Archivio per Agosto 2007|pagina archivio mensile
L’incanto delle macerie videodestabilizza
L’incanto delle macerie videodestabilizza
Questo video è un lavoro della mia amica Maria Grazia Caliandro, progetto presentato per un suo esame universitario. Il senso del progetto era quello di creare un video partendo da un testo letterario. Maria Grazia ha scelto alcuni frammenti de L’incanto delle macerie.
Sara Ventroni: intervista
Spezziamo le reni al Gasometro: intervista a Sara Ventroni
di Rossano Astremo
Sara Ventroni, una delle più interessanti voci della poesia contemporanea, ha preso parte alla prima edizione de “La poesia detta”, rassegna di poesia e poeti che si è svolto a Martignano dal 16 al 18 agosto. Vincitrice, nel 2001, del primo poetry slam italiano, ha pubblicato lo scorso anno Nel Gasometro, suo primo libro di versi, edito da Le Lettere, nella collana Fuori Formato, curata da Andrea Cortellessa. E “Nel Gasometro” è il titolo della performance che ha tenuto il 17 agosto, nel corso della seconda serata della rassegna poetica, all’interno del suggestivo frantoio ipogeo di Palazzo Palmieri.
Sara, per te la poesia è sempre stata intimamente legata all’idea di oralità, al concetto di performance e di superamento del testo scritto. Quale, a tuo modo di vedere, il valore aggiunto di questa idea di poesia?
« Non ho mai lavorato seguendo un’astratta idea di performance o di oralità; più semplicemente, da quando ho iniziato a leggere con una certa frequenza i miei testi in pubblico, ho avvertito la presenza di due forze di cui non potevo non tenere conto: un forza “bianca”, centripeta, che voleva tenere le parole scritte al di qua della sonorità, nel recinto visivo della pagina, e una forza centrifuga (rossa?, blu?) che le chiamava a rendersi vive, in un certo luogo, in un certo contesto e a fare quello che è nella loro natura: manifestarsi nel suono.
Dovendo, e volendo, fare i conti con queste due forze, entrambe legittime quanto tiranniche, si è fatto strada un diverso approccio alla composizione. Ogni testo nasce infatti conteso tra queste due forze – una mentale o visionaria; una acustica, legata al suono delle parole – e con loro deve scendere a patti nella ricerca di una forma che dia spazio a entrambe. (Aggiungo: la tanto sospirata ispirazione, forse, non è altro che l’unione spontanea e necessaria tra queste due forze, in una forma che sembra prescindere dalla perizia tecnica o dalle buone intenzioni dello scrittore).
Almeno per quello che mi riguarda, nella lettura ad alta voce le parole prendono vita, fanno vita autonoma, anche se ogni lettura è anche un laboratorio continuo in cui mettere alla prova i testi, per vedere cosa manca o cosa eccede, o come o se la poesia produca un qualche effetto su chi la sta ascoltando. Non ho mai coltivato il mito dell’oralità in quanto tale (e le letture ad alta voce non giustificano mai gli eccessi di verbosità o la ridondanza), nutro un certo scetticismo tanto per i testi che sfuggono ad una resa orale quanto per quelli che vivono solo nella performance. Poi, può succedere, come mi è successo, che lo stimolo o la collaborazione con altre forme di espressione (musica o video) porti un’ulteriore domanda alla poesia e la poesia, a suo modo, risponde, anche toccando dei limiti che non sapeva di avere».
“Nel Gasometro” è il titolo del tuo primo libro di versi, una sorta di patchwork di materiali che raccoglie versi, prose, lo storyboard per un video sul Gasometro, bozzetti per la messa in scena del suo poema con acrobazie, a cui si aggiungono una lettera introduttiva di Elio Pagliarani ed una postfazione di Aldo Nove. Un libro stratificato che ruota attorno all’ossessione per questi container industriali. Come nasce questa ossessione? E perché trasformarla in oggetto prolungato della tua ricerca poetica?
«Nel libro uscito lo scorso anno ho voluto dare l’idea di tutte le forme in cui questo progetto si è manifestato negli anni: fotografie, disegni, racconti e soprattutto poesia. Mi è difficile spiegare come è nata questa ossessione, quando sono stata chiamata a farlo (da Andrea Cortellessa, direttore di collana) invece di una breve nota a fine libro (come mi aveva chiesto) ne è venuto fuori una sorta di racconto filosofico dove ho tentato di toccare il nervo di ciò che nemmeno io riuscivo a capire. E questo forse è lo spirito del libro: farsi portare dove non si sa, da qualcosa non si conosce. Il Gasometro è stato tanto una metafora onnicomprensiva quanto un agente vivo (una musa?) che concretamente si è impossessato della mia fantasia. È stato il filtro (o la feritoia?) attraverso cui ho guardato la realtà. Come ogni ossessione, il Gasometro ha fatto di tutto per estendersi nello spazio e nel tempo, anche e soprattutto quando non riuscivo a capire quanto ancora sarebbe durato. Il Gasometro è stato, di volta in volta, metafora di un Moderno che non c’è più, storia del gas, industria bellica, alchimia, petrolio, prigione, circo, installazione, totem enigmatico».
La mia sensazione è che le voci più autentiche della poesia italiana contemporanea siano quasi tutte femminili. Oltre a te, penso a Mariangela Gualtieri, Laura Pugno, Florinda Fusco, Silvia Bre e Antonella Anedda. E l’elenco potrebbe continuare.È solo una coincidenza? O c’è una ragione legata all’innovazione di immaginario che la poesia femminile può introdurre contro una rappresentazione del mondo maschile che il Novecento ha usurato?
