Rossano Astremo: Antonio Verri: un classico in cerca di pubblico

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foto di Fernando Bevilacqua

Rossano Astremo

Antonio Verri:  un classico in cerca di pubblico

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Vidi per la prima volta la barba di Antonio Verri appesa – in fotocopia di non eccellente risoluzione -  ovunque tra i corridoi della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. Era il febbraio del 2002. Io ero uno studente in Lettere. Da lì a poco mi sarei laureato con una tesi sulla Beat Generation. Da qualche mese distribuivo gratuitamente in tutta Lecce, assieme a due miei amici, Paolo e Vito, un foglio autoprodotto di poesie. Si chiamava “Ariosto 219”. Su quella fotocopia c’era scritto che, presso il Teatro Astragali di via Candido, si sarebbe svolto un reading tratto dagli scritti di quest’uomo barbuto e dallo sguardo perduto – in quella foto scattata dal sua caro amico Fernando Bevilacqua – chissà dove.

No, non sapevo nulla di Antonio Verri prima del 2002. Mi recai assieme a miei amici poeti, tutti poco più che ventenni, nello spazio teatrale diretto da Fabio Tolledi e, in quelle poche ore in cui silente assistetti a diverse letture, mi s’aprì osceno e per sempre il mondo biografico e poetico di Verri.

Di quella sera, a distanza di oltre un decennio, messa in piedi dai suoi amici più cari per celebrare il suo compleanno, a quasi dieci anni dalla scomparsa, avvenuta il 9 maggio del 1993, ricordo l’emozione di uomini e donne che sul piccolo palco del teatro si succedevano alternando a ricordi personali relativi al loro vissuto con Verri, passaggi dei suoi testi migliori. Ricordo Antonio Errico, Mauro Marino, Piero Rapanà, Maurizio Nocera, Ferndando Bevilacqua e lo stesso Tolledi. Ricordo letture tratte da “Il naviglio innocente”, “I trofei della città di Guisnes”, “Bucherer l’orologiaio”, “La Betissa” e lo stupendo manifesto poetico di “Fate fogli di poesia”, tratto da “Il pane sotto la neve”.

Ascoltando quelle parole che in piena travolgevano la mia attenzione compresi che di quel Verri tutto avrei voluto sapere. E subito. L’indomani mi recai presso la biblioteca centrale dell’Ateneo leccese e, compiendo una facile ricerca, vidi che di tutte le sue opere vi era una copia e quelle copie presto divennero mie, entrando con forza nel suo mondo poetico e narrativo e non uscendone mai più.

Antonio Verri è stato per la giovane generazione di letterati salentini,  a partire  dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80,  una sorta di faro, punto di riferimento, catalizzatore di energie, bussola che indirizzava azioni e riflessioni. Verri era un uomo dalle mille amicizie, dai molteplici interessi, instancabile costruttore di progetti, percorsi e azioni, il quale poneva lo stesso massimalismo – il tutto dentro – nella sua idea di mondo possibile, nella sua costruzione letteraria insonne e mai doma. Riprendendo un mio intervento scritto nel 2005 e pubblicato sulla rivista “Incroci”, diretta da Raffaele Nigro e Lino Angiuli, mi pare tuttora valida l’idea secondo cui “per  Verri scopo fondamentale della sua esistenza e del suo ruolo di scrittore è quello di creare un libro che in grado di contenere l’intero Mondo, un libro infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita”. La sua idea di scrittura era titanica, molossa, tendente all’infinito. Cosa vuol dire avere come obiettivo dare vita ad un libro in grado di contenere tutto il mondo, se non agire nella consapevolezza della sconfitta? La migliore letteratura prodotta da Verri nasce da questa crasi: da un lato la sua voglia di assoluto, dall’altro lato il prodotto finito del suo tentativo altissimo.

Eppure le pagine che ci ha lasciato sono poesie e prose che resistono al tritacarne del tempo. Verri è già classico, come solo Bodini, nel Salento letterario del Novecento, perché le sue pagine continuano ad affascinare un ampio pubblico di appassionati lettori. Qui, però, s’apre l’ultimo rivolo di questo mio intervento. Quel pubblico dovrebbe divenire sempre più nutrito, ma lo scoglio sul quale frana l’acqua del suo flusso è dettato da ragioni squisitamente editoriali. In vita Verri pubblicò sempre con piccolissimi editori le sue opere. Dopo la sua morte, grazie all’azione generosa dei suoi amici, le sue opere sono state ripubblicate sempre da piccoli e battaglieri editori,  ma questo non ha permesso al suo genio – consentitemi questo termine per una volta – di avere gli allori che merita. Il passaparola non basta laddove la reperibilità degli scritti è assente.

