Delitto e castigo
Pubblicato da vertigine su Aprile 17, 2007

Delitto e castigo tra Bene e Male
di Emiliano Sbaraglia
Rileggi Delitto e castigo e ti chiedi quanti saranno in questo momento con lo stesso libro sul comodino. Pochi. Ma non è questione di selettività, di intellettualismo gratuito. Il discorso affonda le sue radici nel significato della definizione di “classico”, di quando cioè un’opera sedimenta inevitabilmente tra le pieghe della storia della letteratura.
Questo romanzo odora di capolavoro sin dalle prime pagine, perché stringe da subito un rapporto di stimolante complicità con il lettore, lo sorprende per la fluidità dello stile, per l’originale cadenza della narrazione. Il tratto fondamentale dello stile di Dostoevskij: una scrittura che si materializza nel geniale procedere delle parole.
Lo scrittore russo nasce nel 1821 a Mosca, Delitto e castigo è del 1866; vale a dire collocato nel periodo dei pignoramenti subìti dall’autore per il mancato pagamento di alcune cambiali, la chiusura della rivista Epoca causa mancanza di mezzi economici e durante le sofferenze sentimentali maturate nel corso del legame con Apollinarija Sùslova; inoltre, nel corso della frenetica stesura del romanzo breve Il giocatore, completata in meno di un mese.
La storia si sviluppa attorno alla caratterizzazione del personaggio-protagonista, Raskòl’nikov, un giovane studente descritto in maniera talmente minuziosa, quasi al limite del maniacale, da costituire una sorta di microcosmo narrativo, sapientemente inserito nel susseguirsi delle vicende e tra gli altri personaggi. Ci troviamo così di fronte al primo di una serie di grandi romanzi dostoevskijani, da L’idiota a L’adolescente, da I demoni a I fratelli Karamazov.
Delitto e castigo è un lungo percorso incastonato nelle dinamiche del genere poliziesco, diventato poi quel noir tanto in auge nella seconda metà del Novecento, ma che già all’epoca viaggiava coevo ai racconti di E.A. Poe. Un processo letterario che in Italia possiamo ben riconoscere come compiuto quando, siamo nel 1957, Carlo Emilio Gadda pubblica Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, un “giallo” che certifica la possibilità di un diverso linguaggio, sperimentale sì ma senza la tentazione dello sperimentalismo, e che lascia fondamentalmente irrisolto l’omicidio attorno al quale ruota l’intera narrazione. Ma l’influenza di Dostoevskij sugli scrittori nostrani non finisce certo qui: solo per fare un nome, basti per tutti quello di Alberto Moravia, sin dalla precoce e felicissima prova de Gli indifferenti.
In Delitto e castigo Raskòl’nikov si rende colpevole di un delitto perfetto, per il quale nessuno sospetta di lui; eppure il suo carattere, la sensazione di un disagio che lo porta incessantemente a contemplare l’intimo senso di isolamento e distacco dalla realtà e dalla società che lo circonda, spesso lo conduce sull’orlo della confessione. Malgrado il colpevole sia dichiarato sin da subito, il delitto rimane comunque irrisolto per la complessità delle motivazioni, spiegate dallo stesso autore in una lettera inviata al direttore del Messaggero russo:
“Nonostante sia terribilmente difficile portare ad esecuzione simili delitti (perché quasi sempre vengono lasciati grossolanamente indizi, tracce, ecc… e molto viene affidato al caso che quasi sempre rivela i colpevoli), il mio eroe, in modo del tutto accidentale, riesce a compiere la sua impresa presto e bene. Quasi un mese egli trascorre dopo il delitto fino alla catastrofe definitiva. Nessun sospetto può cadere su di lui. E qui si svolge tutto il processo psicologico del delitto. Questioni insolubili sorgono nell’assassino, sentimenti insospettabili e inattesi lacerano il suo cuore [...] La legge della verità e la natura umana hanno sopraffatto le sue convinzioni. Il delinquente decide egli stesso di addossarsi la sofferenza per riscattare la sua azione.”
Interessante anche un altro passaggio, dove lo scrittore russo tenta di far comprendere l’origine della sua ispirazione per dar vita e forma al suo romanzo:
“Mi è difficile spiegare pienamente la mia idea. Nel mio racconto vi è un accenno all’idea che la punizione giuridica inflitta dal delitto spaventa il delinquente assai meno di quanto pensino i legislatori, in parte perché egli stesso dal punto di vista morale lo esige. Questo fatto io l’ho osservato perfino negli uomini meno colti, perfino nei casi più grossolani. Ho voluto espirmere ciò appunto in un uomo colto, nella nuova generazione, perché l’idea fosse evidente in modo più chiaro e tangibile.”
