Archivio per Marzo 2008|pagina archivio mensile
Elio Pagliarani: sempre da “Inventario privato”
(opera di Annalisa Macagnino)
tratta da “Inventario privato”
di Elio Pagliarani
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Hai fatto burrasca
e hai fatto sereno,
fai sereno e burrasca
perché ti amo ti tocca questo
che tu voglia o no,
io approderò nel tuo porto.
Gregory Corso: ancora lui

di Gregory Corso
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Con un amore un delirio per Shelley
Chatterton Rimbaud
e l’affamato guaito della mia gioventù
si è propagato da orecchio a orecchio:
IO ODIO I VECCHI SIGNORPOETI!
Specialmente i vecchi signorpoeti che ritrattano
che consultano altri vecchi signorpoeti
che esprimono la loro gioventù in bisbigli,
dicendo: – Queste cose le ho fatte allora
ma è acqua passata
è acqua passata -
Oh vorrei tranquillizzare i vecchi
dirgli: – Sono vostro amico
ciò che eravate una volta, grazie a me
lo sarete ancora -
Poi di notte nella sicurezza delle loro case
strappare le loro lingue apologetiche
e rubare le loro poesie.
Rapporto di campo:una mia poesia

Gianni ha 65 anni, ne dimostra 80,
ha le mani che tremano, un bastone costoso,
sorseggia vino sbavandosi tutto,
ha pochi denti, un sorriso bambino,
la voglia smaniosa di raccontare:
della sua vita, delle sue donne,
delle sue disfatte, del suo dolore,
dei suoi lutti e del suo candore,
della sua testarda convinzione
di morire alle due del mattino.
Gianni mi offre antidoti contro l’insonnia,
roba da maschi, qui non dicibile,
poi si volta e ammira un culo:
ad ogni donna regala un ti amo.
Questa notte l’ho sognato.
Capovolto come un quadro di Baselitz
mi urlava: Bevo fino a star male!
Tremo se resto senza! Perdo sangue!
Qualcuno da qualche parte
piange la mia morte! Eppure respiro!
Il mio corpo vola in pezzi!
Eppure respiro! Respiro!
r.a.
Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia: incipit

incipit di Kafka sulla spiaggia
di Haruki Murakami
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Il ragazzo chiamato Corvo
- E così il denaro sei riuscito a trovarlo ? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre.
Io annuisco.
- Quanto ?
Rifaccio un’altra volta il calcolo a mente, quindi rispondo: – Circa quattrocentomila yen in contanti. Poi c’è ancora qualcosa che posso prelevare con la carta. Naturalmente non credo che basti, ma almeno per ora dovrei farcela.
- Non è male, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Almeno per ora.
Io annuisco.
- Però questi soldi non li hai certo ricevuti da Babbo Natale, o sbaglio? – dice.
- No, – rispondo.
Il ragazzo chiamato Corvo si guarda intorno, storcendo leggermente le labbra in una smorfia ironica.
- Non sarà che provengono dal cassetto di qualcuno, qualcuno molto vicino?
Non rispondo. Lui sa benissimo di chi è quel denaro, è ovvio. Non sta cercando di strapparmi una confessione. Mi sta semplicemente prendendo in giro.
- Beh, pazienza, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Quei soldi ti servono. Ti servono davvero. Devi averli. Qualsiasi mezzo è lecito: chiederli, prenderli in prestito di nascosto, rubarli… In ogni caso sono soldi di tuo padre. Con quelli, almeno per ora, ce la farai. Ma quando avrai finito quei quattrocentomila yen, come hai intenzione di muoverti? I soldi non crescono spontaneamente nel portafogli come funghi di montagna. Avrai bisogno di mangiare, e di un posto per dormire. A un certo punto i soldi finiranno.
- Ci penserò quando sarà il momento, – dico.
- Ci penserò quando sarà il momento, – ripete il ragazzo, come soppesando le mie parole sul palmo della mano.
Io annuisco.
- Vuoi dire che cercherai un lavoro o qualcosa del genere?
- Forse, – dico.
