Archivio per Maggio 2007|pagina archivio mensile
una poesia di Salvatore Toma

da Ancòra un anno
di Salvatore Toma
Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l’invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l’hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l’arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!
25 / 7 / 1978
una poesia di Antonella Anedda

da Residenze invernali
di Antonella Anedda
Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare.
Identità giovanili
Le Identità giovanili raccontate nelle letterature del Novecento
di Rossano Astremo
Le Identità giovanili raccontate nelle letterature del Novecento è il titolo di un convegno tenutosi presso l’Università degli Studi di Lecce, i cui Atti sono stati pubblicati da Manni, in un volume curato da Carlo Alberto Augieri. Una tre giorni di studi che ha visto alternarsi docenti di tutto rilievo, accademici di primo piano: il compianto Franco Brioschi, Remo Ceserani, Anna Dolfi, Giulio Ferroni, Romano Luperini, Antonio Prete, Augusto Ponzio, Mario Sechi, Giovanni Invitto, Giovanna Scianatico, Anna Maria Piglionica, Franco Marenco, Giovanni Puglisi, Mario Signore, Marco Santoro, Marco Gaetani, Alizia Romanovic, Fabio Vittoriani, Patrizia Guida, Susan Petrilli, Luigi M. Lombardi Satriani e lo stesso Augieri.
Il Novecento letterario diviene oggetto di studio privilegiato, attraverso l’analisi attenta e suggestiva di atteggiamenti, caratteri, emozioni e percorsi di coscienza rappresentativi della condizione adolescenziale in un periodo storico di crisi dell’identità in generale.
“Alla base delle tensioni – scrive Augieri nell’introduzione –tra mentalità adulta e reazione giovanile c’è senz’altro un diverso modo di raccontarsi, cioè di significarsi temporalmente, cronotopicamente, la vita: ai padri va riconosciuta una capacità ed un’abitudine di visione prospettica per cui vale la pena formarsi e maturare in vista del dopo, meta da raggiungere (…). I figli, al contrario, trasgredendo questa logica temporale, preferiscono vivere in una quotidianità normale e, a volte, inquietamente individualistica, la loro emotività senza pudore, anche regressiva, perché senza alcuna meta lineare, progressiva”.
Il Novecento letterario vede il tramontare, quindi, del romanzo di formazione, e assiste inerme alla messa in crisi del rapporto tra padre e figlio, motivo primigenio della comparsa di narrazioni in cui a prevalere è la componente irrazionale e istintuale di giovani protagonisti. Molti i contributi di interesse, dalla relazione di Giovanni Puglisi sulla gioventù nei romanzi e racconti di Pier Paolo Pasolini, replicata dal testo di Augusto Ponzio dal titolo esemplificativo “Pasolini, i giovani e ‘La Grande Trasformazione’ della società italiana”, a quella di Remo Ceserani, che si sofferma sugli effetti e la ricezione di un romanzo cult quale “Il giovane Golden” di Salinger nel mondo letterario italiano, dall’intervento di Marco Santoro sull’esperienza giovanile così come rappresentata nell’opera di Elsa Morante, al lavoro di Marco Gaetani sul significato e senso della giovinezza in Carlo Emilio Gadda, per poi giungere alle identità inquiete di Pier Vittorio Tondelli, così come analizzate da Fabio Vittorini, e alle giovinezze in negativo ritratte dalla penna caustica di Giulio Ferroni, il quale nel suo intervento si sofferma, stroncandoli, su autori a noi temporalmente molto vicini, tra cui De Carlo, Baricco, Ammaniti, Scarpa e Aldo Nove.
Tony Sozzo, L’eterna cosa peggiore

L’eterna cosa peggiore: la solitudine del giovane scrittore
di Rossano Astremo
In “L’eterna cosa peggiore”, romanzo d’esordio di Tony Sozzo, edito dalla Lupo Editore, ciò che colpisce più di ogni altra cosa è l’abilità del protagonista di disfarsi progressivamente dei rapporti d’amore e d’amicizia che sino ad allora avevano ritmato la sua breve esistenza. Il suo è un percorso volto alla lenta dissoluzione di ogni possibilie stato di felicità. Un eroe negativo, un inetto contemporaneo, un giovane scrittore alle prese col suo primo romanzo che assiste al crollo di tutto. Un pessimismo radicale, quindi, che viene, però, alleviato dalla comparsa, tra le trame di una prosa delicata, di un’ironia spiazzante che dà linfa anche alle parti più statiche della narrazione.
