“Il mare perché corre”: intervista a Livio Romano


“Il mare perché corre”: intervista a Livio Romano
di Rossano Astremo

In una notte e un giorno allucinati, senza sonno e senza sosta, nell’abitacolo di un’auto in cui sono presenti due uomini si incrociano la storia d’amore per Helena, giovanissimo medico bosniaco, e quella speculare per Nela, ebrea sefardita scampata ai lager nazisti e poi rifugiatasi nel campo di accoglienza di Santa Maria al Bagno, nel Salento, prima di partire per la Palestina. Due racconti, uno antico, l’altro recente, in cui scorrono la storia dello stato di Israele e la guerra civile in Bosnia, l’assassinio di Marco Biagi a opera delle nuove Brigate Rosse e il terrorismo di Al Qaeda, l’invasione dell’Iraq e la politica imperialistica dell’amministrazione Bush. Questa, in sintesi, la storia di “Il mare perché corre”, il nuovo atteso romanzo dello scrittore salentino Livio Romano, in libreria a marzo, edito da Fernandel, a quasi quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro “Niente da ridere” e dieci anni dall’esordio fortunato “Mistandivò”.
Sono passati dieci anni dal tuo esordio per Einaudi “Mistandivò”. Quanto di quel libro è rimasto nel Romano scrittore d’oggi?
È rimasta la cura maniacale per la lingua, per il lessico, per la struttura sintattica. Perché se di “Mistandivò” qualcuno, anche fra i critici molto blasonati, ha scritto contenesse un linguaggio mimetico, che riproduceva il parlato, tutt’al contrario, a un’analisi attenta, quell’incedere non esiste nella vita reale. È una costruzione del tutto inventata, piena di rimandi a materiali molto diversi dei quali il dialetto è solo uno dei tanti elementi. La sintassi era quasi latineggiante, e la terza persona che narrava in quasi tutti i racconti subiva il fascino degli scrittori onniscienti ottocenteschi, Dickens in primis. Oggigiorno ho la tentazione di tornare al pastiche, ma mi ci son voluti tre libri di scrittura “piana”, programmaticamente priva di fuochi d’artificio linguistici che mi togliesse di dosso lo stigma dell’esordio, per sentire di nuovo il gusto della sperimentazione.
Dopo “Mistandivò” un reportage narrativo con Sironi e poi un romanzo con Marsilio. Nel 2011 esce per Fernandel il tuo nuovo lavoro “Il mare perché corre”. Perché la scelta di pubblicare con un piccolo editore di qualità, Fernandel?
Come si sa, tranne che non rispondi al nome di Andrea Camilleri, non è che nel panorama dell’editoria italiana uno si sveglia e “si sceglie” un editore. Ho avuto grossi problemi con un’agente che ha fatto per me un lavoro catastrofico, e dopo averla liquidata son ritornato a spedire come facevo da ragazzo. Le major: concordi nel dire “Oh ma che splendida lingua, oh ma che talento, ma la storia non ci interessa”. Non è questo il luogo per far polemica su queste miserie, ma aver trovato Giorgio Pozzi di Fernandel che ha creduto in questo romanzo è stato per me una specie di ritorno a casa. Son partito da Ricercare di Reggio Emilia, ritorno a un editore che pubblica i miei amati e stralunati “scrittori delle pianure”, con nomi in catalogo come Matteo B. Bianchi, Gianluca Morozzi, Giulio Mozzi, Paolo Nori, Grazia Varesani, autori che son passati dalla casa editrice e volentieri ci ritornano di tanto in tanto. Mi pare ci sia un forte senso di continuità con il mio tondellismo connaturato. Poi io ho i miei lettori affezionati sparsi qua e là per l’Italia e perfino all’estero i quali mi cercherebbero e comprerebbero pure se uscissi con la copisteria di Vignola. L’importante è “liberare i libri dalle gabbie”, come dice Franco Arminio, liberarsene, farli leggere, recensire, andare avanti con i progetti.
Il Salento e la narrazione, un’alchimia non sempre esplosiva. Lecce e la sua provincia sembra una terra per poeti. Come se ci fosse una difficoltà ad ammazzare simbolicamente padri quali Comi, Bodini, Toma. Taranto è stata ben raccontata negli ultimi anni da Desiati, Di Monopoli, D’Amicis, Leogrande, Argentina, Bari da Lagioia e Andrea Piva, tra gli altri. Pochi i romanzi importanti che fanno del Salento il loro scenario privilegiato nel quale dare corpo alla narrazione..
E’ vero che la penisola salentina è piena di poeti –e se ci penso il mio esordio fu veicolato soprattutto da una propensione di tipo poetico della lingua che sperimentavo. Qualcuno può dire che l’indole levantina dei baresi e quella “industriale” dei tarantini tendono a renderne prosastica la produzione letteraria, e che la slow life ellenica dei salentini concilia viceversa la poesia. Ma a me solo nell’ultimo anno son passati per le mani almeno tre manoscritti narrativi di grandissimo valore i quali sono ora in cerca di un editore. Fra questi spicca quello di Francesco Lanzo che, a mio avviso, è un piccolo capolavoro.
Guardiamo un attimo al futuro. Cosa accadrà dopo “Il mare perché corre”?
Prendo appunti da anni sul romanzo che comincerò a scrivere dopo che avrò promosso “Il mare perché corre”. Sarà insieme un ritorno alla commedia e, come dicevo, un recupero della lingua contaminata nella totale libertà espressiva che mi son conquistato dopo aver attraversato questa fase editoriale turbolenta e aver capito che posso fare tranquillamente a meno dei Mandarini delle major. Insieme a questo, credo che porterò a termine un progetto iniziato nel 2003 e interrotto tre volte: un pamphlet sulla scuola, violento e comico ma anche carico di amore per l’insegnare come si rintraccia nei libri di Lodi, ma trasportato nel Caos “liquido” del XXI secolo.

Intervista per il Nuovo Quotidiano di Puglia

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