Giuseppe Genna su Inland Empire

Lynch: INLAND EMPIRE

di Giuseppe Genna

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E’ nero. E’ tutto nero.
Scrisse Jean-Jacques Rousseau: “Non adottiamo quegli spettacoli che rinchiudono tristemente poche persone in un centro oscuro, tenendole timorose e immobili nel silenzio e nell’inerzia”. E io sono qui: chiuso in un centro oscuro. E vedo.
Vedo INLAND EMPIRE, è la prima volta che il mondo lo vede: è la proiezione alla Mostra di Venezia, hanno appena consegnato il Leone d’Oro alla Carriera a David Lynch, vestito di nero, la chioma ormai quasi del tutto bianca, pallido, gigantesco e piccolissimo nella distanza dal palco della Giuria, la camicia abbagliante, il colletto alla cinese, e sorrideva e non desiderava sorridere – fingeva di sorridere a nostro favore.
Fingere a favore di qualcuno. Dove sei mentre fingi? Sei ancora umano?
L’umana finzione. La madre di tutte le finzioni “io”.
Io so dove sono ma non so cosa sono mentre la sigla di apertura di INLAND EMPIRE parte: un 33 giri, il fruscìo grattato del vinile antico, parole sussurrate in polacco, una stanza povera di Lodz, una donna vessata e distrutta e violata e umiliata da un uomo misterioso che parla polacco, e il disco ruota, nerissimo, mentre ruota abbaglianti riverberi colpiscono la vista.
Non è questione di capire, di comprendere. La mente è in continuo mutamento. Chiedetevi: quale mutamento? Tra un pensiero e il successivo io osservo uno spazio: è nero. Io sono lì? Cos’è quello spazio nero? Lo allargo, tento di allargarlo…

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