Archiviazioni mensili: Settembre 2007

 

Il Poetry Slam è andato. In una Piazza del Ferrarese gremita abbiamo dato il nostro contributo alla Notte dei Ricercatori. Ho vinto la “gara” ex aequo con Marthia Carrozzo. Ci dividiamo il premio: 300 euro da spendere in libri. Serata piacevole, così come quella di ieri sera, dove, davanti ad un piccolo ma prezioso gruppo di ascoltatori, nella Sala Convegni del Castello di Grottaglie ho parlato, assieme a Flavia Piccinni e Giancarlo Liviano D’Arcangelo, dei loro libri, di Martina, Alex, del nostro sud e, a presentazione terminata, di molte altre cose, alcune delle quali stento a ricordarle, a causa del molto alcol. Presto posterò un po’ di foto delle due serate. Domani sera Flavia e Giancarlo sono a Lecce, presso il Fondo Verri, a partire dalle 19.

r.a.

 

Festa dei lettori: Presidio del libro di Grottaglie

Leggere l’età giovanile

Sabato 29 settembre

ore 20,30

presso Sala Convegni del Castello Episcopio

 

Esiste una rappresentazione narrativa della giovinezza che non sia quella edulcorata e consolatoria proposta da Federico Moccia? Per fortuna esiste, e lo dimostra l’uscita recente di “Adesso tienimi” (Fazi, 2007) di Flavia Piccinni e di “Andai, dentro la notte illuminata” (peQuod, 2007) di Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Martina e Alex, i protagonisti dei due romanzi sono in continua fuga da loro stessi e dal mondo, denigratori della terra che li ha partoriti, vittime dell’amore, piccole schegge impazzite e impaurite in un mondo che non accudisce, ma, sovente, dilania. I due scrittori dialogheranno con il pubblico a partire dalle 20,30, presso la Sala Convegni del Castello Episcopio di Grottaglie.  L’incontro sarà coordinato da Rossano Astremo.

Qui l’intervista a Flavia Piccinni

Qui l’intervista a Giancarlo Liviano D’Arcangelo

http://www.presidi.org/

http://festadeilettori.splinder.com/

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Questioni di frontiera

POETRY SLAM

28 SETTEMBRE

BARI, PIAZZA DEL FERRARESE, 22,30



Dieci artisti raccontano la Puglia di frontiera, terra di passaggio tra Oriente e Occidente. Sono migranti e figli dell’emigrazione, somali, algerini, libanesi, iraniani. Si misurano con i giovani autori locali in una sfida fatta di parole e musica. Per un fecondo incontro di culture.

 

Prima parte

Cristina Ali Farah è nata a Verona nel 1973. Ha vissuto a Mogadiscio fino al 1991, quando è scoppiata la guerra civile in Somalia. Tra le fondatrici della rivista “El Ghibli”, collabora con “la Repubblica”, “Internazionale” e “Nuovi Argomenti”. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo romanzo, Madre Piccola (Frassinelli).

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968. Lavora presso il Tribunale per i minori e collabora con la rivista “Nuovi Argomenti”. Ha pubblicato Il credito dell’imbianchino (Argo 2005) e Il correttore (peQuod 2007).

Enrico Francone è nato a Bari nel 1971. Burattinaio dal 1996, è portatore (sano) del teatrino delle “Guarattelle” napoletane, la forma tradizionale del teatro dei burattini del Mezzogiorno d’Italia.

Gianni Minerva è nato a Casarano nel 1979. Vive a Lecce, dove studia presso la Facoltà di Lettere. Si occupa di teatro e poesia. Cura il blog letterario cappelaiomatto.

Fulvio Fontana è nato a Bari nel 1972. Poeta, ha pubblicato Grisaille (Montedit 2000).


Ospite fuori concorso

- Bachir Gareche è nato nel 1968 a Orano, in Algeria. Musicista, paroliere, suona la darbuka, lo strumento di percussione egiziano che accompagna tutta la musica orientale. Ha collaborato con Kaled e con le Faraualla. Unisce il flamenco alla tradizione berbera, il jazz con il rap e il reggae. Tra i suoi dischi vale la pena ricordare l’omonimo Bachir (Astralmusic 2007).

 

 

Seconda parte

Nader Ghazvinizadeh è nato in Iran. Ha vissuto a Esfahan e poi si è trasferito in Italia, a Bologna. Allena la squadra di calcio del Botafogo ed è stato giornalista radiofonico. Ha firmato la sceneggiatura dei film Drobgnac e Apocalisse in Via Orfeo e ha pubblicato la raccolta poetica Arte di fare il bagno (Giraldi 2004), con una postfazione di Roberto Roversi.

Rossano Astremo è nato nel 1979 a Grottaglie (Taranto). Collabora con “Il Nuovo Quotidiano di Puglia” e cura il blog letterario “Vertigine”. Ha pubblicato Corpo poetico irrisolto (Besa 2003) e L’incanto delle macerie (Icaro 2007)

Marthia Carrozzo è nata e vive a Lecce, dove lavora in teatro. Il suo esordio poetico è stato salutato con favore da Alda Merini. Ha pubblicato Utero di luna (Besa 2007).

Margherita Macrì, poetessa, è nata e vive a Lecce. I suoi componimenti sono apparsi sul blog di Feltrinelli.

Antonia D’Amore è nata a Bari nel 1977. Vive a Roma, dove lavora per il “Teatro delle marionette Accettella”. Unisce l’arte del canto al movimento marionettistico.

 

Ospite fuori concorso

Nabil Ben Salameh. La voce dei “Radiodervish”, la band che ha dato lustro alla storia della musica barese. Libanese di origine palestinese, Nabil ha suonato al Théatre de l’Olympia di Parigi, al festival Arezzo Wave e alla Notte della Taranta di Melpignano. Collabora con Al-Jazeera.

 

Vjing e Live media

- Giovanni D’Aloia è nato a Bari nel 1975. Ha partecipato al Festival Enzimi e ad Arezzo Wave. Ha girato il documentario musicale Dam’ a tutt. Reggae e anarchia nel profondo Sud, dedicato alla storica band pugliese dei “Suoni Mudù”. È tra i fondatori di “Kinotek”, vjing e live media. E’ stato uno degli operatori di Un altro mondo è possibile (Luna Rossa 2001), il film collettivo sui fatti del G8 di Genova.


Finale e Proclamazione del vincitore

 

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Cari nonni, siamo nella merda fino al collo
di Rossano Astremo

È da ieri in tutte le librerie “L’Italia spiegata a mio nonno” (Mondadori) di Federico Mello, saggio che parla delle condizioni dei giovani italiani – dai 25 ai 35 anni –che si affacciano al lavoro, alla vita adulta e indipendente. Un saggio per nulla ortodosso, poiché siamo in presenza di una lunga lettera aperta indirizzata dall’autore al nonno. Il nonno come metafora della gerontocrazia del nostro Paese?
“Ho deciso che dovevo trovare un modo per far uscire il malessere che mi prende da dentro. Mi sono messo in testa di spiegare quanto l’Italia tutta ci ha apparecchiato. Un pranzetto dal sapore rivoltante dei cibi ammuffiti. E ho deciso di parlarne a te nonno. Tu che sarai mia sponda e sostegno. Che quanto me hai a cuore il futuro. Che ignori però quel mondo nel quale io vivo e mi muovo, mi divincolo come un ossesso per trovare una strada, la mia strada. Parlo a te perché tuoi coetanei sono quelli che a pieno titolo fanno parte del magnifico e esclusivo club della classe dirigente. Tu però hai più tempo da dedicarmi, più pazienza di loro”
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore.
Come è nata la necessità e l’urgenza di scrivere questo libro?
L’Italia è un Paese che ha trovato un bel modo per risolvere i suoi annosi problemi: scaricare ogni decisione dolorosa sulle spalle delle nuove generazioni. Era arrivato il momento, c’era urgenza, che qualcuno di coloro che è nato dagli anni settanta in poi, spiegasse le cose dal proprio punto di vista
Perché l’idea, a mio avviso geniale, di strutturale l’intero libro come lettera aperta scritta al proprio nonno?
L’intuizione della lettera aperta è stata effettivamente quella che ha dato una svolta alla stesura. avevo bisogno di scrivere un libro che avesse un impianto del saggio ma che riuscisse ad essere anche divulgativo, che riuscisse a parlare ai non addetti ai lavori e a chi non ha tempo per approfondire le questioni di cui si occupa la politica. Parlare a cuore aperto con il “nonno” mi ha permesso di dare al libro un impianto narrativo che si affiancasse a quello saggistico: un nipote che spiega qualcosa ad un nonno è di per sé, indipendentemente dall’argomento, qualcosa di insolito che incuriosisce
Il libro era scaricabile dal tuo blog, all’improvviso i download sono stati bloccati ed è apparsa la notizia che “L’Italia spiegata a mio nonno” sarebbe divenuto un testo pubblicato da Mondadori. Cosa è successo?
In realtà quando decisi di mettermi davvero a scrivere lo feci proprio perchè avevo trovato un editore: ovvero me stesso, il mio blog, e il piccolo pubblico che avevo raccolto online. Certo, però, non potevo pensare di mettere su Internet un vero e proprio libro, perchè ritenevo che fosse difficoltoso leggere sullo schermo qualcosa di troppo lungo. Ecco che allora scelsi una via di mezzo, pubblicai un pamphlet che era una versione “light” della mia idea originaria. Mondadori, però, mi chiamò il giorno dopo della pubblicazione online. Decidemmo di togliere dopo un mese (e 4000 download) il pamphlet dalla rete per non fare confusione tra le due versione. In realtà mi veniva data una grossa occasione: realizzare, partendo dal pamphlet, un libro vero e proprio e per giunta essere edito da un grosso gruppo editorale. Questo iter anomalo, mi ha permesso di avere molta libertà di scrittura e di arrivare ad un prodotto finale “molto originale”. Sono curioso, adesso,
di sapere se questo mio esperimento piacerà ai lettori.
Legge Treu, Legge Biagi, crollo dell’idea di posto fisso, avvento della flessibilità. Come uscire da questo vicolo cieco che sta falcidiando un’intera generazione (la nostra)?
Nella parte sul lavoro parto proprio da questo presupposto. Era secondo me importante ripercorrere la storia degli ultimi dieci anni e le misure che hanno portato alla precarietà. Affronto nel libro proprio la questione della disoccupazione e di come questi si intersechi con la precarietà sia oggi che dieci anni fa, nel 1997. La mia idea a proposito, però, non è quella di eliminare la flessibilità, anzi, penso che questa possa anche essere fonte di occasioni e di richezza. E però, nella mancanza di una riforma organica del welfare che affiancasse quella del lavoro, in questo ho trovato tutte le cause della pracarietà di vita che è ormai protagonista dei destini di un’intera generazione.
Il tuo punto di vista sul “fenomeno Grillo”? Ancora una volta, come accaduto per il tuo libro, è dalla Rete che tutto è partito…
Potrei dire, come fanno molti, che “non sono d’accordo con alcune cose che Grillo dice”. In realtà io penso che i fenomeni nuovi (come Grillo) nati con modalità nuovissime (dalla rete) vadano guardati con la giusta prospettiva, e non costringendoli in definizioni oggi inutili a raccontarci la realtà per quella che è. Io penso, insomma, che Grillo non possa essere giudicato come un politico, né tanto meno che coloro che lo seguono possano essere considerati suoi militanti nel senso classico del termine. Grillo è prima di tutto un emittente, un emittente dalla quale passano concetti (ambiente, legalità, democrazia digitale, partecipazione) che non hanno posto nell’agenda mediatica ma che in realtà interessano molti cittadini. In questo, nel “grillismo” ci vedo più fenomeni positivi che negativi.