L’io narrante, quindi, vessato da una madre cinica e spietata, che sottilinea di continuo la condizione di vinto del figlio, e stimolato da un padre vittima, a sua volta, dello strapotere dialettico della moglie, tra una pagina e l’altra del misterioso romanzo sul quale sta lavorando, dedica tutta la sua attenzione e i suoi pensieri all’amata Veronica: “Veronica ha preso la mia mano per tenersela stretta. L’avevo riempita di dolcezza come altre volte e alla fine aveva ceduto. Per rovinare un po’ il momento mi ha chiesto perché non avevo la macchina. Le ho detto che non era importante, che l’importante era stare insieme. Non mi è sembrata molto convinta. In effetti potevamo stare insieme anche seduti su un sedile ciascuno”.
Poi l’arrivo dell’estate. Veronica incontra Alberto, un giovane ricco, bello, non dotato di grande intelligenza, ma con un certo fascino. Il rapporto tra Veronica e il protagonista della storia frana lentamente. Veronica s’innamora di Alberto. Sara e Renzo, amici del protagonista, vengono attratti dal nuovo fidanzato di Veronica: “Alberto si portava via anche Sara, un’amica. Io non le avevo mai rivolto dei complimenti appena conosciuta, ed al massimo avrei potuto farlo solo una volta. Lui sembrava uno di quei tipi che avrebbero saputo farlo dopo mesi di conoscenza. Io non sarei mai riuscito ad essere tanto poco rispettoso della quantità di tempo che le cose si volevano prendere”. È proprio lo scontro con l’antagonista Alberto ad accelerare il processo ricerca della solitudine che sembra essere il nodo centrale del lavoro di Sozzo. Abbandonato dalla famiglia, dagli amici, dalla ragazza che tanto ha amato, al protagonista della storia non resta che affidarsi al dolce palliativo della scrittura.
Il romanzo di Sozzo non eccelle per originalità della trama, però ciò che colpisce positivamente è l’eleganza e la pulizia della sua prosa, mai eccessiva, mai eccedente, sempre pronta ad avvolgersi con curata semplicità attorno ai pensieri enigmatici e paranoici di questo giovane Zeno Cosini dei giorni nostri.
Jack Kerouac, il violentatore della prosa: recensione su Jazzitalia.net

JACK KEROUAC. IL VIOLENTATORE DELL PROSA (ICARO, 2006)
DI ALCESTE AYROLDI PER JAZZITALIA
“Gli unici che mi piacciono sono quelli matti, gli unici che hanno una voglia da matti di vivere, di parlare, di essere salvati, desiderosi di tutto al tempo stesso bruciano come enormi favolosi petardi“. Jack Kerouac.
Si apre con questa acre, forte e tracimante affermazione questa opera, breve ma carica di energia e contenuti, del giovane scrittore salentino Rossano Astremo. La vita di Kerouac scorre nella penna dello scrittore che la fa propria. La rende così essenziale tanto da poterla bere nell’arco di un momento. La capacità di questo libro risiede nell’essere una sorta di “calvario inverso” di chi ha distrutto la propria vita con pesanti colpi di macigno e, non solo, ha stuprato con inaudita goduria quella prosa “farisaica”, ben poco stimolante, che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Lo stesso colpo ferale che, in ambito musicale, aveva inferto il bebop a quel jazz bianco fin troppo signorile e poco stimolante. Kerouac, alla stregua degli altri scrittori della Beat Generation, traeva spunto dal bebop. Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonius Monk sono stati gli ispiratori di una corrente letteraria senza vincoli. Libera dagli schemi, seppur riconducibile in degli schemi. Scevra di valori, seppur quantificabile in termini di vissuto. Amore, sesso, droga sono gli elementi epidermici comuni al bebop ed alla Beat Generation che Astremo tratta con determinazione e grande senso del rispetto. Ma è lo stile letterario che è profondamente colpito dai fraseggi sincopati ed irriverenti (per l’epoca) dei “mostri sacri” del jazz. La scrittura come creazione dell’intelletto. Imponderata ed imponderabile che straccia il passato come fosse un vecchio scontrino trovato accidentalmente in tasca. Kerouac si avvede che il linguaggio è morto ed occorre rivitalizzare la vena creativa. Tant’è che per non perdere tempo, utilizza i rotoli delle telescriventi per scrivere di getto. La punteggiatura è bandita o quasi. La vena creativa è ritrovata nella dissolutezza dei costumi, dei comportamenti che