« Sono in buona compagnia! Hai fatto tutti nomi di poetesse che stimo molto e con le quali mi è capitato di lavorare spesso. Rispondo brevemente alla domanda perché altrimenti potremmo scivolare in un dibattito (che più volte ho intessuto con la poetessa Rosaria Lo Russo) sulla cosiddetta “scrittura femminile”. Dirò semplicemente che credo nelle opere, a prescindere dal sesso dell’autore. Quando un’opera ha forza e valore, va avanti con le proprie gambe. Il fatto che ci siano molte voci femminili nel panorama poetico attuale (e che non trattino temi ritenuti aprioristicamente “femminili”, ma bisognerebbe capire poi quali sono i temi maschili…) mi pare sia un passo in avanti rispetto al pur necessario movimento femminista che faceva entrare con forza l’aspetto rivendicativo anche nell’arte, ai danni dell’arte stessa. Ma a quel tempo, forse, era necessario e giusto così. La categoria di “letteratura femminile” andrebbe semplicemente storicizzata, e storicizzandola se ne appezzerebbe il valore. Poi, certo, ci sono i generi, ma mi pare che il “confessional”, tanto per dirne uno, sia frequentato da tutte e due le metà del cielo. Ci sono state delle evidenti necessità storiche dietro il femminismo, i movimenti e la “poetica” delle donne (vedi il famigerato “tema del corpo”). Ma sto parlando di coscienza politica, di cultura, di costume. L’arte, che ci piaccia o no, va sempre oltre, pur portando dubbi, rabbia, ambiguità, furore o meraviglia. Insomma, la poesia non ha frontiere di “gender”, anche se sarebbe benvenuta una critica accademica (più spesso maschile) che prenda in considerazione l’opera di scrittrici e potesse, aldilà del pacifico e bonario recinto di “letteratura femminile” in cui spesso, a mio avviso erroneamente, anche le donne hanno preferito pascolare. Detto questo, mi ritengo fortunata perché per caso sono nata e cresciuta in anni in cui molti diritti e libertà erano stati già conquistati e assimilati. Ma forse non è ancora finita qui, perché non dappertutto alle donne è “concessa” libertà di parola, e non ovunque, pur avendola, vengono ascoltate per quello che stanno dicendo, aldilà del loro essere donne, o proprio a causa di questo. Parlare da un corpo femminile non è un valore né un disvalore. Dipende sempre da quello che si ha da dire».
Silvia Bre, vincitrice Premio Viareggio 2007 sezione Poesia
tratta da Marmo
di Silvia Bre
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Non c’è cosa ch’io dico che non dica
ch’io vivo un’altra vita che è più viva
di questa stessa mia che vivo e dico.
E’ come fosse un palmo sottoterra,
tra semi che magari fioriranno-
un po’ più sotto dove stanno i morti
a scalciare in eterno oltre la vita.
E io me ne sto lì muta: aspetto,
continuo ad aspettare, aspetto ancora,
non mi fermano il sole né la luna,
fino a che arrivi il verde e copra tutto
fino al mio cuore aperto alla gran vista.
Pare che sia così la gioia dura
d’un eremita in cima a una colonna
nel deserto.
Videorecensione di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
Videorecensione di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
Una videorecensione di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, romanzo di Monica Viola, pubblicato da Vibrisselibri.
Pastorale rivoluzionaria: un libro da leggere: assolutamente

tratto da Pastorale rivoluzionaria
di Christopher Sorrentino
Quando tuo fratello si rivolge alle forze dell’ordine per denunciarti e per accusarti di un reato federale, fumati uno spinello. Quando tuo padre, in un accesso di rabbia irrefrenabile, si scaglia contro i giornalisti deciso a fracassare le loro apparecchiature fotografiche, senza riuscire peraltro a impedire la pubblicazione sui giornali nazionali di una fotografia venduta da un’agenzia di stampa, in cui si vede un vecchio, con un paio di jeans frusti tagliati alle ginocchia e una vetusta camicia azzurra con buchi sotto le ascelle, che aggredisce una cronista minuta, mischia un analgesico da banco di tua scelta con gli oppiacei che trovi in vendita all’angolo della strada. Quando tua madre ha sbalzi di pressione che il medico non esita a definire pericolosi, pronunciando frasi come “mi stupisce che non sia morta”, prima di prescriverle un farmaco che le fa crescere i peli sul petto e la manda talmente su di giri che alle undici di sera lei si mette a passare l’aspirapolvere, lavare e incerare i pavimenti di tutta la casa, beviti una bottiglia di vino liquoroso e posa la testa sul bordo del marciapiede (…) Quando tua moglie si rifiuta di fare sesso con te, di toccarti il pene, di lasciarsi accarezzare i seni, di baciarti sulla bocca, di abbracciarti, di guardarti quando le parli, di rivolgerti la parola a meno che non sia strettamente necessario, di restare nella stessa stanza con te a meno che non ci siano anche altre persone, di vivere nello Stato dove vivi tu, per te è arrivata la tanto temuta occasione di pubblicare una novena blasfema a santa Jayne Mansfield nelle ultime pagine di una rivista e di portarti a casa una donna poco vestita rimorchiata nei pressi di Taylor e Pine Street per usarla come surrogato. Quando i tuoi fondi sono pressocché inesistenti, quando i tuoi amici si negano al telefono e ti chiudono la porta in faccia appena ti vedono sulla soglia di casa loro, quando ti senti rifiutato e respinto, prendi in considerazione l’idea di mangiare peyote e poi di camminare a ritroso, con gli occhi chiusi, su un’autostrada all’ora di punta…
una poesia di Natasha Ceci
Confessioni da un corpo deforme
di Natasha Ceci
He’s 26 old
He lives in my imaginary
from Wednesday
sa di latte e fortuna
He asked me all responses.
I can be relaxed
when he sleeps.
Se potessi infastidirti
tanto da estirpare ogni forma
di condivisione
risparmiando tempo nel reprimerti.
Dovevo saperlo.
Di primavera già ne avevo divorato abbastanza.
Il copione ridicolo
fino ad allora fu preciso e strategico.
Nascosi bene le mie nevrosi
finsi di essere perla rara di maggio..
solo così potei rassicurarti!
Poi l’errore di cercare le sue mattine
Ero già infetta della passione per il prossimo.
La curiosità mi lasciò piaghe da decubito sulle cosce.
Almeno la rabbia riuscì a sterilizzarle.
Ora devitalizzo anche gli oggetti
dall’illusione raggiante.
Li renderò anonimi. Dopo ne usufruirò.
