AA.VV., In una sola notte (Ec Edizioni, 2009)- a cura di Girolamo Grammatico: intervista di Rossano Astremo


AA.VV., In una sola notte (Ec Edizioni, 2009)- a cura di Girolamo Grammatico
di Rossano Astremo

“In una sola notte”, questo è il titolo dell’antologia edita da EC Edizioni che raccoglie sei autori affermati del panorama letterario attuale, un esordiente e un operatore sociale, ed ha come scopo quello di sensibilizzare in merito ai senza dimora, denunciare la condizione di povertà di molti cittadini, coinvolgere i lettori in un percorso di presa di coscienza.
Gli autori presenti nell’antologia sono Nino G.D’Attis, Guglielmo Pispisa, Paola Prosciuttini, Claudio Morici, Gianluca Morozzi, Maksim Cristan, Gaetano Messineo e Mauro Pettorruso. Ogni racconto narra una possibile notte in strada con i suoi deliri, le sue difficoltà, le sue paure e solitudini. Il curatore dell’antologia è Girolamo Grammatico, scrittore e operatore sociale, che da anni si batte per la difesa dei diritti dei senza dimora.
Girolamo, quali sono gli obiettivi di una simile operazione editoriale?
Il progetto ha due obiettivi chiari. Il primo è sostenere “Shaker. Pensieri senza dimora”, il trimestrale su cui scrivono i senza dimora, o meglio: quei senza dimora che partecipano al laboratorio di scrittura da me tenuto al centro diurno “Binario 95”, situato vicino la Stazione Termini. Infatti il ricavato del libro servirà a finanziare la rivista che non ha sostenitori, se non pochi affezionatissimi “abbonati”. Il secondo obiettivo è sensibilizzare sul tema. Purtroppo noi del terzo settore, noi addetti ai lavori non sempre siamo in grado di comunicare con efficacia i percorsi della solidarietà. Anzi, a volte, otteniamo l’effetto opposto. La letteratura e le storie che essa veicola invece parlano a tutti e raggiungono, in un modo o in un altro, l’abito mentale della collettività più di quanto si possa immaginare.
Perché hai selezionato questi autori e non altri?
Anche qui la scelta è stata dettata da due motivi. Il primo, non me ne voglia nessuno, è la stima e l’amicizia che mi lega a queste persone unite alla sicurezza che avrebbero aderito ad un progetto sociale con pieno entusiasmo. Il secondo motivo è il loro percorso di scrittura. Ognuno di loro ha sondato l’animo umano con una sensibilità vicina a quella che cercavo per il progetto. Ognuno di loro, nei libri pubblicati, si è avvicinato alle marginalità della vita raccontando le ombre del singolo uomo e della società.
Se dovessi consigliare un unico racconto ai lettori quale sceglieresti?
Ovviamente consiglierei Gaetano Messineo, l’unico esordiente del libro. Il motivo è semplice: non esiste, attualmente, alcuna occasione per leggerlo, siamo i primi a pubblicarlo e ne siamo fieri!
Sono anni che lavori come operatore sociale nell’ambito delle problematiche dei senza fissa dimora. Com’è cambiata, vista la tua esperienza, la percezione della gente nei confronti di questi uomini e queste donne meno fortunate?
Onestamente, in questi anni, ho visto il radicarsi di numerosi luoghi comuni sostenuti dalla mancanza di un’informazione attenta e dalla ricorsività di piani d’intervento non funzionali alla risoluzione del problema. Sento ancora gente, poco più grande di me, leggo ancora titoli di giornale con la parola “barbone” sbandierata senza senso dire che è una scelta la loro, mi confronto con amministrazioni preoccupate più per la loro poltrona che dei cittadini. Per fortuna, però, i cambiamenti veri, hanno tempi lunghi, generazionali ed io lavoro sul campo da solo dieci anni. Posso dire che piccoli cambiamenti li ho visti, più nei senza dimora, che nei residenti!