tratto da Lettre à D. Histoire d’un amour

di André Gorz

Non voglio più, secondo la formula di Georges Bataille, “rimandare l’esistenza a più tardi”. Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da cinquantotto anni e ti amo più che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora una volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto contro il mio. La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest’uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri… Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell’altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme.

tratto da L’arcobaleno della gravità

di Thomas Pynchon

Katje gira la testa e gli pianta un morso sull’avambraccio, poco più in su del gomito, là dove penetravano gli aghi delle iniezioni di Amytal. “Ahi! Cazzo, che male” Slothrop lascia andare il braccio che stava torcendo, le tira giù le mutandine, la prende per un fianco e la penetra da dietro, poi infila una mano sotto di lei per pizzicarle i capezzoli, le palpeggia la clitoride, le graffia l’interno delle cosce, insomma, dà fondo al suo repertorio, non che importi, sono pronti tutti e due a venire. Katje viene per prima, le sue grida soffocate dal cuscino, lui uno o due secondi dopo. Slothrop resta lì, disteso sopra di lei, tutto sudato, il respiro affannoso, guarda il volto di Katje girato di tre quarti, non è neppure un profilo, ma quel Terribile Volto Che Non E’ Un Volto, diventato troppo astratto, irraggiungibile: vede l’incavo dell’orbita, ma mai il suo occhio labile, solo la curva anonima della guancia, la convessità della bocca, una maschera senza naso appartenente a un Altro Ordine d’Esistenza -l’esistenza di Katje – il suo non volto inerte, il solo volto di lei che Slothrop conosce veramente e che ricorderà per sempre. “Ehi, Katje”, è tutto quello che riesce a dire. “Mmm”, fa lei, ma nella sua voce c’è di nuovo una traccia della vecchia acredine. Dopotutto loro sono due innamorati sospesi in cielo, attaccati ad un paracadute di voile illuminato dal sole, mentre si lasciano cadere, mano nella mano, per atterrare in un bel prato o in qualche altro posto tranquillo.La cosa vi sorprende?

 

sono io l’abitatore del sogno

di Jolanda Insana 

sono io l’abitatore del sogno
felice d’abitarlo con il sognatore
che fa coppa delle mani per raccogliere
dalle piegate cime acqua a gocce
e fino al punto di risveglio vive sperando
di riceverne molte in premio
nell’aria oscura scendendo alle radici

come sistemarlo in vita
questo non è un ingombro e vacilla
quando fa la fila davanti agli sportelli e ha freddo
e suda
e scende dalle gambe e a perturbato infiammamento
schizza via che è un incanto
nel canto più sicuro
questo corpo incauto e previdente
che ama l’alta temperatura e gela
male patendo il male uso

ho conosciuto il caid del villaggio
e l’ansito che batte da fuori verso dentro
nella crivellatura del miglio
e il sapore del fico catalano
schiacciato dentro il pane
ascoltando la voce vaticinante
tra la piena di luppoli e melissa
meraviglioso odore contro i morbi
per uscire dalla latrinosa tenebra
ingozzando il desiderio come un pollo

conobbe che la sua vita passò nelle tenebre
e non incolpa gli aspri comandamenti
e questo è il primo giorno che riconosce più suo
dappoiché volò giovinezza e sparve
e così allontana la scure dalla radice
senza sbarbicare ma rincalzando la zolla
insino alle più fragili fibre
per allocare il tempo in più vasta dimora

Tutto il male che c’è
di Rossano Astremo

Dopo “Broken Barbie”, nuovo lavoro per Alessandra Amitrano, da qualche giorno nelle librerie con “Mary e Joe”, come il precedente edito da Fazi, piccolo romanzo dark illustrato dall’ottimo Luca Buoncristiano. Al centro della storia Mary, madre di tre figli, sposata con un uomo che racchiude in sé tutti gli elementi peggiori che contraddistinguono il maschio italico, porco, lurido, violento, sessista (“la bestia”) e, come si scoprirà nel corso della storia, anche peggio (“Un marito che non riesce a guardarsi il pisello per la pancia che ha e che per questo non c’entra mai la tazza del gabinetto, ma sarebbe lo stesso perché non torna mai acasa sobrio. Vecchio maiale che non sa nulla di sé, della moglie e nemmeno dei suoi figli”).
Mary vive in questo incubo familiare che pare assediarla, una sorta di “casalinga disperata”, perdonatemi il termine, il cui fascino s’annida proprio in questa sua rappresentazione di donna franta (“Sei bellissima e non lo sai. Nessuno te lo ha mai detto perché non vivi negli occhi della gente. Ti muovi spinta da cose terribilmente tue, nulla di quello che fai proviene da vezzi o futilità. Agisci per sopravvivere e questo ti fa rassomigliare a un animale. Sembri una creatura del cielo Mary”).
Buoncristiano non disegna la sola Mary, ma accanto a lei scorrono le immagini di uno strano personaggio, Joe Rotto, giovane dall’aspetto malvagio, in giro con l’inseparabile cagnetto Sid, il quale si aggira ai margini della città svolgendo le poco rassicuranti mansioni di becchino, spacciatore e assassino.
La storia scritta della Amitrano sfiora soltanto quella disegnata da Buoncristiano. L’incontro tra Mary e Joe avviene in un sordido luogo di perdizione. Joe sembra incarnare simbolicamente il male che soffia granitico sulla vita di Mary. Perché tutto all’improvviso precipita e il male si fa assoluto.
Mary non può più controllarsi: “Tutto il fuoco del mondo sale dalla terra, entra nei piedi di Mary, percorre le sue gambe ed esce prepotente dalla bocca che emette un profondo infinito no”. La vendetta si rivela necessaria. Per risplendere e ritornare a vivere assieme ai suo figli l’aprirsi delle fiamme diviene necessario.

 

estratto da M.