Il ragazzo chiamato Corvo scuote la testa. – Ma quando imparerai qualcosa sulla vita? Come pensi che un ragazzo di quindici anni, in un posto lontano e sconosciuto, possa trovare un lavoro? Se non hai neanche finito la scuola! Chi ti darebbe un impiego?
Arrossisco leggermente. Sono uno che arrossisce subito.
- Mah, lasciamo perdere, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Non è il caso di fare un elenco dei problemi, prima ancora di cominciare. Ormai hai fatto la tua scelta. Adesso si tratta solo di metterla in pratica. E comunque sia, è la tua vita. Alla fine, sei solo tu a dover decidere.
Sì, comunque sia, questa è la mia vita.
- Ma d’ora in avanti, se non diventi più tosto non ce la farai.
- Faccio del mio meglio, – dico.
- Certo, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – In questi ultimi anni ti sei rafforzato molto, non si può negare. Annuisco. Il ragazzo chiamato Corvo continua:
- Resta però il fatto che hai solo quindici anni. La tua vita è appena cominciata. Il mondo è pieno di cose di cui non sai niente. Cose che tu nemmeno ti immagini.
Siamo seduti come al solito l’uno accanto all’altro sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre. Al ragazzo chiamato Corvo questa stanza piace. Gli piacciono molto tutti i piccoli oggetti che ci sono. Adesso gioca con un fermacarte di vetro a forma di ape che ha tra le mani. Naturalmente, quando mio padre è in casa si tiene alla larga.
- Però, qualsiasi cosa succeda, – dico, – devo andarmene di qui. Su questo non si discute.
- Lo credo anch’io, – conviene il ragazzo chiamato Corvo. Posa il fermacarte sul tavolo, e incrocia le mani sulla nuca. – Però non pensare che questo risolverà tutto. Non per raffreddare il tuo entusiasmo, ma anche se vai più lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui. Secondo me è meglio non fare troppo affidamento sulla lontananza.
Ci rifletto per qualche istante. Il ragazzo chiamato Corvo tira un sospiro, chiude gli occhi e si preme le palpebre con le dita.
Mari, un giorno verremo a bussare alla tua porta

tratta da Cento poesie d’amore a Ladyhawke
di Michele Mari
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Tutti i nostri incontri
si sono svolti nel segno affannoso
della Zucca
perché anche alle sei del pomeriggio
o alle undici e un quarto di mattina
mancava sempre un minuto a mezzanotte
Elisabetta Liguori su Salento’s Movida
Che profumo ha l’estate salentina?
di Elisabetta Liguori
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Davanti ad un libro ricco come questo spesso, chissà poi perché, ci si sente obbligati a far discorsi di genere. Un giallo, un noir, un thriller? Cosa è questo “Salento’s Movida” scritto da Armando Tango per la Glocal editrice alla fine del 2007? Questioni come queste presupporrebbero una distinzione puntuale; si dovrebbe procedere cautamente per tesi e antitesi, per categorie letterarie rigorose, così da sperare di puntualizzare modalità e fini narrativi in via definitiva. Onestamente io non credo che una simile operazione abbia davvero un senso, quando si parla di letteratura. In teoria un giallo, nel quale l’individuazione del colpevole resta centrale, dovrebbe avere come fine la rassicurazione del lettore, il ripristino dell’ordine e la conquista di una qualche verità; diversamente il noir, che si nutre del caos, dovrebbe rappresentare un momento di rottura e di denuncia sociale. In altre parole affermando che il giallo consente una placida e attiva evasione, finiamo per dire che il noir mira invece ad invadere la sfera conoscitiva ed emozionale del lettore e a turbarla. Ma allora Armando Tango? A cosa mira Armando Tango? Evade o invade? A mio avviso questo suo romanzo rappresenta un ottimo esempio di fusion letteraria: qui i generi come le finalità si contaminano, svago e denuncia diventano occasione e non pretesto, la città narrata si muove a metà tra il bello o l’orrido, l’abbandono