(Elisabetta Liguori sarà a Roma, domani sera, presso il Caffé Fandango, a partire dalle 19,30, per presentare Il correttore. Con lei Mario Desiati e Antonio Pascale)

Ma quanto parla il magistrato di quell’indagine!

di Michele Trecca

Un romanzo è una storia, ma anche (e soprattutto) una voce; non sempre esse coincidono, talvolta c’è uno scarto. Nei “ gialli” di solito la prima col proprio intreccio ( o “plot panciuto”) schiaccia l’altra. Pere tenere il passo di geometrie complesse (o ritmi serrati) ci vogliono personaggi di grande spessore ( non a caso quando qualcuno ne trova ci costruisce lunghi cicli).
Elisabetta Liguori, nuovo talento salentino, con grande brio linguistico è riuscita a sgusciare fra le maglie strette di una storia di “genere” guadagnando al protagonista del proprio romanzo (Il correttore”) piena libertà di parola. Il suo magistrato tiene il campo da campione. Parla ( in prima persona) di quel che gli pare ( con la moglie e con se stesso), al di là delle necessità narrative; tu l’ascolti con piacere, ti perdi nel suo mondo e il “giallo” diventa “inutile” (“un giallo inutile” è il sottotitolo del romanzo) e cioè leggi “a prescindere” dall’attesa del (solito) colpo di scena risolutivo ( che però c’è ed è proprio quello che non t’aspetti).
Naturalmente tutto comincia con un delitto e ruota intorno ad esso. Il nostro magistrato, meridionale, ricorda il suo primo caso, di dieci anni prima, quand’era all’inizio della carriera. Siamo in una città brumosa del centro nord, di media grandezza, quale sia non si sa, non è detto. Il delitto è efferato, 38 pugnalate. La vittima è l’addetto alle pulizie di una libreria di testi sacri, praticamente annessa alla Curia. È un uomo prestante, “ un vatusso”. La proprietaria del negozio- la signora Florio, da due anni è senza marito, l’attività va bene, ma le pesa. Le due figlie adolescenti non l’aiutano, sono in competizione con lei, preferirebbero che la madre gestisse una birreria. Ben presto dalle indagini ( intercettazioni) viene fuori che la vittima era al centro di un giro losco di incontri sessuali di tipo mercenario. Potrebbero essere coinvolti anche prelati. E chissà che col delitto non c’entrino certi affari immobiliari della Curia. Insomma c’è del marcio in città. Il male c’è, e leggendo lo avverti fin dentro le ossa come certo freddo umido invernale, ma il romanzo di Elisabetta Liguori è continuamente ravvivato dal contrappunto solare della voce narrante. Niente di che, il magistrato in questione non è affatto il supereroe del Bene. Piuttosto basso, anonimo nell’aspetto( continua a chiedersi come la moglie abbia potuto preferirlo a tanti altri corteggiatori), afflitto per non riuscire a darle un figlio, ancora soggiogato dalla prestigiosa figura paterna ( anch’egli magistrato), il “correttore” ha più dubbi che certezze, vacilla ma non molla, divaga ma non si disperde: la verità è un vuoto ma lui insiste e con pensieri e indagini segna il perimetro di quell’assenza. Assedia il nulla, lo serra in una morsa. Umilmente ma con tenacia. Sa che la giustizia è solo una questione di “formine sulla spiaggia…i fatti rappresentano la sabbia di grana fine, cioè una materia vasta ma informe; la norma giuridica, invece, è come la formina da sovrapporre alla sabbia, per modellarla. La stella marina, la tartaruga, la torre merlata…il numero dei granelli non è nemmeno confrontabile con le formine a disposizione. Sono grandezze non equiparabili. Lo sanno anche i bambini. Esistono tonnellate di formine giuridiche, ma non un numero sufficiente da contenere tutta la sabbia da cui siamo quotidianamente sommersi”.
Le formine giuridiche sono un’immagine pirandelliana. Il giallo di Elisabetta Liguori ( trentanovenne al suo secondo romanzo) più che poliziesco è filosofico. Fra la nebbia d’una città estranea il suo simpatico magistrato non insegue un assassino ma un ragionevole compromesso con il nostro (perennemente insoddisfatto) bisogno di verità sul mondo e su noi stessi.
Il correttore è un romanzo “de-genere”.

Articolo apparso domenica 18 marzo su La Gazzetta del Mezzogiorno

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