di Tommaso Pincio 

Scrutare il cielo.
Non era troppo giovane, lui, per quella roba? Sì e no. Il giorno del grande crollo del ’49 aveva compiuto undici anni da pochi mesi: dunque era ancora un bambino e nessuno avrebbe potuto indovinare, guardandolo, che genere di Jakob giovane e incerto sarebbe diventato con il tempo. Ma anche potendo, non l’avrebbero fatto: nessuno guardava i bambini in quegli anni. Nessuno guardava veramente qualcosa in quegli anni. Nessuno guardava niente. Niente di niente. A parte il cielo, ovviamente.
Dunque era ancora un bambino negli anni in cui si scrutava il cielo ma si ricordava distintamente dei discorsi che faceva suo padre. O meglio: delle poche cose, sempre le stesse, che ripeteva suo padre di tanto in tanto. Suo padre era un uomo cupo e taciturno che s’illuminava solo quando aveva l’occasione di parlare di Marte.
In casa occasioni del genere non capitavano spesso, essendo la moglie avvedutamente prudente, se non espressamente scettica riguardo a tutto quell’entusiasmo per lo Spazio.
«Tu parli a vuoto, Yeudith. Cosa ne sai di Spazio, tu, per dirmi cosa devo fare coi miei soldi? Cosa ne sai, eh? Dimmi, cosa ne sai?» diceva il padre del futuro Jakob convinto che la madre non avrebbe detto niente, che non si sarebbe mai avventurata in una disputa intorno a questioni di economia interplanetaria.
Infatti lei non si avventurava, continuava a fare quello che faceva, come, per esempio, lavare i piatti. Lavava i piatti e non diceva niente. Poi, all’improvviso, gli occhi concentrati sulla massa schiumosa del detersivo che si espandeva nell’acquaio, con un filo di voce, quasi non parlasse neanche al marito, la mamma diceva: «Non volevo dire niente sullo Spazio. Non me ne intendo, io, per giudicare…»
«Ecco, appunto, quello che hai detto, non te ne intendi. Dunque lascia fare a me» diceva il padre del futuro Jakob, aggiustando la sua posizione sulla sedia.
«Sì, ma abbiamo già quello che ci serve. Che bisogno abbiamo di investire tutti i tuoi guadagni nelle Azioni Spaziali? Io non dico di non investire, solo di non mettere tutti i soldi lì, solo questo. Cosa ne sappiamo, un domani…»
«Un domani?» la interrompeva lui alterato, alzandosi dalla sedia. E ripeteva: «Un domani?» Lei non replicava nulla, soltanto lo scoppiettare delle bolle di sapone nell’acquaio sembrava bofonchiare timidamente la sua. Il padre rimaneva in piedi per qualche secondo, almeno una quindicina, la bocca un po’ aperta e la fronte corrugata, in una posa da film muto, poi esplodeva: «Il domani è lo Spazio. Questo è il domani, non ce ne sono altri. Passo tutto il giorno a stampare rapporti informativi sullo Spazio e parlo con gente che si occupa di questo, perciò non venirmi a dire cos’è che devo fare».
Detto ciò usciva dalla cucina e si dirigeva verso la veranda, dove avrebbe trascorso un buon paio d’ore a scrutare il cielo per mezzo di un telescopio domestico, un omaggio che la Capital Mars Funds faceva agli investitori di riguardo.
Il padre del futuro Jakob aveva una piccola tipografia che avrebbe potuto bastare egregiamente ai bisogni della famiglia non fosse stato per la faccenda dello Spazio. E quelli che il padre chiamava rapporti informativi erano, di fatto, opuscoli pubblicitari, pieghevoli colorati pieni di astronavi, viste orbitali di Marte e disegni di complicatissime, nonché innegabilmente belle, costruzioni da realizzare nello Spazio. C’era inoltre tutta una serie di diagrammi volti a dimostrare in quale modo, dato un minimo investimento di capitale, fosse possibile disporre di una piccola fortuna nel giro di pochi anni.
«Una piccola fortuna, dice. È più di quanto possa sperare di cavare da questa baracca in tutta la mia vita» aveva commentato suo padre al tipo che era venuto a correggere le bozze di quel rapporto informativo sullo Spazio.
«Si meraviglia per poco» aveva replicato il tipo. «Queste proiezioni sono calcolate sulla base delle previsioni più pessimistiche. Tengono conto soltanto di una crescita minima, il semplice mantenimento delle strutture spaziali già esistenti. E come sicuramente saprà, su Marte c’è ben poco ora, praticamente nulla».
«Vorrebbe lasciarmi intendere che in realtà i guadagni saranno più grandi del doppio o di chissà quanto?»
«Io non voglio lasciare intendere niente a nessuno. Sono venuto qui semplicemente per far stampare questo prontuario illustrativo sui nostri prodotti finanziari. Non le sto vendendo niente, comunque non è un segreto che nello Spazio non c’è niente di niente, che bisogna costruire tutto…» il tipo aveva fatto morire le sue parole in un silenzio che al padre del futuro Jakob lasciò intendere molte cose.
In pratica, dopo quel primo incontro con il tipo, il padre del futuro Jakob decise di mettere a disposizione i servizi della sua tipografia per stampare a prezzo di costo tutto lo stampabile in fatto di investimenti in fondi azionari spaziali. Quale contropartita il tipo fu molto felice di offrirgli un bel pacchetto di fondi azionari spaziali, tra cui c’era perfino un fondo per la costruzione di un bordello su Marte. «Perché lo Spazio sarà un mondo libero, non so se mi sono spiegato…» aveva ammiccato il tipo lasciando intendere molte altre cose al padre del futuro Jakob, dopo di che lo aveva salutato con un bel: «Lei è un tipo sveglio. Scruti il cielo».
A dire il vero di tipi svegli come il padre di Jakob ce n’erano svariati milioni in quegli anni, sparsi un po’ ovunque per tutti gli Stati Uniti d’America. Tutta gente che scrutava il cielo, che confidava nella conquista dello Spazio e che metteva i propri risparmi in titoli azionari, certificati di credito e fondi d’investimento spaziali.
Tutti scrutavano il cielo in quegli anni. E perché avrebbero dovuto fare altrimenti? Perché non credere che sarebbe stato possibile fare di Marte un pianeta vivo e fiorente? Non era forse già incredibile che l’uomo avesse potuto costruire delle astronavi capaci di raggiungere il pianeta rosso in poco più di un paio di giorni, così, come niente fosse?
Vista dalla Terra la volta celeste di quegli anni era quella di sempre, le linee invisibili delle rotte spaziali non l’avevano cambiata: era ancora una meravigliosa calotta atmosferica grande fin dove l’occhio poteva arrivare. Durante il giorno la volta celeste aveva il colore dei mari e lo mischiava, a seconda del tempo e dell’ora, a ipnotizzanti rossi tramonto, algidi violetti aurorali, pesanti grigi piombo e una infinita gamma di colori indicibili. Spesso la volta celeste rifletteva l’azzurro del mare così com’era, senza mischiarlo. Era l’azzurro del cielo, che poi era anche il titolo di un famoso romanzo. L’azzurro del cielo che rifletteva l’azzurro di quella parte del mondo coperta dalle acque. Ma era soprattutto di notte che veniva a compiersi la magia della volta celeste, in quelle notti senza luna e senza nuvole quando solo le stelle rimanevano lassù per dare un’idea di luce in un infinito di buio.
«Ci sono stelle talmente lontane nello spazio che sono già scomparse quando la loro luce arriva a essere visibile sulla Terra» spiegava il padre al futuro Jakob nelle sere in cui lo portava con sé sulla veranda. Il futuro Jakob, impassibile non commentava: la stessa cosa la diceva il presidente Roosevelt alla Tele tutte le volte che doveva convincere gli americani di qualcosa. Non che il futuro Jakob avesse tratto particolari conclusioni, solo rimaneva impassibile. Parlava poco, meno del minimo indispensabile, preferendo esprimersi attraverso contenutissime espressioni del volto che si sarebbero dette proprie di un giocatore di poker. Quel mutismo preoccupava sua madre, la quale aveva anche pensato di consultare uno psicologo non fosse stato per l’opinione contraria del marito.
«In un tempo in cui gli uomini viaggiano nello Spazio, tu vai ancora dietro a queste stronzate. La psicanalisi è una cosa romanzesca, non una scienza. Parlerà con il tempo, nostro figlio» era solito asserire il padre del futuro Jakob, considerando con ciò il discorso più che chiuso.
In un certo senso suo padre aveva ragione, visto che con il tempo sarebbe diventato uno Jakob incerto che faceva molti preamboli e che aveva da dire molte cose su tutto. Ma quello fu un periodo breve della sua vita, trascorso il quale tornò a essere silenzioso com’era stato da bambino, ma in modo diverso.
Si potrebbe essere indotti a credere che avesse ereditato l’ombrosità propria del carattere di suo padre. Ma non era così. Le volte che da bambino era stato nella tipografia, aveva visto in suo padre un uomo in uno stato catatonico, preda del regolare lamento metallico delle stampatrici. Gli occhi appannati da una pellicola acquosa, quasi piangesse. Ma non piangeva, suo padre aveva semplicemente lo sguardo stanco, febbricitante e tutto dedito a particolari insulsi: il carattere in piombo di una vocale consumata, la luce dei neon che colpiva una risma di carta patinata, le colature di inchiostro secco su qualche barattolo ammaccato. Se ne stava lì per delle ore, a scrutare questi particolari insulsi, con le macchine che andavano su e giù, un rumore triste e regolare simile a quello delle locomotive a vapore. Solo che a differenza dei treni, lo stantuffare delle stampatrici non andava scemando in lontananza verso una stazione sconosciuta, non conduceva a niente, persisteva con un’intensità sempre uguale a sé stessa. Non si smorzava mai, anzi, a volte capitava di avere la sensazione che quello stantuffare si facesse più forte con il trascorrere del giorno, quasi che il chiuso del capannone comprimesse a tal punto il rumore da rigurgitarlo a distanza di ore, magari di anni. Un frastuono fatto dei rumori presenti e di quelli passati.
Il futuro Jakob era nato in Olanda, il paese di suo padre. Di fatto, però, non c’era mai stato perché la sua famiglia emigrò quando il futuro Jakob non aveva che pochi mesi.
Tuttavia negli occhi vacui del futuro Jakob era visibile lo stesso tedio che nel diciassettesimo secolo spinse alcuni suoi antenati a portarsi lontano dalle nuvole color piombo sospese sui mulini a vento, il tedio che spinse i neerlandesi a sbarcare sulle isole Mascarene, dove ammazzarono il tempo gironzolando tra paludi e foreste, armati di ridicoli e antidiluviani haakbus che usavano per sparare a ogni dodo che capitasse a tiro.
Cosa avevano fatto quei poveri uccelli? Era forse una colpa che non sapessero volare e che arrancassero in modo tanto goffo su quelle gambe tozze? Erano più brutti, più sgraziati e probabilmente anche più stupidi di qualsiasi altro uccello sulla faccia della Terra, va bene, ma erano quelle delle buone ragioni per sterminarli? Al futuro Jakob era capitato di scorgerne uno tra le riproduzioni colorate di un atlante di storia naturale. – È un dodo – gli aveva spiegato sua madre che stava sfogliando il libro insieme a lui. Ma né lui né nessun altro ha davvero capito cosa passasse per la testa a quei silenziosi olandesi. L’ipotesi più ragionevole è che lo facessero così tanto per farlo. È alquanto probabile che nei gelidi inverni, quando non avevano ancora lasciato le loro anguste case da olandesi per i mari del sud, quegli uomini passassero lunghi e bui pomeriggi in silenzio mentre con lo sguardo misuravano la tetra desolazione del paesaggio. Alle loro spalle lo scoppiettio del fuoco si confondeva sadicamente col ticchettare dell’orologio appeso alla parete, una mistura sonora che aveva l’aria di prendersi gioco di loro, di cospirare ai danni delle loro esistenze. E a mano a mano che il paesaggio si faceva più scuro e il crepitare delle fiamme più inscindibile dal trascorrere del tempo, la testa di quegli olandesi si faceva pesante, lo sguardo fisso e i muscoli del viso tirati. Non avrebbero osato ammettere neanche a se stessi che in quei momenti immagini spaventose fatte di corpi straziati senza motivo prendevano forma nell’interno della loro anima. Sentivano la presenza di alcuni ormoni che dicevano loro di accoppiarsi alla figlia che stava dormendo nella stanza accanto e pensavano di vendere la propria moglie per dieci fiorini al primo sconosciuto che avesse bussato alla porta. Ma non bussava nessuno: dopo una certa ora, c’è solo il vento nelle campagne olandesi. Il buio, il vento e in certe notti anche la pioggia…
Forse sì, forse aveva ereditato qualcosa di quel modo di essere, ma c’era in lui un che di diverso, una specie di languore levantino che era sconosciuto ai calcolati deliri da batavo propri di suo padre. Era come se non cercasse nulla, come se non bisognasse di niente, era scevro di tutto, a parte un suo languido amoreggiare con una certa idea fissa di cui ancora non conosceva il nome ma che riconosceva al primo colpo, ogni qual volta si facesse strada nella sua mente senza pensieri. Così era lui in quegli anni in cui tutti scrutavano il cielo.
Per molti versi l’idea fissa di Bartleby aveva a che vedere, seppur non del tutto, con un suicidio tentato dalla madre proprio nei mesi in cui lui era ancora un lieto evento annunciato, ovvero in procinto di venire al mondo. Questa è però una storia troppo romanzesca perché la si possa raccontare e della quale, oltretutto, Bartleby non seppe mai nulla. Forse glielo disse sua madre con gli occhi, ma è solo un’ipotesi difficile da dimostrare. Attraverso vie allusive anche il padre aveva cercato di far subodorare qualcosa al suo figliolo. E questo avvenne una sera in cui l’inserto finanziario del Washington Post riportava in bella evidenza il ragguardevole rialzo di sette punti percentuale delle Money Side of the Moon, un titolo che aveva parecchio patito di recente e del quale il padre di Bartleby aveva comprato diversi pacchetti per un prezzo che adorava considerare una regalia.
La sua fiducia assoluta nello Spazio aveva del commovente, perfino per quegli anni di incosciente euforia. Bastava che accanto a suoni come «capital» o «invest» venisse posto qualcosa, qualunque cosa che sfuggisse, anche di poco, al raggio gravitazionale della Terra e lui comprava. CapitaLuna o InveStelle che fosse, comprava, purché ci fosse lo Spazio di mezzo. I suoi promotori finanziari di fiducia, spesso tizi che vedeva per la prima volta e dei quali non sapeva il nome e meno che mai l’indirizzo, gli offrivano di dare un’occhiata a stati patrimoniali e bilanci. «Così giusto per farsi un’idea dello stato di salute di ciò che sta comprando» gli dicevano. Ma lui niente, agitava le mani in segno di diniego. «Se lavorano nello Spazio sono per forza ditte serie. Dico bene?» replicava sicuro e soddisfatto della sua sicurezza. Quelli non sapendo bene che dire intascavano l’assegno e rispondevano di sì, che diceva bene e che si capiva a colpo d’occhio che era un tipo sveglio. Non contento del tutto, il padre di Bartleby pretendeva di offrire loro anche una bella birra fredda.
In pochi anni, in qualità di azionista spaziale, era diventato proprietario di una superficie marziana pari all’estensione dell’intero Ohio, aveva appezzamenti sparsi su vari crateri lunari, comprava periodicamente asteroidi dell’omonima fascia non curandosi di tenere il conto, era titolare di un’opzione esclusiva per lo sfruttamento di certi gas della stratosfera di Giove dei quali si sapeva praticamente nulla, aveva acquistato in blocco l’intero sistema planetario di Alpha Centuari benché l’esistenza di un sistema planetario attorno a quella stella fosse ancora tutta da dimostrare. Per mettere insieme questo piccolo impero, il padre di Bartleby aveva acceso una serie di fidi e mutui ipotecari che lo avevano esposto con una mezza dozzina di banche per una cifra dieci volte superiore al valore della sua tipografia. Ma per il padre di Bartleby ogni cosa era comunque sotto controllo. I titoli salivano e lui non lasciava passare una sera senza che desse una scrutatina al cielo.
Quella sera, però, le notizie finanziare erano oltremodo buone e riteneva di poter fare un’eccezione. Gli venne in mente che fosse giusto scambiare quattro chiacchiere da uomo a uomo con suo figlio per cominciare a dargli ragguagli su come funzionavano le cose a questo mondo, sul perché suo padre aveva ragione a fare quello che faceva e sul fatto che anche lui, Bartleby, si sarebbe trovato bene nella vita se avesse seguito l’esempio di suo padre. Fu così che padre e figlio si ritrovarono sulla veranda con lo scopo di sviscerare i significati dell’esistenza. Purtroppo un’insolita perturbazione proveniente dall’Atlantico aveva tolto alla solennità dell’avvenimento la sua scenografia ideale. Masse compatte di nubi avevano coperto le stelle, il che voleva dire privare il padre di Bartleby della possibilità di dimostrare scientificamente le sue teorie. Bartleby dal canto suo, era decisamente contrariato perché in quel momento stava per andare in onda The Flinstars, un serial a disegni animati del quale non perdeva mai una puntata.
«Lo so che alla Tele ci sono i Flinstars adesso. E mi fa anche piacere che tu veda un cartone educativo in cui si insegna ai giovani l’amore per lo Spazio…» Bartleby rimase impassibile. A lui fregava ben poco dello spazio e se seguiva tanto assiduamente i Flinstars era unicamente per studiare la mimica facciale del dottor Spot, uno dei personaggi principali della serie dal quale Bartleby aveva mutuato la caratteristica alzata di sopracciglio con cui aveva deciso di limitare i contatti con il mondo esterno.
«Senti, mi dispiace davvero per i Flinstars, ma penso sia necessario che noi si faccia un po’ di conoscenza. Stai diventando grande, Bartleby, e si parla troppo poco tra noi. Non è buono, questo» aveva preambolato suo padre, proseguendo più o meno così: «Ti sarai accorto che talvolta tra tua madre e me ci sono diversità di vedute».
Bartleby se n’era accorto per cui rimase impassibile.
«Vedi figliolo, non devi preoccuparti per questo. Tua madre e io siamo diversi in primo luogo su basi biologiche. È un fatto normale, uomini e donne sono diversi nel corpo e questa diversità li porta a pensare diversamente. Tu capisci di cosa sto parlando, vero?»
Bartleby riteneva di aver capito per cui rimase impassibile.
«Bene, Bartlebly. Voglio darti una dimostrazione statistica di questa diversità» il padre di Bartleby considerava la statistica una scienza nobile, inferiore soltanto all’astronomia. «Prendiamo un argomento a caso. Il suicidio».
Bartleby non alterò la sua impassibilità.
«È un fatto statisticamente dimostrato che la percentuale delle donne che tenta il suicidio sia molto superiore a quella degli uomini. Questo dovrebbe indurci a credere che l’istinto femminile sia meno attaccato alla vita di quello maschile e se fosse veramente così da un punto di vista biologico si tratterebbe di un fenomeno alquanto paradossale, visto che è dalla donna che nasce la vita».
Quel discorso minacciava di diventare una patetica iniziazione paterna ai misteri del sesso, per cui Bartleby decise di intensificare la sua imperturbabilità.
«Ma non è così» qui suo padre fece una pausa retorica la cui riuscita risultò piuttosto scarsa. «Non è così, perché se si va a comparare i tentativi di suicidio con le morti effettivamente scaturite da questi stessi tentativi, i valori si capovolgono ed ecco che il numero di uomini che si tolgono la vita è di gran lunga superiore. Come d’altronde è ragionevole che sia».
Più o meno in corrispondenza della parola «ragionevole» da una finestra nascosta nel buio del vicinato giunsero all’orecchio di Bartleby le inconfondibili note di Meet the Flinstars, la sigla del suo serial preferito, l’unico programma della Tele che valesse veramente la pena di guardare.
«Da ciò si ricava che in primo luogo il dominio esercitato dalla natura sulle donne è tale da rendere i loro propositi inaffidabili e i loro ragionamenti poco portati verso concetti astratti. E poi, che gli uomini sono caratterizzati da un afflato ideale superiore che li porta a perseguire gli obiettivi prefissati fino alle estreme conseguenze».
Neanche il tono oracolare con cui suo padre calcò l’accento su «estreme conseguenze» giovò a turbare l’imperturbabilità di Bartleby. Eppure, malgrado tutto, complice il criptico stormire delle fronde mosse dalla leggera brezza che scarruffava gli alberi nel viale, avresti detto che lo sguardo immobile di Bartleby si fosse temporalmente spostato in avanti di qualche mese per andarsi a fissare su un giorno di fine settembre del 1949, all’indomani del grande crollo delle azioni spaziali.
Suo padre era morto. Se ne stava appeso per il collo a una trave della veranda, aveva la bocca aperta e gli occhi così spalancati che sembravano dovessero scrutare tutto il cielo dell’universo.