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Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009): recensione di Rossano Astremo


Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009)
di Rossano Astremo

Laddove non arriva la critica letteraria può, talvolta, giungere il passaparola dei lettori. Si dice che il successo di “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini sia strettamente legato al potere del passaparola tra i lettori. Pubblicato in Italia a marzo del 2004 con una prima tiratura di 6.000 copie, senza aggressivi piani di marketing, dopo cinque anni è arrivato a vendere oltre un milione di copie. Certo, quello del romanzo di Hosseini è un caso estremo, ma, di certo, non isolato.
C’è un romanzo che da qualche mese circola nelle nostre librerie. Il titolo è “L’oscurità e la luce”, scritto dall’autrice giapponese Mayumi Hattori e pubblicato dall’editore pugliese Controluce. Un libro pubblicato molti mesi orsono ma che, ora, grazie ai forum, ai social network, al passaparola e alla lungimiranza di qualche critico, fa parlare di sé. Una prassi poco usata nel mondo dei libri di oggi, pura merce che con data di scadenza sopra impressa. Dopo pochi mesi se un libro non fa il botto cessa di interessare, le librerie lo accantonano, lasciando spazio alle nuove uscite. Loredana Lipperini, la giornalista di Repubblica e della trasmissione radiofonica Fahreneit nelle pagine del suo blog ha definito “L’oscurità e la luce” un “romanzo bellissimo”, che consiglia vivamente “per la grazia e la forza con cui la storia viene narrata, senza un alito di autocompiacimento nonostante la maestria con cui la scrittrice cambia registro man mano che Reia/Rei cresce”. Sì, Reia è il nome della bambina cieca che all’inizio della storia ha tre anni, è prigioniera e le uniche presenze che le sono a fianco sono quelle di suo padre e della sua custode, la feroce Dafne. Quando compie tredici anni, tutto cambia. Reia viene lasciata da suo padre in un cimitero, viene ritrovata dalla polizia e portata in ospedale. Verrà operata e le sarà restituita la vista. E scoprirà di essere un maschio, rapito ai suoi veri genitori e racchiuso in una favola. Favola moderna che si colora di tinte noir per un romanzo dalla trama coinvolgente, scritto magistralmente da una scrittrice, la Hattori, scomparsa nel 2007, in Italia del tutto sconosciuta. La Hattori non ha nulla da invidiare alla Yoshimoto o a Murakami, solo per citare due scrittori giapponesi da noi molto noti e “L’oscurità e la luce” è una storia che riscalda e coinvolge.

Luisa Ruggio, Senza storie (Besa Editrice, 2009): recensione di Elisabetta Liguori