e il lusso, il degrado e il disimpegno più glamour. Qui non conta il fine, ma il mezzo e il modo. Il mezzo è l’osservazione. Il modo sta nella vastità, nell’articolazione, nell’intensità della stessa osservazione. Il carattere fortemente distintivo di un’opera come questa, dunque, non è il genere, ma il luogo. Quest’ultimo, assieme all’autore, parla attraverso la bocca dei personaggi. Un gran bel luogo, ricco di stimoli, stupore e dubbi. Un territorio poliforme che riesce ad essere, nello stesso tempo, sporco ed eroico e quindi ancor più autentico, in quanto fortemente contraddittorio. È per questo che il romanzo di Armando Tango, per scontro persistente, tinte accese, divertimento crudo, dinamicità e mito, mi par più vicino al buon vecchio genere western e ai suoi sterminati affreschi. Chissà cosa ne avrebbe detto Sergio Leone, ma questo nostro sud polveroso sembra ormai prendere proprio quel suo storico immenso ghigno. Si pensi a quello che ne aveva fatto Omar di Monopoli nello scorso anno con il suo “Uomini e cani”. Il sud dei cani di Monopoli era un sud ancestrale, animalesco, primitivo nei luoghi come nelle emozioni, mentre il Salento di Tango è una pancia lussureggiante, gravida di trasformazioni, fortemente contemporanea. Non è infatti un caso che tra i personaggi chiamati a dare movimento alla storia ci siano due icone del potere televisivo. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi: sono loro gli astri intorno ai quali per caso e per progetto, tra festini, intrighi, fraintendimenti, cene luculliane e gite in barca, s’avvoltola il peggio e il meglio della città di Lecce. La vicenda narrata da Tango è pura fantasia, ma non lo è il mondo che la partorisce. La Tivù, quella vera e quella di provincia, i sogni inconsistenti dei ragazzetti di periferia, delle starlette sfigate coi jeans a vita bassa, dei fotografi assetati di luci, i giri grossi e quelli piccoli, la borghesia bene coi suoi motoscafi carichi di commercialisti o principi del foro, il giro delle feste, quello del malaffare, o degli stranieri. La vecchia malavita che si barcamena tra nuovi linguaggi tecnologici e vetusti eccessi di violenza. I nuovi poveri ingenui opposti ai vecchi ricchi osceni. Tutto così è rivelato e quindi condiviso. La scelta di Tango è senza dubbio coraggiosa perché localizzata con chirurgica precisione e perché chiamata a far da specchio a quella che è la realtà sociale nazionale. La sua Lecce è vera, non più segreta e lontana, e si muove lungo coordinate comunali categoriche:
1) il cuore storico della città e la sua movida frenetica:
2) la zona 167, la parte più appassita, totalmente dimenticata dalle amministrazioni quanto dalla gente;
3) le arterie provinciali o rurali, la campagna ancora frizzante di grilli e di emozioni primordiali;
4) la costa marina, il suo smeraldo, le sue albe acide, le sue terrazze snob, il suo turismo variegato. Ad ogni ambiente corrisponde un diverso personaggio. Una diversa tipologia d’uomo. La storia di questo romanzo, dunque, è una sorta di giostra che gira intorno al fulcro cittadino e sembra voler rispondere ad un unico quesito: cosa sta diventando il Salento e la sua gente? La risposta è appassionata, l’intreccio necessario e travolgente, rispondente ai canoni stilistici del thriller ma non solo a quello. La voce narrante mescola ad una rabbiosa indignazione, onde di sana nostalgia. Dopo un inizio assolato, apparentemente quieto, il ritmo narrativo si fa via via più vorticoso. La giostra comincia a girare ad un ritmo quasi ipnotico. I personaggi creati da Tango si alternano capitolo dopo capitolo sempre più rapidi e nonostante il loro turbinare conservano fino alla fine potenza tridimensionale. Le loro personalità s’intrecciano le une con le altre, in un gioco sapiente di equivoci che passa con grande abilità dai toni tragici a quelli grotteschi, mentre l’occhio dello scrittore, amaro e