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E se il dolore fa godere?
di Rossano Astremo

C’è chi nell’adolescenza (“quel periodo oscuro in cui ogni manifestazione dell’animo umano viene analizzata e classificata solo in base a dati anagrafici”) scopre di avere un’innata capacità nel suonare la chitarra o nel disegnare corpi umani e chi, come Matteo Carnevale, protagonista di “Il dolore secondo Matteo” (minimum fax), romanzo d’esordio di Veronica Raimo, arriva alla conclusione di essere incapace di provare dolore. Questa assenza del sentimento forse che più d’ogni altro caratterizza e contraddistingue noi essere umani nella nostra quotidianità, spia che s’illumina nei nostri momenti di sconforto, ha, inevitabilmente, le sue ripercussioni nella vita del protagonista (“Non so imbarazzarmi, non so arrossire, non so cambiare il tono della voce concedendomi un’inflessione più timorosa, o un lieve tremolio delle corde vocali”).
Matteo, oramai trentenne all’inizio della narrazione, da qualche anno lavora presso un’agenzia di pompe funebri. Un lavoro che sembra essere cucito su di lui. Non provare dolore, anzi godere del dolore altrui, e lavorare in un “settore” nel quale il dolore è l’elemento dominante, il leitmotiv degenere col quale ogni giorno confrontarsi. Cosa si può chiedere di meglio.
Non è stato un lavoro cercato, ma, come molte delle cose che strutturano la vita di Matteo, venuto quasi per caso, sul treno Lecce-Roma, di ritorno dal matrimonio di un suo ex compagno di classe. Qui avviene l’incontro con Filippo, truccatore di cadaveri ed omosessuale, figlio di Gustavo proprietario dell’agenzia funebre. Filippo, che presto s’innamora di Matteo, gli propone di lavorare con lui (“ ‘Non sembra, ma è una cosa molto divertente’, mi garantiva. E poi era un impiego sicuro, stabile, la gente avrebbe continuato a morire per molti anni ancora”).
E così ha inizio l’esperienza lavorativa di Matteo e nel contempo ha inizio il bizzarro intrigo sessuale tra i due ragazzi: “Filippo mi fa un pompino ogni mattina nel bagno dell’agenzia di pompe funebri, prima di attaccare a lavorare. È metodico e rapidissimo. Io resto appoggiato alla parete di piastrelle verdi fino a quando sento che l’ultima goccia del mio seme è scivolata nella sua bocca. È il nostro unico rapporto sessuale. Poi mettiamo il caffè e apriamo l’ufficio”.
La routine del lavoro è messa sottosopra dalla comparsa di Claudia, giunta in agenzia con la madre dopo la morte improvvisa (schiacciato da un tavolo) del padre (“Era di una bellezza deforme, come una figura allungata nello specchio magico di un luna park”). Tra i due inizia una strana relazione, subito dopo il funerale del padre. Prima telefonate lunghissime nelle quali Claudia racconta lo stato di crisi della sua relazione con Alberto, suo futuro sposo, poi il primo appuntamento e la scoperta, da parte di Matteo, dell’amore della ragazza in questione per tutto ciò che è sadomaso, sottomissione, sesso crudele, tra corde, frustini, sbarre metalliche e quant’altro.
Inizia così uno strano ménage à trois nel quale Matteo sembra essere una sorta di spettatore. Assiste silente al donarsi totale di Filippo e Claudia nei suoi confronti, stenta a credere alle dichiarazioni d’amore che i due, nei loro modi eccentrici e fuori dal comune, alternativamente gli donano. È vero, Matteo non prova nessun dolore. In realtà, Matteo sembra essere privo di ogni sentimento.
Sino allo snodo finale di questa vicenda che s’ingigantisce giungendo, poi, all’inevitabile esplosione e risoluzione. Colpisce in “Il dolore secondo Matteo” la bellezza della scrittura della Raimo. In fondo lei, prima di essere narratrice, è una poetessa, tra le migliori della sua generazione, e questa sua dote si manifesta nella costruzione di una storia che predilige non tanto il succedersi delle azioni quanto la chirurgica rappresentazione degli stati d’animo dei suoi attori.
Esordio brillante non solo per l’originalità della storia, ma anche per la lucentezza della sua scrittura.