Cosa possiamo fare per arginare il suo oblio, che sopraggiungerà imperioso qualora le sue parole scritte smetteranno di significare poiché rese mute da una assenza di pubblico?

Un mio vecchio saggio sulla scrittura di Antonio Verri qui: http://www.musicaos.it/interventi/2005/136_verri_astremo.htm

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AA.VV., “Esc. Quando tutto finisce” (Hacca Edizioni) a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

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“Esc. Quando tutto finisce”, volume pubblicato da Hacca Edizioni, curato da Rossano e Mauro Maraschi, contiene undici racconti scritti da alcune tra le voci migliori della nuova narrativa italiana, Giordano Meacci, Carola Susani, Fabio Viola, Flavio Santi, Gabriele Dadati, Paolo Zardi, Federica De Paolis, Cinzia Bomoll, Vins Gallico, Stefano Sgambati ed Emilia Zazza.

LA NOTA DEI CURATORI

di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

Il presupposto che ci ha spinto a curare il volume che avete tra le mani è stato chiaro fin dall’inizio: affrontare un argomento di ampia fruizione come la “fine del mondo” con un piglio d’autore, tramite l’attenta elusione di quei connotati che possono condurre a narrazioni “commerciali”. Eravamo certi che di libri ad alto contenuto sensazionalistico ce ne sarebbero stati e, a dire il vero, la deriva apocalittica non ha mai rappresentato per noi una prospettiva ad alto grado seduttivo. Il primo passo verso questo obiettivo è stata la selezione degli autori, tutti con pubblicazioni di livello alle spalle e ognuno con una propria coerenza stilistica e tematica. In secondo luogo li abbiamo invogliati a non trattare il tema in sé, ma ad usarlo come scenario, nonché a schivare la componente catastrofista a favore di quella affettiva, morale, esistenzialistica, sociologica e via dicendo. Si è poi innescato quell’emozionante processo di dialogo, a volte minimo, altre intenso, nel quale l’editor accompagna umilmente l’autore verso la quadratura del testo, di cui l’autore mantiene in ogni caso il merito e la paternità. Riteniamo il risultato finale molto più che soddisfacente. Se facendo un passo indietro dovessimo spiegare il perché del tema, risponderemmo che la fine del mondo è un argomento vastissimo, dalla potenzialità drammaturgiche enormi. Che la chiusura definitiva del sipario costringe, in maniera ineluttabile, a confrontarsi non solo con il senso della fine, ma anche con ciò che la nostra vita ha significato davvero fino a quel punto. Che l’esito narrativo di una resa dei conti con se stessi rappresenta per noi motivo di profondo interesse. E risponderemmo anche che, sul versante metaforico, la fine del mondo è una raffigurazione ideale della condizione umana – rischiando però di incappare in parole e concetti oggi abusati come “precarietà”, “perdita dei valori” e “sradicamento”. Decisamente più abili di noi i nostri autori, che hanno raccontato il loro ultimo giorno senza sfiorare cliché o cataclismi, ma piuttosto attraverso la raffinatezza di un gesto inusuale, di una riflessione dolceamara, di un confronto emotivo irripetibile o di una pacificante e cinica ironia. Come nel caso di Gallico, che evita coloriture grevi per dar voce a un anziano boss mafioso. Dadati, per contro, sposta l’ambientazione sui ghiacciai, che combinati alla sua prosa “esangue”, congelano le pulsioni dei suoi personaggi. Suggestivo è anche l’im maginario di Carola Susani, che alla fine del mondo antepone il declino di certe sovrastrutture sociali. De Paolis, Zazza e Zardi vogliono come protagoniste le famiglie, spesso disastrate; Sgambati e Viola alimentano un “falò delle vanità” dalle intuizioni simili; Bomoll e Santi scelgono punti di vista fuori dal coro; e Meacci torna a regalarci un racconto dalla partitura complessa quanto affascinante. Il paesaggio della nostra antologia è multiforme e imprevedibile. La visione generale non reca tracce di allarmismo, non sfiora i Maya e, addirittura, non è davvero disperata. Quasi tutti i personaggi affrontano la fine con una certa freddezza, chi con dignità chi con il gusto per la provocazione. La sensazione diffusa è di disorientamento, soprattutto quando ci si è aggrappati a ideali fasulli, come la fama, il successo, i soldi, l’ascesa sociale. Sono le famiglie a dare ancora qualche vaga certezza, come forse ci si aspetta che sia, almeno in Italia. Mentre l’individualismo, che per certi versi non ci è proprio, è destinato a soccombere di fronte all’assenza di posteri. Ma soprattutto, a nostro modo di vedere, tutti i racconti testimoniano che la narrativa italiana vive uno stato di buona salute e che la forma racconto, spesso bistrattata dal mercato editoriale italiano, è in grado di creare micro-mondi articolati e di affascinare i propri lettori. La nostra speranza è che il lettore non subisca solo un certo fascino, ma, nelle modalità più consone a ciascun lettore, anche piccoli dolori sparsi nel corpo e nella mente, in accordo con quanto scritto da un certo Franz Kafka in una lettera a Oskar Pollak nel 1904: “Dovremmo leggere soltanto quei libri che ci fanno male e che ci feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa, perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo?”. Già, perché?