E tu finalmente non sarai altro che
un Contribuente
un Pedone
un Turista
un Giovane
un Precario
un Automobilista
un Bassista
un Cinefilo
un respiro lungo dai polsi sottili.
Dal paradosso alla noia dei vostri alibi
il passo fu breve.
Ci fu davvero osmosi di Conoscenza
oppure hai creduto che la mia fosse posticcia e acerba?
Non so.
So che non sai dirmi
nulla di ciò che attraversa
il campo minato dei sentimenti.
Restiamo immobili
al di qua del recinto
ciarlando di eventi dal mondo
mentre lì in mezzo
i nostri amici si amputano ridendo.
Ma anche io sono così! E tu non lo vedi!
Ho protesi ovunque
li nascondo sotto l’aura
dell’indipendenza.
Ammetto di aver sentito un riff strano ieri
e di aver cercato la voglia della tua opinione.
Ammetto di essermi accostata al vuoto della
poltrona accanto, al cinema.
All’insostenibile superficialità dell’essere.
Giada Mioso: un racconto
Fingo di dormire
di Giada Mioso
Il cuore mi batte forte. Il doppio rispetto al solito. Il triplo ora che mi tappo le orecchie con le mani.
Dalla cucina esce uno spiraglio di luce gialla, mi accuccio sul lato del corridoio e sbircio con forza e poco fiato.
Il pavimento bianco accoglie i piatti di porcellana, uno dopo l’altro, ammortizzando il loro volo.
Si scosta la frangia bionda dalla fronte sudata e questo glielo lancia mirando i suoi occhi. Neri, spalancati dalla paura.
“Mi fai schifo. Ecco cosa mi fai. Lurido. Deficiente”.
“Camilla, stai calma! La bimba è in camera e ci può sentire”.
Di scatto mi alzo e sotto le coperte lo stringo forte il cuscino rosa.
Lascio la luce accesa.
Le loro voci rimbombano tra le mie pareti tappezzate a fiori.
“Mai una parola dolce, un sorriso, una carezza. Sono tua moglie, sai signorino?”. Appoggia le sue mani ruvide sul bordo del tavolo, scende il peso del suo dolore.
“Io ho una cosa qui che mi soffoca”.
“Qui” lo urla. Respira affannata. Lo sussurra di nuovo.
Con la mano sinistra stringe la maglietta sopra il cuore. “Qui”.
“La solita esagerata. Ti siedi un attimo così ne parliamo con calma?”.
“Bugiardo sei.”
Si rompe la tazza azzurra che mi ha regalato Marika quindici giorni fa per il mio ottavo compleanno.
Papà entra nella mia cameretta, fingo di dormire.
Spegne la luce e invece di un buonanotte mi sussurra “domani sera andiamo dai nonni e cerchiamo una soluzione. Non si può andare avanti così”.
Esce una nota di delusione dalla sua voce.
Il doposcuola l’ho passato a casa di Marika.
Giocavo distratta mettendo Ken in salotto e Barbie in giardino.
Non ho quasi parlato per l’intero pomeriggio, tranne uno “scotta!” sorseggiando la cioccolata calda preparata dalla mamma di Marika.
Avrei voluto che quel calore fosse sceso nel cuore, alzandone la temperatura.
Si è fermato invece sulla lingua, una scottatura veloce.
“Ciao Francy! A domani”.
Ho ignorato Marika e sono salita sulla C3 nera di papà con il mento che sfiorava la clavicola, lui si è risparmiato un rimprovero e mi ha fissata stringendo forte i suoi occhi scuri.
Durante i due chilometri verso casa ho guardato il granoturco radicato nei suoi campi, sperando che la strada scivolasse più veloce.
Dai nonni ci siamo andati a piedi. Stanno a 300 metri da noi.
Il vento di settembre ha sollevato i miei lunghi capelli castani, ha spazzato via le nostre parole, lasciando il gelo fra i nostri passi.
Ci ha aperto la porta nonna, che oggi indossa la camicetta beige della domenica, ha piegato il viso puntando lo sguardo all’altezza dei miei occhi, azzurri come i suoi, e in questa giornata è naturale per gli occhi azzurri piangere.
Camilla ha gli occhi marroni, è sua figlia e mia madre. Non ha mai pianto.
È Giovedì.
Attraverso mezzo corridoio, ancora mezzo e sarò sul divano a quadretti marrone e giallo, ma il nonno preferisce che io resti fuori.
Hanno una porta dorata con dei vetri scuri e da qui non ho un backstage per capire cosa va in scena.
Dopo il mio primo giretto sulla bici rossa le loro voci arrivano forti e confuse.
Lancio la mountain-bike sul prato e resto immobile sulla porta non capendo il significato di quelle grida, ne percepisco lo strappo che si lasciano dietro.
Sento solo il nonno che si rivolge a papà: “la bimba può restare a dormire da noi, così sei più tranquillo”, papà alza il tono e dice: “è figlia mia e decido io con chi deve stare e dove è meglio che dorma”.
Mi allontano dalla porta. Di tre passi.
Verso quel piccolo quadrato di cemento dove d’estate gioco a biglie con la nonna.
Mi sento più sicura se starò lì.
Lo spazio è già occupato.
Ci scambiamo due sguardi diretti, sfrontati, io e quel grosso rospo verde.
Avanzo di un passo verso la mia isola felice e la paura che salti su di me mi fa arretrare di due.
È viscido, a chiazze marroni chiare.
Ci sfidiamo di nuovo, noto che ha gli occhi sgranati. È un maschio.
Per un attimo penso che se mi salta contro porterà via questo dolore, così lo fisso e i suoi occhi balenano un po’. È un perdente.
Non ho bisogno di chi non sa attaccare.
“Andiamo piccola” dice papà mentre esce per primo.
Mamma lo segue fissando il vuoto, un suo alleato in questo periodo.
“Lunedì mattina mamma entra in un ospedale in città. Resta finchè non starà meglio”.
Alzo lo sguardo e la vedo così dolce, penso che il suo cuore sia uno spazio più grande di questo cielo scuro.
Spero che il tempo faccia un balzo rapido su quel cemento.