vengono dissacrati in tutti i loro più alti valori. Sesso, droga, jazz, poesia, alcol, fumo, si fondono in una unica mistura tanto esplosiva per l’intelletto quanto letale per il fisico. Kerouac, per un certo periodo, ha vissuto con un gruppo di jazzisti ed ha declamato i suoi versi seguendo le tracce musicali da loro create. Il suo amore per il jazz nero e per il bebop, fa nascere in lui la passione del soffiare con le parole. Così può ricondursi alla “Dea-Natura“, attraverso la piena libertà dagli schemi seguendo alla lettera l’insegnamento dei boppers “che si liberano dalle logiche armoniche per lasciar libero spazio alle sonorità disarmoniche“. Astremo parla di Kerouac, ma parla del jazz degli anni ‘50 fondendo storia, letteratura e musica. Aprendo una finestra, un ulteriore finestra sul connubio artistico-sociale tra le due correnti. Tutto ciò con una naturalezza discorsiva priva di accademicità.La vita di Kerouac è suonate dalle note di fiati, piano e percussioni. Un bianco che diventa nero e lascia suonare la sua penna su di un rotolo di telescrivente. Fino al suo epilogo così simile, cosi drammaticamente simile a quello di Charlie Parker.
Laura Pugno, Il colore oro

La mutazione del corpo
di Rossano Astremo
“Il colore oro” di Laura Pugno è un libro “complesso” sin dalla sua composizione. Così come “Nel gasometro” di Sara Ventroni, altro libro pubblicato nella collana “Fuori Formato” della casa editrice Le Lettere, curata da Andrea Cortellessa, anche in questa raccolta della Pugno la poesia non basta a se stessa. Il libro contiene, oltre ai tre poemetti che lo strutturano, una serie di foto, in bianco e nero in hacker/aidoru e descrizione del bosco, a colori in il colore oro, di Elio Mazzacane, contraltare figurativo al dipanarsi dell’orditura linguistica. Le foto in questione, “flash di una città di marmi e ombre, severa e distante; di un rito misterioso e conturbante; di una natura enigmatica, forse ostile”, dicono in immagini ciò che la Pugno dice in versi. La sua è una poesia che richiede al lettore un uso smisurato dello sguardo. Come dinanzi ad una foto da decriptare, allo stesso modo il lettore delle poesie di Laura Pugno si trova dinanzi a parole da guardare, parole che dicono oggetti, oggetti che appaiono e scompaiono veloci, inesorabili, in un dettato meccanico asfittico, claustrofobico, indocile. In un contesto vagamente bellico, a tratti violento, fortemente post-umano, frequenti sono gli inserti di un lessico quotidiano, estratto o dalla sfera del cibo (latte, uova, riso, spaghetti) o dal mondo mercificato (coca cola, bottiglia di plastica, supermarket). Gli oggetti in questione, però, non sono i veri protagonisti della poesia della Pugno. Ossessivo in lei è la presenza del corpo. Corpo di donna, corpo di uomo, mai declinato usando il pronome “io”, sempre presente sulla pagina come “tu”, “voi”, “lui, “lei”, corpo distante, quindi, osservato, fotografato, corpo parcellizzato, frantumato, scannerizzato in dettagli, corpo-oggetto che ama la trasformazione, la collusione con il mondo animale e vegetale: “scrivi / la tua vegetazione come una mente viva / come il tuo corpo intorno ad un albero: / l’idea stessa di giardino”. O ancora: “tu ti chiudi / tra uomini-toro e uomini-tigre / sei conservato in vasche di calcare”. Infine: “se sei / telepate, corpo di figlia / vieni e mangia / gli spaghetti con le mani / qui dalla scatola, / tra noi, / tocca il cibo / che ti diventa mente e corpo”. Questa ossessione del corpo oggettivato mi fa venire in mente alcune frasi di Roland Barthes, che in Frammenti di un discorso amoroso scrive: “Non posso spingere il mio corpo fino all’estremo di se stesso se non con un altro; ma anche quest’altro ha un corpo, un immaginario. Quest’altro può essere un oggetto”. È su questo corpo-oggetto che si concentra il lavoro poetico della Pugno, che esce fuori dal proprio corpo, frantumando il suo io, perdendosi nell’altro, fino al dissolvimento dei propri confini, del proprio corpo nel corpo dell’altro. Chi è l’altro? L’umanità tutta, poeticamente fotografata nella sua futuribile mutazione: “lascerai tracce / di lupo, così ti troveranno / (parlano di feci e sangue, / di rami rotti che buttano sangue ) // non sarai più rilegato insieme, / ti spargerai”.
