vertigine

materiali letterari

una poesia di Milo De Angelis

Pubblicato da vertigine su Maggio 13, 2008

da Tema dell’addio

di Milo De Angelis

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Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

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E’ morto Robert Rauschenberg

Pubblicato da vertigine su Maggio 13, 2008

Robert Rauschenberg, padre spirituale della Pop Art

Robert Rauschenberg,”Bicycle”
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Il nome di Robert Rauschenberg viene solitamente e giustamente accostato a quello di Jasper Johns quando si vogliano identificare i personaggi più determinanti per lo sviluppo dell’arte americana degli ultimi 50 anni, dato che a loro si deve il passaggio dal movimento New Dada, fenomeno storico ben etichettato importato dall’Europa, ad una nuova realtà culturale più specificatamente americana, vivificata da nuovi stimoli e percorsa da problematiche autonome, alla ricerca di nuovi percorsi stilistici: dalla poetica di questi due artisti deriverà la Pop Art e verrà segnata tutta l’arte americana futura.
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Robert Rauschenberg, “Retroactive 1″

Le composizioni di Rauschenberg sono, rispetto a quelle di
Johns, più complesse e meno elegiache, con un grappolo
di punti di interesse che invade totalmente la tela,
esemplificazione di un concetto di abbondanza che
si riferisce sia agli stimoli che l’ambiente urbano riversa
sugli abitanti, sia all’erogazione industriale di beni materiali
ed al conseguente spreco, il tutto espresso in termini
di una espansiva “sensualità documentaristica“,
per usare una definizione del critico inglese
Lawrence Alloway.Le sue opere, costruite con la tecnica dell’assemblage,
con oggetti comuni o spezzoni di oggetti recuperati
ed immersi in una dimensione artistica, secondo
il concetto dada del ready-made, si collocano a metà tra
arte e vita, tra pittura e collage,
sono raccolte di memorie del quotidiano, assemblate e
riconciliate in un gesto che ha qualcosa di rituale e che
le converte in forma estetica:
l’unica cosa che può fare l’artista è solo questa possibile ricomposizione della realtà urbana mercificata ed industrializzata, di cui anche l’uomo fa parte.

Determinante per la formazione di Rauschenberg fu il contatto con il musicista John Cage, che gli trasmise il concetto di “azione nel dislivello tra arte e vita“, così come una tela di Rauschenberg, tutta completamente bianca, vuota, pronta a raccogliere ombre o riflessi, suggerì a Cage una delle sue opere più dirompenti, 4′33″ di silenzio, mentre Morton Feldman, da una tela di Rauschenberg, tutta nera, con un foglio di giornale incorporato, anch’esso dipinto di nero, intuì come per un’illuminazione la libertà nell’assimilazione di materiali diversi, in quella che non vuol essere una dicotomia totale “tra l’arte e la vita, ma una via di mezzo“.

Robert Rauschenberg
“Interview”

Sono sicuramente presenti in Rauschenberg elementi derivati dall’Espressionismo astratto, specie in alcune opere come “Interview” e “Retroactive 1“, movimento dal quale egli si distingue ben presto per l’utilizzo di una figurazione che mantiene all’immagine un suo valore, un’identità, un’autenticità che non hanno nulla a che fare con il quadro.

Robert Rauschenberg, “Rebus”
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Le opere di Rauschenberg pongono la critica davanti ad un dilemma: così infatti osserva il critico George Sorley Whittet, nel 1964, sulla rivista “Studio International”: “L’assenza dell’arte non aiuta in nessun modo le nostre reazioni di fronte alla vita. Quella che Rauschenberg ci offre è la vita allo stato puro; sta a noi trovarvi l’arte, da soli.”
Concetto a cui fa eco Andrew Forge quando, nel 1970, afferma: “La vita ha penetrato la sua opera in lungo e in largo, e ogni sua opera, più che imporci una definizione di arte, scaturisce da una ricerca di tutti i possibili contesti nei quali può verificarsi il fatto artistico.”
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Robert Rauschenberg,
“Inferno, Canto 34″

