Il futuro che non c’è nel romanzo di Fiore
di Rossano Astremo

Michele Botta, ventisei anni, napoletano trapiantato a Roma in cerca di fortuna, una laurea ottenuta con il massimo dei voti ed un lavoro presso una giovane società di produzione televisiva, è il protagonista di “La futura classe dirigente” (minimum fax), primo romanzo di Peppe Fiore. Dopo anni di borse di studio, stage non retribuiti e lavori non pagati Botta ottiene il suo primo vero contratto. Potrebbe essere l’anno della svolta ed invece è l’inizio di una crisi profonda, di una violenta discesa agli inferi nella quale il giovane protagonista fa terra bruciata attorno a sé, allontanando tutte le persone a lui care, dalla fidanzata Francesca ai genitori, relegandosi ai margini di una vita fatta di poche cose, lavoro e casa, bevute e visioni di film porno, in un progressivo sfaldamento della sua idea di futuro brillante e felice. Quello di Fiore è un romanzo sull’attraversamento della cosiddetta linea d’ombra, il passaggio quasi mai indolore dalla giovinezza all’età adulta, da una vita ancorata al cordone ombelicale familiare ad una piena di responsabilità e doveri, di scadenza e problemi da risolvere in prima persona. È un romanzo sui trentenni nell’epoca del berlusconismo incontrastato, del fallimento del veltronismo e della crisi nera della sinistra italiana. Eppure nelle sue 400 pagine mai Fiore tocca i toni del tragico. Fiore è ironico. Nel suo libro si ride tanto. Certo, è un sorriso amaro quello che molto spesso affiora sulle labbra dei lettori, ma sembra essere la giusta chiave di lettura per quest’impetuoso ritratto del nostro Paese visto attraverso la confessione dell’io narrante. A ciò si aggiunge lo stile di Fiore che è davvero l’elemento di pregio del libro. Fiore ha un grande talento che è quello di riuscire a parlare per pagine intere anche di facezie con un’eleganza tale che diviene davvero difficile abbandonare la lettura.


La democrazia globale nasce dai cittadini
di Rossano Astremo

È la democrazia cosmopolitica l’unica strategia attuabile per affrontare le grandi sfide della globalizzazione. Questa la tesi di “Cittadini del mondo” (Il Saggiatore, pp.320, euro 20), libro di Daniele Archibugi, studioso di economia e teoria politica delle relazioni internazionali e dirigente del Cnr. Dare vita ad un nuovo assetto degli equilibri su scala mondiale è fondamentale dopo la chiusura dello scorso millennio e l’inizio del nuovo, apertosi sotto i peggiori auspici, con l’esponenziale crescita della violenza e l’aumento del divario economico e sociale tra pochi Stati ricchi ed i restanti poveri. Eppure oggi la democrazia è da tutti accettata e nonostante questo la sua stratificazione globale presenta delle falle. Archibugi parla di schizofrenia democratica, poiché da un lato c’è il comportamento interno delle democrazie che si basa su corretti principi e valide intenzioni, dall’altro c’è il comportamento internazionale delle democrazie stesse che, ispirato a logiche aggressive e violente, non sembra molto discostarsi dagli interventi degli Stati autocratici. Per spiegare la sua tesi Archibugi divide il libro in due parti. La prima parte è dedicata alla teoria della democrazia cosmopolitica, dalla presentazione della concezione di democrazia implicita nel progetto cosmopolitico allo studio del rapporto tra democrazia e sistema globale, dall’analisi dell’architettura istituzionale della democrazia cosmopolitica alla presa in esame delle critiche mosse, negli anni, all’elaborazione della presente teoria.
La seconda parte, invece, applica la logica cosmopolitica ad alcuni casi concreti. Archibugi, seguendo il pensiero dei suoi principali ispiratori, Norberto Bobbio, Jurgen Habermas e Amartya Sen, propone il progressivo rafforzamento degli organismi internazionali esistenti, partendo dall’Onu e dalla Corte penale internazionale, molto spesso paralizzati dai loro macchinosi ingranaggi, e la creazione di nuove istituzioni, come quella di un’Assemblea parlamentare mondiale elettiva, che rappresenti direttamente i popoli della terra, piuttosto che i governi, in grado di risolvere i problemi di rappresentatività e di legittimità incontrati da qualsiasi progetto di democrazia globale, perché rimetterebbe il potere legislativo nelle mani di un organismo che rappresenta l’intera popolazione mondiale. “Una partecipazione dei cittadini alla politica mondiale – scrive Archibugi – deve essere ripensata con immaginazione e con coraggio ed è probabile che sviluppi modalità diverse rispetto a quelle conosciute”.
Tesi affascinante quella di Archibugi, per nulla campata in aria, necessaria perché è necessario ripensare le modalità che innervano il dialogo tra i diversi Stati per non assistere a nuovi tracolli politici, sociali ed economici dai quali potrebbe essere gravoso risollevarsi.