Luisa Ruggio, Senza Storie (Besa Editrice, 2009)
di Elisabetta Liguori

“La sua generazione sopravvalutava la modestia.” In questo assunto si condensa il senso della scrittura di Luisa Ruggio, soprattutto quella della sua ultima raccolta di racconti. Una scrittura che finalmente non pecca di modestia, ma, consapevole di se stessa, forza il limite. Una scrittura che si libera e liberandosi osa. Osa nel colore, nel timbro, negli scenari, nella struttura. Nella fisicità. Soprattutto in queste “Senza storie” edite da Besa editore.
E, va detto, le ragioni di questo sforzo fisico (perché dietro ogni vera scrittura c’è sforzo, disciplina, fatica, anche dietro quella che appare la più naturale) possono essere rintracciate lungo gli stessi racconti che compongono la raccolta della Ruggio, come fossero le briciole di Pollicino.
Ancora una volta c’è molta fisicità nei racconti della Ruggio. Cibo, mani, risate e denti, foglie e alberi, lacrime a cascata, odori e nasi. E molto fatica.
“ La mela si fermò tra i miei piedi” , infatti scrive l’autrice, raccontando di una maestrina arrivata a sconvolgere la città con le sue lezioni lievi. La mela del desiderio rotola dalle mani della maestra a quelle della ragazzina che l’ascolta. L’allieva viene così scelta da un diverso sentire, dalla gioia di un vivere straniero, da colori nuovi, e da quella scelta scaturisce ogni altra narrazione.
In una sorta di passaggio di consegne, da donna a donna, da immaginazione a immaginazione.
Non mi piace parlare di fantasia quando si tratta di scrittura. Perché la fantasia può essere bestia strana, che divora la ragione, opera involontaria, a volte solo per assonanza (dal cielo porta al mare, e dal mare ai pesci). Mi pare più adatto parlare invece dell’ Immaginazione di chi scrive, comprendendo in questo lemma una più generale, strutturata e volontaria, visione del mondo. Perché una vera narrazione, anche se si sofferma su un dettaglio, deve essere in grado di fornire una visione completa del contesto in cui quel dettaglio brilla. A conferma, Luisa Ruggio sembra accettare una nuova eredità letteraria con questi suoi ultimi racconti brevi, una rinnovata visione delle cose tutte, che accoglie il reale quanto l’irreale che ne è figlio.
Le biografie delle donne sono spesso ricchissime di questo tipo di lasciti, di queste immaginazioni acquisite. Da madre a figlia, da amica ad amica, nel tempo, dopo il tempo, per conservazione, per prosecuzione, per fertilità. Scrive infatti la Ruggio a questo proposito che “ le biografie delle donne sono più interessanti perché mancano di senso comune (non di buon senso)”. Sono destinate quindi a sorprendere, oltre che a creare connessioni ereditarie, così come sorprendono le trame scelte dall’autrice, le quali, pur arrivando da lontano, raccontano mondi fantastici e modernissimi, di uomini simili a pianoforti, di bar che scrivono lettere, di allunaggi notturni tra i campi arati e dialetti meticci. È come se la Ruggio trovasse oggi tutto il coraggio necessario per attingere a piene mani alla proprio biografia fantasy, ai colori delle proprie origini. Attinge e mescola. In questo scandaglio non teme di trovarsi ad evocare quasi naturalmente il fantasma di Andersen accanto a quello di Federico Fellini. Vivere o cessare di vivere sono solo soluzioni immaginarie: scriveva Breton nel 1924. L’immaginario senza vincoli che in molti possediamo anche senza saperlo. È lo stesso di Luisa. Con lei l’Altrove dell’arte surrealista diventa carne, grazie ad una tecnica narrativa raffinatissima che lavora sul lessico come sulle linee e le sfumature cromatiche di un vestito di organza. In questa forza immaginativa resta di concreto però quello che l’autrice chiama l’utero del dubbio. Un dubbio necessario. Un dubbio vero, solido. Dubbio femminile ma non solo. Tra i colori della sua lingua e dei suoi personaggi, infatti, si possono rintracciare vitali, ricorrenti, punti di domanda, che gli esergo posti dall’autrice all’inizio di ogni racconto, rivelano.
Una sorta di preliminare ammissione di umana e tenerissima fragilità.

