David Foster Wallace (minimum fax, 2011)


Come diventare se stessi, Lipsky-Wallace (minimum fax, 2011)

È una serata di fine settembre al Pigneto. Nel locale in cui lavoro ho organizzato una serata per omaggiare il lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace. Ci sono alcuni amici che leggono testi tratti da Infinite Jest, Considera l’aragosta, Tennis, tv, trigonometria, tornado…, Questa è l’acqua, e c’è qualcuno che, persino, legge delle pagine inedite del romanzo postumo, The Pale King, che Einaudi pubblicherà a fine anno.
Il locale è pieno. C’è anche la minimum fax, la prima casa editrice italiana che ha creduto nel lavoro di questo scrittore geniale, acuto, irrequieto, fragile e ossessivo, con un suo banchetto, nel quale vende tutti i libri di Wallace tradotti nel corso degli anni, tra cui anche il recente Come diventare se stessi, il libro-conversazione scritto dal giornalista del Rolling Stone e scrittore David Lipsky, che racconta i cinque giorni vissuti accanto a Wallace, nel lontano 1996, ai tempi del fortunato tour di presentazione di quel romanzo già divenuto classico e bibbia per milioni di fan di tutto il mondo che è Infinite Jest.
A fine serata, prima di salutare la gente presente tra i tavolini del locale, prendo il microfono e penso che sia giusto ad invitare a conclusione di serata, la principale traduttrice italiana di Wallace, presente tra il pubblico. Chiedo a Martina Testa se vuole raccontarci come è stato lavorare nella traduzione dei libri di Wallace, ed in particolar modo dell’ultimo libro-conversazione tra Lipsky e Wallace.
Martina prende la parola e, tra le altre cose, riferendosi al lavoro di traduzione di questo libro, dice di essersi posta un interrogativo etico prima di iniziare a mettere le mani tra le migliaia di parole di questa intervista che doveva uscire sul mensile musicale americano, cosa poi mai concretizzatasi. È giusto tradurre e, di conseguenza, pubblicare un materiale così intimo? Se Wallace fosse ancora in vita avrebbe consentito l’uscita di un libro del genere, in cui aspetti della sua vita intima, nell’ampia conversazione registrata ossessivamente da Lipsky, quali il rapporto dell’autore con droga, alcol, donne, psicofarmaci e altro vengono passate al setaccio senza mezzi termini?
Probabilmente se Wallace non si fosse impiccato Lipsky non avrebbe mai tirato fuori i nastri registrati in quei cinque giorni di viaggio, né mai avrebbe sbobinato l’enorme materiale raccolto, né, per ultimo, la traduttrice italiana di questo libro si sarebbe posta l’interrogativo circa la liceità di una simile operazione.
Per quello che può contare la mia opinione è giusto che il libro sia stato pubblicato e tradotto. Come diventare se stessi è un libro fondamentale non solo per gli amanti della prima ora dell’autore di La ragazza dai capelli strani e un’altra dozzina di libri che spaziano dalla fiction alla saggistica, passando per indimenticabili reportage, tra cui, su tutti, spicca Una cosa divertente che non farò mai più, ma anche per chi si avvicina al mondo di Wallace per la prima volta, perché nelle sue lunghe divagazioni sul senso della scrittura, sulla sua passione e disciplina, sulla sua idea del successo, in seguito alla clamorosa accoglienza di Infinite Jest, sulla sua vita fatta di tormenti, eccessi, paranoie e quant’altro, viene fuori un’umanità totale e contagiosa che i lettori non potranno ignorare.
Accedere per quattrocento pagine nella stanza buia e iperaccessoriata rappresentata dalla testa di Wallace, metterci a spiare dal buco della serratura della sua mente è un privilegio che Lipsky ci concede a dodici anni di distanza dal loro incontro e a poco più di tre anni dalla sua scomparsa.