Un mio racconto sul Corriere del Mezzogiorno

Paranoica serata d’estate con il fantasma del vicino
di Rossano Astremo
Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Nella nostra ampia cucina c’è anche la televisione a schermo piatto. Io e Claudia, la mia compagna, siamo orgogliosi del nostro piccolo gioiello tecnologico.
Ora, sullo schermo, sboccia l’immagine di un bimbo, le gambe nude premute l’una all’altra, i boccoli lunghi fino alle spalle, mescolati al pelo più corto di un cagnolino la cui lingua incomincia a leccare le guance del piccolo, facendogli arricciare il naso. Non è una scena di un film, ma uno dei momenti più emozionanti dell’ultima puntata di un famoso reality show.
Claudia è una delle più grandi esperte italiane di reality.
Dice che dopo una giornata passata in ufficio non ha nessuna intenzione di sorbirsi un film di Godard. Io penso alla scena finale di “Fino all’ultimo respiro” e mi viene da piangere.
C’è solo spazio per i pop corn: una coppa immensa posata al centro del nostro divano. Sulla destra io, sulla sinistra Claudia. Di fronte a noi la tv. Tutto il resto non conta.
Mi distraggo. Osservo un pelo lunghissimo sul mio polpaccio sinistro. Che cosa ci fa lì? Da quanto tempo si trova in quel posto? Perché è tanto diverso dal manto che ricopre la superficie totale del mio arto inferiore?
Uno strato perlaceo di sudore ricopre il mio corpo. Non c’è un alito di vento. L’estate è arrivata. L’afa è morbosa. Claudia è in trance. Sguardo fisso sullo schermo, mano sinistra che si perde nelle trame corpose di pop corn ben salati, volume a palla per non perdere nessuna sfumatura del sonoro.
All’improvviso qualcosa interrompe questo stato ipnotico. Io con gli occhi su frammenti di me, lei con gli occhi fissi sulla scatola catodica. Il qualcosa in questione è un ritmico rumore che proviene dall’esterno. Dopo un attimo di smarrimento, tutto si palesa. Il rumore proviene dalla porta. Un due tre quattro cinque: i colpi delle nocche sulla superficie in legno. È un segno di riconoscimento. È Dalila, la nostra vicina. Abita al piano di sopra. Ha la capacità unica di riuscire ad interrompere tutti i momenti assoluti che scandiscono la nostra quotidianità. La visione di questo reality per me non rappresenta un momento assoluto. Sono convinto che Claudia, al riguardo, abbia un’opinione differente.
“È morto!”
“Chi?”
“Il ragazzo che abita affianco, al primo piano”.
“Ma cosa dici?”
“Si è ucciso, con un cocktail di psicofarmaci e alcol”.
“Ma cosa dici?”
“C’è la polizia fuori. L’autoambulanza. Non avete sentito nulla?”
“No”
“Andiamo sul balcone..”
“Chi è questo che è morto?”
“Come chi è!”
“Chi è?”
“Il biondino che aveva la Punto blu”.
“Capito?”
“Punto blu?”
“Sì. Lavorava. Faceva il commercialista in uno studio di Viale Marche”.
“Biondino?”
“Biondino, pienotto, pizzetto”.
“Non riesco a focalizzarlo”.
“Non fate rumore”.
“Ecco la bara”.
“Che silenzio!”
“Perché si è ammazzato?”
“Che razza di domande fai!”
“Non alzate la voce!”
Eccoci ora sul balcone della nostra casa. Sono le dieci di sera. Tutti gli abitanti della via sono per strada, chi sui marciapiedi, chi sulle terrazze, con gli occhi rivolti verso l’ingresso dell’abitazione di Danilo. Il sudore aumenta d’intensità. Sono completamente bagnato. Sotto le ascelle si forma il consueto alone che imbarazza.
Danilo: questo il nome del commercialista.
Appare una bara metallica, condotta da due uomini delle onoranze funebri. Ora riposta all’interno della loro auto. C’è un movimento rapido di uomini. Regna un silenzio spettrale. Non c’è spazio per flebili refoli di vento. Non è di Lecce, è di un paesino della Basilicata, era qui solo per lavoro. L’unica a versare lacrime è la signora Martina, la proprietaria della casa nella quale Danilo viveva. L’ha trovato lei steso per terra. Non deve essere stato un bello spettacolo. Aveva una schiumetta biancastra che gli usciva dai lati estremi della bocca. Dalila ci inonda di particolari. È stato il suo amico poliziotto, che ora fa ciao ciao con la manina verso la nostra direzione, ad elencarle tutti questi particolari sull’accaduto.
“Chissà perché l’ha fatto!”
“Aveva anche la ragazza”.
“Dove, qui?”
“No, in Basilicata”.
“Forse la distanza allora…”
“Ma che dici? Uno si fa fuori perché la ragazza vive a 300 km da te…”
“Perché no!”
“Ok, io rientro. Ho già visto e sentito abbastanza”.
Le ultime parole che ascolto, prima di oltrepassare la soglia che mi riporta in casa.
“Aveva anche l’amante”, dice Dalila.
“E tu come fai a saperlo?”
“Io so tutto, cara. Non dimenticarlo mai”. E chi lo dimentica.