A.L.Kennedy, Geometria notturna (minimum fax, 2009): recensione di Maria Carrano


A.L.Kennedy, Geometria notturna (minimum fax, 2009)
di Maria Carrano

È una città buia e piovosa quella che fa da sfondo alla narrazione, tanto che nella mia mente ha finito per assumere le sembianze e le proporzioni di una piccola città di campagna piuttosto che della popolosa Dundee , città d’origine dell’autrice.
Viali e giardinetti silenziosi ad incorniciare piccoli cottage con pareti umide e muschio. Dalle finestre filtra insieme alla luce il tepore domestico, denso di odori di cibi cotti e legno stagionato, di bucato fresco e di poltrone polverose.
Quello che la Kennedy costruisce in Geometrie notturne, il suo esordio del 1990, edito ora per la prima volta in Italia da Minimum Fax, è la mappa di una cittadina immaginaria in cui ogni casa è una storia, un racconto, ingabbiato dentro le mura domestiche: rifugio confortevole e prigione.
Una rete di relazioni che condividono lo spazio ed il tempo ma che perdono ogni capacità di correlarsi tra di loro, di stendere reti tra vari punti come in una vera comunità.
Fuori da ognuna di quelle porte c’è solo un viale deserto spazzato dal vento del nord, e così ogni racconto finisce con un punto, un nuovo titolo nella pagina successiva.
La Kennedy traccia una mappatura di punti caldi, immersi in un deserto umano, fatto di tante storie che si assomigliano, quasi si riproponessero intatte nella struttura della trama, focalizzandosi però ogni volta su personaggi diversi, sfumature diverse, stati d’animo diversi. Una variazione di punti di vista attorno ad un nucleo tematico.
Il padre protagonista di un racconto diventa figura di sfondo in quello successivo, la figlia tradita e offesa rinasce donna indipendente e libera in un altro contesto. La straordinaria forza della narratrice, allora 25enne, sta nel riuscire a sottolineare la molteplicità delle forme che ogni individuo sa assumere, da vittima a carnefice, da umiliato ad aguzzino, da vincitore a sconfitto, e non in momenti diversi ma simultaneamente solo in relazione a dove voltiamo lo sguardo e a chi ci sta osservando.
In questo scenario ogni dettaglio diventa icona e rappresentazione, caricandosi di un valore superiore e donano un forte impatto emotivo all’impianto narrativo: nella neutralità domestica può affiorare una violenza sessuale, nel ricordo dell’ultima compagna di un padre il senso di smarrimento della figlia, nella rabbia la fine di un rapporto d’amore.
Affrontando con toni pacati l’aberrante normalità del quotidiano la scrittrice scozzese riesce, nonostante alcune piccole incertezze dovute forse alla traduzione italiana, ad offrire una raccolta di racconti bella ed intensa, come promessa di quel talento poi confermato nelle pubblicazioni successive.

Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009): segnalazione

Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009)
Quarta di copertina

Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Biografie

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, “Il credito dell’Imbianchino”, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e “Il correttore”, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 “Corpo poetico irrisolto”. Il suo ultimo libro è “101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita”, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

Giorgio Manganelli, Centuria (Adelphi, 1995): recensione vintage di Marco Montanaro


Giorgio Manganelli, Centuria (Adelphi, 1995)
di Marco Montanaro

Trent’anni fa: un po’ di Django Reinhardt, un po’ di Magritte. E le centurie di Boccaccio, Nostradamus, Boccalini e il Novellino (testo anonimo del ‘200). Ecco cos’è Centuria (1979) di Giorgio Manganelli – cento piccoli romanzi fiume, è il sottotitolo. Verrebbe da dire che Manganelli è geniale. Ma questo si dice per rendere innocuo qualcuno, in genere. Invece Manganelli ha ancora molto da dire: specie in tempi d’immaginario frammentato, in cui la scrittura, dopo Internet, parrebbe condannata a essere istantanea, breve, per lo più innocua.
Manganelli, al pari del suo amico Calvino, era un chirurgo della parola. E con la parola sapeva fare di tutto, rimodellando qualsiasi tipo d’immaginario – per questo, Django Reinhardt. Allora Centuria diventa l’esperimento più azzardato: cento romanzi da una pagina ciascuno. Che si tratti davvero di romanzi o meno, ha importanza relativa – oggi potrebbero anche apparire come cento sceneggiature per brevi videoclip degni del miglior Michel Gondry. Certo è che non accade molto – in senso di azione – nella singola pagina. Manganelli dà subito le coordinate, gli attributi dei suoi personaggi, quasi sempre anonimi (“il signore”, “la città”, “il prigioniero”, “il drago”, “la donna che ha partorito una sfera”, “l’assassino”) e dopo qualche rigo comincia l’attività combinatoria. Molto simile a un limerick, se vogliamo. Ma nelle mani di Manganelli ogni romanzo diventa un’esplosione di possibilità, di mondi paralleli, in cui un tacchino può tentare la carriera forense e le scimmie urlatrici hanno dignità teologica; in cui un serial killer, dopo una estenuante autoanalisi, comprende che è se stesso che deve uccidere, per una questione di dignità professionale.
Il punto fondamentale, comunque, rimane l’intensità. Provate a leggere Centuria tutto d’un fiato, magari ingannati dalla brevità dei romanzi-fiume: impossibile. Ogni singolo pezzo è un mondo vero e proprio, con le sue regole logiche, teologiche e narrative; ogni pezzo mette in scena un universo – parallelo al nostro, forse, certamente psichedelico – col suo immaginario, le sue mitologie; e tanto basta per rendere ancora più assurda quella che si suppone essere la realtà. Poco importa che Manganelli venga infilato nel filone della letteratura come menzogna (c’è un suo libro che si intitola così), poco importa che il suo continuo parodiare possa apparire barocco, fine a se stesso (scrittura pura, la chiamano); le centurie di Manganelli non sono solo un manuale di scrittura creativa, ma un tentativo di toccare l’infinito, di abbandonare un corpo mortale – concetto che tornerà in Dall’inferno (1985) – attraverso la fantasia. In una forma che oggi sembra ancora più attuale, adatta agli oscuri-tempi-che-corrono.