1 commento

Archiviato in David Foster Wallace, minimum fax

Incipit: La miserabile storia di un venditore di opere d’arte, di Rossano Astremo

Rossano Astremo

La miserabile storia di un venditore di opere d’arte
Incipit
Al fondo non c’è mai fondo. Mi rintrona questa frase letta o ascoltata chissà dove, mentre, al terzo piano di Palazzo Grazioli, sede di una società privata che si occupa di vendita di opere d’arte, tutto agghindato, attendo il mio turno per il quarantaduesimo colloquio negli ultimi ventitré giorni.
Al fondo non c’è mai fondo. Ripeto come un mantra questa frase del cazzo che, fuor di metafora, vuol dire che sono nella merda fino al collo e sarò in una merda colossale se entro pochissimi giorni non riuscirò a trovare un lavoro redditizio che mi consenta di ripartire da zero e di indirizzare questa mia vita bastarda verso i binari di una lecita sopravvivenza.
Sì. Riparto ancora una volta da zero.
Da quante ripartenze da zero sono stati scanditi gli anni della mia vita?

Il mio nome è Leo Monsanto.
Ho 33 anni, come Cristo, ma al sottoscritto nessuno vuol far fare una fine spumeggiante, di quelle non dico che ti consentano di avere fama millenaria come il Sopraccitato, ma quantomeno da consentirmi gli ipercitati quindici minuti di celebrità.
Da ventiquattro giorni la mia casa è una Fiat Punto del 2003, e il mio armadio è una trolley blu, comprato nel 2001 al mercato di Lecce di Piazza Libertini, che, per dieci anni ha accompagnato tutti i miei vagabondaggi.
A ciò s’aggiunge uno zaino nero Nike, acquistato lo scorso anno in un negozio di Viale Marconi, qui a Roma.
Auto, trolley e zaino: qui è contenuto tutto ciò che mi resta.

Indosso un completo blu, giacca e pantalone, comprato nel luglio del 2009, in un ipermercato di Vibo Valentia. Un acquisto fatto in fretta e furia, perché la sera avrei dovuto presenziare ad una festa di laurea in un lussuoso ristorante di Chianalea, luogo stupendo ad una manciata di chilometri da Scilla.
Cinta marrone e scarpe marroni, camicia bianca e cravatta, anch’essa blu a completare la pagliacciata.
Non mi sento a mio agio. No, per niente.
Fisso la punta delle mie scarpe, mi sforzo di non concentrare l’attenzione attorno al lancinante dolore che pare aver invaso ogni porzione dei miei 72 chili.
Provo a fare vuoto dentro di me.
Non pensare a Claudia. Non pensare a Matilde.
L’impormi la negazione del loro pensiero è la manifesta rappresentazione del fatto che tutto ciò che, come un flipper amfetaminico, s’agita nella mia testa riporta al vuoto che mi sbrana nel passare d’ogni istante che da loro mi separa.
Mia moglie e mia figlia.
Lontane da me.
Tre settimane e tre giorni.
Come siamo arrivati a questo disastro?

Lei ha un colloquio con me?
Io ho un colloquio con Roberta D’Angiò.
Sono io.
Allora ho un colloquio con lei.
Venga. Le faccio strada.
Roberta D’Angiò è alta, bionda, occhi azzurri. È la copia sputata di Cameron Diaz.
Ha lo stesso sorriso iperdilatato di Cameron Diaz, quel sorriso da bocca spalancata tipo video di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Non so se avete presente.
Roberta D’Angiò ha questo sorriso con troppi denti esposti per poter essere considerato sincero.
La prima cosa che penso, dopo averla squadrata per bene, culo compreso, è questo:
Cosa cazzo hai da ridere?