una poesia di Mauro Marino
una poesia
di Mauro Marino
Così doveva essere
quando silenzio era
quando luce era
senza suoni
e il volvere d’asfalto
scricchiava
allora
la ruota e il passo
stompavano pietrisco.
Luce d’umido brilla, schiara
viene incontro col farsi del giorno
odori e piccoli fumi
fanno l’ulivo al cogliere
e secca la vite.
Domani sarà festa.
Respira largo!
Domani avremo mani libere
già a gustare in un sorso
quel che della vita serve
solo quello
solo quello
ci sono parole
fresche… sai?
Soltanto! Il fresco di parole.
Rimani
provo il racconto, la tessitura di me,
e quel clima intorno che se sfuochi strugge
perde il tempo, il carico.
Luce soltanto…
Soltanto di luce, quella magnifica, di qui
col suo mutare…
Gli autori non muoiono mai completamente

Stamattina in autobus ho inziato a sfogliare un libro fresco di stampa, “Esperienze di lettura e proposte di interpretazione”, volume collettivo pubblicato da Giuseppe Laterza, curato da Carlo Alberto Augieri. Tutto ciò che riguarda la pratica, le dinamiche e l’ermeneutica della lettura mi affascina enormemente. Nell’introduzione del libro in questione Augieri cita più volte Le parole di Sartre. Vi riporto un breve passo che può sembrare scontato, ma, comunque denso e che condivido pienamente: “Per me gli autori non erano morti, via, non completamente: s’erano trasformati in libri. Corneille, un uomo robusto, rugoso, dorso di cuoio, che puzzava di colla. Questo personaggio scomodo e severo, dalle parole difficili, aveva gli angoli che mi ferivano le cosce quando lo trasportavo. Ma, appena aperto, mi offriva le sue incisioni, cupe e dolci come confidenze. Flaubert, un libricino rilegato in tela, inodore, picchiettato di macchioline come di lentiggini. Victo Hugo il molteplice, nidificava contemporaneamente su tutti i ripiani. Ciò per quanto riguarda i corpi; quanto alle anime, esse frequentavano le opere: le pagine erano finestre, un volto dal di fuori s’incollava sul vetro, qualcuno mi spiava; fingevo di non notare alcunché, continuavo la mia lettura, con gli occhi attaccati alle parole sotto lo sguardo fisso del fu Chateaubriand”.
Ernest Hemingway, Fiesta
estratto da Fiesta
di Ernest Hemingway
“Io resterò qui” disse Brett.
“E io starò con te” disse Cohn.
“Oh, no!” disse Brett. “Per l’amor di Dio, vattene da qualche altra parte. Non lo capisci che Jake e io dobbiamo parlare?”
“Non l’avevo capito” disse Cohn. “Pensavo di restare qui perchè mi sentivo un po’ brillo.”
“Ti pare una buona ragione per restare con qualcuno? Se sei sbronzo, va’ a letto. Va’ subito a letto.”
“Sono stata abbastanza villana con lui?” domandò Brett. Cohn se n’era andato. “Dio mio! Sono così stufa di lui!”
“Non da certo un gran contributo all’allegria delle serate.”
“Mi deprime talmente.”
“Si è comportato molto male.”
“Maledettamente male. E aveva la possibilità di comportarsi bene.”
“Probabilmente starà aspettando fuori della porta.”
“Si. E’ probabile. Io lo so come si sente. Non riesce a credere che non significava nulla.”
“Lo so.”
“Nessun altro si sarebbe comportato tanto male. Oh, sono così stufa di tutto. E Michael. Carino anche Michael, eh?”
“E’ stato molto duro per Mike (Michael).”
“Si. Ma nn per questo doveva comportarsi come un porco.”
“Tutti si comportano male” dissi. “Basta dargli un’ occasione.”
“Tu non ti comporteresti male” Brett mi guardò.
“Io sarei ridicolo come Cohn” dissi.
