Incipit: La miserabile storia di un venditore di opere d’arte, di Rossano Astremo

Rossano Astremo

La miserabile storia di un venditore di opere d’arte
Incipit
Al fondo non c’è mai fondo. Mi rintrona questa frase letta o ascoltata chissà dove, mentre, al terzo piano di Palazzo Grazioli, sede di una società privata che si occupa di vendita di opere d’arte, tutto agghindato, attendo il mio turno per il quarantaduesimo colloquio negli ultimi ventitré giorni.
Al fondo non c’è mai fondo. Ripeto come un mantra questa frase del cazzo che, fuor di metafora, vuol dire che sono nella merda fino al collo e sarò in una merda colossale se entro pochissimi giorni non riuscirò a trovare un lavoro redditizio che mi consenta di ripartire da zero e di indirizzare questa mia vita bastarda verso i binari di una lecita sopravvivenza.
Sì. Riparto ancora una volta da zero.
Da quante ripartenze da zero sono stati scanditi gli anni della mia vita?

Il mio nome è Leo Monsanto.
Ho 33 anni, come Cristo, ma al sottoscritto nessuno vuol far fare una fine spumeggiante, di quelle non dico che ti consentano di avere fama millenaria come il Sopraccitato, ma quantomeno da consentirmi gli ipercitati quindici minuti di celebrità.
Da ventiquattro giorni la mia casa è una Fiat Punto del 2003, e il mio armadio è una trolley blu, comprato nel 2001 al mercato di Lecce di Piazza Libertini, che, per dieci anni ha accompagnato tutti i miei vagabondaggi.
A ciò s’aggiunge uno zaino nero Nike, acquistato lo scorso anno in un negozio di Viale Marconi, qui a Roma.
Auto, trolley e zaino: qui è contenuto tutto ciò che mi resta.

Indosso un completo blu, giacca e pantalone, comprato nel luglio del 2009, in un ipermercato di Vibo Valentia. Un acquisto fatto in fretta e furia, perché la sera avrei dovuto presenziare ad una festa di laurea in un lussuoso ristorante di Chianalea, luogo stupendo ad una manciata di chilometri da Scilla.
Cinta marrone e scarpe marroni, camicia bianca e cravatta, anch’essa blu a completare la pagliacciata.
Non mi sento a mio agio. No, per niente.
Fisso la punta delle mie scarpe, mi sforzo di non concentrare l’attenzione attorno al lancinante dolore che pare aver invaso ogni porzione dei miei 72 chili.
Provo a fare vuoto dentro di me.
Non pensare a Claudia. Non pensare a Matilde.
L’impormi la negazione del loro pensiero è la manifesta rappresentazione del fatto che tutto ciò che, come un flipper amfetaminico, s’agita nella mia testa riporta al vuoto che mi sbrana nel passare d’ogni istante che da loro mi separa.
Mia moglie e mia figlia.
Lontane da me.
Tre settimane e tre giorni.
Come siamo arrivati a questo disastro?

Lei ha un colloquio con me?
Io ho un colloquio con Roberta D’Angiò.
Sono io.
Allora ho un colloquio con lei.
Venga. Le faccio strada.
Roberta D’Angiò è alta, bionda, occhi azzurri. È la copia sputata di Cameron Diaz.
Ha lo stesso sorriso iperdilatato di Cameron Diaz, quel sorriso da bocca spalancata tipo video di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Non so se avete presente.
Roberta D’Angiò ha questo sorriso con troppi denti esposti per poter essere considerato sincero.
La prima cosa che penso, dopo averla squadrata per bene, culo compreso, è questo:
Cosa cazzo hai da ridere?

Non so cosa ha da ridere, però, dopo aver attraversato un lungo corridoio, mi fa accomodare in una stanza.
Al centro di questa stanza c’è un immenso tavolo rettangolare in legno di rovere.
Su di esso una dozzina di libri di grande formato.
Su alcuni di essi sono presenti delle incisioni in bronzo.
Scoprirò poco dopo che sono queste le opere che venderemo.
Mi soffermo su un’incisione che raffigura un non so cosa d’astratto.
La sosia di Cameron Diaz mi fa: Vedo che stai guardando quella bellissima incisione realizzata per noi in edizione limitata da Arnaldo Pomodoro.
Ah, è Pomodoro.
Sì, Pomodoro.
Pomodoro è un grande, provo a rompere il ghiaccio abbozzando un giudizio critico sommario.
Pomodoro? Tutti gli artisti che collaborano con noi sono dei grandi. La nostra azienda è grande!
Non appena termina la frase il suo sorriso si fa incontrollato, la distensione orizzontale delle sue labbra sembra voler entrare di diritto nella prossima edizione del libro sui Guinness dei Primati.
Non riesco ad aggiungere gioia alla sua gioia, anche perché penso al fatto che nel nostro precedente scambio di battute troppe volte è stato pronunciato il nome Pomodoro e non potrei sopportare un altro Pomodoro e, allora, sento forte la necessità di entrare nel vivo del discorso.
Quindi…
La mia necessità non collima con quella della bionda seduta di fronte a me. Mi interrompe e, abbassando iperbolicamente il tono della voce, s’avvicina e fa: Leo, se vuoi lavorare in questa azienda sia chiara una cosa: quella barba va assolutamente tagliata!
La barba. Eccoci qua. Per lavorare in questa azienda di cui non so nulla devo rinunciare alla barba. Questo mi pare un ricatto bello e buono. È come chiedere a Victoria Silvstedt di dare via un paio di chili delle sue tette. E non mi dite che non sapete chi diavolo è Victoria Silvstedt!