Non so cosa ha da ridere, però, dopo aver attraversato un lungo corridoio, mi fa accomodare in una stanza.
Al centro di questa stanza c’è un immenso tavolo rettangolare in legno di rovere.
Su di esso una dozzina di libri di grande formato.
Su alcuni di essi sono presenti delle incisioni in bronzo.
Scoprirò poco dopo che sono queste le opere che venderemo.
Mi soffermo su un’incisione che raffigura un non so cosa d’astratto.
La sosia di Cameron Diaz mi fa: Vedo che stai guardando quella bellissima incisione realizzata per noi in edizione limitata da Arnaldo Pomodoro.
Ah, è Pomodoro.
Sì, Pomodoro.
Pomodoro è un grande, provo a rompere il ghiaccio abbozzando un giudizio critico sommario.
Pomodoro? Tutti gli artisti che collaborano con noi sono dei grandi. La nostra azienda è grande!
Non appena termina la frase il suo sorriso si fa incontrollato, la distensione orizzontale delle sue labbra sembra voler entrare di diritto nella prossima edizione del libro sui Guinness dei Primati.
Non riesco ad aggiungere gioia alla sua gioia, anche perché penso al fatto che nel nostro precedente scambio di battute troppe volte è stato pronunciato il nome Pomodoro e non potrei sopportare un altro Pomodoro e, allora, sento forte la necessità di entrare nel vivo del discorso.
Quindi…
La mia necessità non collima con quella della bionda seduta di fronte a me. Mi interrompe e, abbassando iperbolicamente il tono della voce, s’avvicina e fa: Leo, se vuoi lavorare in questa azienda sia chiara una cosa: quella barba va assolutamente tagliata!
La barba. Eccoci qua. Per lavorare in questa azienda di cui non so nulla devo rinunciare alla barba. Questo mi pare un ricatto bello e buono. È come chiedere a Victoria Silvstedt di dare via un paio di chili delle sue tette. E non mi dite che non sapete chi diavolo è Victoria Silvstedt!

Riepiloghiamo. Trovo in rete un annuncio di lavoro per la ricerca di promotori d’arte, mando via e-mail un curriculum, vengo richiamato quarantotto ore dopo per un colloquio, mi reco allo stesso in perfetto orario, vestito di tutto punto, cosa non fatta persino nel giorno del mio matrimonio, varco la soglia di uno dei palazzi più discussi in Italia, una delle tante dimore nel quale il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi racconta le sue barzellette ad Emilio Fede, Lele Mora e s’intrattiene con un numero non precisato di giovani donne belle e disincantate e, dopo pochi secondi dall’inizio della conversazione con la persona designata a selezionare il personale, mi sento già messo con le spalle al muro.
Le vorrei dire: Senti, miss culetto d’oro, la barba per il sottoscritto è come i capelli per Sansone. Roba di vita o di morte. Sono anni che non la taglio, ogni tanto l’accorcio, giusto per evitare che troppi peli si depositino in ciò che mangio, ma per il resto non esiste che arriva una biondina qualunque a cercare di scompigliarmi i connotati.
Le dico: Certo, Roberta, sarà fatto.
E qui snocciolo il mio primo sorriso finto della giornata e, mentre cerco di sistemare i muscoli facciali così da non sembrare farsesco, penso che sarei davvero disposto a rinunciare alla mia barba, penso che vendere opere d’arte è stato sempre il mio sogno, almeno fin da quando Guzzanti mascherato da critico d’arte, nella trasmissione L’ottavo nano, vendeva le fantastiche opere, dall’inestimabile valore, del Mutandari.

Roberta mi rivolge le consuete domande da colloquio: quale le mie precedenti esperienze lavorative, perché ho inviato il curriculum, cosa mi aspetto da questo lavoro, conoscevo già l’azienda, amo l’arte e così via.Rispondo ad ogni domanda con voce ferma e dialettica mitragliante. Sono disperato e cerco di dare il meglio di me. Mentre interpreto il ruolo del perfetto futuribile art promoter appaiono come la Madonna di Fatima ai pastorelli portoghesi scorci della poltiglia emotiva della mia vita. Più vorrei piangere, fuggire da lì e spiccare il volo da Ponte Testaccio destinazione ultima Tevere, più sorrido a Roberta.