L’indagine di Rauschenberg non coinvolge esclusivamente la società moderna, egli non si limita ad applicare i suoi salti associativi a materiali contemporanei e popolari, egli riflette anche sulla cultura del passato e produce una serie di disegni ad illustrazione dell’Inferno di Dante Alighieri, di cui sottolinea la perdurante attualità trasponendo la sua poetica alla realtà moderna mediante un riferimento diretto del suo poema alle cose che ci circondano.
Robert Rauschenberg fu certamente un grande sperimentatore, ma al di là di opere di traumatizzante rottura, come il celebre “Monogram” che presenta come soggetto una capra imbalsamata,
con un destabilizzante salto di sensibilità che provoca nello
spettatore un vero e proprio brivido, in generale Rauschenberg,
con atteggiamento veramente pionieristico,
indaga il rapporto dell’uomo con la società urbana e tecnologica, con l’oggetto di consumo di cui muta il valore e il senso corrente, per arrivare, con un’azione mirata, alla coscienza del fruitore dell’oggetto: nascono così le sue esperienze polimaterialistiche, i combine-painting, le sue opere di collage, di riciclaggio, di riutilizzo del prodotto di scarto che viene in un certo qual modo “redento” dall’opera dell’artista in un rito che Edward Lucie-Smith definisce “iconico-celebrativo” dei miti consumistici.

Robert Rauschenberg, “Bed”, 1955 Combine painting

L’importanza dell’opera di Rauschenberg sta nell’aver elevato, con i suoi assemblage, i materiali dal livello delle relazioni puramente formali a quello della poesia associazionale, in sostanziale opposizione a ciò che stava attuando l’Espressionismo astratto, tendente invece ad assorbire il soggetto nel mezzo espressivo, che diveniva così esso stesso soggetto.Utilizzando un modo espressivo quale l’assemblage, che di per sè tende ad escludere l’idea di uno stile, Rauschenberg riesce invece ad inventare un suo riconoscibilissimo linguaggio formale che sarà pregno di spunti ed influenze per le generazioni che seguiranno, prima di tutte la generazione degli artisti pop.

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Omar Di Monopoli, Ferro e fuoco (Isbn, 2008): breve anteprima per Vertigine

Pubblicato da vertigine su Maggio 13, 2008

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estratto da FERRO E FUOCO (ISBN edizioni)
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«Che cazze vulìte a càse mije? berciò isterica una figuretta cionca, avanzando a fatica nella pece. Il giovane ne riconobbe la tonalità rabbiosa della voce. Vestita d’una sottana inconsistente, la vecchia s’avvicinava zoppicando, le ciabatte scricchiolanti sui sedimenti del terriccio, un fucile da caccia ancora fumante in mano. Se la ritrovò a pochi passi, arcigna e inospitale come un fantasma bellicoso.
Sono Andrej, signora, piagnucolò il romeno restando a terra e cercando di apparire il più innocuo possibile, sai chi sono, io lavorato qui per conto di figlio di te, oggi!
Ah, squillò la vecchia con voce impastata, tenendogli l’arma puntata addosso, si’ une de quìlle kernùte d’africane! L’avevo detto, ije, che sìte tutte ‘na massa de latrùne!»

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Epica d’interni: una mia poesia

Pubblicato da vertigine su Maggio 12, 2008

La nostra epica d’interni danza con le ore:

sostare nel punto dove lingua e cazzo

sono separati dalla sospesa frattura delle menti

non ha senso dopo un anno di rincorse.

Tu mi chiedi: hai mai avuto un’ossessione?

Questa come la chiami? Non ti sembra abbastanza?

Non appartiene ad entrambi? (Brucia le tue remore).

L’ossessione, credimi, mai diverrà follia

perché è cosa buona e giusta che

la ritirata avvenga prima della disfatta.

Vano è dissimulare parvenze di vitalità:

Poter riposare nel tuo cuore

è tutto quello che ti chiedo.

r.a.

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William Burroughs, Rock’n'roll virus (Coniglio 2008)

Pubblicato da vertigine su Maggio 12, 2008

Povero Zio Bill!

di Rossano Astremo

Diciamolo subito. “Rock’n’roll virus”, edito di recente da Coniglio, raccolta delle conversazioni di William Burroughs con David Bowie, Patti Smith, Blondie e i Devo, è un libro malriuscito, sotto molti punti di vista. Chi si occupa di libri sa che il primo elemento di contatto tra l’oggetto cartaceo ed il possibile acquirente è rappresentato dalla copertina. Ecco. Se facessimo un concorso della peggiore copertina pubblicata nella storia dell’editoria italiana degli ultimi vent’anni, il libro di William Burroughs avrebbe pochi rivali.