Siamo a letto. La posizione è le stessa del divano. Sulla destra io, sulla sinistra Claudia. Di fronte a noi la tv. Quella piccola, situata nella nostra camera. Al centro un libro, “Gli sfiorati” di Sandro Veronesi. È il romanzo che Claudia sta leggendo da circa tre mesi. Lei non compra libri. Si fida dei miei consigli. Ad ogni lettura da me completata mi chiede: “Ti è piaciuto? Di cosa parla? Si piange? Si ride?”. Poi, a seconda delle mie risposte, decide se inserirlo nella lista delle sue future letture oppure no. Ora, lo spazio nel quale accatasta i miei libri, nell’attesa che vengano letti, è il mobile situato sulla sua destra. Ci sono una decina di titoli. Non verranno mai letti. Perché, è questa la sacrosanta verità, Claudia non legge, annusa, non ama farsi coinvolgere dalle trame, sbocconcella qua e là alla ricerca della frase che la lasci senza fiato, non si fa trascinare dagli stati psicologici dei personaggi, si concentra sulla consistenza della carta, sui colori della copertina, sulle note biografiche dell’autore, non scorre la pagina da sinistra verso destra, a volte capovolge i libri, chiude gli occhi e si estranea. Non sentirete mai pronunciare da lei la frase “che gran finale!”, perché non arriva mai alla fine di un libro, al massimo potrete sentire suoni come “senti questa frase, cazzo!”. Ecco. Io in quanto lettore non rientro in questa categoria. Io ho delle mie fissazioni, inderogabili, inappellabili, assolute: se inizio la lettura di un libro, devo portare a termine la missione, costi quel che costi, anche se tra le pagine trovo una storia davvero deprimente, senza senso, o una scrittura che rasenta il ridicolo, la peggiore prosa mai letta da quando i miei occhi hanno cominciato a dare un senso a quei grafemi disposti sulla carta. Se Claudia è la paladina della lettura del frammento, io sono portavoce della scuola degli stacanovisti: leggere tutto, dalla prima all’ultima parola. Questo comporta anche possibili inconvenienti. Uno su tutti? La mia copia di “Troppi paradisi” di Walter Siti era sprovvista di trentadue pagine, finite chissà dove, risucchiate da chissà quale vortice. Ogni qualvolta sento citare da qualche scrittore o critico il romanzo di Siti la mia schiena comincia a riempirsi di brividi. Quel vuoto di trentadue pagine ha irrimediabilmente compromesso la lettura di un testo che ne contiene più di quattrocento. Eppure il salto è avvenuto in una zona del romanzo non focale, non certo di snodo, solo di descrizione della vita quotidiana del protagonista col suo aitante culturista. So benissimo che “Troppi paradisi” è un grande romanzo, l’incipit è favoloso, le pagine che Siti dedica alla televisione sono illuminanti, ogni frase è scolpita alla perfezione, eppure “Troppi paradisi” rimarrà il libro dalle trentadue pagine mancanti.
“A cosa pensi?”
“Secondo te?”
“A Danilo?”
“Quindi tu lo conoscevi?”
“Conoscevi! L’ho incrociato qualche volta…”
“E che tipo era?”
“In che senso?”
“Come ti sembrava? Solare, simpatico, cupo, schivo…”
“Non saprei dirti…”
“Come no? Mi hai appena detto che l’hai incrociato qualche volta..”
“Sì, l’ho incrociato… Ci siamo scambiati qualche buongiorno o buonasera di cortesia, come si fa tra vicini, niente di più…”
“Ok, ok. Ho capito”.
“…”
“Quanto sarà spessa una parete?”
“E che ne vuoi che ne sappia io!”
“Un metro?”
“Non lo so, davvero. Non saprei dirtelo”.
“Abitavamo entrambi al primo piano. Edifici diversi, ma stesso piano”.
“Quindi?”
“Magari quando ha ingurgitato il cocktail che lo ha ucciso era ad un metro da noi. Io e te, con la tv a palla a seguire il tuo reality show del cazzo ed un nostro vicino che stramazzava al suolo ad un metro da noi”.
“Sei paranoico!”
“La sua testa poggiata simmetricamente alla mia testa: separati da un solo metro”.
“Smettila di leggere tutti quei libri. Ti stanno infognando il cervello”.
“Io almeno posso dirli di leggere. Tu, invece…”
“Cosa stai insinuando?”
“Si muore di caldo, qui… E le zanzare mi stanno tormentando i polpacci”.
“Dai, proviamo dormire. Sono stanca”.
“Ok”.
So benissimo che non riuscirò a chiudere occhio. E non solo perché la nostra camera da letto è una fornace. Ho paura di sognarlo. Ho paura che il volto sconosciuto del mio vicino suicida si palesi in qualcuno dei miei sogni. Allora preferisco rimanere sveglio. Magari approfitto per rivedermi un film di Godard.
Se questo significa essere paranoici, cara Claudia, sì, sono un perfetto paranoico. Se questo significa dare la colpa a tutti i libri che ho letto, cara Claudia, ok, dai la colpa a loro, spara sulla croce rossa, affondami con le tue parole pregne di retorica. Ma almeno io potrò dire di aver goduto leggendo alcune pagine di “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon, tu dovrai accontentarti dei pettorali lucidi di Pietro Taricone. E adesso, scusami, ho tutta la notte davanti a me. Dormi pure, Claudia. Io ho i miei fantasmi da ammansire.
Questo racconto è apparso oggi sul Corriere del Mezzogiorno. L’incipit, in corsivo, è lo stesso di Kitchen di Banana Yoshimoto.
Maria Carrano, un racconto inedito
Ada
di Maria Carrano
Ada non sa più che farsene di quelle sue mani, le tiene appoggiate in grembo come qualcosa di inutile che non si ha il coraggio di gettare via.
La sera rossa e cupa si frantuma contro il frontale appuntito della casa d’accoglienza.
Avvolta dalle striature rosa del cielo, s’aggiusta una ciocca ricadutagli sul viso e guarda lontano…Silenzio.
Ha i capelli lunghi Ada.
Osserva quelle mani intrecciate sul tessuto ruvido della sua gonna e pensa che siano lì, perse, come un nido di serpi…e lei a proteggerle in un’alcova calda fitta di moscerini neri…
Le serpi si muovono, si contorcono continuamente…infittiscono i nodi e si rilasciano quasi come se stessero pulsando…lei li osserva madre ed estranea…e li custodisce in grembo amorevolmente.
Franca: “A che ora arriva?”
Ada: “Sette e un quarto” dice velandosi di un sorriso incerto.
Le braccia scoperte s’offrono alla prima umidità dolce della sera. Ada tende l’orecchio e ascolta docile il silenzio della campagna. Lo conosce bene quel silenzio, ed ora il risentirlo le riporta alla mente i giochi infantili, qualche schiamazzo, i colori troppo forti del sole…le sue serpi…
Non bisogna aver paura che soffrano, basta proteggerli, tenerli al caldo… Basta amarli un po’… Non, non farmi smettere, non ora, fammi giocare ancora …
Lina: “Viene con la macchina?”