Articolo apparso su “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” il 21 aprile 2009


Tempo, Memoria e Spazio interiore
di J.G.Ballard

Fin dove i paesaggi dell’infanzia di un individuo, così come le sue esperienze emozionali, forniscono un background ineluttabile della sua scrittura immaginativa? Senza dubbio i miei ricordi più vecchi sono della Shanghai delle lunghe estati delle inondazioni, quando le strade della città erano sommerse da due o tre piedi di limacciosa acqua marrone e dove la campagna circostante, nel mezzo della piatta tavola dello Yangtze, era uno specchio uniforme dei campi di riso sommersi e dei canali d’irrigazione che scorrevano pigramente sotto il caldo cocente. Pensandoci bene, credo che l’immagine di un’immensa città semisommersa, ricoperta di vegetazione tropicale, che costituisce il fulcro de il Deserto d’acqua, sia in qualche modo la fusione dei miei ricordi d’infanzia a Shanghai e quelli degli ultimi dieci anni a Londra.

Uno dei temi del racconto è il viaggio a ritroso fatto dai protagonisti da Ventesimo secolo fino al paradisiaco mondo assolato della seconda era del triassico e del graduale acquisto di consapevolezza degli ambivalenti motivi che li hanno spinti in quel passato affiorante. Capiscono che il mare uterino che li circonda, il buio grembo di madre oceano, è sia la tomba della loro individualità, sia la causa della loro vita, e forse le loro paure riflettono la mia inquietudine nel rivivere le esperienze dell’infanzia e nel tentare di esplorare un terreno tanto pericoloso.

Tra la fauna caratteristica del triassico c’erano coccodrilli e alligatori, creature anfibie a loro agio sia in ambienti acquatici sia terrestri, che simboleggiano per l’eroe del racconto i pericoli sommersi della sua ricerca. Ancor oggi ricordo vividamente l’enorme alligatore preistorico sistemato in una stretta fossa di cemento, piena fino a metà di pacchetti di sigarette e carte di gelato nella casa dei rettili allo zoo di Shanghai, che sembrava esser stato spinto a forza, attraverso tante decine di milioni di anni, nel Ventesimo secolo.

Per molti versi questa fusione di esperienze passate e presenti, e di elementi disparati come i moderni palazzi di uffici del centro di Londra e un alligatore di uno zoo cinese, somiglia ai meccanismi con cui sono costruiti i sogni e forse il grande pregio della fantasy come forma letteraria è la sua abilità di mettere insieme idee apparentemente diverse e sconnesse. In larga misura tutta la fantasy serve a questo scopo, ma credo che la fantasy speculativa, come amo chiamare la frangia più seria della fantascienza, sia un metodo particolarmente efficace di usare la propria immaginazione per costruire un universo paradossale dove sogno e realtà si fondono assieme, ciascuno mantenendo le proprie qualità peculiari e assumendo tuttavia in qualche modo il ruolo del suo opposto, e dove, per una logica incontestabile, il nero diventa simultaneamente bianco.

Senza voler suggerire in nessun modo che l’atto di scrivere sia una forma di autoanalisi creativa, sento che lo scrittore di fantasy ha una marcata tendenza a selezionare immagini e idee che riflettano direttamente i paesaggi interni della sua mente, e il lettore deve interpretarli a questo livello, distinguendo tra il contenuto manifesto, che può apparire oscuro, senza senso o angoscioso, e il contenuto latente, il vocabolario privato di simboli estratto dalla mente dello scrittore. Gli universi onirici, paesaggi sintetici e plasticità di forme visive inventate dalo scrittore di fantasy, sono gli equivalenti esterni del mondo interiore della psiche e siccome questi simboli prendono impulso dai periodi più confusi e formativi delle nostre vite, essi sono spesso sculture temporali di una terrificante ambiguità.

