un racconto di Marta Mazza

BACIAMI
di Marta Mazza
Non lo immaginavo, lo vedevo continuamente.
Appeso per il collo ad un albero, con il corpo che penzolava lento, prima a destra poi a sinistra, a destra e a sinistra, e la faccia color ocra come il vestito che metteva a tutti i battesimi e alle comunioni. Con la testa nel forno nuovo, che lenta lievitava come una di quelle torte farcite fatte in casa che gli piacevano tanto. O massacrato di botte, con pugni in faccia e tanti calci nella pancia, dai giocatori di una squadra di calcetto urlanti -arbitro cornuto!- sconfitti per un rigore inesistente. Schiantato con la macchina contro un albero mentre canta a squarciagola “donne du du du in cerca di guai“. Con un coltello piantatogli nella schiena da un cowboy e i grandi baffi sporchi del sangue che a fiotti usciva dalla sua bocca.
Non mi faceva paura, dovevo solo stare attenta.
“Cosa c’è da sorridere?” mi aveva chiesto quella volta la mamma sull’autobus mentre guardavo il nulla fuori.
C’era solo che, mentre veniva strangolato dal filo interdentale e soffocando girava in bagno come una trottola con le braccia alzate come in una danza al ritmo dei suoi versi disumani, papà era troppo divertente.
Alcune bambine vedono le fate, io vedevo le streghe.
Una fata l’ho incontrata, una volta sola: Annalisa, si chiamava.
Era una, ma quel nome doppio e i suoi occhi me la facevano immaginare come due, anzi, mille.
Era mille cose fantastiche in un’unica bambina fantastica. Era un concentrato di dettagli magici e preziosi. Mi sarebbe bastato essere solo Anna, per una volta, o anche solo Lisa o anche solo una di quelle sue piccole cose fantastiche. I capelli erano dritti dritti e neri neri, né troppo lunghi né troppo corti: anche uno solo una ciocca di quelli potevo essere. O gli occhi, o anche uno solo: erano così piccoli, pelosi e vicini. Aveva milioni di piccole lentiggini: di quelle un paio solo mi sarebbero bastate. Delle gambe magre magre chiaramente solo una, anche la più magra, o solo metà di quella.
Era velocissima quando correva nel cortile, intorno alla palma gigante, con le ortiche tutte in giro.
Una sua gonna mi piaceva tanto, quella con le balze colorate, quattro, cinque, sei non le ho contate mai: una rosa, una jeans, una verde, le altre non so, ma quando correva sembrava un’unica balza d’arcobaleno. Quando correva sfiorando le ortiche sembrava volare, con la gonna-ala spaziale.
Poi però non le ho viste più: né Anna né Lisa e neanche le altre sue piccole cose fantastiche.
Lunedì pensavo: tornerà martedì, e anche mercoledì lo speravo. Giovedì ero sicura di vederla venerdì o sabato. E poi lunedì e martedì e mercoledì l’altro aspettavo, la cercavo. Tra gli altri zainetti, del suo rosa coi fiori rossi che sembravano veri, neanche il profumo.
Forse le balze erano riuscite a portarla via davvero. Potrebbe essere, pensavo. Ma non troppo lontano, speravo. Certe volte guardavo il cerchio di cielo sopra il cortile e non la vedevo, ma m’immaginavo Annalisa, trottola volante, navicella spaziale umana, sbucare da dietro un tiglio o un batuffolo di nuvola.
Forse una volta in cortile girava così veloce e così vicina alle ortiche, che si era punta le gambe, come una volta era successo a Pasquale con le mani, che erano diventate così rosse ma così rosse e gonfie che stava per morire e piangeva, ma poi era passato tutto. Le gambe così magrette di Annalisa però non potevano resistere, così delicate e stecchine. Dovrà passare tutto l’anno in ospedale per farle guarire, pensavo. Chissà se potrà andare alle elementari, l’anno prossimo.
Non potevo chiedere alla maestra. Neanche a mamma. E Ines e Serena non lo sapevano proprio dov’era. Non sapevano niente. Poi Ines aveva i capelli corti corti e rossi, che sembrava un alieno maschio e Serena era così cicciona, che i disegni sulle magliette strette diventavano mostri.
Una volta, era giovedì e faceva caldo, niente asilo ma mercato con la mamma e l’ho vista. Annalisa era con la sua di mamma. Io l’ho vista, lei però no, perché stava mangiando la granita e guardava nel bicchiere. La sua mamma guardava i collant, li tirava tantissimo, allungandoli come a volerli spezzare e Annalisa vicina vicina a lei guardava nel bicchiere e di tanto in tanto tirava dalla cannuccia per poi tornare a guardare l’arancione tra le sue mani e a giocare con la cannuccia. E’ guarita, pensavo. Sarà tornata, speravo. Venerdì e poi sabato all’asilo non c’era però. L’avevo persa, e per sempre.
Avevamo un nostro gioco. Non aveva un nome. Anche la maestra Maria ce l’aveva chiesto, poco prima che Annalisa se ne andasse, il nome di quel gioco e perché lo facevamo. Annalisa era corsa via, e io l’avevo seguita urlando solo “perché è bello”. Noi non dovevamo dargli un nome, né chiederci l’un l’altra di giocare: quando le maestre ci portavano in palestra coperta, Annalisa e io ci cercavamo subito un angolo, se il nostro preferito sul materasso grosso era occupato. Ci piaceva sul materasso, così dopo il gioco ci potevamo tuffare a pancia sotto e stare un po’ lì a rotolarci e fare a gara a chi resisteva più tempo con la faccia schiacciata sul materasso. Tanto vinceva sempre. Io quella puzza di gomma non la sopportavo dritta nel naso e mi sembrava di soffocare. In fondo lo facevo apposta a resistere così poco: l’immagine di Annalisa ancora impressa nella testa è lei mentre sorride dopo la vittoria, con i tratti della faccia che si dispongono dolci e orgogliosi in mezzo alle lentiggini trionfanti.
Non ci potevo giocare da sola. Non funzionava. Ines e Serena volevano giocare con i maschi a ballare o al Sapientino o a un due tre stella e sempre a campana. E a niente serviva disegnare con l’indice un’immaginaria croce davanti al viso in segno di solenne rottura dell’amicizia.
Ogni tanto in bagno, all’asilo, provavo a farmi delle carezze piccole sul collo, con le dita, piano piano sotto l’orecchio. Chiudevo gli occhi e mi disegnavo come dei cerchietti sul collo. Ma non serviva a molto e allora correvo a gettarmi sul materasso blu a faccia sotto. Rispettavo tutti i riti e le fasi ma neanche una delle sue piccole cose sembrava ritornare da me. Era tutto più bello con lei, e mi mancava.
La sua bocca sul mio collo al posto delle mie dita, quelle soffici alitate di fata che mi facevano felice.
Dormo senza cuscino, non lo sopporto.
Niente più streghe, da allora.
Ci provo ancora, con una certa regolarità.
Quello che resta è lo sforzo di un autobacio sulla clavicola in sua memoria.