consapevole, vigila e tiene in scacco il lettore pagina dopo pagina. Un occhio che sembra conoscere molto bene i vizi segreti dei luoghi scelti. La movida per esempio. Una dimensione tipica delle ultime estati salentine. Una novità che sta mettendo in connessione il sud con il mondo, alterandone la struttura dall’interno e appiattendola. Osservare la città che s’anima di notte è come fissare negli occhi il figlio storpio di una globalizzazione incerta. Non oggetto, ma soggetto, la movida descritta da Tango è capace di incidere sulla percezione dei luoghi da parte dei numerosi protagonisti della storia, sui loro desideri, sui loro umori. Ha vita propria. Una movida torrida, pacchiana, assordante, che ogni personaggio vive in modo diverso: come ostacolo, come furto, come opportunità, o come nemico. Una forma di modernità qui narrata come contrasto. E sono appunto i contrasti il punto di forza di questa scrittura: gli uomini che la abitano, pur mossi dagli stessi istinti, quali potere, riscatto, denaro, fama, rivincita, hanno dimensioni umane diverse, reazioni diverse. Il loro è un sentire condizionato dal clima, dal rumore, dalla cultura mediatica e non, e dalla storia di provenienza di ciascuno, quindi contrastante. In questa terra caratterizzata da tale acceso conflitto tra vecchio e nuovo, tra silenzio e rumore, tra innocenza e dolo, in un primo momento Tango sembra voler scindere nettamente il bene da male, ma poi sceglie di riportare il tutto ad una dimensione di nebuloso disinganno e la giostra ad un momentaneo stop. Ogni suo personaggio trova un diverso epilogo.
Come vuole sempre la vita, posta davanti alle sue migliori occasioni perdute.
un racconto di Joe R. Lansdale

La bambola gonfiabile
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Mi compro una bambola gonfiabile perché voglio qualcosa da scoparmi senza doverci per forza parlare. Sulla scatola c’è scritto Bambola dell’amore. La porto a casa e la gonfio. È carina, sexy e innocente.
Me la scopo. Siedo con lei sul divano e guardo la TV e le poso un braccio sulle spalle di plastica e mi tengo il cazzo con l’altra mano.
Me la scopo un altro po’. Al mattino la sgonfio e la ripiego e la metto in un cassetto.
Quando la sera torno a casa dal lavoro, la gonfio per bene ed è di nuovo piena e rigida. Me la porto in camera da letto e me la scopo. Guardo la TV col braccio sulle sue spalle, una mano sul cazzo.
Le cose vanno avanti cosí per un po’.
Comincio a parlare alla bambola. Non ho mai avuto voglia di parlare con una donna, ma parlo con la bambola. La chiamo Madge. Avevo una cagna che si chiamava Madge, mi piaceva.
Smetto di sgonfiarla al mattino. La lascio nel letto. Sistemo le cose per la colazione su un vassoio, abbastanza da mangiarci in due. Entro e mangio a letto accanto a lei. Avanza un sacco di roba quando finisco e mi preparo per andare al lavoro.
Quando torno il vassoio si trova dove l’ho lasciato e la bambola è sparita. Sul vassoio non c’è traccia di cibo.
Trovo Madge nella doccia. Quando apro la porta della cabina della doccia, mi sorride. “Volevo rassettare casa per te” dice. “Volevo mettermi sexy. Mi dispiace che la casa non sia pulita e la cena non sia pronta. Non succederà piú.”
Entro nella doccia insieme a lei. Scopiamo di nuovo e ci insaponiamo a vicenda. Ci asciughiamo e andiamo a letto e scopiamo di nuovo. Dopo restiamo a letto e parliamo. Per un po’ parla di cose da donne. Per lo piú parla di me. Ha cose carine da dire sulle mie prestazioni sessuali. Scopiamo di nuovo.
Il giorno dopo mi porta al lavoro con la macchina, mi viene a prendere quando stacco. Tutti i colleghi sono gelosi quando la vedono, perché è un bel pezzo di fica.
Si presenta sempre bene. Porta cose provocanti, gonne corte. Per andare in giro mette golfini, magliette e jeans aderenti. Ha un buon profumo. Mi mette spesso le mani addosso. È tutto pulito quando torno a casa. La cena è pronta in un lampo.
