David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa (Casagrande, 2010): recensione di Rossano Astremo


Wallace & Federer
di Rossano Astremo

Cosa accomuna David Foster Wallace, lo scrittore americano morto suicida nel settembre del 2008, a Roger Federer, il tennista svizzero, vincitore di 16 tornei del Grande Slam e da tutti considerato il numero uno della storia di questo sport? In una parola si potrebbe dire: il genio. Wallace nella scrittura e Federer nel tennis sono quelle rare specie di individui dotati di elementi fuori dal comune, di forze inspiegabili che li rendono superiori ai loro simili. Non solo è il genio ad accomunarli, però. Wallace, così come Federer, ama il tennis. Lo ha praticato da giovane ad alti livelli, prima di abbandonarlo e di dedicarsi agli studi e poi alla scrittura. Negli anni, Wallace segue il tennis da spettatore e lo fa, come ogni altra cosa che nella sua vita compie, con maniacale attenzione, divendone un raffinatissimo conoscitore. Senza questa sua passione Wallace mai avrebbe potuto dare vita al suo romanzo capolavoro, “Infinite Jest”, il libro di oltre 1400 pagine, ambientato in una scuola di tennis per giovani promesse fondata dal regista sperimentale James Incandenza. Senza gli anni trascorsi nei campi da tennis Wallace mai avrebbe composto il testo “Tennis, trigonometria e tornado”, nel quale racconta la sua espierienza di giocatore adolescente nei campi dell’Illianois, né, per ultimo, mai sarebbe stato spedito dal New York Times nell’edizione del 2006 del torneo più affascinante del tennis mondiale, Wimbledon. “Roger Federe come esperienza religiosa”, libro appena pubblicato da Casagrande, altro non è che un lungo reportage scritto per il quotidiano americano, nel quale un genio della letteratura analizza le prodezze di un genio del tennis: “Roger Federe sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne. Federer ha datto, figurativamente e letteralmente, una nuova forma corporea al tennis maschile, e per la prima volta in diversi anni il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”. L’edizione del 2006 di Wimbledon è stata vinta da Federer in finale contro Rafael Nadal, lo spagnolo dal grande carisma e dalla forza inaudita. Dopo il suo suicidio, Wallace non ha potuto assistere ad altre eclatanti vittorie del tennista tanto amato né tantomeno a quelli che lui stesso definisce Momenti Federer, ovvero “gli attimi in cui guardi il giovane svizzero in azione, ti cade la mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno accorrere la tua consorte dalla stanza accanto per controllare che tutto sia a posto”. Questo su Federer è un libro delizioso per gli amanti del tennis, ma anche l’ennesima conferma della smisurata bravura di David Foster Wallace, capace di tenerti legato alla pagina sempre e comunque, anche quando descrive per cinque pagine uno scambio di un incontro di tennis, che per i non addetti ai lavori, obiettivamente, potrà sembrare un argomento di una noia mostruosa.

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