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Angela Scarparo, Volevamo essere giganti (Gaffi, 2012): un estratto

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Angela Scarparo, “Volevamo essere giganti” (Gaffi Editore, 2012)

dalla bandella del libro

Lucy abita dentro il circolo del tennis [*], la sua famiglia ne gestisce il bar, quel mondo, ai suoi occhi di ragazzina, uguaglia la vita di fuori. Lucy è sveglia, e ha uno spirito critico fuori dal comune. Niente sfugge ai sui occhi giovani che vedono le ingiustizie. Angela Scarparo, alias Lucy, usa una lingua dal ritmo serrato, piena di dialoghi incalzanti e stupori. Impietosamente usa lo sguardo di una bambina per scavarli nelle loro piccolezze e ipocrisie, indagare nel loro dolore restituendo tutta la complessità dei sentimenti, ma mai dimentica l’umanità calda e piena, la contraddizione di dolcezza e astio insita nei sentimenti e negli affetti, e ci fa ridere molto. (dalla bandella di Valeria Viganò)

un estratto del libro

Venne su un cane rosso, da solo. E subito dietro un ragazzo bruno con un poncho a righe. E anche lui mi stava sorridendo, e mi chiese «Ma tu che fai, qua? Ti hanno messo in prigione, di’?». «No, è una scuola qui!», risposi.
Poi quando li vidi, gli altri tutti attaccati a quello striscione di stoffa, su cui lessi, c’era scritto W -LA -RI-VO-LU-ZIONE, lo capii dottoressa Emiliano. Capii perché venivano su strattonandosi, e anche perché arrivavano tutti con quell’aria stordita e un po’ ebete, come di chi avesse appena finito di andare di corsa, o di bere l’acqua
fino a ingozzarsi. L’aria di chi sta bene perché ha mangiato troppo. L’aria di chi si è bevuto un buon caffè, di chi ha ballato, di chi si è fatto un bagno in mare, o una passeggiata lunga in montagna, di quelle che dopo un po’ non ce la fai più manco a respirare. Capii da cosa viene quella certa sensazione di felicità. È la sensazione che ancora mi piglia a volte quando cammino di fianco a un corteo. Quella sensazione, che è fisica, di stare bene come quando hai corso. Quell’impressione di stare assieme a qualcuno che non conosci di persona, e che però senti che un po’ è come te. Una cosa che assomiglia al sorriso che mi avevano fatto il ragazzo col cane rosso, la donna con la macchina fotografica, e quella che ormai conoscevo da un po’, la ragazza Basco Rosso. Sentivo cioè che anche io volevo, come loro, stare attaccata a quello striscione bianco con scritto in rosso W LA RIVOLUZIONE.
Dottoressa, a questo punto lei mi blocca sempre! E si mette a parlare di conflitto. Dottoressa, mi ascolti, per
favore! Non è il conflitto che io ricerco. È quella sensazione
lì, invece. La sensazione-corteo!
La conosce?