Passa un anno. Decisamente felice. La vita non potrebbe andare meglio. Un sacco di sesso. Una casa pulita. Si mangia quando voglio. Conversazioni. Mi dice che quando la monto sono un vero uomo, che ha bisogno di me, mi chiama il suo stallone, fa bei rumori quando è sotto di me e mi graffia la schiena, quando viene fa un verso come se cantasse. Le piacciono i miei muscoli, la ruvidezza della mia barba. Guardiamo i film sul divano, il mio braccio sulle sue spalle. Lei mi tiene in mano il cazzo. Quando glielo chiedo, mi fa un bocchino mentre guardo il film. E quando vengo inghiotte sempre.
Una notte che siamo stesi a letto dice, “Penso che forse dovrei andare a scuola.” “A fare che?” chiedo.
“Sai, per far entrare piú soldi. Potremmo comprare delle cose.”
“Guadagno abbastanza.”
“Lo so. Sei uno che lavora sodo. Ma voglio contribuire.”
“Già ti dai da fare abbastanza. Sei qui con me ogni sera, tieni la casa pulita e fai da mangiare. Questo è il posto di una donna.”
“Come preferisci, caro.”
Ma non lo pensa veramente. Ogni tanto ci torna, su questa faccenda dell’andare a scuola. Alla fine penso, be’, che male c’è? Se ne va a scuola. La casa non è piú cosí pulita. La cena non è sempre pronta all’ora giusta. Al lavoro ci devo andare da solo. Certe sere non le va di scopare. Mi faccio le seghe in bagno sempre piú spesso. Sediamo sul divano e guardiamo i film. Lei siede a un’estremità, io a quella opposta. Siamo vestiti. Ho una birra in una mano e il telecomando nell’altra. Litighiamo per delle sciocchezze. Non le piace il modo in cui spendo i miei soldi.
Si laurea. Trova lavoro nel settore finanziario. Si mette il tailleur. Quando va in giro indossa cose meno aderenti. Non si trucca piú né si profuma quando sta in casa. Non mi mette piú le mani addosso. Niente piú bacio quando mi saluta. Scopiamo di meno. Quando lo facciamo, sembra che pensi ad altro. Non mi chiama piú il suo Re, il suo Omaccione, come faceva prima. Dopo il sesso qualche volta resta alzata fino a tardi a leggere libri di tipi che si chiamano Sartre o Camus. Sta scrivendo una cosa che chiama il Manifesto della finanza. Siede alla macchina da scrivere per ore. Va alle feste di quelli del lavoro, e io l’accompagno, ma mi rendo conto che mi trovano noioso. Non so di cosa parlano. Parlano di finanza e di libri e di idee. Sento Madge dire che una donna deve farsi strada nel mondo. Che non deve dipendere da un uomo, anche se ne ha uno. Quello che si deve fare è essere se stessi. Lo dice a un uomo. Un tipo con un abito a tre pezzi blu e la lacca sui capelli. È d’accordo con lei. Ho la nausea.
Glielo dico in macchina, mentre torniamo a casa. Lei mi chiama coglione. Quella notte non scopiamo.
Guardo un sacco di film da solo. Lei grida dalla camera da letto di abbassare il volume, e perché non mi vedo qualcosa di diverso dai film con inseguimenti in macchina, e perché non mi leggo un bel libro, anche un libro stupido?
Mi sento insignificante, questi giorni. Vado al negozio e guardo le bambole gonfiabili. Sembrano tutte cosí sexy e innocenti. Penso che potrei comprarne una, ma non ce la faccio. Non mi sento abbastanza uomo. Non riesco a controllare quella che ho. Se ne prendo una nuova potrebbe cambiare anche lei. Certo, con una nuova potrei far uscire l’aria quando finisco di scoparmela, senza lasciarla gonfia per un giorno intero.
Torno a casa. Madge è lí. Sta scrivendo il suo libro. Mi arrabbio. Le dico che sono stato anche troppo paziente. Qui l’uomo sono io. Le dico di smetterla di battere a macchina, di togliersi i vestiti e di andare a letto e tenersi ben stretta alle caviglie. Sto per fottermela fino a farla svenire.