La notazione di Dostoevskij informa che l’irrisolto del romanzo non deve dunque essere cercato nella storia del romanzo, quanto nella mente e nelle conseguenti azioni del protagonista del romanzo stesso.
Ci si accorge allora di essere giunti al cospetto di quella che può definirsi come “psicologia della letteratura”, là dove già Goethe ci aveva condotti sin dal 1809, anno de Le affinità elettive, opera eterna (quindi “classica”), nella quale le interazioni tra i quattro protagonisti descrivono la messa in crisi dell’indivuduo, di un soggetto umano schiacciato tra irrazionalità e scienza, ingabbiato dal conflitto perpetuo tra ragione e sensazione.
Importante ricordare, a questo punto, l’idea prima del romanzo così come Dostoevskij l’aveva concepita e certificata in un suo appunto destinato al direttore della rivista, Katkòv. Per l’autore Raskòl’nikov uccide la vecchia usuraia in quanto “essere inutile”, tanto inutile quanto utile sarà la sua morte.
Si indica in questo modo la precisa funzione dell’azione narrativa, in aperta opposizione alla cosiddetta “morale utilitaria” sostenuta da molti scrittori e critici russi di quegli anni.
Ben presto, però, l’impostazione della eterna (classica?) contrapposizione tra bene e male, rappresentata inequivocabilmente dall’atto delittuoso, si dilata sino al punto di perdere i tratti che distinguono le due categorie, tanto che i benpensanti redattori della rivista che pubblica il romanzo rifiutano addirittura di stamparne un capitolo, nel quale Raskòl’nikov e Sonja vengono fotografati dalla penna dell’autore mentre leggono insieme il Vangelo. Il motivo di tale censura risiede nella convinzione che il male e il bene non siano stati sufficientemente distinti, determinando l’accusa di nichilismo rivolta nei confronti dello scrittore.
Per Raskòl’nikov addossarsi le proprie responsabilità, il desiderare di espiare la propria colpa, significa quindi vincere l’orgoglio demoniaco, uscire da un mondo astratto nel quale gli altri non esistono, dove la volontà di potenza distrugge l’esistenza, autodistruggendosi a sua volta: il legame con l’umanità, che sembrava perduto, per lui non si ristabilisce né con la confessione, né con la condanna ai lavori forzati. Alla fine, Raskòl’nikov lo ritroverà soltanto nella rivelazione dell’amore di e per Sonja. Il protagonista della storia, definito nel 1881, anno della morte di Dostoevskji, una sorta di “superuomo” dallo stesso Frederich Nietzsche, a un certo punto comincia ad avere bisogno di amore, amore verso gli altri, verso la vita.
Contro tutti gli argomenti della logica e della ragione, per riconquistare la vita, per uscire da una allucinante condizione di solitudine, Raskòl’nikov sente l’istinto di amare.
Non si può dire, come spesso è stato detto, che Dostoevskji tenda a disfarsi degli attributi reali dei suoi personaggi, per occuparsi soltanto dei loro problemi psicologici. Leggere Delitto e castigo seguendo questa direttiva significherebbe rimuovere una parte essenziale dell’intera opera dostoevskjiana, rifiutandosi di prendere atto di un elemento nodale: in qualsiasi momento vengano rappresentate, le “anime” che discutono delle più importanti questioni riguardanti l’esistenza umana parlano e agiscono restando legate al proprio personaggio, al loro dato biografico concreto, persino a un certo linguaggio, a una sintomatica espressività.
Il problema del Bene e del Male è unico, ma la grandezza e la drammaticità con cui esso incombe sono costituite dal fatto che ad esse non sfugge nessuno.
E se anche il lettore, trascinato da questa grandezza e drammaticità, nella realtà quotidiana può dimenticare chi siano effettivamente i personaggi, l’autore, pur apparentemente immerso nella stessa contraddizione, non dimentica mai quale sia la condizione dei suoi pesonaggi, in senso sociale, ambientale, vitale.
Per questo Delitto e castigo è un classico: per l’irrisolta attualità delle questioni messe sul tappeto, senza il timore di scavare nell’oscuro sottosuolo delle coscienze.