E il mio sorriso si fa ancora più ampio e straziato quando, tirando fuori un suo opuscoletto, la bella D’Angiò snocciola concetti e cifre relative alla società da lei rappresentata:
La “Lucia Calabrò Spa” è azienda leader al mondo per ciò che concerne la realizzazione di opere d’arte in forma di libro finalizzate alla celebrazione di eventi di rilevanza nazionale o internazionale.
In vent’anni di storia ha realizzato oltre 300.000 opere, con oltre 80.000 clienti al suo attivo.
Attualmente i dipendenti sono 600 e la rete vendita nel corso dell’anno è destinata a potenziarsi su tutto il territorio nazionale.
Il 25% degli art promoter che lavora con noi guadagna al mese dai 500 ai 1700 euro al mese.
Il 65% dai 1700 ai 4500 euro al mese.
Il 10% dai 4500 ad oltre 10000 euro al mese.
Io appartengo a questa terza fasce e se tu sarai bravo a seguire i miei insegnamenti potrai ambire a guadagnare simili cifre.
Roberta piazza i suoi occhi dentro ai miei e ostenta ancora gioia. Il suo viso riluce di positività. Cerca di contagiarmi, di trasmettermi amore, di infondermi fiducia, di iniettarmi lo spirito aziendalista.
Una parte di me sa che dietro i numeri da lei sbavati con tono monocorde e voce impostata s’annida la fregatura. L’altra parte di me pensa che, al momento, non ho nulla tra le mani. Non un lavoro, non una casa, non un bagno nel quale poter defecare e in cui potermi lavare.
Ho solo un’auto, un trolley e uno zaino.
E se voglio riconquistare la fiducia di Claudia, se voglio rivedere mia figlia Matilde, devo ripartire da un lavoro, e se c’è anche una minima possibilità di arrivare a guadagnare tanti soldi in così poco tempo io ho il dovere di provarci.
È per questo che, dopo aver retto per oltre dieci secondi, in silenzio da moviola, il viso preconfezionato di quella che da poco avevo intuito essere la mia responsabile, le rispondo.
Roberta. Sono entusiasta. Quando si comincia?
Giovedì e venerdì si terrà qui a Palazzo Grazioli un corso di formazione. Presentati giovedì alle 10 vestito per bene, come oggi. Però, mi raccomando, ricordati di tagliare la barba. È importante.
Mi accompagna alla porta e mi strizza l’occhiolino e mi dice:
Ce l’hai fatta.
Io penso:
Dove cazzo sono capitato?

2 commenti

Archiviato in incipit, Rossano Astremo

Libreria Rinascita, via Savoia 30, Roma, giovedì 21 aprile: presentazione di Diventare genitori in Italia (Castelvecchi Editore)

COMUNICATO STAMPA

Giovedì 21 aprile ore 18
presso la Libreria Rinascita di via Savoia 30, Roma
presentazione di

DIVENTARE GENITORI IN ITALIA
un libro di Rossano Astremo e Maria Carrano
CASTELVECCHI EDITORE
collana Ultra Life

Intervengono gli autori e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi

Cosa significa, oggi, mettere al mondo un figlio e diventare genitori in Italia? Ritrovarsi a trent’anni con un lavoro precario e, nonostante il parere negativo di amici, conoscenti e familiari, provare a costruire una famiglia, comprare una casa, crescere un figlio? Diventare genitori in Italia racconta la storia vera di Maria e Rossano, dalla notizia della gravidanza fino ai primi mesi di vita della piccola Rebecca, passando per gli acquisti di mobili a rate, la ristrutturazione del «nido d’amore», il rapporto con le strutture comunali dedicate all’infanzia e, naturalmente, per gli eterni tentativi di conciliare le croniche difficoltà professionali con i tempi biologici dello «stato interessante». Diventare genitori in Italia è un viaggio autobiografico, un vademecum per future mamme e futuri papà, un caustico atto d’accusa nei confronti di una classe dirigente che, pur difendendo a spada tratta il ruolo decisivo della famiglia nella società, si comporta in modo contrario ai suoi valori, ostacolandola e abbandonando al coraggio individuale l’iniziativa di portarla avanti.

Lascia un commento

Archiviato in Diventare genitori in Italia, Maria Carrano, Rossano Astremo

Vertigine: novità


E’ accaduto che nell’ultimo anno abbia poco aggiornato questo lit-blog, che tante soddisfazioni mi ha dato. Agli inizi degli anni 2000 questo blog era nato per sostenere l’omonima rivista cartacea autoprodotta della quale nel 2006 abbiamo stampato una sorta di raccolta totale, edita da Luca Pensa Editore. QUi trovate un pezzo di Giuseppe Genna sull’antologia.
Poi, chiusasi la parentesi della rivista cartacea, Vertigine ha continuato a svolgere il suo lavoro di ricerca di nuove scritture, di militanza critica, con un occhio di riguardo per le giovani leve della poesia e della narrativa italiana. In Voi siete qui, l’antologia edita da minimum fax e curata da Mario Desiati, che raccoglieva i migliori racconti di giovani autori apparsi su rivista, c’era un racconto di Cristiano De Majo apparso su Vertigine.
Ora che sono passati quasi dieci anni si fa un salto, si spera di qualità. Vertigine diviene una collana di narrativa della nascente casa editrice Citofonare Interno 7, diretta dal sottoscritto.
Il blog continuerà ad essere aggiornato con discontinuità, ma non scomparirà.
Il primo titolo che è stato pubblicato è un’antologia di racconti su presentazioni di libri disastrose. Si chiama La letteratura non conta niente. Ai miei 25 lettori chiedo di seguire il nuovo percorso di Vertigine e di non abbandonare la periodica navigazione su questi lidi.
A presto,
Rossano.