Questa zona la considero “spazio interiore”, paesaggio interno ndi domani che è una immagine trasmutata del passato e una delle aree più fertili per lo scrittore che si basa sull’immaginazione. Essa è particolarmente ricca di simboli visivi e mi sembra che la fantasy di tipo speculativo giochi un ruolo molto simile a quello del surrealismo nelle arti grafiche. Pittori come De Chirico, Dalì e Max Ernst, tra gli altri, sono per certi versi gli iconografi dello spazio interiore, durante tutti i loro periodi più creativi si sono interessati alla scoperta di immagini nelle quali la realtà esterna e interna si incontrano e si fondono. Dalì, deplorevolmente, è ora in un totale declino critico, ma i suoi quadri, con i suoi orologi molli e le spiagge minatoriamente luminose, sono di una potenza quasi magica, soffusa da quella curiosa ambivalenza che si può vedere solo sulle faccie serpentine dei quadri di Leonardo.

E’ una cosa curiosa che per i paesaggi di questi pittori, e di Dalì in particolare, si faccia riferimento sempre all’onirico, quando in verità non vi è alcuna somiglianza alla grande maggioranza dei sogni, che in generale si svolgono in ambienti ristretti e al chiuso, un incrocio tra Kafka e Il Diario di Mrs.Dale. Nei sogni immagini fantastiche, come fiori che cantano o sculture soniche, appaiono tanto frequentemente quanto nella realtà. Questo falso parallelo e la consapevolezza che gli scenari e i temi sono riflessi di qualche realtà interiore delle nostre menti, ci dice quanto sia importante la fantasy speculativa nel secolo di Hiroshima e Cape Canaveral.

(apparso su “Women Journalist”, estate 1963; tr.it. G.Carlotti e S.Murer, in J.G.Ballard, Re/Search edizione italiana, Shake ed., MI, 1994)


da “Inventario privato”
di Elio Pagliarani
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T’alimenta la gioia perché divampi
col tuo sorriso il volto:
è pura gioia
che riscatta il marchio del pallore
il sangue cittadino, dà vigore
di fuoco alla tua vitalità.
Quante ore d’ufficio e quanti giorni in questi anni
d’ufficio fanno il totale della giovinezza ?
Non so quanta saliva ha da secernere
la ragazza incollando francobolli, so
che cosa bruci per tenere in luce
te soave e i capricci.

Miguel Angel Martin: Playlove (Purple Press, 2008)

di Rossano Astremo

A pochi mesi di distanza da “Bitch”, la casa editrice romana Purple Press manda nelle librerie “Playlove”, il nuovo graphic novel dello spagnolo Miguel Angel Martin. Martin è autore di storie dalle tinte forti, accolte in modo contrastante dal pubblico e dalla critica e, come accadde in Italia nel 1998, con l’avvenuto sequestro di “Psychopatia Sexualis”, non certo benvolute da certa magistratura censoria. In “Playlove” si racconta la storia della giovane Ari, che nello stesso giorno perde sia il lavoro che il suo ragazzo. Giornata disastrosa che viene risollevata dall’incontro con Dani, l’uomo giusto al momento giusto che, oltre ad essere un ottimo amante, le trova un nuovo lavoro e riesce a restituirle il sorriso perduto. Dietro questa apparente perfezione, però, Dani presenta un lato oscuro. A volte è sfuggente, non ama farsi fotografare e la sua perfezione è talmente assoluta da sembrare irreale. Da qui parte la voglia di Ari di porre in luce la vera identità di questo misterioso ragazzo e i suoi pedinamenti porteranno a rivelazioni a dir poco sorprendenti. Martin è abile nel tessere il suo romanzo come un puzzle in cui ogni pezzo s’incastra con gli altri, dando vita ad una rappresentazione gelida della nostra contemporaneità, in cui non c’è spazio per la trasparenza dei sentimenti e in cui, molto spesso, è la falsità a tenere in piedi le relazioni umane.