Ride. “Razza di piccolo, stupido, tisico cazzetto a matita, non riusciresti a fottere fino a farlo svenire neanche un pidocchio. Sei virile quasi quanto un Tampax.” Mi sento come se mi avessero colpito in faccia con un pugno. Vado in camera da letto e chiudo la porta. Mi siedo sul letto. La sento che batte a macchina. Mi alzo e vado al comò e apro il cassetto piú in basso. Mi tolgo tutti i vestiti e trovo la valvola dell’aria sull’estremità del mio cazzo e l’apro e ascolto l’aria che esce. Mi affloscio nel cassetto aperto, e resto lí come un preservativo usato.
Circa un’ora dopo lei smette di battere a macchina. Sento che entra nella stanza. Guarda nel cassetto. Nessuna espressione. Cerco di dirle qualcosa di virile, ma non viene fuori niente. Non ho né aria né voce. Lei se ne va.
Sento l’acqua che scorre mentre si fa la doccia. Esce dal bagno nuda. Riesco a vedere la peluria del pube sopra di me. Noto quanto sono sode e tornite le sue cosce. Apre il cassetto piú in alto. Tira fuori delle mutandine. Se le mette. Se ne va. Sento che si siede sul letto. Fa un numero al telefono. Dice a qualcuno di venire, perché la storia con me è finita.Passa del tempo. Suona il campanello. Madge si alza e mi passa davanti. Riesco a intravederla, i capelli lunghi e ben pettinati, ha addosso una vestaglia.
La sento ridere nell’altra stanza. Torna con un uomo. Quando passano davanti al cassetto vedo che è l’uomo con l’abito blu a tre pezzi che stava alla festa. Sento che si siedono sul letto. Ridono un sacco. Dice qualcosa di brutto su di me e le mie capacità sessuali. Capisco che gli ha tirato fuori l’uccello dai pantaloni perché stanno ridendo di qualcosa. Mi rendo conto che ridono del sesso. Quello sta ridendo del suo equipaggiamento. Non mi piace che si rida di me quando si tratta di sesso. Non mi piace che ridano di me, specialmente le donne.
L’accappatoio vola attraverso la stanza e atterra sul cassetto, proprio sopra di me, e tutto si fa buio. Ascolto le molle del letto che cigolano. Cigolano per ore. Parlano mentre trombano. Dopo un po’ smettono di parlare. Lui grugnisce come un maiale. Lei canta come un’allodola. Dopo li sento che parlano. Lui le chiede se è venuta. Lei dice solo un po’. Lui dice lascia che ti aiuti. Non sono sicuro, ma penso che lui le stia facendo qualcosa con la mano. Non ci posso credere. Lei non sembra avere assolutamente niente da ridire.
La sento cantare di nuovo, questa volta piú forte che mai. Poi parlano ancora. Gli dice che con me non è mai venuta veramente, che ha sempre fatto finta. Che scopare con me era uno strazio. Che non me ne fregava niente se lei veniva. Che arrivavo, lo facevo e me ne andavo.
Un po’ d’aria che era rimasta imprigionata nella mia testa scende e fuoriesce dalla mia bocca aperta.
Parlano ancora. Non parlano di lui. Lei non parla di cose da donne. Parlano di idee. Politica. Storia. L’ufficio. Film – pellicole, li chiamano – e libri.
Nel bel mezzo della notte la vestaglia viene tirata via. È Madge. È inginocchiata a guardare nel cassetto. Mi sorride. Mi prende e mi ripiega, gentilmente. Ha una scatola. È quella dove stava lei quando l’ho comprata. Quella che sopra c’è scritto Bambola dell’amore. Le parole Bambola dell’amore sono state cancellate con un pennarello e sopra hanno scritto Il Trombatore. Mi mette nella scatola e chiude il coperchio e mi ripone nel cassetto e lo chiude.
un racconto di Marco Montanaro

La Confraternita dell’Attesa
di Marco Montanaro
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Io me li ricordo, quei pomeriggi. La tv accesa sul 9. Il 9 era il canale su cui era sintonizzata MTV. Interi pomeriggi passati ad aspettare quel video. Non ha importanza quale: il punto è che c’era un video che volevi vedere a tutti i costi e se volevi vederlo dovevi aspettare tutto il pomeriggio. O anche meno, se era giù in classifica. Quelli più in basso in classifica li davano prima. C’era quel programma coi cinque video più visti, e aspettavi fino all’ultimo, e se il tuo video era scarso, e dopo i primi due ancora non l’avevano mandato, sputavi sangue e capivi: era fuori dalla classifica, dovevi aspettare il giorno dopo.