Lascia un commento

Archiviato in Citofonare Interno 7, Giuseppe Genna, Mario Desiati, minimum fax, Rossano Astremo

L’importanza di essere Morrissey (Isbn, 2010): recensione di Rossano Astremo

L’importanza di essere Morrissey
di Rossano Astremo

Isbn manda in libreria un testo fondamentale per i cultori di uno delle figure essenziali della scena musicale degli ultimi trent’anni. “L’importanza di essere Morrissey”, questo il titolo del volume, curato da Paul A. Woods, giornalista e scrittore britannico, che ha al suo attivo libri scritti su Tarantino, Lynch, Burton e Scorsese, è una raccolta di 28 conversazioni con l’ex leader degli Smiths, a partire dal 1985 sino ai giorni nostri. Attraverso le parole del ragazzo di Manchester che con i suoi testi pieni d’amore e nostalgia, ironici, taglienti, e mai scontati, ha incantato più di una generazione, si passa in rassegna il suo amore amore per Oscaw WIlde e James Dean, l’ambiguità dei suoi testi, il suo rapporto con la politica, la sua battaglia contro gli abusi sugli animali, il suo costante conflittuale dialogo con i giornalisti, tutta la sua verità sulla fine degli Smiths, con gli strascichi legali dello scioglimento della band avvenuto nel 1988, la rinascita della sua carriera da solista, gli anni delle difficoltà passate a trovare una etichetta discografica in grado di pubblicare la sua musica senza porre vincoli d’ogni sorta, la costante vicinanza dei suo fan, accresciutisi in numero con il trascorrere degli anni. Queste conversazioni, rilasciate a giornalisti di testate quali New Musical Express, Q, The Observer, Mojo, Hot Press, Sounds, sono un modo per i cultori di Morrisey di passare in rassegna la propria discografia, con riferimenti costanti ai suoi singoli migliori, Panic, Hand in Glove, There Is A Light That Never Goes Out, Bigmouth Strikes Again e l’elenco sarebbe davvero destinato ad allungarsi all’infinito. D’altro canto, per chi non è ancora entrato in contatto con Morrissey e la sua musica, “L’importanza di essere Morrissey” può essere un buon viatico per innamorarsi di quest’uomo raffinato, elegante, originale, sensibile, poetico, cinico, sarcastico ed inimitabile. Chi vi scrive, come avrete notato, è un morrisseyano convinto.

Lascia un commento

Archiviato in recensione, The Smiths

Intervista ad Angela Scarparo


Angela Scarparo, nel 2011 un romanzo su ex settantasettini oggi genitori
di Rossano Astremo