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Piccola Biblioteca Federer

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PICCOLA BIBLIOTECA FEDERER

di Rossano Astremo

Roger Federer, il tennista svizzero da molti cronisti considerato il più grande giocatore della storia di questo sport, l’8 luglio 2012, con la settima vittoria al torneo di Wimbledon, ha riconquistato la prima posizione del ranking mondiale ATP, già detenuta in precedenza per 237 settimane consecutive, dal 2 febbraio del 2004 al 17 agosto del 2008. Un ottimo 2012 quello del trentunenne di Basilea, fino a questo momento. Oltre all’affermazione al prestigioso torneo londinese, si è aggiudicato altri 5 tornei del circuito, tra cui Indian Wells e Madrid, vincendo 61 incontri su 69 disputati. Unici passi falsi dell’anno sono stati la sconfitta alla finale dei Giochi Olimpici di Londra 2012 (l’oro olimpico è l’unico titolo non ancora presente nel suo invidiabile palmares) contro il redivivo scozzese Murray e la precoce eliminazione ai quarti di finale degli US Open (l’ultima sconfitta a Flushing Meadows ai quarti risaliva al 2003) contro il talentuoso ceco Berdych.
Approfittando anche della pessima stagione, condizionata da continui problemi fisici, del suo rivale di sempre, Rafael Nadal, e di un calo di rendimento del dominatore della stagione 2011, Novak Djokovic, il vincitore di 17 tornei del Grande Slam è tornato ad esprimere il suo tennis migliore, fatto di sagacia tattica e tecnica sopraffina.
Federer è un alieno in una terra, il circuito professionistico, popolata da giocatori che fanno della forza fisica la loro arma contunedente. È proprio questo suo essere altro e vincente una delle ragioni che ha spinto diversi scrittori, critici e filosofi a raccontare le sue infinite gesta.
Molti sono i libri scritti sul fenomeno Federer e tanti quelli usciti in Italia negli ultimi mesi.
Andre Agassi nel suo memoir Open (Einaudi Stile Libero, 2011), caso editoriale in Italia perché dopo una partenza in sordina, grazie al passaparola e alle entusiastiche recensioni degli scrittori Piperno e Baricco, ha superato le centomila copie vendute, sintetizza con queste parole un suo incontro con Federer agli US Open del 2004: “È cresciuto sotto i miei occhi, diventando uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi. Si porta metodicamente in vantaggio, due set a uno, e io non posso che farmi indietro e ammirare le sue immense capacità, la sua magnifica compostezza”.
Sull’atteggiamento di Federer in campo ritorna anche il filosofo francese Andrè Scala che in un piccolo libro dal titolo I silenzi di Federer (O barra O edizioni, 2012) dà vita ad un ritratto riuscito e appassionato del tennista: “L’atteggiamento di Federer su un campo da tennis è classico, alcuni direbbero antico, superato, noi diremmo inattuale. Coerente con il suo rifiuto del coach, egli gioca a tennis senza ansimare, né inviare segnali positivi o negativi verso le tribune. Sembra indifferenze ai sua atti, non fa smorfie né urla”. Diverso il suo modo di stare in campo dall’agonismo urlato dei suoi avversari più ostici, così come diverso il suo modo di giocare, i suoi gesti fluidi, leggeri ed eleganti che fanno gridare al miracolo i cultori di tennis di tutto il mondo.
Tra questi era da annoverare di certo David Foster Wallace, lo scrittore americano che più d’ogni altro ha innovato la letteratura americana degli ultimi lustri, scomparso nel 2006.
Foster Wallace è stato un ottimo tennista juniores e dopo la prematura fine della sua carriera ha sempre seguito il tennis con attenzione e trasporto, fino a farne diventare una delle materie privilegiate della sua scrittura. Il tennis come esperienza religiosa (Einaudi Stile Libero, 2012), appena uscito in Italia, contiene un articolo di David Foster Wallace, apparso nel 2006 sul The New York Times Magazine, su Federer, in cui racconta la finale dell’edizione 2006 di Wimbledon, vinta contro Nadal. Scrive, tra le altre cose: ”Roger Federer sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne. Federer ha dato, figurativamente e letteralmente, una nuova forma corporea al tennis maschile, e per la prima volta in diversi anni il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”. L’ammirazione per il tennista svizzero è talmente tanta che aggiunge, dopo la minuziosa descrizione di uno di quelli che lui stesso ha definito per la prima volta ”Federer Moments”, colpi dalla difficoltà estrema realizzati da Federer con naturalezza sovrumana: ”Non mi ricordo il genere di suoni emessi, ma mia moglie dice che quando è entrata in stanza il divano era coperto di popcorn e io ero in ginocchio, con i bulbi oculari tipo quelli dei negozi di scherzi”. D’accordo con l’idea di Foster Wallace sul tennis di Federer, la cui visione è paragonata ad una esperienza religiosa, Carlo Magnani, docente universitario che in Filosofia del tennis (Mimesis Edizioni, 2011), paragonando Federer a Heidegger, chiosa affermando: ”In tanti hanno visto in Federer il ”campione dei campioni”, il tennista perfetto, l’interprete mai ammirato in precedenza e destinato a segnare una svolta epocale: colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo ormai compromesso e sconsacrato”.
Del resto non si vincono 17 tornei del Grande Slam, 59 tornei del circuito ATP e 868 partite di singolare per caso.
E la sua storia è ancora tutta da scrivere. Federer non ha ancora intenzione di smettere e suo obiettivo della stagione è terminare l’anno da numero 1, respingendo gli attacchi di Djokovic e Murray, suo unico vero rivale in questo 2012, continuando a mietere vittorie, infrangere record e incantare i suoi sostenitori.