“Tesoro, non parliamo più di queste stupidaggini.”
“D’accordo. Parliamo di quello che vuoi tu.”
“Non fare il permaloso. Sei la sola persona che io abbia e stasera mi sento orribile.
“Hai Mike.”
“Già,Mike. Simpatico,eh?”
“Be’” dissi, “è stato molto duro per Mike avere Cohn d’attorno e vederlo con te.”
“Credi che non lo sappia, tesoro? Ti prego, nn farmi sentir peggiore di come mi sento.”
Brett era nervosa come mai l’avevo vista. Continuava a distogliere gli occhi da me e a fissare la parete.
“Vuoi fare una passeggiata?”
“Sì. Andiamo.”
Tappai la bottiglia di Fundador e la diedi al barista.
“Beviamone ancora” disse Brett. “Ho i nervi a pezzi.”
Bevemmo ancora un bicchiere di quel gradevole brandy amontillado.
“Andiamo” disse Brett.
Uscendo, vedemmo Cohn allontanarsi sotto il portico.
“Era davvero lì” disse Brett
“Non sa stare lontano da te.”
“Poveraccio.”
“Non mi fa pena. Lo odio.”
“Anch’ io lo odio” rabbrividì. “Odio il suo maledetto soffrire.”
Scendemmo sottobraccio la strada laterale, allontanandoci dalla folla e dalle luci della piazza. La strada era buia e bagnata, e la percorremmo sino alle fortificazioni al limite della città. Passammo davanti a osterie dalle cui porte usciva luce sulla strada nera e bagnata, nonché esplosioni improvvise di musica.
“Vuoi entrare?”
“No.”
Continuammo a camminare sull’erba bagnata e sul muro di pietra delle fortificazioni. Stesi un giornale sulla pietra e Brett si sedette. La piana era buia e potevamo vedere le montagne. In alto il vento faceva correre le nuvole davanti alla luna. Sotto di noi c’ erano i bui fossati delle fortificazioni. Dietro,gli alberi e la sagoma della cattedrale e la città stagliata contro la luna.
“Non essere così tesa” dissi.
“Lo sono in maniera spaventosa” disse Brett. “Non parliamo.”
Contemplammo la piana. I lunghi filari di alberi apparivano bui al chiaro di luna. C’erano sulla strada i fari di una macchina che s’arrampicava sulla montagna. Sulla vetta vedemmo le luci del forte. Sotto, sulla sinistra, c’era il fiume. Era gonfio di pioggia e nero e calmo. Gli alberi sugli argini erano scuri. Restammo seduti a guardare. Brett teneva gli occhi fissi davanti a sè. All’ improvviso rabbrividì.
“Fa freddo.”
“Vuoi che torniamo indietro?”
“Passando dal parco.”
Scendemmo. Si stava di nuovo rannuvolando. Nel parco sotto gli alberi faceva buio.
“Mi ami ancora, Jake?”
“Sì” dissi.
“Ma io sono un caso disperato” disse Brett.
“In che senso?”
“Sono un caso disperato. Sono pazza di quel Romero. Sono innamorata di lui, credo.”
“Io non lo sarei al tuo posto.”
“Non posso farci niente. Non sono mai stata capace di farci niente.”
“Dovresti fermare la cosa.”
“Fermarla come? Io non so fermare le cose. La senti?”
Le tremava la mano.
“Sono così dappertutto.”
“Non dovresti farlo.”
“Non posso farci niente. E comunque ormai sono un caso disperato. Non capisci la differenza?”
“No.”
“Devo fare qualcosa. Devo fare qualcosa che ho davvero voglia di fare. Ho perso il rispetto di me stessa.”
“Non devi farlo.”
“Oh, tesoro, nn essere così ombroso. Cosa credi che voglia dire avere sempre attorno quel maledetto ebreo (Cohn) e Mike per come si è comportato?”
“Capisco.”
“Non posso stare continuamente ubriaca.”
“No.”
“Oh, tesoro, ti prego, stammi vicino. Stammi vicino, ti prego, e aiutami a superare questo momento.”
“Certo.”
“Non dico che sia giusto. Ma per me è giusto. Dio sa che non mi sono mai sentita così bagascia.”
“Cosa vuoi che io faccia?”
“Vieni” disse Brett. “Andiamo a cercarlo.”