Angela Scarparo, scrittrice brindisina, da anni residente a Roma, con un esordio alle spalle, “Shining Valentina” per Mondadori del 1992, e con un ultimo romanzo, “L’arte di comandare gli uomini” edito da Manni nel 2008, tornerà nelle librerie nei primi mesi del 2011 con un nuovo libro, dal titolo non certo, che sarà sempre pubblicato dalla casa editrice di San Cesario di Lecce.
Scarparo, può anticiparci qualcosa del suo prossimo libro?
L’idea del libro nasce dal fatto di avere, sia io che il mio compagno, figli grandi, più che ventenni. Nasce dall’osservazione che siamo noi, settantasettini, una generazione abbastanza particolare. Un po’ per tutto, ma nel fare i genitori abbiamo proprio qualcosa di specifico. Per esempio perché siamo cresciuti rifiutando quasi tutto dell’Italia nostra contemporanea. Ci siamo sempre ispirati a modelli di tradizioni o geograficamente lontani. Che ne so, io non sono mai stata a Cuba. Però Che Guevara è sempre vissuto con me. Come sono, come madre? Che genitore sono diventato, io che per fare la madre, non ho guardato alla mia, ma a Doris Lessing, e ai suoi personaggi? Che padre è il mio compagno? A volte complici, a volte autorevoli – perché disposti a raccontarti tutto – ma anche molto narcisisti e strafottenti.
E quali sono i risultati di una simile educazione?
Figli che non hanno limiti, come un cartone animato che è stato progettato per durare un’eternità. Oppure figli moralisti che Albertone Sordi dell’omonimo film in confronto è un dannato in eterno. È una storia d’amore. Un uomo e una donna, anzi, due uomini e una donna. No, anzi, due uomini e due donne. Insomma, in mezzo a questo “scambi” d’amore ci sono anche in mezzo i figli, molto più moralisti e paturniosi dei genitori.
Dopo il suo esordio per Mondadori, come è nato negli ultimi anni questo sodalizio con la casa editrice Manni?
Con la parola Manni io intendo tante cose. Per me questa parola equivale ad Agnese. Con cui ho un rapporto scherzoso, un po’ da zia a nipote. Equivale anche ad Anna Grazia, con cui faccio un po’ più la seria, non per ragioni anagrafiche, ma perché lei è un’intellettuale seria e raffinata e io cerco di starle dietro. Non che Agnese non lo sia seria e raffinata, ma abbiamo instaurato un rapporto così. Ci facciamo un sacco di battute. E poi c’è Piero. Che è, come tutti gli uomini che vivano e abbiano alle spalle donne sveglie e preparate, un “grande uomo” . Mi diverto e mi fido molto di loro. E poi siamo tutti comunisti, e questo ci tiene abbastanza assieme.
Quali sono gli altri autori pugliesi che stimi?
So di essere un po’ impopolare a dirlo. Il primo autore che sto per citare è considerato un po’, come si dice, di “cassetta”, da alcuni. Ma a me piace. Mi riferisco a Gianrico Carofiglio. Forse mi piace perché mi ritrovo spesso nelle sue descrizioni, soprattutto quelle che riguardano il paesaggio. Non lo so. Leggo sempre molto volentieri le sue storie. Ho molto amato “la prima” Pulsatilla, quella del blog. Molto simpatica e ironica, davvero brava. E poi Nicola Lagioia, Carlo D’Amicis, Cosimo Argentina, Annalucia Lomunno, Mario Desiati. Insomma, a me della pugliesità, la cosa che piace di più è una: l’ironia. E in molti degli autori che ho citato è elemento su cui si basa la narrazione.

Lascia un commento

Archiviato in interviste

Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

Commenti disabilitati

Archiviato in Intervista

Incipit di “La sacra famiglia”, il romanzo che ho iniziato a scrivere

Incipit di “La sacra famiglia”
di Rossano Astremo

Raimondo, 7 aprile 1955
Un sottile refolo di vento, che oltrepassa i cardini slabbrati della finestra, si mescola al sordo rumore dell’orgasmo. Dura solo pochi attimi. La stanza è sepolta da un buio totale. Il letto accoglie due corpi nudi che paiono trovarsi nel momento che segue una lunga immersione subacquea. Tornati a galla si respira a pieni polmoni perché l’apnea sfianca. Raimondo ora guarda il soffitto. Giuseppe, invece, gli dà le spalle, disteso sul lato, con lo sguardo inclinato verso il pavimento. E’ la seconda volta che le loro gambe e braccia s’intrecciano come le trame contorte dei tronchi di ulivi secolari. Il tutto avviene nel più limpido silenzio. La notte è il tempo ideale nel quale il loro peccato può esondare. Raimondo e Giuseppe hanno sedici anni. Da più di due anni la loro vita si svolge all’interno del Seminario di Oria. Tra qualche anno prenderanno i voti e diventeranno sacerdoti. Cureranno le anime perdute dei fedeli che a loro si rivolgeranno. Si nasconderanno dietro i confessionali e ascolteranno pazienti le marachelle dei piccoli, i vizi degli uomini e i desideri osceni delle donne. Poi, facendo filtrare le loro parole attraverso gli spazi vuoti delle grate, doneranno la pozione magica della redenzione: una manciata variabile di atti di dolore, padre nostri e ave marie che farebbe trasecolare persino i più devoti. Raccoglieranno offerte durante le quotidiane messe e celebreranno battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali. In sintesi terranno con fermezza il polso spirituale della loro comunità. Questo, però, è il futuro, al quale, i due ragazzi, che ora nascondono le loro nudità con lenzuola di grezzo lino bianco, pensano poco, attratti da quel nuovo mondo così tanto terrestre che brucia come carne sfrigolante su carboni ardenti. Sì, quel nuovo mondo così tanto piccolo che è tutto raccolto nella spoglia stanza del loro seminario. Quel nuovo mondo che è terribilmente più effervescente e vivo di quello passato e rannuvola ogni previsione del futuro. Raimondo cessa di fissare il soffitto e, girandosi nella stessa direzione di Giuseppe, lo cinge delicatamente, poggiandogli il braccio sinistro lungo il ventre, mentre con quello destro gli accarezza i capelli. Il suo sperma ha perduto la liquida consistenza di pochi minuti fa, divenendo solida sostanza biancastra posata tra i glutei di Giuseppe e tra la peluria ancora in definizione che adorna il suo pene. Raimondo pensa che tra due ore dovrà essere già in piedi, dovrà lavarsi e vestirsi. Le preghiere del mattino lo attendono. Però, è solo un pensiero fugace. Stringe forte Giuseppe e lo bacia sul collo. Il resto può attendere, per ora.