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Emanuele e Mario Trevi: Invasioni controllate
di Rossano Astremo

È da poco nelle librerie Invasioni controllate, edito da Castelvecchi, libro nel quale lo scrittore e critico romano Emanuele Trevi conversa, in una sorta di intervista dilatata, con il padre Mario Trevi, decano della psicanalisi junghiana, che, nonostante il suo carattere schivo, si lascia torturare dalle domande del figlio. La sensazione avuta, a lettura terminata, è che “Invasioni controllate” può essere considerato un altro colore da aggiungere nell’arcobaleno della scrittura di Emanuele Trevi, cominciato a delinearsi nel 1994 con “Istruzioni per l’uso del lupo” e proseguito poi con “I cani del nulla”, “Senza verso. Un’estate a Roma” e “L’onda del porto”.
Dopo aver riempito quaderni, diari, appunti, divenuti poi libri, quelli di cui sopra, dopo aver fatto della scrittura un mezzo per scoprirsi, per comprendersi, per denudarsi, mettendo in piedi pezzi di mondo ruotanti, di volta in volta, attorno ad un gorgo che tutto trascina e tiene assieme, dal suo mestiere di critico letterario alla descrizione della sua vita familiare, dal valore dell’amicizia all’esperienza del viaggio, Emanuele Trevi sente l’esigenza di ritornare alle sue origini.
Ecco il figlio che ritorna dal padre, ascolta lo scandire delle tappe più importanti che hanno caratterizzato la sua vita, dall’ esperienza di partigiano e di soldato alla conoscenza con Fenoglio, dall’amicizia con Fellini al periodo di analisi didattica con Ernst Bernhard, senza risparmiare riflessioni sul legame che esiste tra analisi e scrittura. Alla domanda del figlio sulla possibilità di interpretare un romanzo o una poesia come si fa con un sogno, Mario Trevi risponde: “Indubbiamente la letteratura, nel suo aspetto di grande atlante dell’umanità, offre materiali infiniti all’interpretazione. Ma c’è una differenza che per me è sostanziale. Credo che l’imprevedibilità di una persona che affronti una qualsiasi esperienza non sia confrontabile con l’eventuale complessità o oscurità di un testo scritto”.
In quest’affascinante conversazione che mette a confronto due generazioni, c’è un elemento che emerge. Sembra quasi che Emanuele Trevi, dopo le tante difficoltà riservategli dalla vita, dopo le separazioni, le perdite, le zone di buio della mente, cerchi nella saggezza emanata dalle parole del padre una sorta di nuova nascita, un nuovo zero da cui ricominciare: “Le cose, a differenza di noi, permangono, si tramandano. Possiamo amarle, tenerci, ma hanno un destino che non è il nostro. Più in generale, la saggezza della vecchiaia dovrebbe consistere nella felicità che il mondo continui dopo di noi, in una maniera che non possiamo prevedere, e magari più bella”.
Un insegnamento che Mario Trevi consegna al figlio e, vista la bellezza dello stesso, a tutti i suoi lettori.

I Just Don’t Know What To Do With Myself

Qui il testo

 

tratto da Dizionario affettivo della lingua italiana

Vocabolario

di Gemma Gaetani 

La parola che preferisco della lingua italiana è vocabolario, perché è una parola che indica una cosa che contiene tutte le parole; e a me piacciono le parole, moltissimo. Talvolta più delle persone. Perché a volte le persone usano male le parole, le usano senza verità (verità è un’altra parola che amo molto), cioè senza che alle parole corrispondano, prima o dopo, cose che a quelle parole di fatto corrispondono. Infatti “Io ti voglio bene, io ti amo” dicono a volte le persone, ma poi una sera magari sono ubriache marce e ti prendono a pugni fortissimi sulla nuca. E forse allora vuoi più bene tu che non restituisci quei pugni, scappi via e non presenti una querela, non chiami il 113, semplicemente corri al pronto soccorso, ti sottoponi alle cure necessarie e poi torni a casa, magari a riflettere sul significato della parola bene, perché il collo ti fa piuttosto male, il collare ortopedico che ti hanno dovuto mettere stringe, e irrita la pelle del mento, e non hai voglia di fare molto altro oltre a pensare. Pensare anche che nel vocabolario le parole possiedono il loro vero significato, di ogni parola lì si possono rintracciare la carta d’identità e le istruzioni per l’uso, il fatto a cui dovrebbero corrispondere. La parola amore, per esempio, nel mio Novissimo dizionario della lingua italiana Palazzi-Folena, è “un profondo sentimento di affetto per una persona che si manifesta generalmente in un disinteressato desiderio di farle del bene e in un bisogno di vivere con lei”, e voler bene significa amare. Sferrare dei pugni non è sinonimo di fare del bene nel vocabolario. Nel vocabolario tutto torna, ogni parola lì è perfettamente la cosa che indica, il vocabolario è una sorta di mondo ideale. Anche cosa, parola e ideale sono parole che amo moltissimo. Sono le 20:19 di giovedì 21 dicembre 2006 e questo vocabolario di cui sto scrivendo oltre che una parola è una cosa, vera, che ora si trova alla mia sinistra, con l’angolo destro poggiato sul mio portatile. L’ho preso nel posto in cui lavoravo molti anni fa. Doveva essere buttato perché era vecchio ed erano arrivati i nuovi. Ma io ho provato pena per tutte quelle parole che sarebbero state gettate via come cartastraccia semplicemente perché erano state stampate nel 1974, rivedute e corrette dopo la prima edizione del 1939. E così me le sono portate a casa. Da allora viaggiano sempre con me, in ogni casa in cui vado ad abitare quelle parole traslocano con me insieme con tutte le altre cose che compongono me e la mia vita. Sì, forse ho commesso un furto, come mi spiegano le sue pagine ingiallite dai decenni forse mi sono impossessata “della cosa mobile altrui”, forse l’ho rimossa dal luogo in cui si trovava “senza il consenso del proprietario”. Eppure io so che tutte le parole che ci sono scritte dentro, soprattutto quelle che dalle edizioni successive sono state espunte perché desuete, se potessero parlare autonomamente, senza bisogno di qualcuno che dia loro vita, mi direbbero grazie, ovvero direbbero il “ringraziamento di un beneficio ricevuto”. Quando afferro una manciata di pagine dai bordi e leggo la prima parola che mi capita sotto gli occhi ed è la parola giustizia, ne sono certa, perciò sorrido alla vecchia parola giuoco, poco lontana, nella pagina accanto.

 

 

tratto da Puttane per Gloria

di William T. Vollmann

Al Rosa Nera
In uno di quei giorni in cui alle due del pomeriggio era come se fosse ancora mattina, perché Jimmy si era svegliato scosso da conati di vomito e il solo pensiero di una birra quasi gli procurava un vero attacco di vomito, in uno di quei giorni Jimmy se ne stava seduto al Rosa Nera a bere succo d’arancia annacquato e pessimo succo di pomodoro, quando una puttana gli si avvicinò chiedendogli un quarto di dollaro per fare il bucato e Jimmy concluse che gli sarebbe costata più fatica liberarsi di lei che non darle il denaro, e intanto la striscia di caratteri luminosi sullo schermo del video diceva CECILIA-CECILIA-CECILIA, quella stessa Cecilia che stava dietro al banco e, quando Jimmy era entrato nel locale, gli aveva sussurrato Ciao, piccolo, e ora Jimmy non sapeva più se fosse lì da parecchio o se fosse appena arrivato, ma restava il fatto che Cecilia aveva un aspetto così morbido e adorabile con quel suo golfino (Jimmy, però, sapeva che Cecilia era un uomo), mentre arrancava avanti e indietro portando secchi pieni di ghiaccio tritato che versava nel frigo della birra e gli uomini con i cappelli da cowboy sedevano fra le ombre del retro accompagnando con oscillazioni del capo il ritmo della musica country e fuori invece il sole splendeva tanto caldo e luminoso che il fetore di piscio di Jones Street aveva dato a Jimmy UNO (1), DUE (2), TRE (3) conati di vomito…, in uno di quei primi pomeriggi mattutini, dunque, Jimmy decise di ubriacarsi, non solo fino al punto in cui ci si gode la vita (e qui Jimmy sogghignò, e Cecilia lo ricambiò con un sorriso), non solo fino al punto in cui, per esempio, avrebbe potuto metterlo nel culo a Cecilia senza preservativo, non solo fino al punto da sentire un ronzio d’api nelle orecchie e risvegliarsi nell’ennesimo posto sbagliato mai visto prima, con le pareti tappezzate di insetti spiaccicati e magari uomini in piedi che ti fissano dall’alto in basso, fra le loro labbra il vuoto lasciato dai denti sprofondati in chissà quale gorgo di alcol e sulla tua faccia ancora una volta il tuo vomito freddo e appiccicoso, quel vomito che era la materializzazione del disgusto che Jimmy provava per se stesso quando si ritrovava con gli occhi in fiamme, la gola in fiamme, lo stomaco che si contorceva come una seppia dilaniata dai sensi di colpa, ogni muscolo del corpo indolenzito, e i conati di vomito che gli pulsavano dentro come i battiti del cuore, proprio come il giorno prima… No, voleva piuttosto ubriacarsi al punto da riuscire a stabilire con certezza matematica l’esistenza delle puttane che lo circondavano. (A Jimmy le puttane erano sempre piaciute.) Cominciò, dunque, a bere. Questo tipo di ubriachezza richiedeva più alcol del tipo stordente, l’alcol però doveva essere diluito nel tempo. Bevve la sua prima Budweiser e poi ne bevve una seconda. Bevve la sua prima Corona con una fetta di limone e lì si fermò, perché la Corona era più costosa: era forse per questo che l’aveva scelta, quando lui le aveva detto Ti offro un drink, Cess? Quant’era la sua percentuale? Dieci, venti, trenta per cento? E lui le aveva dato anche la mancia. Jimmy avrebbe preferito rimanere al verde piuttosto che non lasciare la mancia. Il suo amico Codice Sei che conosceva tutti i modi di prendersi gioco di qualcuno riteneva che Jimmy fosse troppo tenero, ma lui gli rispondeva sempre che anche le bariste dovevano guadagnarsi da vivere. Se io do loro la mancia, aggiungeva poi, loro mi guarderanno. Ti guarderanno senz’altro, diceva Codice Sei. Te e il tuo portafoglio. Se sul tuo portafoglio spuntano dei foruncoli, loro li schiacceranno per te. Sicuro che non vuoi un’altra Corona, tesoro? chiese Cecilia. No, grazie, le rispose Jimmy, sai come va a finire, poi, quando hai i postumi della sbronza: quel limone ti riduce i denti peggio che se ci avessero passato la carta vetrata. Se al posto di Jimmy ci fosse stato chiunque altro, Cecilia avrebbe probabilmente detto Su, dai, te ne do una senza limone. Ma Cecilia non faceva mai pressioni su Jimmy perché lui era un generoso. Forse non era il suo migliore cliente, ma era senz’altro un buon cliente. Jimmy si fece un whisky e la sua terza Budweiser. Una volta che non era in servizio, Cecilia gli aveva offerto un whisky, ma Jimmy non era sicuro se fosse accaduto questa volta o quella precedente. Comunque, ecco che ora il bicchierino di whisky stava appoggiato su un tovagliolo pulito proprio sotto il suo naso, e sul bancone non si vedeva traccia del suo denaro, il che doveva significare che l’ultimo giro non lo aveva ancora pagato. Più meravigliosa del luccichio delle monete da un quarto di dollaro sparpagliate sul bancone era la sensazione che ci fosse qualcos’altro da poter ricordare più tardi, e ancora più meraviglioso di questo era il modo in cui Cecilia si prendeva cura di lui, come scattava a sostituire il tovagliolo con uno nuovo e pulito ogni volta che lui lo spiegazzava, come spazzolava via le briciole, o gli accendeva la sigaretta. L’energia fluiva in lui a ogni birra, sempre di più, finché ogni cosa cominciò ad apparirgli allegra, sempre più allegra, e anche allora l’energia continuò a irrompere in lui come quegli uomini malvagi dal cranio rasato che, per la gioia di tutti, facevano irruzione in altri bar con le loro magliette da bomber. Diceva Poe: Erano questi i giorni in cui il mio cuore pareva un vulcano
Con fiumi di scorie che scorrono,
Con i getti di lava che ribollono senza sosta
Le loro sulfuree correnti giù per lo Yaanek,
Fino alle regioni più remote del Polo,
E ruggiscono mentre lambiscono i fianchi del monte Yaanek,
Nel regno del Polo Nord.