Quindi è un libro che disturba sin da subito.

Poi disturba anche il fatto che il testo in questione è una sorta di abstract di un volume molto più corposo, edito negli Stati Uniti nel 2000 da Semiotext(e), dal titolo “Burroughs Live: The Collected Interview of Wiliam S. Burroughs, 1960-1997″. L’impressione è che ci troviamo dinanzi ad un’operazione editoriale debole, in cui la voglia da parte di una piccola e combattiva casa editrice di possedere nel proprio catalogo un titolo di uno dei più grandi scrittori del ‘900 determina una sorta di lassismo nelle scelte dei materiali da rendere a tutti fruibili. Nelle conversazioni pochi sono gli spunti interessanti. Burroughs è sempre stato un tipo poco loquace e la forma intervista non è il mezzo migliore per ottenere da lui perle di saggezza o quant’altro.

Il volume, curato da Matteo Boscarol, si apre e si chiude con due interviste fatte a Burroughs, la prima da Robert Palmer, la seconda da Antonio Veneziani.

Per chi nono conoscesse l’universo visionario dell’autore di Pasto nudo, consiglio di leggere il ricco apparato di note del libro.

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Intervallo: Moltheni, Nella mia bocca

Pubblicato da vertigine su Maggio 12, 2008

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in ricordo di Antonio L. Verri, a 15 anni dalla morte