Ada: “Non so, penso di si”
Lina: “A me piacciono tanto le macchine lucide, quelle che hanno una superficie…”
Franca: “Stai zitta Lina”
Lina: “…su cui ti puoi specchiare, senza un graffio, un’ammaccatura…lui ha una macchina, vero? Viene in macchina?”
Ada: “Non so, te l’ho detto che non so come viene”.
Franca: “Lina, perché non rifletti per un po’ in silenzio?”.
Ada distoglie lo sguardo dal suo nido solo per alcuni secondi, ma subito il richiamo è fortissimo, e si sente come obbligata a guardare se stessa e quel suo intreccio di carne e sangue…tace, e stende lo sguardo soddisfatta, sulle pieghe delle sue dita.
Insegue i filamenti della pelle, come un bimbo dietro un aquilone, giù fino alle ombre più scure…guarda, guarda, il nido è qui, dietro il cespuglio… lo so che non devo andar lì, ma giuro che non mi faccio male…ti prego mamma, fammi giocare ancora un po’…poi le lascio stare e faccio la buona…si, è quasi buio, ma faccio in fretta.
L’imbrunire s’appropria spavaldo di ogni cosa…l’inghiotte una ad una succhiando via per primo i colori, poi le forme…le sostanze.
Quanta polvere…c’è la siccità.
Ada: “Da quanto non piove?” chiede gettando lì una domanda della quale non le importa la risposta.
Claudia: “Una settimana” .Sfoglia una rivista con poca attenzione; non legge, la fissa pensando ad altro.
Poi riprende “Però è stato caldo”. Claudia tace, sta quasi sempre in silenzio.
Ha una regola: crede che si debba parlare solo quando è strettamente necessario. Claudia è molto severa con sé stessa e per nulla con gli altri, e questo la fa sembrare docile e debole, ma lei è semplicemente forte della sua legge.
E’ vero, è la siccità che crea tutta questa polvere…si alza in mulinelli fitti ad ogni alito della sera. Te la senti addosso sulla pelle umida…si appiccica ovunque come una colata vischiosa…mi sembra di non respirare…ma non ora, ora ho da fare: alle serpi serve un riparo per la notte… il cespuglio non è sicuro, può succedere di tutto, e poi c’è il vischio della notte…mamma, lasciami ancora un po’…non sto giocando, ti prometto che non mi stanco…soffocheranno…soffocheremo tutti.
Franca: “Ma poi perché venire proprio oggi?”
Lina: “Poverino, con questo caldo”.
Tutte fissarono Lina. Lei avvertita dal silenzio alzò lo sguardo sulle altre che scoppiarono a ridere senza contegno.
Franca: “Lina ti ho avvertita, taci e rifletti.
No, dico, perché ora dopo 4 mesi?”
Ada: “Non so, ha deciso così”
Franca: “E tu?”
Ada: “Ed io cosa?”
Franca: “Non gli hai chiesto niente? In fondo quando sei arrivata qui lui neppure ti ha accompagnata, e ora d’improvviso si ricorda di venire a trovarti?”
Ada: “Aveva da fare”
Franca: “Per 4 mesi?”.
Ada: “Sì, per 4 mesi” .
Franca: “Ho la sensazione d’essere un oggetto ingombrante da spostare secondo necessità”
Ecco! Sotto le colonne bianche del portico. Qui nell’angolo sarebbe perfetto per il nido. Però il muro è un po’ annerito, c’è puzza di calce e poi qui c’è quel marmo bianco…è dappertutto, capisci d’essere alla casa d’accoglienza perché ovunque cade lo sguardo c’è quel marmo, disteso come se stesse aspettando di sfidare l’immortalità, come se avesse una memoria storica infinita.
Si …l’odore della terra, quello ci vuole…
Franca:“Quando ti ha telefonato l’ultima volta?”
Ada: “Lo sai, 3 settimane fa. Era nervoso, ha dei problemi…si è come indurito. Ogni volta mi chiede come sto…me lo chiedo anch’io a volte, ma tanto lui non aspetta la risposta!”
Franca sorrise un po’ malinconica.
Ada: “Comunque non è cattivo, se è quello che pensi”
Franca: “ Non lo penso”
Ada continuò a guardarla aspettando che continuasse.
Franca: “Ci trascurano un po’ tutte qui”
Ada: “Ma lui non mi trascura, è la vita che è così”
Franca: “A volte non mi sento neppure una persona, se passano 2 o tre giorni senza guardarmi allo specchio mi pare d’essere una cassapanca o un comodino”
La brezza leggera fa sbattere la porta zanzariera dell’ingresso. Un battito costante che scandisce il tempo. Ada si guarda intorno. Gli alberi verdi nonostante la poca acqua, sono leggermente scossi dal vento. Sotto un tappeto d’aghi di pino secchi. E’ immersa nel silenzio della sera, e forse ha un po’ paura di sentire troppo intensamente quell’attimo…e ha paura di svegliarsi subito dopo…
Quindi cerca d’astrarsi riguardando i suoi cuccioli di serpente, protetti nel caldo grembo materno…e allora s’accorge in un istante di non riconoscerli più, d’odiare quelle bestie orrende, d’essere costretta a coccolarli e proteggerli pur trovandoli repellenti.
Lei stessa si sente odiosa e marcia per il solo averli lì…perciò ha voglia di disfarsene, gettarli via al più presto, e poi schiacciarli uno ad uno perché scompaiano…
Ada: “Claudia, hai voglia d’andare a prendermi una giacca, io non ce la faccio”
Claudia: “Certo cara”
Intanto i serpenti sibilano confusi
Franca: “E dove l’accoglierai? In camera tua?”
Ada: “Non credo faccia molta differenza”
Franca: “Ne fa invece, non vuoi che ti veda come un relitto abbandonato…anzi dovresti anche indossare qualcos’altro”
Ada getta via i rettili dal suo ventre e li spinge più in là col piede
Ada: “Tipo cosa?”