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ottobre 8, 2012 · 1:18 pm

Rossano Astremo, 101 misteri della Puglia che non saranno mai risolti (Newton Compton Editori): questa è una bonus track

Perché Astremo?

«Buongiorno. Senta, scusi, potrei parlare con il signor Rosario Astemio?»

«Come scusi?»

«Rosario Astemio. Dovrei consegnargli un libro».

«Forse vorrà dire Rossano Astremo!».

«Non so. Qui c’è scritto così. Allora, me lo fa consegnare?».

«Sì, certo. Quarto piano, interno 7».

Questo episodio, accaduto davvero, è solo uno dei tanti che riguarda la capacità della gente di prendere il mio nome e, soprattutto, il mio cognome e trasformarlo nel modo che a ciascuno più aggrada.

Se andate sul sito http://www.gens.labo.net, nel quale si può verificare attraverso una mappa la diffusione del proprio cognome nel territorio italiano, noterete che il mio cognome è presente solamente in due comuni della penisola, che sono Grottaglie e Villa Castelli, i paesi in cui risiedono la quasi totalità dei miei parenti che portano questo cognome, escludendo me che da qualche anno ho la residenza a Roma.

Il perché è presto detto.

Si narra che il padre di mio padre, nonno Vincenzo, nato nel 1897, fosse un trovatello.

Ai bambini abbandonati si attribuivano cognomi convenzionali, diversi a seconda della città o del paese di riferimento. Usuale era conferire cognomi aventi significato religioso, al fine di proteggere i bambini (Diotallevi, Servadio, Diotisalvi, Diotaiuti).

A Napoli era tipico il cognome Esposito (esposto), a Firenze il cognome Innocenti o Degl’Innocenti.

A Roma, a partire dal XIII secolo, si diffuse la prassi di chiamare i trovatelli con il termine projetti, derivante dal verbo latino proicere (abbandonare, gettare via), da cui segue uno dei più comuni cognomi romani: Proietti.

A Martina Franca, dove mio nonno è nato e cresciuto – prima di incontrare mia nonna a Villa Castelli e trasferirsi lì, mettendo al mondo nove figli, di cui l’ultimo è stato m io padre – il cognome dato a mio nonno è stato Astremo.

Il mistero, a oltre un secolo dalla sua nascita, è relativo all’origine di questo atipico cognome. Accennavo sopra alla consuetudine di donare ai bambini abbandonati nomi convenzionali. Ma questo Astremo?