Ora Jimmy era davvero felice sebbene per un istante avesse pensato di aver tradito qualcuno, così felice che si era innamorato di Kelly, il cui bellissimo volto nero non sembrava quello di un uomo finché rimaneva dietro il bancone (la penombra dei banconi dei bar ha un suo perché), e poi Jimmy si era innamorato di Cecilia, che era così dolce con lui e gli aveva promesso che l’avrebbe tenuto su, ma anche Regina, la barista del momento, era così adorabile che Jimmy avrebbe voluto baciarle la faccia nera, e invece le baciò la mano. Ma arrivò Phyllis, una grassa puttana portoricana eroinomane, che probabilmente era davvero una donna, si sedette fra Jimmy e Regina, diede una strizzatina ai loro uccelli, cinse le spalle di entrambi con le sue pesanti braccia muscolose, offrì loro i suoi seni da palpare e portò via il portafoglio a Jimmy. Il locale era illuminato da un’intensa luce rossa molto calda, le ragazze erano meravigliose, tutto era meraviglioso, fino al momento in cui le ragazze si innervosirono e cominciarono a pretendere la mancia.

Nicole
Dopodiché, senza nemmeno accorgersene, Jimmy si ritrovò in strada, era già buio e lui andava a caccia di puttane. Vide alcune donne che danzavano sul marciapiede. Jimmy era sicuro che gli avrebbero concesso i loro triangoli, sia quelli acuti sia quelli ottusi, ma sapeva anche che non sarebbero andate al suo albergo, né lui voleva andare al loro perché non gli piaceva sentirsi in trappola quando era stordito dall’alcol. Quanto era bello, però, il chiaro di luna! Era così bello che gli provocò un conato di vomito. Vide una puttana che se ne stava appoggiata contro un edificio, muoveva le ginocchia ossute, sebbene il suo sedere e i tacchi a spillo fossero completamente immobili, e teneva la testa ben eretta sopra le spalle in modo da poter sbirciare gli uomini dagli angoli di quei suoi stupidi occhietti. Tesoro, vuoi uscire con me? gli chiese. Ti ringrazio per la proposta, le rispose lui, ma a dire la verità sto cercando la mia amica Gloria, sai quella con quel grosso paio di tette? Oh, che bella scusa! sghignazzò la prostituta. Al che Jimmy alzò anche lui la testa con fare sussiegoso. Io non mi scuso mai, ribatté, se non quando faccio un rutto. Tu lo fai mai, un rutto? Gloria non rutta mai. Oh, Cristo, disse la prostituta, che aveva l’aria emaciata e malsana di un serpente, e svoltò l’angolo, sbattendo i tacchi rabbiosamente. Poi Jimmy fu avvicinato da un magnaccia che gli offrì insistentemente una delle sue donne dicendosi certo che Jimmy sarebbe rimasto soddisfatto, al che Jimmy assunse l’aria più insulsa che gli riusciva e disse Fantastico, amico, suona davvero interessante e tu non ci crederai, ma ho dimenticato tutti i soldi in albergo. Non hai con te neanche un ventone? gli chiese allora il pappone. No, mi dispiace, gli rispose Jimmy, lo vorrei tanto, ma quant’è vero Iddio ho cento, forse duecento dollari a casa, a dire il vero ho proprio un sacco di soldi, tutto sommato potrei anche essere miliardario, perciò fai venire la tua donna, amico, sto a due ore da qui, che ne dici? Il magnaccia non si prese nemmeno la briga di rispondergli. Si limitò ad attraversare la strada, scuotendo il capo, e Jimmy rimase in piedi appoggiato a un muro a ridere dentro di sé con piccoli gorgoglii infantili come una bottiglia di scotch svuotata nella tazza del cesso. Alla fine trovò una prostituta disposta ad andare con lui. Si guardò intorno per assicurarsi che il suo protettore non li stesse tenendo d’occhio, e poi le mostrò quaranta dollari. Si chiamava Nicole e sembrava piuttosto giovane, poteva avere circa venticinque anni, era fatta di droga, e non era affilata e dura come un coccio di vetro, ma piuttosto consunta come un vecchio cancellino, così Jimmy pensò che sarebbe stata okay con i capelli lisci e radi arricciati dietro le orecchie e gli orecchini di perle di plastica bianca. Bene, le disse allora, andiamo. Gli occhi di Nicole lo guardarono stancamente sotto la pelle secca, tesa e tirata della fronte. Nicole, fece Jimmy, il tuo eyeliner blu ha sbavato, dovresti dargli una ritoccata, se vuoi rimanere bella come sei. Nicole si passò una mano sulla fronte e gli spiegò che aveva mal di testa. Bene, andiamo, piccola, la esortò lui, vieni con me così poi potrai comprarti un analgesico.
Di solito non vado a casa dei clienti, disse Nicole. Prometti che non mi farai del male?
Te lo prometto, le rispose Jimmy. Ma se avessi intenzione di farti del male, le spiegò poi con logica ineccepibile, non avresti comunque modo di evitarlo.
Ti sbagli, ribatté Nicole. Potrei ucciderti come se niente fosse.
Be’, in questo caso, disse Jimmy piccato, vedi bene che non hai nulla da temere. Se sei in grado di uccidermi come se niente fosse, perché preoccuparsi?
Le fece strada verso l’albergo e lei continuò a domandargli quanto mancasse. Ancora tre isolati, rispose Jimmy. Le luci si riflettevano sui capelli della ragazza.
Per prima cosa chiese di poter usare il bagno. Jimmy la sentì defecare. Sarà il nervosismo, disse Jimmy fra sé. Un tempo era stato uno che leggeva, sapeva perciò che ad Auschwitz e a Treblinka c’era una rampa di scale che portava alle camere a gas chiamata Strada per il Paradiso dove tutte le donne venivano fatte accovacciare nude e costrette ad aspettare che finissero di gasare gli uomini (questi andavano per primi, perché non c’era bisogno di rasare loro i capelli a zero), e di solito durante l’attesa le loro viscere si svuotavano e le guardie ridevano, come magnaccia incappucciati in un vicolo, e adesso la storia si ripeteva, mentre Jimmy se ne stava lì a sorseggiare una birra in attesa che Nicole completasse i preparativi per il suo piccolo cimento. Be’, pensò Jimmy, non posso farci niente se è nervosa. Ha un lavoro da compiere.
Gloria, sei ancora lì? disse poi sottovoce. Gloria?
Quando Nicole riapparve in cucina indossava solo una camicia rossa. Vuoi un metà-e-metà? gli chiese.
Perfetto, le rispose Jimmy.
Che ne diresti di pensare prima un po’ a me? suggerì la ragazza sorridendo, il suo volto risplendeva, sembrava dolce come Gloria.
Senz’altro, accettò lui, che cosa vuoi che faccia? (Pensò che lei volesse essere masturbata da lui o fatta oggetto di qualche altra attenzione del genere. A volte a Jimmy piaceva prendersi in giro.)
Mi pagheresti in anticipo? chiese Nicole.
Oh, certo, rispose Jimmy. Tirò fuori i quaranta dollari dal portafoglio e glieli diede.
Poi Nicole si sedette su una sedia della cucina, gli prese il pene fra le mani e lui notò che le sue braccia erano macchiate in più punti dai lividi lasciati dagli aghi, quindi si sporse un po’ in avanti in modo che Nicole potesse prendergli l’uccello in bocca e lei cominciò a succhiarlo con movimenti rapidi e dolci, mentre Jimmy le guardava la sommità del capo e si domandava se lei stesse tenendo gli occhi chiusi o aperti, poi guardò la parete di fronte e vide uno scarafaggio che strisciava fra il tubo del gas e l’acquaio, allora si mise ad ascoltare il rumore prodotto dalle labbra della ragazza che gli succhiava il pene, e il forte ticchettio del suo orologio di plastica da quattro soldi. Jimmy non stava pensando a niente in particolare, eppure il suo uccello cominciò a indurirsi subito. Appena fu del tutto duro, come una cosa morta, lei se lo tolse di bocca e con quelle sue mani sporche e segnate ci fece scivolare sopra un preservativo. Ora togliti la camicia, le disse Jimmy. Poi indietreggiò di un passo e lasciò cadere a terra i propri indumenti. Nicole intanto sedeva stancamente sulla sedia massaggiandosi la fronte. Quando si sfilò la camicia dalla testa, Jimmy notò che aveva un segno sul polso sinistro. Le sue tette erano grandi e tristi come gli occhi di una civetta.
Vuoi la mia giacca a mo’ di cuscino? chiese Jimmy.
Nicole scosse il capo.
D’accordo allora, disse lui, stenditi sul pavimento.
Il pavimento della cucina era nero di sporcizia. Nicole si distese e sollevò le gambe per rendere la propria vagina attraente e stretta per lui, e Jimmy rimase in piedi a guardare dall’alto quelle gambe punteggiate di abrasioni e lesioni annaspare nel vuoto finché la caviglia del piede sinistro si posò saldamente sulla sedia su cui la ragazza era stata seduta fino a un attimo prima, mentre il piede destro dovette accontentarsi di poggiare la pianta contro il frigorifero. Le tette ricadevano appiattite sul ventre, tonde come facce o come i pendoli d’ottone lucido degli orologi. Jimmy rimase ancora un minuto a godersi la visione di lei distesa fra il frigorifero e il muro, scura di pelle e quasi bella, con la sua croce di plastica bianca che le pendeva fra le tette.
Sei cattolica? le chiese.
Sì, rispose Nicole.
Jimmy le girò intorno, con addosso solo i calzini, ispezionando la sua fica come un imperatore. Era questa la parte che preferiva. Nicole, che lo fissava dal basso in alto, scostò con le dita le piccole labbra per lasciargli vedere la sua lacera clitoride, e intanto le grandi labbra brillavano sotto le luci della cucina con il fulgore di una lamina di metallo. La tua passerina è proprio un fiore, si complimentò Jimmy. Non voleva, però, accostare troppo la propria faccia a quella di lei. Si mise in ginocchio, scaricò il peso del corpo sulle braccia come se dovesse fare delle flessioni (Jimmy, infatti, si comportava sempre da gentiluomo, e non avrebbe mai schiacciato una donna sotto il proprio peso), poi infilò l’uccello dentro di lei. Lei gli aveva detto che lui era il suo primo cliente per quella notte, ma la sua fica sembrava piena di una sostanza viscosa simile allo sperma o allo sciroppo di granturco. Forse era soltanto il lubrificante usato dalla ragazza. Comunque, puzzava. Sulle tette la ragazza aveva grandi macchie nere che potevano essere sia nei pigmentosi sia, più verosimilmente, emorragie sottocutanee provocate dal sarcoma di Kaposi, come Jimmy ben sapeva grazie ai suoi studi profondamente intellettuali. Ogni volta che lui affondava un colpo, lei grugniva. Era impossibile stabilire se lo facesse perché provava dolore o perché sperava di eccitarlo e di farla finita più in fretta. Jimmy non aveva, però, la sensazione che lei lo odiasse e che il suo corpo stesse cercando di espellerlo. Probabilmente Nicole lo stava solo sopportando, confidando che l’azione lubrificante dello sciroppo di granturco, o qualsiasi altra cosa fosse, l’avrebbe protetta dal dolore che gli affondi di lui avrebbero potuto procurarle (in maniera direttamente proporzionale alla diminuzione di ogni sensazione da lui provata). Ma ora che lo sciroppo di granturco non riusciva più a placare quel rosso pezzo di carne che le sfregava fra le gambe fino a scorticarla, la ragazza cercava solo di non pensare a quello che stava accadendo, grugniva a ogni doloroso affondo di Jimmy e si mordeva le labbra ogni volta che lui le sfiorava un’ovaia. Per tutto il tempo, gli tenne le palle ben strette, così da evitare che il preservativo si sfilasse, e ci conficcò dentro anche le unghie, forse per errore, forse per farlo venire più in fretta. Ma a Jimmy erano bastati trenta secondi per capire che non sarebbe mai riuscito a venire. Se lei si fosse limitata a succhiarglielo, probabilmente ce l’avrebbe fatta, ma con il preservativo e tutta quella roba nella sua fica non sentiva quasi niente. Jimmy scopò finché non si stufò, dopodiché le comunicò che aveva finito. Chiamami, le disse educatamente. Più tardi, quando l’uccello cominciò a prudergli, nella mente di Jimmy si affacciò il pensiero angoscioso della malattia.