Claudio Morici: La terra vista dalla luna (Bompiani, 2008)

di Rossano Astremo

È al suo terzo libro lo scrittore romano Claudio Morici. Dopo “Matti slegati” (Stampa Alternativa, 2003) e “Actarus. La vera storia di un pilota robot” (Meridiano Zero, 2007), giunge nelle librerie “La terra vista dalla luna”, romanzo edito da Bompiani. Protagonisti della storia Simon e Antonella, due ragazzi conosciutisi all’interno di un ospedale psichiatrico. Finiti lì per ragioni diverse, il primo perché totalmente perduto tra le sue paure, la seconda perché vittima di un’overdose di allucinogeni, i due stabiliscono una strana e quanto mai improbabile amicizia. Quando Antonella fugge in Messico, Simon, da anni rinchiuso nella sua cameretta, suo punto di vista privilegiato su un mondo verso cui nutre un odio viscerale, decide di raggiungerla. La sola traccia che Simon possiede per poter scovare l’amica è rappresentata da alcune email da lei inviate a tutti i suoi amici nelle quali chiede denaro per aiutare senzatetto e portatori di handicap conosciuti nei suoi vagabondaggi. Una volta in Messico Simon si scontra con tutta quella realtà di giovani viaggiatori dei paesi ricchi che, con Lonely Planet sottobraccio, inseguono percorsi di vita alternativi, senza prendere coscienza del fatto che quel momentaneo abbandono dei cliché occidentali altro non è che anticonformismo divenuto luogo comune, talmente globalizzato da essere logo facilmente riconoscibile. Il viaggio di Simon s’infittisce di eventi e rivelazioni, esilaranti e tragici, fino al finale che non t’aspetti.

Rossano Astremo & Maria Grazia Calandrone

reading

Corpi iniziati dal nome

18 marzo ore 21,30

Simposio

Via dei Latini 11 (San Lorenzo)

Roma

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Quello che fu del Beat 72

di Rossano Astremo

Torna nelle librerie, a trent’anni di distanza dalla prima edizione, “Il poeta postumo” (Le Lettere, pp. 266, euro 28) di Franco Cordelli. Il libro ricostruisce quello che accadde nella primavera del 1977 al club romano del Beat 72, all’interno del quale, per sedici settimane, si alternarono le letture di alcune tra le voci nuove della scena poetica italiana, tra cui Dario Bellezza, Maurizio Cucchi Cesare Viviani, Elio Pecora, Valentino Zeichen, Nico Orengo e Giuseppe Conte. “Il poeta postumo”, come testimoniato dallo stesso Cordelli nell’introduzione, fu scritto ad una velocità vertiginosa, “quasi una scrittura automatica”, poiché il suo obiettivo sostanziale era quello di fotografare la cronache di quelle serate incandescenti, in cui il poeta, svestiti i panni di voce nel testo, varcava la soglia della pagina scritta per farsi corpo in azione, creatore di vere e proprie performance intese “come offerta, e prova di verità, come invito e dito puntato verso il pubblico, come cerimoniale ad alta temperatura che rendeva possibile il richiamo ai nomi di Marina Abramovic, Ketty La Rocca e Gina Pane” . “Il poeta postumo” è una sorta di reportage-diario-romanzo, in cui uno degli organizzatori delle serate del Beat 72, Cordelli appunto, da autore si fa personaggio, punto di vista privilegiato dal quale osservare Bellezza preso a calci, Viviani che decolla pesci rossi, Orengo assente, Conte che arringa la platea, Paris che appende delle bambole nello spazio scenico, accompagnato dalla sempre affascinante Laura Betti, Scalise che, a suo modo, rende omaggio ai Novissimi, Scartaghiande che inscena un duetto passionale con la sua fidanzata, una giovane Teresa De Sio e molto altro ancora. Nell’anno in cui l’ideologia divenne scontro e il dialogo tra forze dell’ordine e movimento aveva il ritmo percussivo delle pallottole, il Beat 72 fu un’alcova ai margini ma non emarginata, seme che avrebbe fruttificato dando vita, da lì a poco, all’esperienza ancora più dirompente degli incontri poetici sul litorale di Castelporziano, anch’essi trasformati in scrittura da Cordelli in “Proprietà perduta”. Il volume, curato da Stefano Chiodi, è arricchito dalle immagini di Agnese De Donato e Giorgio Piredda, e dai contributi di Andrea Cortellessa e Daniele Giglioli.

Martina Testa intervista George Saunders in occasione dell’uscita di Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso.