Scendemmo insieme al buio il sentiero di ghiaia nel parco, sotto gli alberi, poi uscimmo da sotto gli alberi e varcammo il cancello sulla strada che portava in città.
Pedro Romero era al caffè. Sedeva a un tavolo con altri toreri e critici di corride. Fumavano sigari. Al nostro ingresso, alzarono il capo. Romero sorrise e s’inchinò. Prendemmo un tavolo in mezzo alla sala.
“Chiedigli di venire a bere qualcosa.”
“Non ancora. Verrà lui.”
“Non riesco a guardarlo.”
“E’ carino da guardare” dissi.
“Ho sempre fatto quello che volevo.”
“Lo so.”
“Mi sento così bagascia.”
“Bè” dissi.
“Dio mio!” disse Brett. “Le cose per cui deve passare una donna.”
“Sì?”
“Oh, mi sento così bagascia.”
Guardai verso il loro tavolo. Pedro Romero sorrise. Disse qualcosa agli altri che sedevano con lui e si alzò. Venne al nostro tavolo. Mi alzai e ci stringemmo la mano.
“Vuol bere qualcosa?”
“Dovete bere con me” disse. Si sedette, chiedendo il permesso a Brett senza dir niente. Aveva i modi molto garbati. Ma continuava a fumare il suo sigaro. Donava alla sua faccia.
“Le piacciono i sigari?” domandai.
“Oh sì. Fumo sempre sigari.”
Faceva parte del suo sistema d’autorità. Lo faceva sembrare più vecchio. Osservai la sua pelle. Era luminosa e liscia e molto bruna. Aveva sullo zigomo una cicatrice triangolare. Vidi che stava guardando Brett. Sentiva che c’era qualcosa tra loro. Doveva averlo sentito quando Brett gli diede la mano. Andava molto cauto, penso che fosse sicuro, ma nn volesse fare sbagli.
“Combatte domani?”
“Sì” disse. “Oggi a Madrid è stato ferito Algabeno. Lo sapeva?”
“No” dissi. “Una cosa grave?”
Scosse il capo.
“Niente. Qui.” Mostrò la mano. Brett la prese e ne aprì le dita.
“Oh” disse lui in inglese. “Lei predice il futuro?”
“Qualche volta. Le da fastidio?”
“No. Mi piace.” Stese la mano sulla tavola. “Mi dica che vivrò in eterno e che diventerò milionario.”
Era ancora molto garbato, ma più sicuro di sè.
“Guardi” disse, “vede tori nella mia mano?”
Rise. La mano era molto bella e il polso piccolo.
“Ci sono migliaia di tori” disse Brett. Adesso nn era per niente nervosa. Era bellissima.
“Bene” rise Romero. “A mille duros l’uno” mi disse in spagnolo. “Mi dica ancora qualcosa.”
“E’ una buona mano” disse Brett. “Penso che Romero vivrà a lungo.”
“Lo dica a me. Non al suo amico.”
“Ho detto che lei vivrà a lungo.”
“Lo so” disse Romero. “Non morirò mai.”
Tamburellai sul tavolo con le punte delle dita. Romero se ne accorse. Scosse il capo.
“No. Non lo faccia. I tori sono i miei migliori amici.”
Tradussi per Brett.
“Lei uccide i suoi amici?” gli domandò.
“Sempre” disse lui in inglese, e rise. “Così nn uccidono me.” La guardò attraverso il tavolo.
“Conosce bene l’inglese.”
“Sì” disse lui. “Abbastanza bene, certe volte. Ma bisogna che nessuno lo sappia. Farebbe una brutta impressione un torero che parla inglese.”
“Perchè?” domandò Brett.
“Sarebbe brutto. Alla gente nn piascerebbe. Non ancora.”
“Perché no?”
“Non gli piascerebbe. I toreri non sono così.”
“Come sono i toreri?”
Rise e si calcò il cappello sugli occhi e cambiò la posizione del sigaro e l’espressione del viso.
“Come a quel tavolo” disse. Guardai. Aveva imitato perfettamente l’espressione di Nacional. Sorrise, e il suo viso tornò normale. “No. Devo dimenticare l’inglese.”
“Non lo dimentichi ancora” disse Brett.
“No?”
“No.”
“Va bene.”
Rise di nuovo.
“Mi piacerebbe un cappello come il suo” disse Brett.
“Bene. Gliene procurerò uno.”
“D’ accordo. Vedremo se lo farà.”