Il raccolto
Chissà se mi ha attaccato qualcosa, si chiese Jimmy. Non riusciva a smettere di pensarci. Aveva una pustola nera sul pene, e le palle gli prudevano. Ma ho usato il preservativo! si diceva nei momenti di disperazione. È pur vero che prima di infilarmelo, me lo ha succhiato per bene.
Il giorno successivo si convinse una volta per tutte di aver contratto una malattia.

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Kerouac, viaggiatore solitario senza branco

di Matteo Guarnaccia

L ui, povero Jack Kerouac, il tosto proletario franco-canadese con le mani da boscaiolo, voleva solo diventare uno scrittore, godere di una tranquilla rispettabilità da intellettuale, essere preso sul serio dalla critica e riuscire a mantenere sua madre. Per singolari coincidenze storiche – purtroppo per lui, e per fortuna di una generazione – tutto quello che riuscì a diventare fu una leggenda, il Re dei Beat, il Marlon Brando della macchina da scrivere. Dal momento della fama (1957) alla sua morte (1969) aveva messo in atto una dolente strategia per scomparire dall’ottuso circo mediatico che stava divorando, a colpi di banalità (sesso, droga e jazz) l’essenza della sua ricerca esistenziale. L’alone mitologico dentro cui l’avevano imprigionato, gli andava disperatamente stretto. Sentiva che il suo stile di vita era destinato ad essere assorbito dal sistema, a trasformarsi in qualcosa di fasullo, in un prodotto.
Breve digressione: il manoscritto originale di On The Road è stato venduto qualche anno fa per 2 milioni e duecentomila dollari; il suo impermeabile è stato acquistato per 15mila dollari da Johnny Depp; la squadra di baseball della sua città natale, Lowell, Massachussetts, ha messo in vendita delle bamboline con le sue fattezze; l’azienda italiana Hogan ha prodotto in occasione dell’anniversario dell’uscita di On the Road , una linea di accessori “Jack Kerouac Project”, definiti «preppy nomad appeal», 1290 $ una borsa da viaggio, 475 $ un paio di scarponi da lavoro, 1590 $ un giubbotto di pelle…
Sprofondando sempre più in un amaro isolamento sociale, si era rifiutato di interpretare l’accomodante figura del ribelle, scrivendo altri libri (magnifici o appena sufficienti) e intraprendendo un lento suicidio etilico. Non riusciva a credere che la trascrizione di una sua avventura giovanile, in cerca di Dio, di se stesso, di visioni o di qualunque altra cosa potesse allontanarlo dal Sogno Americano e avvicinarlo alla beatitudine e all’innocenza perduta dell’America, fosse diventata un manuale d’uso per centinaia di migliaia di giovani scapestrati desiderosi di replicare le sue gesta.
L’unico altro precedente storico di virulenta epidemia emulativa scatenata da un libro era stato I dolori del giovane Werther di Goethe, ma a differenza dell’autore della Sturm un Drang, l’opera di Kerouac non aveva ispirato melanconie devastanti e suicidi, ma una voglia insensata di mollare tutto e andare per strada. Due battute del suo romanzo On the Road , contengono tutta l’angst esistenziale degli anni Sessanta. «Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo». «Per andare dove, amico?». «Non lo so, ma dobbiamo andare».
Quello che i giornali chiamavano «l’Omero in blue jeans» era stato il primo ad intuire e a dare forma ad un nuovo appetibile mondo tra estasi e anarchia, fatto di nomadismo, ribellione, misticismo fai da te in opposizione al gelo del Moloch consumista. Non era piacevole per un uomo cresciuto sotto Eisenhower, una specie paradossale di patriota che credeva fermamente nelle antiquate virtù del suo paese, aveva un imprinting cattolico assai sviluppato in tema di “sensi di colpa ed espiazione”, per un mammone oppositore del comunismo, riconoscere che quei ragazzini protestatari, scalzi, capelluti e scappati da casa fossero i suoi figlioli – seppur illegittimi. Era difficile ritenersi l’ispiratore di Bob Dylan.
Mentre per gli altri suoi fratelli/complici/amanti della confraternita beat fu abbastanza naturale adattarsi agli anni Sessanta, diventando figure di primo piano nella scena controculturale, per lui, il gap era insormontabile. Allen Ginsberg era diventato l’essenza stessa del flower power; Neal Cassady, il suo doppio spirituale, si era unito alla banda dei Merry Pranksters (gli allegri burloni), la congrega di spericolati pionieri dell’uso ludico e avventuroso dell’LSD guidati dallo scrittore Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo .
Jack era preoccupato per la svolta nella vita di Neal, era convinto che quel gruppo di scombinati che giravano il paese su un bus che portava l’indicazione “Più Oltre”, montando happening e ingollando acidi sciolti in un bidone pieno di aranciata effervescente, lo avrebbero rovinato. Fu per fargli piacere che nel 1964 si lasciò trascinare ad un party organizzato in suo onore a New York dove i Merry Prankster, vestiti come dementi (per uno che non aveva mai abbandonato la camicia di flanella e dei pantaloni sformati) gli misero addosso, a mo’ di mantellina, una bandiera americana. La cosa lo offese particolarmente, non capiva quei giovanotti che si divertivano un mondo, si tolse la bandiera, la piegò religiosamente e la mise da parte, lui non poteva mancare di rispetto a quel simbolo.
Per quanto concerne la fede naif sulle potenzialità liberatorie dell’acido lisergico, all’entusiasmo di Ginsberg sul satori “istantaneo” – senza subire le mortificazioni di San Giovanni della Croce – aveva risposto con la famosa frase: «Non si può imparare a camminare sull’acqua in un solo giorno». Dopo aver provato la psilocibina fornitagli da Timothy Leary, nel quadro di un esperimento clinico sponsorizzato dal Governo, aveva raccontato che gli effetti più profondi erano stati, l’aumento dell’amore verso sua madre e l’essersi sentito «fisicamente forte e arrabbiato contro gli atei che combattevano il cristianesimo – perché in realtà la lotta tra comunismo e capitalismo è una lotta tra ateismo e gnosticismo». Con Kerouac il garrulo Leary ebbe il primo bad trip della sua vita, la melanconia francese mal si adattava alla visione spettacolare dell’esperienza psichedelica. Jack non lo prendeva sul serio, continuava a bere vino rosso e a dargli del gesuita. Era distante dai pacifisti che bruciavano le bandiere, dai giovani che rivendicavano il loro essere minoranza oppressa (lui che aveva frequentato gli afro-americani e amato Charlie Parker come un Dio, in tempi non sospetti, non poteva che ridere di quelle pretese). Era diffidente persino del suo sponsor italiano, Fernanda Pivano, che in un attacco di paranoia definì «spia comunista ebrea».
C’è qualcosa di simbolico nel fatto che il padre riluttante della controcultura, nel 1942, avesse fatto il manovale nel cantiere di costruzione del Pentagono (ascoltando incantato il blues cantato dai suoi colleghi di colore) quello stesso edificio sede dei comandi militari delle forze armate americane che il suo amico fraterno Allen Ginsberg avrebbe cercato di far levitare nel 1967 per cacciare i cattivi spiriti della distruzione che lo infestavano.

Questo pezzo è apparso ieri sul numero di Queer dedicato a Jack Kerouac

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Sabato 29 settembre
ore 20,30
presso la Sala Convegni del Castello Episcopio di Grottaglie
all’interno della Festa dei Lettori, organizzata dai Presidi del Libro
incontro dal titolo
Leggere l’età giovanile
presenti:
Flavia Piccinni, autrice del romanzo “Adesso tienimi” (Fazi, 2007)
e
Giancarlo Liviano D’Arcangelo, autore del romanzo “Andai, dentro la notte illuminata” (peQuod, 2007)
Coordina
Rossano Astremo

 

Sto davanti alla tua caverna

di Vittorio Bodini

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo,
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.

 

tratta da Altri fuochi

di Alexandra Petrova

E allora come mai che prima si sentiva
e adesso più niente?
Il macchinista gira
il macchinista oscura
il nastro bianco sporco.
Nel giardino del sangue
sono entrati in massa
corpuscoli inopportuni.