Per gran parte della tua carriera sei stato un autore di narrativa. Quando hai deciso di cominciare a scrivere anche pezzi di non-fiction, e perché?
Penso che dopo l’11 settembre molti americani abbiano provato l’urgenza di esprimere le proprie idee in maniera più diretta, specie riguardo alle questioni politiche. Mentre scivolavamo verso la guerra in Iraq, mi sono reso conto che a loro volta le mie ansie per la situazione politica scivolavano nella mia narrativa sempre più spesso, rendendola meno interessante. E allora ho pensato: Be’, se vuoi scrivere di politica, fallo e basta. E poi ho avuto l’occasione di viaggiare parecchio, per i reportage commissionatimi da GQ, ed è stato emozionante scoprire com’era il mondo reale in confronto a quello che avevo nella testa.

Per te è più facile (o più divertente) scrivere saggistica che narrativa, o il contrario? Ti trovi a dover usare due impostazioni mentali diverse, o due metodi di scrittura diversi?
La differenza principale per me, specie nel caso dei reportage di viaggio, era che non serviva più creare una trama. Si trattava di partire, fare il viaggio, vivere certe esperienze, ed ecco che mi ritrovavo in mano il materiale su cui lavorare. La sfida stava nel descrivere quelle esperienze in maniera onesta e vivida, in modo che la prosa non restasse morta sulla pagina. Quando scrivo narrativa, invece, mi capita di passare un sacco di tempo a scrivere una certa parte per vedere se riesco a farle prendere davvero il volo. Quando ci riesco, benissimo, la tengo, e così si genera un inizio di trama. Ma il più delle volte devo scrivere e riscrivere un sacco di pagine per riuscire a far fare anche un solo passo avati alla storia. Mi porta via tanto di quel tempo. Alla fine ci guadagno in profondità, perché il processo di revisione rende la mia scrittura più onesta, ma spesso ci metto tre o quattro anni (se non otto!) a finire un racconto. Mentre sui pezzi di non-fiction lavoro in maniera molto intensa ma solo per un breve periodo.

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Il nuovo indirizzo a cui inviare manoscritti è

Vertigine Edizioni

c/o Poloski

Via Casilina 329

00176

Roma

n57343791409_48951

Letture
Claudio Morici
Francesco Randazzo
Maria Grazia Calandrone
Lidia Riviello

Suoni
Lorenzo Lambiase

ore 19
via Nicola Piccinino 9/11
Roma


Rossano Astremo e Girolamo Grammatico in un inedito incontro di boxe poetica la cui vittoria sarà decretata dai presenti

Data:
martedì 10 febbraio 2009
Ora:
21.00 – 23.55
Luogo:
CHICCEN
Indirizzo:
VIA DEL PIGNETO 91
Città/Paese:
Rome, Italy

Si scrive da dentro una ferita,
ci si immerge nel profondo, si evita
l’annegamento, si palesa la verità
e la si manifesta, la si ostenta.
Quando si urla tu, quando si urla voi
ci si rivolge ad una folla immaginaria,
ad un popolo assente: un calco di nebbia.
Quel concavo martirio emotivo
coincide con l’intero universo.
Si scrive da dentro una ferita
e la cicatrice è finzione che rima con dolore.

Rossano Astremo

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Mi sembra sempre
tutto socchiuso.

Accostato.

I fatti, le persone,
i paesaggi.
Pure il tempo,
socchiuso nel suo scorrere.
Anche la pioggia,
socchiusa nel suo cadere.

Ogni cosa
non si rivela,
appisolatasi sul posto
nell’attesa del mio arrivo.

Socchiuso, il mio futuro,
mi lascia interdetto.

Attonito
osservo la luce,
traversa.

E se di notte
mi fermo a spiare
la realtà
mi convinco sia l’invito
a spalancare il passaggio.

Ma di giorno
quando faccio finta
d’esser vivo
credo solo che abbiano
dimenticato di chiudermi fuori,
per bene.

Girolamo Grammatico


da Il futuro non è più quello di una volta
di Mark Strand
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1) se un uomo capisce una poesia,
avrà dei problemi.

2) Se un uomo vive insieme ad una poesia,
morirà solo.

3) Se un uomo vive insieme a due poesie,
ne tradirà una.

4) Se un uomo concepisce una poesia,
avrà un figlio in meno.