Fernanda Pivano, Beat Hippy Yippie (Bompiani, 2004): recensione vintage di Rossano Astremo


Fernanda Pivano, Beat Hippy Yippie (Bompiani, 2004)
di Rossano Astremo

Per ricordare Fernanda Pivano, scomparsa al’età di 92 anni qualche settimana fa, il modo migliore è ripescare il suo amore per la letteratura americana del secondo Novecento tra le pagine dei suoi libri. Ne cito uno su tutti, “Beat Hippy Yippie”, testo pubblicato nel 1972 dall’editore Arcana, all’interno del quale la Pivano analizza alcune delle figure più importanti e rappresentative della scena underground americana di quegli anni, con riferimento particolare agli scrittori della Beat Generation da lei tanto amati. Nel capitolo È morto Neal Cassady, il protagonista della beat generation, la scrittrice rievoca con nostalgia il primo incontro con il protagonista di “Sulla Strada” : “Quando lo incontrai, nel 1962, stava scontando nove mesi di libertà vigilata a Los Gatos, una cittadina a una cinquantine di chilometri da San Francisco dalla quale teoricamente Neal non avrebbe mai dovuto allontanarsi e nella quale aveva ripreso a fare il suo antico mestiere di parcheggiatore. Mi ero messa in testa di ritrovare il manoscritto del suo romanzo. “Il Primo Terzo” di cui tutti gli amici mi avevano molto parlato e che Ginsberg mi aveva citato nella sua dedica a Urlo; e a forza di rompere le scatole a tutti c’ero riuscita e il manoscritto era saltato fuori da una vecchia scatola di detersivo dove Philip Whalen aveva tenuto alla rinfusa i suoi inediti per i molti anni in cui non ebbe abbastanza denaro per pagarsi l’affitto di una camera, e io portai con me questo manoscritto a Palo Alto e Lawrence Ferlinghetti venne da San Francisco a prenderlo per portarlo con sé a Big Sur e poi lo fece copiare a macchina e ora, sei anni dopo, probabilmente finirà per pubblicarlo. Neal lo aveva chiamato “Il Primo Terzo” perché descriveva il primo terzo della sua vita, ma nessuno, e lui meno di tutti, avrebbe mai sospettato che la sua vita sarebbe stata così breve”. Questo brano, scritto subito dopo la morte di Cassady, l’8 febbraio 1968, è dominato da toni di tristezza e nostalgia, per un periodo di grande creatività che stava volgendo al termine, portandosi con sé lentamente i suoi protagonisti. Di particolare interesse sono i brani dedicati dalla scrittrice al cantante rock Bob Dylan, incontrato nel dicembre 1965: “Gli amici mi parlarono di Dylan sul Camper Volkswagen di Ginsberg, mentre andavamo a raggiungere il poeta-cantanta, che quella sera era già a San Francisco, per il concerto dell’indomani. Ogni volta che si suonava Mr. Tambourine Man tutti i ragazzi nel locale lo cantavano in coro, più o meno come i ragazzi del 1957 recitavano in coro i versi di Urlo”. La letteratura beat, che ha avuto nella musica jazz nera uno dei suoi motivi ispiratori, è stata, a sua volta, nuova linfa per un gran numero di cantanti rock bianchi, che vedevano nel messaggio dell’ansia di vivere e della suprema ricerca della folle libertà beat un mezzo attraverso il quale raggiungere il ‘miglior mondo possibile’. La seconda parte di “Beat Hippy Yippie”, dopo l’analisi delle principali figure della cultura beat, si sofferma sulla scena dell’underground europeo, delineando la storia di riviste quali Oz e UFO e le difficoltà di diffusione legate alla censura limitante e repressiva. Nella terza parte la Pivano si sofferma sul teatro underground, nato dalle stesse esigenze di libera espressione beat, e in particolar modo sull’esperienza del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Le ultime due parti del testo ritornano su questioni che esulano da esperienze propriamente letterarie per soffermarsi sulla Nuova Sinistra americana e sulla politica del Movimento Nero volta all’affermazione dei propri diritti, contro la logica razzista dei bianchi dominatori. Libro questo della Pivano che ci fa toccare a piene mani l’atmosfera di un’epoca ricca di creatività, libertà, ideali di difficile replicazione. Dopo l’edizione Arcana del 1972, molte sono state le riedizioni del libro. Io possiedo un’edizione del 1977 edita da Bompiani. Potete ordinarlo in libreria, sempre edito da Bompiani, nell’ultima edizione datata 2004.

Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009): intervista di Elisabetta Liguori


Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009)
di Elisabetta Liguori

Alle donne piace parlare di donne, molto meno di vecchiaia. Lo conferma Iaia Caputo nel suo ultimo libro “ Le donne non invecchiano mai” appena uscito per Feltrinelli.
1) In una tua efficacissima immagine, il tempo diventa un tapin roulant. È il tempo a scorrere o sono le donne stesse a trascorrere?
1) E’ un’immagine universale. Uomini e donne camminano sullo stesso tempo, ma le sensazioni che accompagnano il movimento sono diverse. Per le donne invecchiare significa confrontarsi con un sentimento di smarrimento. In una sorta di naufragio in se stesse, si comincia ad abitare un corpo sconosciuto e la sensazione che ne deriva è quella di essere superati. Di non essere più sull’onda del vivere, ma dietro. Il passato ingigantisce, mentre il futuro perde la sua astratta infinitezza.
2) Perché mai alle donne non è dato invecchiare? La vecchiaia è un peccato? Una malattia?
2) Gli uomini hanno messo a punto un’idea formidabile di vecchiaia, della quale le donne sono invece ancora sprovviste. Mentre il tempo restituisce agli uomini potere, forza, fascino, per le donne continua ad essere un’esperienza di mera sottrazione. Il tempo consta ancora oggi di un apparato simbolico dietro il quale si consuma un’antica ingiustizia di genere.
3) In che termini entra il tempo nell’amicizie al femminile?
3) Se è vero che il tempo toglie, è anche vero che spesso regala qualcosa. Due sono i doni della vecchiaia alle donne: il tempo per sé e l’amicizia di altre donne. Dopo i 50 anni, infatti, molti giochi sono fatti; la professione già avviata, i figli grandi e indipendenti, un certo disinvestimento erotico, la conquistata stabilità consentono alle donne di recuperare del tempo libero. Questo tempo, finalmente vuoto, diventa solitamente il mezzo per riscoprire l’amicizia al femminile, e con quella, le vecchie passioni. È un modo per incontrare il mondo delle altre. Non semplicemente le loro parole, ma la condivisa voglia di ridere e un’utilissima, nuova leggerezza.
4) La bellezza a vent’anni è un dato di fatto, mentre a cinquanta uno stato d’animo?
4) Sì. Può essere questa la giusta reazione all’invisibilità alla quale siamo condannate dopo una certa età. Quando non è più il corpo ad attrarre, i rapporti umani si fanno più complessi e richiedono una ragionata rivoluzione di quella che è la percezione di sé. È necessario scoprire che non si è solo carne, ma una storia, un percorso, una nuova idea, e su questa fondare una nuova estetica relazionale.
5) Le donne sono dunque chiamate a confrontarsi con pesi e misure differenti, a costruire equilibri del pensiero, ma, in una società sempre più appiattita sulla totale egemonia del corpo, quali prospettive sembrano profilarsi per il futuro?
5) Lo stesso corpo per tutti. Al momento non sembra esserci scampo: la dimensione dell’apparire domina su quella dell’essere. Ma non è una novità. I corpi sono sempre stati disciplinati da qualcosa. Foucault parlava di bio potere e bio politica non a caso, perché dietro il dominio dei corpi, dietro il controllo della loro immagine, si annida sempre l’esercizio del potere, di una supremazia. Prima alle donne erano imposti canoni di morigeratezza, ora quelli della seduzione. Si tratta comunque di coercizioni che perimetrano il mondo, così da non correre il rischio che qualcuno si occupi veramente e liberamente della materia di cui è fatto quel mondo stesso. I corpi obbedienti che si uniformano a canoni imposti, per quanto faticosi e artificiali, sono molto più facili da gestire. Questo è un dato di fatto.