“Lo farò e come. Gliene procurerò uno stanotte.”
Mi alzai. Si alzò anche Romero.
“Stia pure seduto” dissi. “Io devo andare a cercare i nostri amici per portarli qui.”
Mi guardò. Era un’ultima occhiata per chiedere se ci eravamo capiti. Ci eravamo capiti benissimo.
“Si sieda” disse Brett. “Deve insegnarmi lo spagnolo.”
Si sedette e la guardò attraverso il tavolo. Io uscii. Dal tavolo dei toreri gli uomini dallo sguardo duro mi guardarono andar via. Non fu piacevole. Quando tornai a dare un’ occhiata al caffè, venti minuti dopo, Brett e Pedro Romero erano spariti. I bicchieri del caffè e i nostri tre bicchieri vuoti di cognac erano ancora sul tavolo. Arrivò un cameriere con un panno e prese i bicchieri e asciugò la tavola.
Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore
Fertili intrecci tra il romanzo e il terrore
di Emanuele Trevi
Sul titolo di questo bel libro di critica letteraria scritto da Daniele Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore (Bompiani, pp.143, euro 8,00) c’è purtroppo ben poco da eccepire: se è evidente che le radici del fenomeno, come fanno tutte le radici, affondano nel più oscuro passato, altrettanto palese è il fatto che un’età terroristica come la nostra l’umanità non l’ha mai vissuta. E se il terrorismo, agli occhi dei più pessimisti, sembra assurgere a modello e paradigma dei rapporti fra gli uomini, ci mancherebbe che l’immaginazione letteraria, questa insaziabile parassita, non avesse attinto a piene mani dal presente stato d’emergenza. Come del resto avevano già fatto, da par loro, Dostoevskij e Conrad e James di fronte alle gesta e ai pensieri dei nichilisti e degli anarchici in marsina di fine ottocento.
Ho citato di proposito i nomi di tre giganti, sulla cui opera ormai vige un giusto consenso universale, perché I demoni, L’agente segreto e La principessa Casamassima, oltre a testimoniare qualcosa in merito al terrorismo dei loro tempi, sono essenzialmente delle opere d’arte riuscite alla perfezione. Per questo motivo non è mai possibile argomentare razionalmente, perché lo specchio che ci mettono di fronte è ancora il nostro, sporco e appannato quanto si vuole: è ancora uno specchio di Narciso, uno specchio di Alice, un’esperienza possibile del senso e del destino. Che queste opere d’arte, poi, e le tante venute in seguito che sfruttano la macchina narrativa del terrorismo, abbiano qualcosa da insegnarci, oltre che su se stesse, anche sulla cosa in sé, questo è tutt’altro paio di maniche.
Daniele Giglioli è un critico letterario troppo intelligente per aggirare il problema. A differenza di molti suoi colleghi che si dedicano a ricerche di tipo «tematico», rifiuta giustamente di dare per scontato, come una petizione di principio, che la letteratura conosca le cose di cui parla in un modo speciale e irrinunciabile, un modo che le apparterrebbe per diritto: ottimismo accademico, questo, che finisce sempre per imbalsamare la letteratura in una sua inutile infallibilità, mentre è vero il contrario: quel poco che c’è di davvero speciale e irrinunciabile appartiene alla singola opera, per non dire alla singola pagina o alla singola frase. È una scommessa, e non sfugge alla regola secondo la quale la maggior parte delle scommesse, per loro natura, si perdono. E nessun linguaggio, nessun tipo di sapere è privilegiato sugli altri in questo gioco in perdita. Dunque, afferma a ragion veduta Giglioli, «sul terrorismo la letteratura non ha nulla da insegnare, se si intende con questo la trasmissione di una qualche forma di conoscenza». Semmai, se ha intenzione di insegnarci qualcosa, «è piuttosto un atteggiamento, una postura esistenziale, un esperimento di familiarizzazione con quell’alterità traumatica». Ecco ben definita la vera posta in gioco: se la letteratura può vantare un suo colpo segreto, un suo asso nella manica, esso consiste in una modalità dell’esperienza, in una vocazione fondamentale a patire e compatire l’umano, a mettersi nei panni degli altri e insieme nei propri, a scompigliare le gerarchie del discorso con le aritmie delle emozioni. È un atto di profanazione, come lo chiama Giorgio Agamben, radicalmente antimetafisico. Mettendo in causa il potere dell’invisibile, lo restituisce infatti alla contingenza, ai suoi rischi e alle sue possibilità.