Ho chiesto in famiglia maggiori informazioni al riguardo. Inutile dirvi che l’esito delle mie ricerche è stato vano, così come vano è stato chiedere a miei amici e conoscenti martinesi il possibile significato nel loro dialetto della parola “astremo”. Il mistero circa l’origine del mio cognome resta irrisolto e l’idea di inserirlo all’interno di questo volume nasce anche dalla speranza che qualcuno dei miei lettori, magari appassionato studioso di cognomi, possa darmi una mano a sciogliere questo piccolo personale enigma.

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Come diventare se stessi, David Lipsky-David Foster Wallace (minimum fax, 2011)


Come diventare se stessi, Lipsky-Wallace (minimum fax, 2011)

È una serata di fine settembre al Pigneto. Nel locale in cui lavoro ho organizzato una serata per omaggiare il lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace. Ci sono alcuni amici che leggono testi tratti da Infinite Jest, Considera l’aragosta, Tennis, tv, trigonometria, tornado…, Questa è l’acqua, e c’è qualcuno che, persino, legge delle pagine inedite del romanzo postumo, The Pale King, che Einaudi pubblicherà a fine anno.
Il locale è pieno. C’è anche la minimum fax, la prima casa editrice italiana che ha creduto nel lavoro di questo scrittore geniale, acuto, irrequieto, fragile e ossessivo, con un suo banchetto, nel quale vende tutti i libri di Wallace tradotti nel corso degli anni, tra cui anche il recente Come diventare se stessi, il libro-conversazione scritto dal giornalista del Rolling Stone e scrittore David Lipsky, che racconta i cinque giorni vissuti accanto a Wallace, nel lontano 1996, ai tempi del fortunato tour di presentazione di quel romanzo già divenuto classico e bibbia per milioni di fan di tutto il mondo che è Infinite Jest.
A fine serata, prima di salutare la gente presente tra i tavolini del locale, prendo il microfono e penso che sia giusto ad invitare a conclusione di serata, la principale traduttrice italiana di Wallace, presente tra il pubblico. Chiedo a Martina Testa se vuole raccontarci come è stato lavorare nella traduzione dei libri di Wallace, ed in particolar modo dell’ultimo libro-conversazione tra Lipsky e Wallace.
Martina prende la parola e, tra le altre cose, riferendosi al lavoro di traduzione di questo libro, dice di essersi posta un interrogativo etico prima di iniziare a mettere le mani tra le migliaia di parole di questa intervista che doveva uscire sul mensile musicale americano, cosa poi mai concretizzatasi. È giusto tradurre e, di conseguenza, pubblicare un materiale così intimo? Se Wallace fosse ancora in vita avrebbe consentito l’uscita di un libro del genere, in cui aspetti della sua vita intima, nell’ampia conversazione registrata ossessivamente da Lipsky, quali il rapporto dell’autore con droga, alcol, donne, psicofarmaci e altro vengono passate al setaccio senza mezzi termini?
Probabilmente se Wallace non si fosse impiccato Lipsky non avrebbe mai tirato fuori i nastri registrati in quei cinque giorni di viaggio, né mai avrebbe sbobinato l’enorme materiale raccolto, né, per ultimo, la traduttrice italiana di questo libro si sarebbe posta l’interrogativo circa la liceità di una simile operazione.
Per quello che può contare la mia opinione è giusto che il libro sia stato pubblicato e tradotto. Come diventare se stessi è un libro fondamentale non solo per gli amanti della prima ora dell’autore di La ragazza dai capelli strani e un’altra dozzina di libri che spaziano dalla fiction alla saggistica, passando per indimenticabili reportage, tra cui, su tutti, spicca Una cosa divertente che non farò mai più, ma anche per chi si avvicina al mondo di Wallace per la prima volta, perché nelle sue lunghe divagazioni sul senso della scrittura, sulla sua passione e disciplina, sulla sua idea del successo, in seguito alla clamorosa accoglienza di Infinite Jest, sulla sua vita fatta di tormenti, eccessi, paranoie e quant’altro, viene fuori un’umanità totale e contagiosa che i lettori non potranno ignorare.
Accedere per quattrocento pagine nella stanza buia e iperaccessoriata rappresentata dalla testa di Wallace, metterci a spiare dal buco della serratura della sua mente è un privilegio che Lipsky ci concede a dodici anni di distanza dal loro incontro e a poco più di tre anni dalla sua scomparsa.

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