5) Se un uomo concepisce due poesie,
avrà due figli in meno.

12) Se un uomo si vanta delle sue poesie,
verrà amato dagli stolti.

18 ) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude,
avrà paura della morte.

19) Se un uomo ha paura della morte,
verrà salvato dalle sue poesie.

20) Se un uomo non ha paura della morte,
le sue poesie forse lo salveranno forse no.

21) Se un uomo finisce una poesia,
si immergerà nella scia bianca della propria passione
e verrà baciato dalla pagina bianca.


INTRO tratto da “Neon 80″
di Lidia Riviello

Resta fino a dissuaderci da morte l’anima nostra
da sola senza nessun paesaggio al cioccolato,
infinitesimale progresso verso la luna,
l’una o l’altra delle anime morte se ne torna in vita.
Resta fino a dissuaderci da morte
l’anima nostra contraria al corpo
per infinitesimale scarto, per un voto lasciato nullo
Resta al testo aderente
Una società perfetta, coppie a digiuno di massa
fedeli all’acero azzurro delle cliniche new age
moscerini perversi, tanto platino per gioielli su misura,
materia e antimateria e così si procede
Fatti fummo per essere al neon assuefatti
occhio per occhio, digitale celeste, anno del Dragone
fatti fummo per essere consumati.
Eravamo i cigni del decennio Ottanta e fatti fummo di fumo
per vivere di pillole e gas.
Quando demi moore nasceva
il Neon già arricchiva i potenti della terra e come le
mele stavamo e come i fumetti sottosopra
e le bestie splendevano placide,
nessuno superava il limite di velocità né su
autostrada né in guerra.
Cronenberg ci salvò dalla potatura dell’inconscio
Anno Ottanta tutt’intero senza forma e ci ritrovammo
a bere coca cola, l’elettronica scosse l’anima
il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come
antilopi
Società perfetta, di tutti, dei morti soprattutto, dei
morti con nessuno in casa col riciclo delle grandi
banconote, banche rotte oltre il mare
società perfetta restituisce ai suoi, tornati al naturale,
i debiti di un consumo artificiale, strafatto ed immortale
Sparla dell’AnnoOttanta, riducilo a microsoft quello
che non fu detto fu fatto, il resto si ghiacciò nel
fondo storico, nel dato asciutto della chirurgia
plastica o nel plexiglas
Anno Ottanta prese vita il buco dell’ozono e non potemmo
più ripararci dalla morte del giallo, vinse la
teorizzazione, e a parte il neon non c’era altra luce
contro il corpo politico, nessun antidoto che ne
diminuisse l’estensione, solo raccolte di fondi fra simili.
Fatti fummo di Neon, di materia infiammabile
Quanto Corpo a noi dovuto ci è stato sottratto?
Quante evasioni magnetiche sul fondo tenero della carne
e con quanto Corpo sfuso tornammo a piedi dalla gita a
sostenere che col porco sistema ci facemmo male, tanto
che l’anima tutta s’inanimò.
A quanto Corpo abbiamo rinunciato per il look di base
con un’anima bella chiusa in una bora nucleare?