Lina: “L’abito blu ti sta benissimo”
Franca: “Infatti, metti l’abito blu e aggiustati i capelli che sei tutta scompigliata”
Spaesate le bestie iniziano ad aggrovigliarsi in nodi sempre più contorti
Ada: “Dimenticavo che la forma è sostanza. Comunque avete ragione voi, non voglio che pensi che sono un relitto abbandonato nel porto”
Lina: “Cara, non lo penserebbe comunque, sei così bella”
Franca: “Lina sei una sciocca se credi che la bellezza sia una grazia femminile, è una qualità da oggetto in vendita, un attributo richiesto per venderci meglio. Non abbiamo bisogno della bellezza ma dell’indipendenza e della forza di carattere… se non abbiamo necessità di nessuno, non possiamo neppure essere giudicate, allora siamo libere…
E’ la condanna di ogni donna quella di cedere all’ipocrisia del ruolo o di cadere nella scomunica….”
Lina: “Le ho fatto solo un complimento”
Franca: “Certo, un complimento da serva. Cresciamo da sole, dobbiamo scontrarci tutta la vita contro la superficialità d’infantili pusillanimi mentre cresciamo i nostri figli tra decine di rinunce e umiliazioni.
Vuoi dirmi che in tutto questo dovremmo anche sprecare energie per essere come qualcun altro vorrebbe…”
Il sibilo dei serpenti di Ada, si fa più violento, quasi un urlo stridente che sembra provenire direttamente dal suo grembo. Lei abbandona la testa a quell’urlo pulsante e si sente invadere le piccole pieghe scure del suo cervello dal quella cantilena sottile e costante…ha come l’impressione, per la prima volta, di star per cedere, di non aver più alcuna risorsa a cui attingere, di doversi dichiarare infine, esausta e vinta. Ma l’animo umano nasconde capacità di ripresa imprevedibili…
Franca: “…ADA? Ma che ti succede?”
Lina: “Ada, tesoro, ti senti bene?
Forse è un po’ nervosa per il suo arrivo”
Ada: “Cosa?”
Lina: “Dicevo che sei un po’ nerv…”
Ada: “Si, questo l’ho sentito. Non sono nervosa, mi sono distratta”
Franca: “Vatti a dare una sistemata, sta arrivando”
Ada: “Certo capitano.
OH, Claudia eccoti qua, scusa, ma la giacca non mi serve più, vado a cambiarmi”
Claudia: “Cambiarsi? Perché?”
Franca: “Va a farsi bella”
Lina: “Allora vedi che ci cadi anche tu?”
Franca: “Sta zitta Lina, non hai capito niente…al solito!”
I serpenti scivolano via lungo le scale del portico e s’attorcigliano veloci lungo la sedia di Ada.
Lina: “Eccola qua!”
Ada: “Abito blu, capelli a posto…ho preso il tuo foulard Claudia, non ti dispiace?”
Franca: “Perché non ti sposti sotto al portico con noi?”
Ada: “Sto bene qui, grazie, preferisco la terra al marmo”.
Le serpi s’intrecciavano vorticose intorno alla sedia fino a fluire tra le braccia di Ada, per ricongiungersi nel suo grembo come un cucciolo con molte teste.
Franca: “La donna custodisce un mistero, la sua sensualità è in ogni respiro, tutto ciò che tocca è attinente al sesso…e le sue gonne, per quanto molteplici, sono un velo sottile, un pretesto.
La donna è perversa perché desidera la schiavitù sentimentale, l’uomo è brutale…” s’arrestò un attimo “…e superficiale…non comprende la sensualità masochistica dell’essere femminile”.
Lina: “ A me è sempre piaciuto il termine Sadico, lo preferisco a Masochistico”
Franca: “Lo immaginavo, sei così sciocca…”
Ada: “Non essere cattiva con lei”
Franca: “Scusa, hai ragione tu, è che lei mi dimostra che il pregiudizio sull’inferiorità femminile è giustificato”
Lina: “Solo perché non sono un maschio con la gonna”
Franca: “Solo perché sei una stupida”
Guarda, guarda, le serpi hanno smesso di contorcersi. Certo mamma, farò come vuoi, non ci gioco più, solo non sgridarmi…
Ada: “Basta ragazze, non vorrete che vi veda litigare…”
Franca: “L’uomo è padrone, al suo arrivo ci sarà pace”
Lina: “Ma che stai dicendo?”
Franca: “Scherzavo Lina, davvero…ci fai su una risata e passiamo a parlare del tuo argomento a piacere, ne hai uno cara?”
Lina la guardò esterrefatta.
Ada: “Non dovresti dire certe cose”
Franca: “Ma è la verità…è nella coscienza di una donna la sottomissione e l’ubbidienza, non c’è scampo, possiamo bruciare tutti i reggiseni nella pubblica piazza, ma di fronte all’uomo siamo sempre schiave ubbidienti”
Claudia decise d’abbandonare il suo forzato silenzio “Ma hai capito bene quello che dici?”
Franca: “Ti piace illuderti che non sia vero, ti senti più indipendente, forte come un uomo…stai in silenzio per ore come un uomo, poi getti verità come un uomo e infine svanisci come un uomo e mi chiedi se so di cosa sto parlando? Ma sto parlando di te sciocca donnetta, di quello che ancora non hai capito…tu sei schiava del tuo desiderio irrefrenabile di essere proprietà di qualcuno…ti nascondi dietro un paravento ma nell’intimità sogni che qualcuno possa ordinarti cosa fare”.
Claudia: “L’abisso umano non ha fine…” rivolgendosi a Franca.
Franca: “L’ipocrisia di una razza che non ha voluto riconoscersi schiava pur desiderandolo”.
Ada: “Dai Franca, smettila, la stai turbando”
Franca: “Ne ha bisogno, altrimenti continuerà a sbandierare queste insulse credenze da giovinetta ingenua”.
Ada: “Non credo che tu abbia ragione, ognuno ha il diritto di credere quello che vuole”
Franca: “Infatti, l’illusione è l’unica libertà concessa. Un uomo possiede una donna con il sangue e con la carne, non c’è altra possessione, non c’è altro amore se non nell’umiliazione, nella prostrazione. L’essere femminile si può negare, ma l’essenza della femminilità è nella pudica sfrontatezza dell’essere votato all’ubbidienza…”, esitò un istante, “non ubbidiamo a qualcuno, ma alla stessa idea dell’ubbidienza”.