Ah fermati, portami con te
bella libellula.

Insieme, in elicottero
scuciremo i confini di questa carne,
che rimanga adesso fredda nel passaggio.

Su, su
psicuccia, psichina. E ora che c’è?
Vola!

 

tratte da Nei passi l’attesa

di Annalena Aranguren 

***

Lui non conosceva altro luogo

dove recarsi per prendere il caffé

io ci capitai per caso inciampando

in uno sbadiglio e un’insegna luminosa.

Lui aveva già finito di bere

io allungai la mano verso lo zucchero

gli sfiorai la giacca, chiesi scusa.

E poi nient’altro:

ogni giorno ha la sua piccola storia d’amore.

***

Il mio corpo, desideri il mio corpo?

Ho viso e labbra e occhi

che incantati ti guardano

ho seno e fianchi e gambe

ho mani che sanno toccare

denti che mordono

piano e con piacere.

Se mi tocchi ti accorgerai

che esiste questo corpo mio

su lui puoi addormentarti.

Ne faccio dono a te che non lo vedi

come se scalzo sopra l’erba all’alba

ignorassi il chiarore della rugiada.

***

Dormi e sei nudo

lo so ma non ti vedo

ascolto il tuo respiro

oltre il tappeto africano

appeso al muro.

Il corpo tuo ho voglia di vedere

ogni piega di pelle smossa dal sonno

tu che per tutti indossi un velo

con il cuore svestito nel sognare.

 

Marco Montanaro
Viaggio attraverso le pareti estive del tuo stomaco

Da grande avrei voluto fare il pittore.
Perché di pittura, storia dell’arte, tele, colori ad olio, tempera, acquerelli, anplener, personali, cavalletti, tavolozze, chiaroscuri contrasti puantillismi e aste non ci ho mai capito niente, non sono mai sono riuscito a entrarci nell’ottica, e le cose che vengono meglio, a me come ad ogni essere umano che ha consapevolezza di questi meccanismi e in fin dei conti finisce perciò per non averne, le cose che vengono meglio dicevo: dovrei dire quelle che vengono più facili, con maggiore scioltezza; queste cose sono quelle nella cui ottica non si è mai riusciti a entrare.
Avrei voluto fare il pittore perché non ho mai compreso le dinamiche che portano a bruciare per una tela piuttosto che per una bella donna o per un’auto di lusso, o ancora per la profondità nera del mare o per una canzone che resta incompiuta, per un foglio bianco e allora: siamo sempre lì, stiamo parlando della stessa cosa.
Avrei voluto fare il pittore non capendo perché si sceglie di disegnare un viso come un altro, o meglio diversamente da un altro, con quelle caratteristiche e con quella tecnica particolare, e cosa avrà mai quel viso – perché è stato scelto?, perché non ci si accontenta di una bella fotografia? -; e le cose si complicano con i paesaggi, le nature morte, in cui c’è l’intera anima di un pittore, ci deve essere da qualche parte, e se c’è in una mela o in un vaso figuriamoci che anima grande ha l’uomo in questione.
Avrei voluto fare il pittore, perché dalle mie parti non c’è differenza acustica tra il pittore che dipinge il quadro e l’imbianchino, tra quello che fa l’artista e non ha mai soldi e quell’altro che ce li ha sempre nella poscia e, orgoglioso, dichiara: ‘Io ho un’arte nelle mani ‘, e meno male che non c’è differenza perché col tempo caldo che fa tempo per disquisizioni sulla natura e sullo stato dell’arte proprio non ce n’è.
Avrei voluto fare il pittore perché ho conosciuto di striscio il Charles Strickland di Maugham, ovvero Gaugain o ancora l’amico di Van Gogh, e qualcosa mi ha sfiorato l’orecchio destro, qualcosa di sinistro ed incommensurabile, di terribilmente lontano ed umano, e chiunque nella mia situazione avrebbe voluto fare il pittore: perché nella luce e nella natura di Haiti nei ritratti di Strickland c’è tutto quello che non ho mai capito.
Avrei voluto fare il pittore per carpire l’energia universale di ogni schizzo. La determinazione del gesto che muove il muscolo nel mondo di carta e di carne, l’occhio che mentre disegna ha già conosciuto il mondo prima di raffigurarlo, l’occhio che poi crea a sua volta questo mondo, l’occhio che decide per la testa e per il cuore, e in definitiva: l’occhio che guarda il mondo diventare cuore e testa.
Avrei voluto fare il pittore perché avrei potuto davvero cambiarlo, il mondo, perché il pittore lo scova e lo ama in tutto, in ogni singola battuta di caccia regale, in ogni singola rete che cattura i pesci, in ogni altro pittore che dipinge per Otranto, in ogni decapitazione e in ogni ritratto di dama. Avrei potuto cambiare il mondo semplicemente ridisegnandolo.
E infine: avrei voluto fare il pittore perché il pittore non lavora quasi mai nelle notti bianc’oscure; il pittore non è pittore se non ha assimilato abbastanza ore di sole.
Ma avrei potuto anche fare il musicista.
Non di quelli moderni che suonano un poco d’ogni strumento, e si scambiano gli attrezzi con gli amici del gruppo, non uno di quelli che fanno musica come farebbero un altro lavoro, e non di quegli altri che suonano perché hanno uno stato d’animo particolare, o ancora di quelli che impazziscono infine su uno spartito, perché il semitono giusto non è mai al suo posto.
Sarei stato il musicista che suona perché non sa con chi ammogliarsi, il musicista che può amare solo il proprio strumento, uno solo, e che suona e suonerebbe con chiunque giusto per averci un posto dove fare l’amore.
Sarei stato di quei musicisti che si gettano in qualche avventura misteriosa, bluastra e decisamente notturna, con una tromba o un contrabbasso, senza sapere dove dormire e come risvegliarsi; e quegli stupidi dell’orchestra, suonassero pure quello che vogliono!, tanto io avrei comunque di meglio da fare.
Sarei stato di quei musicisti che sudano e sporcano lo strumento, che suonerebbero qualsiasi brano inciso nella storia dell’uomo solo perché sarebbe una possibilità in più, e perché c’è sempre quello spazio stretto e angusto in cui si può infilare un assolo che rivaluta o distrugge una giornata, al di là del sole e della luna, delle stelle e di qualche satellite.
Sarei stato uno di quei musicisti che passano una vita intera a cercare di capire la propria unica compagna, indomadibili guglie d’una chiesa gotica che non si dolgono del tempo che sa solo passare, un diavolo dal carisma che trascende i palchi, le serate, i generi e i cachet. Con una smorfia avrei annunciato il crescendo al batterista, l’errore al chitarrista, pronunciando, in tutta la vita mia poche, pochissime, fondamentali ignobili parole; senza mai riconoscermi in foto.
Se avessi fatto il musicista, avrei preso in giro tutti quegli impostori che avrebbero voluto accompagnarmi per la strada gialla, e avrei suonato per tutte le piazze, nelle cassarmoniche, ai crocicchi, nei golfi mistici e in qualsiasi locanda, con gente di tutte le razze, esaltato dalle differenze e dalle deformità cui avrei attinto, inconsapevole, per sudare nelle notti di luna bianca.
E avrei riempito il cielo blu della solitudine con due o tre note, o forse con un miliardo e anche più, a seconda del mal di pancia.
Mi sarei dato in pasto al pubblico come l’esibizionista che non può fare a meno di morire ogni giorno: avanti, fatemi a pezzi, vi distruggo! E se non vi piace, siete già morti, e se vi piace, a me non interessa, andate pure al diavolo!
Ma, infine, giunto alla fine della strada coi mattoni dorati (o erano piastrelle?), feci la mia scelta: divenni un libro.
In genere sto in qualche libreria di qualche cittadina della provincia; quelle cittadine progredite dove si vive bene e si ha il tempo di leggere. Ma, in fondo, a me non interessa che mi si legga, mi accontento, di tanto in tanto, delle dita di qualche studentessa con gli occhiali, dita che mi sfogliano durante l’intervallo delle lezioni universitarie, dita che ancora non hanno i soldi per acquistarmi, e chissà, mi chiedo, se non gli manca anche la voce.
Sto qui, di solito, in qualche libreria col personale colto e mansueto, che non alza mai la voce, che mette come sottofondo qualche disco jazz fintamente tranquillo. E spesso ci litigo, con i miei commessi, mi sposto e mi nascondo, non mi faccio trovare al mio posto, perchè prima o poi dovranno perderla, quella tranquillità che hanno sulla giacca.
Me ne sto sul mio scaffale, mi lascio sfogliare, perché mi piace farmi conoscere come, come si dice?, come un libro aperto, qualche pagina a caso e qualcosa, di me, si capisce; ma certe volte finisco nelle mani di qualcuno che non sopporto già alla vista, e allora le mie pagine si induriscono e non si riesce a girarle, non ce n’è per nessuno; quando lo sconosciuto si lecca il pollice e l’indice mi inviperisco, mi indigno e faccio capitare qualche foglio in cui di me, in fondo, non si dice poi molto, o comunque nulla più di quello che in genere già si conosce: sono un libro, tutto qui, e non vi concedo che qualche ora della mia esistenza cartacea.
Dopotutto, ho scelto di diventare un libro perché amo il silenzio dei luoghi in cui mi trovo, perché la gente non parla mentre mi ascolta, perché non mi interrompe quando medito, perché spesso non ci vogliono molte parole a spiegare, e non devo parlare quasi mai di me.
Ho scelto di essere un libro, ma giammai uno di quelli di sociologia, o di tecnica, o peggio ancora di quelli che hanno la pretesa di spiegare in anticipo i tempi che corrono: perché il tempo corre, e figuriamoci se ne ho dell’altro da perdere a tentare di capirlo.
Sono un libro di narrativa, che racconta storie, per quella necessità che ho di sentirmi eterno come tutti i miei fratelli.
Da quando sono diventato un libro, ho i miei motivi d’orgoglio: sono stato censurato, messo all’indice, persino bruciato, e ancora, talvolta, mi capita di essere impolverato. Ho quasi sempre un odore, che è solo il mio, e spesso, oltre alle dita di quelle studentesse di cui ho parlato, ne conosco anche il naso, che si infila tra le mie pagine per sapere di che umore sono.
Da quando sono un libro, d’estate vado spesso al mare, sto sempre sotto l’ombrellone e mi godo il profumo e l’agitarsi dell’acqua, salutando il tempo come fosse un fedele compagno.
E fu proprio d’estate che finii di percorrere la strada coi mattoni dorati (o erano piastrelle?), fu proprio d’estate che scelsi, il tempo dalla mia parte, sarei diventato un libro. Per le storie e le illusioni di qualcuno.

Racconto apparso sull’ultimo numero di Coolclub.it