John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998): recensione vintage di Marco Montanaro


John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998)
di Marco Montanaro

“Lasciamo fuori da questa discussione il mio lettino massaggiatore!”
Questo non è un libro, è un avvertimento! Uscite da casa prima di ingrassare come Ignatius Reilly!
Dissento dallo Stefano Benni dell’introduzione a questo romanzo: l’immenso Ignatius, tra rutti e geometria medievale, non è propriamente un genio; è piuttosto un egoista, bugiardo e paranoico, magari solo per difesa, per reazione (l’unico modo sensato di reagire?) alla modernità e alle sue assurde trame compulsive. Ma, nel suo organizzare moti di rivolta (operai negri aizzati da una croce di legno, gay del quartiere francese poco propensi a scalare i vertici dell’esercito) Ignatius appare un bambino in lotta contro sua madre e contro Myrna, la sua antica fiamma politicamente impegnata, più che un genio consapevole come potrebbe esserlo un attore – Benni paragona Ignatius a John Belushi.
Il romanzo di JK Toole è una farsa, un vaudeville su una città del sud degli USA, New Orleans, forse unica vera protagonista di questo libro. Cittadina d’acqua, umida, piena di religione e vecchiette che spettegolano sull’uscio di casa, non a caso paragonata più a una città meridionale europea che a un posto americano. Ogni personaggio, nell’eterno carnevale di New Orleans, ha il suo motivetto, il suo leitmotiv, che ne annuncia l’entrata in scena; dall’incontro-scontro dei diversi attori nasce il turbinare comico che Toole mette in atto. Davanti all’assurdità del secolo breve, scapperebbe una risata. O forse, meglio fuggire, prima che un immenso rutto dell’immenso Ignatius ci seppellisca.

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi 2009): recensione di Daniele Greco