Riepiloghiamo. Trovo in rete un annuncio di lavoro per la ricerca di promotori d’arte, mando via e-mail un curriculum, vengo richiamato quarantotto ore dopo per un colloquio, mi reco allo stesso in perfetto orario, vestito di tutto punto, cosa non fatta persino nel giorno del mio matrimonio, varco la soglia di uno dei palazzi più discussi in Italia, una delle tante dimore nel quale il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi racconta le sue barzellette ad Emilio Fede, Lele Mora e s’intrattiene con un numero non precisato di giovani donne belle e disincantate e, dopo pochi secondi dall’inizio della conversazione con la persona designata a selezionare il personale, mi sento già messo con le spalle al muro.
Le vorrei dire: Senti, miss culetto d’oro, la barba per il sottoscritto è come i capelli per Sansone. Roba di vita o di morte. Sono anni che non la taglio, ogni tanto l’accorcio, giusto per evitare che troppi peli si depositino in ciò che mangio, ma per il resto non esiste che arriva una biondina qualunque a cercare di scompigliarmi i connotati.
Le dico: Certo, Roberta, sarà fatto.
E qui snocciolo il mio primo sorriso finto della giornata e, mentre cerco di sistemare i muscoli facciali così da non sembrare farsesco, penso che sarei davvero disposto a rinunciare alla mia barba, penso che vendere opere d’arte è stato sempre il mio sogno, almeno fin da quando Guzzanti mascherato da critico d’arte, nella trasmissione L’ottavo nano, vendeva le fantastiche opere, dall’inestimabile valore, del Mutandari.

Roberta mi rivolge le consuete domande da colloquio: quale le mie precedenti esperienze lavorative, perché ho inviato il curriculum, cosa mi aspetto da questo lavoro, conoscevo già l’azienda, amo l’arte e così via.Rispondo ad ogni domanda con voce ferma e dialettica mitragliante. Sono disperato e cerco di dare il meglio di me. Mentre interpreto il ruolo del perfetto futuribile art promoter appaiono come la Madonna di Fatima ai pastorelli portoghesi scorci della poltiglia emotiva della mia vita. Più vorrei piangere, fuggire da lì e spiccare il volo da Ponte Testaccio destinazione ultima Tevere, più sorrido a Roberta.

E il mio sorriso si fa ancora più ampio e straziato quando, tirando fuori un suo opuscoletto, la bella D’Angiò snocciola concetti e cifre relative alla società da lei rappresentata:
La “Lucia Calabrò Spa” è azienda leader al mondo per ciò che concerne la realizzazione di opere d’arte in forma di libro finalizzate alla celebrazione di eventi di rilevanza nazionale o internazionale.
In vent’anni di storia ha realizzato oltre 300.000 opere, con oltre 80.000 clienti al suo attivo.
Attualmente i dipendenti sono 600 e la rete vendita nel corso dell’anno è destinata a potenziarsi su tutto il territorio nazionale.
Il 25% degli art promoter che lavora con noi guadagna al mese dai 500 ai 1700 euro al mese.
Il 65% dai 1700 ai 4500 euro al mese.
Il 10% dai 4500 ad oltre 10000 euro al mese.
Io appartengo a questa terza fasce e se tu sarai bravo a seguire i miei insegnamenti potrai ambire a guadagnare simili cifre.
Roberta piazza i suoi occhi dentro ai miei e ostenta ancora gioia. Il suo viso riluce di positività. Cerca di contagiarmi, di trasmettermi amore, di infondermi fiducia, di iniettarmi lo spirito aziendalista.
Una parte di me sa che dietro i numeri da lei sbavati con tono monocorde e voce impostata s’annida la fregatura. L’altra parte di me pensa che, al momento, non ho nulla tra le mani. Non un lavoro, non una casa, non un bagno nel quale poter defecare e in cui potermi lavare.
Ho solo un’auto, un trolley e uno zaino.
E se voglio riconquistare la fiducia di Claudia, se voglio rivedere mia figlia Matilde, devo ripartire da un lavoro, e se c’è anche una minima possibilità di arrivare a guadagnare tanti soldi in così poco tempo io ho il dovere di provarci.
È per questo che, dopo aver retto per oltre dieci secondi, in silenzio da moviola, il viso preconfezionato di quella che da poco avevo intuito essere la mia responsabile, le rispondo.
Roberta. Sono entusiasta. Quando si comincia?
Giovedì e venerdì si terrà qui a Palazzo Grazioli un corso di formazione. Presentati giovedì alle 10 vestito per bene, come oggi. Però, mi raccomando, ricordati di tagliare la barba. È importante.
Mi accompagna alla porta e mi strizza l’occhiolino e mi dice:
Ce l’hai fatta.
Io penso:
Dove cazzo sono capitato?

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2 pensieri su “Incipit: La miserabile storia di un venditore di opere d’arte, di Rossano Astremo

  1. il tuo stile narrativo mi piace molto. la storia è divertente e in parecchi l’hanno vissuta, me compresa, a parte il non avere un bagno che fortunatamente, sono sempre riuscita a mantenere anche nei momenti più cupi. la sosia di cameron diaz mi sembra di conoscerla personalmente, anche se a volte è la sosia della marcuzzi o di belen. invece non conosco quella victoria con le tette grosse ma essendo una donna forse sono esentata. scusa se non uso le maiuscole ma ho il braccio sinistro rotto.

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