Va da sé che poi, essendo le intenzioni di Giglioli quelle del critico e non del filosofo puro, il suo è un pensiero che parte dalle singole opere e ad esse sempre ritorna. Ne risulta un libro molto avvincente, nonostante la sua materia in tutti i sensi plumbea. In quanto macchina narrativa globalizzata, quella del terrorismo funziona attualmente a pieno ritmo. Non c’è forse attività umana, a parte l’adulterio, che si presti con altrettanta naturalezza all’abbraccio e alla fagocitazione del romanzo. Non è forse la trama il denominatore comune, e insieme la materia prima, del terrorista e del romanziere? Ma è lecito al lettore interrogare questo libro di Giglioli anche con la più scorretta delle domande: esiste oggi qualche scrittore paragonabile, per la profondità della visione e la memorabilità dei caratteri e degli eventi, ai giganti ricordati sopra? Esistono libri che reggano il confronto con i Demoni, o con l’Agente segreto? Dalla stessa documentazione raccolta dal critico, un nome sembra imporsi su tutti gli altri, quello di Don DeLillo, che già in certi romanzi giovanili degli anni ‘70, come Giocatori o I nomi, si era lasciato tentare dai risvolti più surreali (quando non decisamente comici) di complotti segreti, cellule combattenti, sette iniziatiche. Ma l’essenziale lo avrebbe scritto più tardi, a partire da Rumore bianco, il capolavoro del 1985, seguito tre anni dopo da Libra, dedicato alla morte di Kennedy e agli intrighi nascosti nell’attentato di Dallas, e infine da Mao II (1991), levigato gioiello narrativo che si conclude, con grazia e ferocia da conte philosophique settecentesco, tra i bunker e le macerie della periferia di Beirut. Più che una trilogia del terrorismo, questi libri formano una trilogia dell’intrigo, della trama come equivalente della morte. Se la morte è il significato ultimo, la trama, non importa se del complotto per assassinare Kennedy o del romanzo che lo racconta, è il suo significante, la forma in cui una paura invisibile si lascia osservare, proietta una sua ombra. «Più la trama del racconto è fitta», medita un personaggio di Libra, «più è probabile che approdi alla morte». Solo in apparenza dunque gli intrighi perseguono lo scopo di controllare gli eventi, imprimere loro una direzione, dominare l’incertezza. In realtà il romanziere e il terrorista sanno bene che, quanto più la trama si ramifica e sviluppa, aggredendo ogni spazio del reale, tanto più è il nulla, il nulla della mortalità umana, che impone le sue regole a tutta l’esistenza. A maggior ragione perché le trame, per loro natura, tendono a sfuggire al controllo di chi le ordisce. Win Everett e i suoi complici, i complottatori di Libra, non hanno intenzione di uccidere Kennedy, ma di mandare un avvertimento, generare una reazione concreta alla messa in scena di una minaccia. Proprio perché è un simbolo, una specie di teschio di Amleto, una trama è qualcosa che eccede sempre le capacità di controllo individuale. Questa eccedenza di energia, questa autonomia dell’intrigo, noi la chiamiamo destino, oppure caso. Ma entrambe le definizioni ne riconoscono la potenza.
In DeLillo questa intuizione filosofica si accompagna a una grande capacità di persuasione poetica. A lato della storia vera e propria dell’attentato di Dallas, Libra allude di continuo a un autoritratto: è l’immagine del romanziere che legge le migliaia di pagine del Rapporto Warren, vale a dire la «verità ufficiale» sulla morte di Kennedy.
Se è questa «verità ufficiale» che intende profanare, DeLillo non può certo farlo in nome di una «verità» di migliore lega, presente nel suo romanzo: sarebbe come opporre una mistificazione a un’altra mistificazione. Cosa sa uno scrittore, in definitiva, che non sanno gli altri? DeLillo, e con lui ogni vero scrittore, risponderebbe che non si tratta di sapere, ma di vedere. E nelle testimonianze e nelle perizie che si accavallano nei pesanti volumi del Rapporto, lui ha visto il profilo di un teschio, il suo ghigno ironico e livellatore. Se le trame «possiedono una logica», rivelarne la forma non significa spiegarle, ma mostrarne tutte intere la follia e le oscure necessità.
Articolo apparso su Il Manifesto del 22 maggio
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