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009)
di Daniele Greco

All’inizio mi delude questo Riportando tutti a casa. Non perché mi aspettassi qualcosa di analogo a Occidente per principianti ma perché vi leggevo una certa mancanza di intelligenza, del guizzo inventivo e ironico e colto che mi pareva essere il tratto dominante del suo autore. Mi dicevo che pareva un romanzo privo di esperienza, un libro fatto da altri libri. Secondo una koinè stilistica ravvisabile in autori americani che, sulla base delle mie letture, potevano essere De Lillo, Roth e Foster Wallace. Lunghe narrazioni fredde gelide iperoggettive solo a tratti temperate dall’elemento umano declinato secondo i modi rothiani.
A volte ridondante e col gusto eccessivo di fare della similitudine – “come… come… come…” –l’unico modo per raccontare, questo libro trova il suo riscatto a ridosso della metà: nel sesto capitolo. Con l’approssimarsi dell’esaurimento nervoso del padre del protagonista-narratore che scioglie quest’ultimo dal giogo familiare liberandolo dal controllo dell’autorità paterna. È forse il capitolo più bello, quello in cui all’approssimarsi dello shock Lagioia riesce a raccontare in poche pagine l’ascesa e il crollo del genitore quale metonimia di chiunque in quegli anni si fosse dedicato alla ricerca della ricchezza improvvisa. Il capitolo si chiude, non a caso, in questo modo: “Questa atmosfera ebbe l’effetto di stornare ogni tipo di controllo su di me. Suonava il citofono, e in strada c’era Giuseppe con il Red Rose dalla marmitta scoppiettante. Si spalancarono giorni di libertà assoluta”.
È qui che inizia il vero libro di Lagioia. Quello di una narrazione senza un centro in cui le tre vite, quella del protagonista e dei suoi due amici, l’aristocratico Vincenzo e Giuseppe l’arricchito, si mischiano e si confondono consentendo all’autore di realizzare il suo Underworld barese. Dal centro della città alla periferia ci sono poche strade; dal centro murattiano alla più grande piazza di spaccio dell’epoca quale Japigia, lo spazio che si apre a questi giovani e ai loro coetanei non è più quello della lotta politica ma della lenta auto distruzione nell’infernale gorgo delle droghe e di un desolante apprendistato adolescenziale.
Ma, come detto sopra, più che di un centro vero e proprio che potrebbe fare pensare a un romanzo generazionale – mi veniva in mente mentre leggevo Le vie del ritorno di Enrico Palandri – l’intento di Lagioia è quello di lasciare tutte queste tessere narrative (iniziazioni sessuali, droghe, feste tardo adolescenziali, primi impacciati rapporti con l’altro sesso…) così da non esprimere giudizio alcuno, ma regalare al lettore la possibilità di guardare questi anni vicinissimi a noi, quello che chiama in almeno due occasioni il “vuoto pneumatico” prodotto dalla totale disgregazione sociale e civile che è il paese nel quale oggi viviamo.
Lo stile è come detto prima chirurgico, spietato, iperrealistico quasi da non cedere nulla alla leggerezza a volte ironica del libro precedente. Dovendo “riportare tutto a casa” Lagioia pare volere imbarcare ogni istante di quel decennio e del vissuto dai tre protagonisti: quasi a farsi il filologo di una moltitudine spropositata di vezzi, abitudini e mode di quel tempo. Non solo, ma immette i suoi “eroi” nel mezzo della Storia di quegli anni e, se nelle prime pagine la vicenda dell’Heysel poteva essere l’esatto opposto di come De Lillo in Americana definisce la “guerra” ovvero una vicenda che entrava direttamente in casa dal televisore tutte le sere, i fatti narrati da Lagioia ricadono sulla comunità italiana quale esatta cesura storica della perdita dell’incanto, della perdita della verginità… La morte in diretta tv come nell’Heysel o a Chernobyl trova la sua eco fino a noi, con le macchine dei genitori stipate di ogni genere di consumo nel terrore della contaminazione del grano russo: sono questi i momenti di trapasso da un’età in cui, cessate completamente le ansie di rinnovamento del secondo dopoguerra si ha la consapevolezza con gli ’80 che non solo le cose non miglioreranno ma che si è entrati nel baratro in cui a una fase critica ne segue un’altra in una china irreversibile.
Di tutto questo egli racconta lasciando parlare i fatti, il racconto indivuale e collettivo. Così, nel finale, quando scopriamo dagli ammiccamenti del narratore che il suo racconto di quegli anni è frutto di una ricerca recentissima in cui a cercare le tracce dei suoi amici d’un tempo si è messo di mezzo google, facebook e myspace, Lagioia accenna senza sentenziare l’inesorabile destino meridiano, quello dell’immobilismo: le colpe dei genitori non ricadono, né vengono espiate dai figli. Solo, pare che ad essi non sia consentito altro che perpetuare le esistenze dei loro predecessori.

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