2 commenti

Archiviato in romanzo, Rossano Astremo

Gordiano Lupi: intervista di Rossano Astremo


Gordiano Lupi e l’invasione degli scrittori inutili
di Rossano Astremo

Non è una novità. Gordiano Lupi, lo scrittore cinquantenne di Piombino, aveva già preso di mira il sistema editoriale italiano in due precedenti libri usciti per Stampa Alternativa, “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (2005) e “Nemici miei” (2007). Torna a rifarlo nel libro appena pubblicato per Historica Edizioni “Velina o calciatore, altro che scrittore!”.
Nel suo libro ha voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe e lo ha fatto sparando a zero sul mondo dell’editoria e facendo nomi e cognomi di parecchi “scrittori italiani inutili” che proliferano nei salotti televisivi. Se le fornissero una bacchetta magica con la quale far scomparire di tra questi scrittori italiani che lei definisce inutili chi sceglierebbe e perché?
Non ce l’ho con gli scrittori italiani ma con il sistema che sforna fenomeni un tanto al chilo. Per esempio adesso è uscito il nuovo libro di Piperno dal suggestivo titolo Persecuzione e lo vediamo sulle prime pagine di ogni quotidiano. Ecco, Piperno è una vera persecuzione con la lettera minuscola in tutti i sensi. Vi raccomando anche i premi Strega alla Tiziano Scarpa – niente a che vedere con la letteratura – ma pure gli scrittori panettone, i brunovespa di natale, i tuttologi alla bevilacqua (la minuscola è voluta)… e che dire dei gialli italiani tutti uguali con il commissario ciccione che mangia, beve e scopre delitti? Non leggo più italiani da almeno tre anni. Ho fatto un’eccezione per Silvia Avallone, incredibilmente brava.
Altra categoria presa di mira è quella degli editor, il quale è sempre meno orientato verso lo scrittore (che meno bravo è meglio è) e sempre più attento allo stile che va di moda e a cosa chiede il pubblico. C’è un editor che lei ritiene essere rappresentativo dell’idea appena espressa?
Non faccio nomi. Non conosco editor e non ambisco a conoscerne. So come lavorano e come creano dal niente gli scrittori del niente. Persino Baglioni diventa uno scrittore, tra le loro sapienti mani. Ma la letteratura è un’altra cosa. Per questo da un po’ di tempo a questa parte mi rifugio in Cabrera Infante, Milan Kundera, Vargas Llosa…
Perché la scelta di utilizzare, nella scrittura del presente libro, uno stile colloquiale, una sorta di toscano parlato dalla gente di strada?
Il toscano è il modo migliore per vomitare bile e sarcasmo. Il libro è satirico, ironico, scomodo, persino cattivo… ma penso vero, o meglio è la mia verità, senza finzioni nè costruzioni. E’ un libro sincero.
Il suo libro è anche un messaggio per i lettori di libri in Italia. Per la serie: aprite gli occhi, nelle librerie non ci sono solo volumi scritti da veline, calciatori, presentatori, tuttologi e quant’altro… C’è un modo, secondo lei, per invertire questa rotta che ha preso il sistema editoriale italiano?
Sì, perchè non parlo solo in negativo. Do consigli in positivo: Luigi Carletti (pubblicato da Baldini e Castoldi come Faletti, ma parecchio più scrittore), Silvia Avallone (mancato Premio Strega, una volta tanto che sarebbe stato ben dato), Luciano Bianciardi (non ha bisogno di presentazioni), Angelo Quattrocchi e la sua Malatempora (il libro è dedicato alla sua memoria), Marcello Baraghini e Stampa Alternativa… in libreria si può scegliere, certo! Non è facile – sommersi da pile di libri natalizi – ma si può fare.