Pubblicato da vertigine su Maggio 8, 2008

La casa dei dolcieri

di Antonio L. Verri

La notte di febbraio è stupenda. Una incredibile e sognante, e traballante figura si muove sull’acciottolato di una strettissima via nel centro di Martano. Molto leggera, nonostante un lieve incespicare. Chiuso in un cappotto, con un sorriso aperto, Stefan mi sta invitando a bere con lui. Accetto. Una bianchissima effigie, un simulacro, gli è accanto, ha la sua stessa statura, stesse fattezze, stesso bastone. Gli si avvicina, gli si sovrappone… Un inverno algido ci accoglie. Sembriamo due merli: lui che si muove in questa viuzza come fosse su un tratto di fiume, io che mi preparo a chissà quali gorgheggi… (L’immagine è pertinente. Come un merlo anche Stefan va pazzo per il lardo: vecchia abitudine delle sue terre fredde: morirà invaso dalla gotta!). E’ anche uno degli inverni che colano argento. Di Martano amiamo tutto. Una vitalità poetica che appartiene a quel tempo, a quegli incontri con Stefan, fugaci, a quei racconti che scorgiamo dai suoi occhi chiari, che appartiene a quelle scritte antiche in piazza - Coloniali, Emporio, Dolceria: ormai rimosse - o a quelle vie, al palazzone del Duca dove riconducevamo le nostre storie… Ma è altro quel che ci siamo proposto: scrivere sulle sue quindici lettere, scrivere la storia che noi abbiamo immaginato fosse sua, raccontare le amarezze e i sogni di Gienek, le dolcezze di Violet… Ed è così che andremo adesso avanti, altri personaggi si affacciano, cercano ancora un piccolo posto, la vita è così vasta e varia… Siamo nel 1956. Stefan è ancora l’unico polacco a Martano. Nel ‘58 verrà ad abitare nel paese Mario Piatek, suo connazionale. Mario Piatek, di Carlo e Schibinska Antonietta, è nato a Poltanice il 6 aprile 1918. Coniugato a Maglie con una De Donno; di professione meccanico: infatti avrà una sua officina, per molto tempo, sotto il bastione circolare del Castello di Martano. La salute di Stefan non è buona. Anzi. La gotta, altri acciacchi, e anche molta malinconia. Lo manda a dire al figlio, arriva persino ad invitarlo in Italia. La proposta è bene accolta da Gienek, anche se con tutte le riserve-paure di un sognatore che, per epistola, veste abiti di pragmatismo. E’ comune un po’ a tutti il disagio del posto in cui si vive, sentire il richiamo di altri luoghi… Figuriamoci per Gienek! Licenziato dal Club in cui suonava, costretto a vendersi gli strumenti, adesso fa il muratore. L’Italia sarebbe una via d’uscita: Violet sarebbe curata come si deve, non sarebbe poi costretta a far la cassiera, Jean che già dimostra predisposizioni per il ballo e orecchio per la musica… Poi se ne va da Franz. A comprare del té per Stefan, delle sigarette. Sarà lo stesso Franz ad occuparsi del pacco. Magari gliene potrà far spedire uno ogni mese… Franz avrà avuto una bottega con mobili di legno scuro e una bella porta a due ante. Alle pareti sicuramente delle stampe di carte di mare, delle navi maestose, qualche vecchio veliero. Pensate un po’. Gienek ha perso o sta per perdere gli strumenti che per lui sono la vita. Leeds è grigia, le sue strade troppo larghe. Ha una bella famigliola, una moglie che adora, una figlia affettuosa, un lavoro come concertista in uno dei migliori locali della città. Non si concede granché di svaghi. Violet che comincia a star male, Jean che cresce ed ha bisogno di cure, poi altro, ed altro… Quel che riesce a concedersi, una sera ogni tanto, è andare a trovare il vecchio Franz: il suo negozio è così pieno di profumi, di spezie, sa di porti, di partenze (e lui sogna da sempre l’America … ), la stessa insegna rossa prometteva “vini d’Oriente dal profondo splendore opalino”… Franz, un tipo incredibile (passato burrascoso, nazionalità incerta) lo tiene legato coi suoi racconti. Leeds ha poco meno di mezzo milione di anime. E’ piena di negozi che luccicano, vetro, porcellana, altre chincaglierie. Gienek vaga per la città. Rientra. Un mesto sorriso a Violet e Jean prima di andare a letto. Adesso è notte. Si alza in punta di piedi. Si avvicina alla finestra della cucina… Si fa assalire da una massa nerastra, da un corpo gigantesco, nero, che senza alcun rumore, senza alcun vibrare, lo prende in pieno petto. Cade stordito. Ripensa ai suoi luoghi in Polonia, a sua madre, ai suoi fratelli, ai progetti che aveva, a quella vita tutto sommato felice… Il 25 marzo del cinquantasette, Stefan riceve una lettera da un suo amico, anche lui di nome Gienek, anche lui rifugiato a Leeds. L’amico gli parla di Andrzej Kowaluk, del fratello Wincenty, di Jozef Rebzda; vorrebbe, attraverso Stefan, rintracciare un polacco, in Italia fin dal 1914. Gli dice anche: “ho l’impressione che tu sbagli a vivere in Italia. Con le tue capacità e il tuo titolo di studio … “. La lettera dell’amico gli riapre la ferita, lui fa già tanto per non pensarci, per andare avanti… Sta per cambiare, è vero, un po’ la sua situazione: avrà una casa dell’Ina, tre milioni come profugo, qualche promessa di lavoro al Municipio: ma è sempre più preda di un lungo silenzio, di uno sbigottimento come mai, di una perdita del senso delle cose, sradicamento, impicci, vino, bisticci in famiglia, richieste del figlio che qualche volta pare piagnucolare. Sua moglie che vive dello splendore della sua giovinezza, ne calca le varie date, i vari languori, tutte quelle lettere e versi che ha ricevuto, che riceve… C’è stato, un tempo, stupore per quest’uomo dagli occhi chiari. La vita non è sempre piena di versi. I malanni, la solitudine, i ricordi… Stefan continua a traballare nelle viuzze di Martano. I suoi angeli lo seguono e lo precedono saltando da un fanale all’altro, gironzolandogli intorno. Sfrecciando, piroettando. Sono gli angeli del freddo, i tao, i tao invernali. E’ tutto così buffo. Lui che pensa alla sua opera. La vita che non cambia di una virgola. E’ tutto veramente così buffo. Lasciarsi dondolare dal vino. Lui continua a pensare alla sua opera, alla Bellezza, alla Valle dei Ciliegi, all’Uomo Blu. Gli sembra che tutto adesso dev’essere più leggero, leggero quanto mai, irregolare, osceno, disarmoni