Insomma, oggi non è certo così. Se vuoi vedere un video, anche qualcosa di fine ‘800, è già in rete. Se vuoi ascoltare l’album del tuo gruppo preferito prima che esca, riuscirai a trovarne una versione coi brani suonati live in anteprima da scaricare. Se vuoi corteggiare una ragazza, lei ti lascia il suo contatto messenger ed è fatta, le vecchie relazioni lunghe sei anni di lettere si consumano in un mese di chiacchiere virtuali.
Ci beviamo ettolitri di informazioni, senza digerirle e nemmeno pisciarle. Perché se le pisciassimo vorrebbe dire che almeno non ci sono piaciute. Diventiamo ogni giorno più intelligenti per sacrificare il cuore. Sì, proprio come in quel monologo di Chaplin sulla tecnica, alla fine de ‘Il Grande Dittatore’, è esattamente la stessa cosa: sempre più intelligenti, sempre più veloci.
Ma questo non è un discorso sulla moralità dei tempi che corrono. Non ho ambizioni da sociologo. È solo che mi manca l’attesa. E l’attesa non è un sentimento nobile, è qualcosa che ha a che fare con l’eccitazione. Non ci eccitiamo più in attesa di qualcosa, ecco tutto. Di quell’eccitazione profondamente intima, segreta e torbida che si ferma più nel profondo del petto che in mezzo ai pantaloni.
Insomma. Fino a un mesetto fa avevo due ragazze, per via di alcuni pensieri sull’inutilità della monogamia che avevo fatto. Stavamo insieme, tutti e tre, e anche bene. Avevamo deciso così. E sentivamo che ci mancava qualcosa, a tutti e tre.
Era proprio l’attesa. Mara ricordava con piacere un video di Bjork in cui tutti cominciavano a ballare per la strada, ricordava i pomeriggi passati ad aspettare che il video venisse trasmesso. Stefania invece riviveva con ardore i mesi passati ad aspettare il disco di Vasco con ‘Rewind’. Poi uscì e non le piacque, è vero, ma quei mesi in cui Vasco ancora non c’era e il suo disco poteva essere qualsiasi cosa, be’, quei mesi furono davvero eccitanti, per lei.
Insomma, con Mara e Stefania decidemmo di mettere su una sorta di società segreta, in cui avremmo venerato l’attesa con un pizzico di sano fondamentalismo tipico di ogni società segreta. Eravamo le persone adatte, perché ci amavamo condividendo la nostalgia per l’attesa allo stesso modo. Ci riunivamo ogni giovedì nella cantina del nonno di Mara, e presto cominciammo a chiamare tutta la storia ‘la Confraternita dell’Attesa’. Andavamo lì e decidevamo per cosa avremmo dovuto attendere, per cosa eccitarci. La prima session di attesa fu sul sesso. Non avremmo fatto sesso per almeno tre settimane. Arrivammo all’ultimo incontro coi sorrisi gonfi di seduzione e gli occhi che minacciavano desiderio e ogni tipo di perversione. Ogni giovedì d’attesa si tramutava in una dolce frustrazione d’amore, ci sfioravamo e bevevamo il vino del nonno di Mara lavorando di fantasia, ognuno col proprio cervello, schiantandoci sul profumo e negli occhi dell’altro. Nient’altro. Il sesso che avemmo l’ultimo giovedì fu una gran cosa, ma non raggiunse l’eccitazione per l’attesa stessa di quel sesso.