Commenti disabilitati

Archiviato in Gordiano Lupi, Intervista

Citofonare Interno 7: Via Cicerone 44, Roma. Sabato 11 dicembre ore 19

CITOFONARE INTERNO 7
Sabato 11 dicembre ore 19.00
Via Cicerone 44, Roma.

Il clima conviviale di un salotto e la lettura di alcuni passi di libri inediti: il tutto accompagnato da una performance musicale live. Con Citofonare Interno 7 l’aperitivo si fa a casa e l’intimità domestica si trasforma in condivisione culturale.

Citofonare Interno 7 è un vero e proprio reading-mob che mobilita la cultura e la offre a domicilio. Il format è stato ripreso diverse volte a Roma, proponendo reading di testi inediti di scrittori con intermezzi di musica d’autore, in un’abitazione messa a disposizione della collettività. Dopo il successo delle passate edizioni, questa volta gli organizzatori (Girolamo Grammatico, Rossano Astremo e Cristiano Peluso) accolgono i propri ospiti in un appartamento di Via Cicerone 44, nei pressi di Castel Sant’Angelo.

Al fianco della letteratura e della buona musica, l’evento, questa volta, si fa portavoce di integrazione e solidarietà: Citofonare Interno 7 sarà, infatti, l’occasione per La casa di cartone, di presentare B.I.P. – Beni Immateriali primari – “L’arte non ha dimora”, il nuovo progetto culturale che ha come scopo quello di portare l’arte performativa nei centri di accoglienza per persone senza dimora.

Saranno presenti, tra gli altri:

Reading:

Maurizio Cotrona: nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Ho sognato che qualcuno mi amava” (Palomar). Nel 2011 uscirà il suo secondo romanzo, “Malafede”, per la neonata casa editrice romana Lantana.

Lorenza Ghinelli: nel 2010 ha pubblicato, assieme a Simone Sarasso e Daniele Rudoni “J.A.S.T.” (Marsilio), la prima serie tv su carta. A gennaio pubblicherà il suo romanzo “Il divoratore”, edito da Newton Compton.

Angela Scarparo: ha pubblicato nel 1993 con Mondadori “Shining Valentina”, nel 1995 con Transeuropa “Quando cresci in un piccolo paese”, nel 2005 con peQuod “Disturbando famiglie felici” e nel 2008 con Manni “L’arte di comandare gli uomini”.

Paolo Sortino: esordirà a marzo 2011 con il romanzo “Elisabeth”, edito da Einaudi nella collana Supercoralli.

Fabio Viola: nel 2008 ha pubblicato, assieme a Cristiano De Majo, “Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo inventato” (minimum fax). Del 2010, invece, è il suo primo romanzo, “Gli intervistatori” (Ponte alle Grazie).

Musica:

Khora ‘n’ Papacalura: Khora, ex frontman dei Torpedo, e la sua formazione miscelano l’italiano e il dialetto siciliano, ricco di assonanze con il giamaicano, e propongono uno spettacolo-concerto coinvolgente ed entusiasmante. A fine gennaio in uscita il nuovo disco dal titolo ” Very Crisi” , prodotto da NISKI STUDIO.

L’ingresso all’evento e il buffet sono liberi, con una sottoscrizione facoltativa per finanziare le attività dell’Associazione di promozione sociale La casa di cartone.

Lascia un commento

Archiviato in Citofonare Interno 7