yatesg

L’ultima eco della prova generale si spense, e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiungerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gamba e che era proprio un piacere lavorarci assieme. «Non è stato un lavoro facile», disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico. «Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Be’, sentite: può darsi che quello che di-co vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate
». E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente, senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro inferiore inumidito in una smorfia di trionfo e orgoglio. «Rifatelo domani sera», disse, «e sarà uno spettacolo coi fiocchi». Gli attori erano sul punto di scoppiare a piangere dalla gioia. Ma si limitarono, tremanti, a esultare e ridere e stringersi le mani e baciarsi l’un l’altro, e ci fu chi andò a cercare una cassetta di birra, e tutti cantarono in coro, raccolti attorno al pianoforte, finché non giunse l’ora di concludere, tutti concordi, che era meglio piantarla lì e andarsi a fare una
bella dormita. «Ci vediamo, a domani!», gridarono, felici come bambini, e correndo verso casa, sotto la luna, si resero conto che potevano benissimo abbassare i finestrini delle automobili e lasciar entrare l’aria, satura del balsamico profumo di terra e fiori appena sbocciati. Era la prima volta che molti dei membri della Compagnia si permettevano il lusso di accorgersi dell’avvento della primavera. L’anno in cui questo accadeva era il 1955; il luogo, una zona del Connecticut occidentale, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada, la Statale 12. La Compagnia dell’Alloro era una filodrammatica: ma una filodrammatica costosa e dagli intenti quanto mai seri; i membri erano stati reclutati con la massima cura tra gli adulti più gio-vani delle tre località, e quella sarebbe stata la loro prima
rappresentazione. Durante tutto l’inverno, radunandosi nel soggiorno dell’uno o dell’altro per discutere animatamente di Ibsen, Shaw e O’Neill e votare poi per alzata di mano (era prevalso il buon senso, e la maggioranza aveva optato per La foresta pietrificata), e ancora per distribuire le parti, avevano sentito la loro dedizione farsi, di settimana in settimana, sempre più profonda. Fra sé e sé poteva darsi che considerassero il regista un ometto ridicolo (e lo era, in un certo senso: sembrava incapace di parlare se non in maniera molto accorata, e a volte concludeva il suo dire con un lieve scuotimento del capo, che gli faceva tremolare le guance); ma gli volevano bene e lo rispettavano, credevano pienamente in moltissime delle cose che diceva. «Ogni opera teatrale merita che tutti gli attori diano del loro meglio», gli aveva detto una volta; e un’altra: «Ricordatevi che qui non stiamo semplicemente mettendo in scena un dramma. Stiamo fondando
il teatro di una comunità, ed è una cosa abbastanza importante, questa».

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americani

Event Info
Host:
Type:
Network:
Global
Time and Place
Date:
Thursday, January 22, 2009
Time:
10:00pm – 11:55pm
Location:
SIMPOSIO
Street:
VIA DEI LATINI, 11
City/Town:
Rome, Italy

I NOSTRI AMERICANI

READING, MUSICA E PAINTING LIVE con ROSSANO ASTREMO, GIROLAMO GRAMMATICO, NINO G. D’ATTIS, ANDREA CAPANNA, DAVIDE MASTRULLO, CRISTIANO PELUSO

UN VIAGGIO TRA LE PAGINE DEI MOSTRI SACRI DELLA LETTERATURA AMERICANA CONTEMPORANEA. THOMAS PYNCHON, DON DELILLO, PHILIP ROTH, CORMAC McCARTHY E MOLTI ALTRI COME NON LI AVETE MAI ASCOLTATI, TRA DISTORSIONI ELETTRICHE E AMBIENTI SONORI ELETTRONICI.

Lo sguardo di Belpoliti

di Rossano Astremo

In “Diario dell’occhio” Marco Belpoliti raccoglie cento recensioni apparse su “Talpa Libri”, lo storico supplemento del quotidiano “Il Manifesto”, pubblicate tra il 1998 ed il 2003. Si tratta di recensioni atipiche, di vere e proprie immersioni nei percorsi di senso del testo il cui punto di partenza è rappresentato dall’analisi dell’immagine e della grafica di copertina. Con l’acume che lo contraddistingue, Belpoliti, nel suo lavoro di recensore, segue alcuni piccoli accorgimenti: resta fedele all’idea di trovare una via di comunicazione tra la copertina e l’opera (“Valutare i libri non solo per come erano scritti – e di cosa parlavano – ma anche da come erano presentati”); mostra una vera e propria mania per il colore (“Il colore è uno dei modi di apparire del mondo, e dunque anche dei libri”); dona il giusto risalto alla funzione del grafico (“Sono loro che rivestono i libri e, in qualche maniera, e ne decretano il successo e l’insuccesso a prima vista”). Il diario di Belpoliti sorprende per la varietà e la versatilità delle letture proposte. In questo zibaldone critico sono presenti, tra gli altri, autori stranieri, alcuni di rilevanza internazionale (Paul Auster, Don DeLillo, Thomas Pynchon), maestri della narrativa italiana (Alberto Arbasino, Leonardo Sciascia, Franco Lucentini), libri di saggistica e libri per bambini. In “Diario dell’occhio” Belpoliti dà vita ad un vero e proprio prontuario dell’immaginario grafico dell’editoria italiana, realizzato attraverso continui sconfinamenti nella critica letteraria e in riflessioni che riguardano i mutamenti della nostra società.

Articolo apparso oggi su “Il Riformista”

Il libro di Jack Torrance qui