La seconda session fu proprio sul vino. Non bevemmo per tre settimane, comportandoci come se il governo avesse ripulito il paese dal vino, e ne parlavamo, lo desideravamo, attendendo il termine della session. Alla quarta settimana, ubriacarsi fu semplice e movimentato come non mai. Ovviamente facemmo anche dell’ottimo sesso. Ma niente di che rispetto all’attesa per il vino.
La terza session fu invece sull’ultimo capitolo de ‘I Pirati dei Caraibi’ in versione dvd. Non facevamo altro che parlarne, ogni giovedì uno di noi tornava con delle notizie apprese solo da giornali o riviste di cinema (su Internet girava troppa roba anti-attesa). A fine novembre finalmente lo noleggiammo, dopo averlo prenotato al primo giovedì d’attesa. Fu una magnifica serata, lo guardammo abbracciati sul divano che avevamo portato nella cantina, e bevemmo e facemmo dell’ottimo sesso subito dopo il film. Non ci piacque tantissimo, meglio gli altri episodi, e ovviamente ancora meglio l’attesa.
La quarta session fu sull’ultimo disco dei Negramaro. Durò più delle altre: prenotammo il disco con due mesi d’anticipo e cominciammo a mettere pure i soldi da parte. La sera che Stefania lo portò, io e Mara avevamo preparato lo stereo, messo le candele attorno al divano e stappato già il vino. Ci stendemmo, abbracciati col cuore pieno di torbida eccitazione ed ebbri di noi stessi, della nostra abnegazione.
Alla terza canzone, Mara, tutta presa, saltellò fuori dal divano e si lasciò scappare una cosa:
– Oh, sentite qua cosa canta adesso…
Io e Stefania la guardammo muti, con sguardo severo.
Mara arrossì. Fermammo la musica e la pressammo per un’oretta, poi confessò. Aveva scaricato il disco da Internet il giorno stesso in cui lo avevamo prenotato. Non era ancora quello col missaggio definitivo, ma più o meno gli assomigliava. Ma scoprii che Mara aveva ben altre confessioni da fare. Puntò il dito verso Stefania.
– Ma allora diglielo, puttanella, che durante le session sul sesso io e te scopavamo ogni giorno!
Stefania cominciò a piangere.
– è vero? –, le chiesi. Ammise senza guardarmi, il viso tra le mani.
Misi tutto me stesso in quella sceneggiata cui fui obbligato. Prima inveii contro Stefania, poi mollai un ceffone a Mara e infine mi mostrai amareggiato per quelle rivelazioni, per il loro comportamento. Ma sì, fu una sceneggiata. Non lo ammisi, ma nelle session precedenti avevo guardato il dvd pirata di ‘Pirati dei Caraibi ai confini del mondo’ da un amico e avevo bevuto vino ogni giorno tranne il giovedì per tre settimane.
Insomma. Quella sera rimanemmo in silenzio per un po’, dopodiché fui io a concludere:
– Va bene, è andata così, che possiamo fare? –. Sciogliemmo la Confraternita dell’Attesa e pure la nostra relazione a tre.
Sbuffai, poi uscii e andai a cercarmi una ragazza.
una poesia di Marco Rossari
Epigramma
di Marco Rossari
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È proprio una piccola morte.
Quando vengo, vedo
l’anima schizzare.
In questo credo.
diaframma feat. cristina donà – LABBRA BLU
C’è una ferita in fondo al cuore
grande come non l’hai vista mai
guarda il sangue e il suo colore …
è bellissima.
C’è un grande salto in fondo al cuore
prima deserto, adesso un’oasi
via i cancelli per favore,
che non mi servono più.
Via le lame dal mio cuore,
via le cose che lo umiliano
carro che non vuol cadere
nella stupidità.
Sulle labbra era il sapore
del mattino che hai inventato tu
guarda adesso come piove
sulle mie labbra blu.
Guarda adesso come piove
sui sentieri in fondo all’anima
storie che non hanno odore,
è la mia realtà.
Vorrei dare un nuovo nome,
nuova linfa a tutto quel che c’è.
ma ogni cosa è una ferita
che mi ricorda te.
1993
#1: in versione originale nell’album “Il Ritorno Dei Desideri”