Claudia: “Mi pare del tutto folle quello che dici”.
Franca: “Non ti senti incapace di assaporare la vita in mancanza di un amante? Non ti senti viva solo nello sguardo del tuo amante? Non lo cerchi per assicurarti che sia ancora lì ad adorarti? E non trovi forse la sua cattiveria come un modo per interessarsi a te? La sua assenza come la sua presenza, non definiscono la linea tra la vita e la morte?”.
Ada: “Allora che facciamo qui? L’abbandono in questo posto è totale”.
Franca: “E’ vero, qui perdiamo tutte il nostro essere donne…non c’è spirito femminile, questo è il luogo della privazione, la gabbia con ganci sul nostro ventre”.
Lina: “Sei orribile Franca, mi fai odiare le donne”.
Franca: “Lo spero bene. Tu non centri nulla con loro, è giusto che le detesti”.
Lina rimase con lo sguardo fisso alle spalle di Franca, non osò guardarla più, ed il suo viso si rabbuiò.
Gli occhi di Ada invece fiammeggiarono di rabbia.
Ada: “E’ naturale per l’essere umano arrivare a sbranare come una fiera ciò che è più debole…Sei una bestia, violenta e senza misericordia come una bestia”.
Lina: “Non ti preoccupare mia cara, sto bene. Non mi fa alcun effetto quella iena”.
Ada: “Si, ma è crudele, non avresti dovuto dire quelle cose”.
Franca: “Se vuoi la fiaba t’accontento subito. Restiamo qui ad attendere la compagnia del tuo bel ragazzetto”.
Ada: “Credo che lo porterò subito via, e poi ho molte cose da dirgli”.
Lina: “No, no, ti prego…almeno facci parlare con lui…solo un po’”.
Franca: “Ma lascia che se lo porti dove vuole, che importa. Tanto non viene neppure per lei, è solo la sua coscienza che mette a posto. In 15 minuti si sarà già annoiato e conterà i secondi”.
Ada: “Bene Franca, credo che per oggi possa bastare”.
Franca: “Credi che non sia così? Pensi che venga davvero a vedere te? Pensi che abbia desiderato venire qui…ma intensamente dico…magari sognandolo anche ?”
I cuccioli dormono ora, ti prego mamma, fammeli guardare ancora un po’, poi me li porteranno via e te lo giuro, non li cercherò più. Lo so che non è bene giocare con loro…si mamma, lo so che sono una signorina ormai…certo, li abbandonerò dove hai detto tu…e non li vedrò più…no, scusa mamma, non sto piangendo, ormai sono grande, non piango più lo sai.
Claudia: “Non ascoltarla più Ada cara, vai a metterti un po’ di trucco, sono le sette e 10”
Franca: “Magari non verrà!”.
Ada: “Non dire sciocchezze”.
Franca: “Hai ragione, scusami”.
Ada: “Non preoccuparti. Vado a mettere un po’ di cipria”.
Franca: “Non t’importa nulla di lei?”
Claudia: “Che dici? Sei tu che non hai il diritto di farla stare male scaricandole addosso le tue frustrazioni”.
Franca: “Guardati intorno, di che frustrazioni parli” disse ironica “siamo qui, nel deposito carcasse umane…”.
Claudia: “Povera te, mi fai solo pena”.
Franca: “Anche a me faccio pena, questo è il problema, e non credo mi sia data un’altra possibilità per non finire qui ad aspettare da mesi una visita di qualcun altro”.
Le serpi discesero lungo i bordi della sedia e strisciarono fino ai piedi di Ada.
Ada: “Non l’ho trovata la cipria, ma in fondo va bene così. Su ragazze andiamo dentro, inizia ad essere umido”.
Si arrampicavano lungo le gambe di una donna una volta bella…sulle gambe ora ricoperte di rughe, sfiorarono quel ventre una volta inondato da sangue pulsante, coprirono il tessuto ormai vinto dei suoi seni e si arrotolarono fitti intorno al collo imbrunito ed arido coperti da una coltre di capelli bianchi.
Questo è il nido giusto per loro, qui, tra i miei capelli saranno protetti…e al caldo…si, si, è qui che devono giacere poveri cuccioli, qui, sulla mia carne…
Si mamma, hai ragione tu, ma non m’importa, ormai non ti sento più…scusa mamma, se non ho fatto esattamente come mi hai detto…scusa se mi sono addormentata troppo presto.
Lina: “Perché non prepariamo la cena anche per lui? Forse quando arriva avrà fame!”.
Franca: “Quanto sei ingenua Lina, il nipote di Ada non arriverà neppure questa settimana, vero piccola mia?”
Ada: “Avrà avuto un contrattempo, verrà la prossima”.
Franca la fissò tristemente.
Claudia: “Ma certo cara, di sicuro avrà avuto un contrattempo, quale giovanotto non vorrebbe vedere una nonna così bella?”.
Amelia Rosselli: una poesia
tratta da Le poesie
di Amelia Rosselli
La mistica del cervello. La luce del demonio sollevava polvere
negli occhi impuri della mia fecondità. Io ero tremante d’invidia
ma il raggio solare sollevava anch’esso storie d’amore tenue
come il pero con i suoi fiori incantati, come il pane di
sera che s’ingrana nelle faccende nostre d’amore e di pietà
e di fame e di quadratura del circolo infame che noi solleviamo
al di sopra di ogni sapienza.
Incauta ricorrevo all’aldilà ma fui ben presto scottata da
mani invidiose. Le mie proprie mani mi riportarono a terra
le mie proprie unghie sollevarono da terra l’astro della
felicità. Torgono in mano i lumi i santi ed i sapienti, torgono
in mente i lumi i negri e le maestre di scuola e le rinvenute
dalle scuole di agricoltura.
Condannata a far finta mi risollevai dalla polvere ben presto
per inginocchiarmi alla fonte delle benestanti. Le protestanti
non attecchirono ormai più la mia freschezza ingenua e con
tutto candore perdonai ai più villani, vecchi digiuni. Cuore
che tanto digiuni scostati dalla rabbia e rimani potente
signore.
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