un racconto inedito
Pubblicato da vertigine su Gennaio 31, 2007
Fabiola
di Agata Spinelli
Per quasi cinque settimane ho continuato a masturbarmi tutte le sere e tutte le mattine e qualche volta anche nel primo pomeriggio, rubando minuti alla pausa pranzo e raccogliendo il mio seme nei vasetti che ho sequestrato in ospedale per la raccolta delle urine, dal laboratorio analisi.
Non potevo continuare a tenermelo tutto dentro. Ma neppure potevo lasciare che si sprecasse. L’ho fatto per Fabiola. Quando ho iniziato ho pensato che prima o poi lei sarebbe tornata da me, tornata sui suoi passi e che sarebbe stato troppo dolce farle trovare tutto il seme riversato nei giorni che siamo stati lontani. Farlo trovare lì, apposta per lei. Conservato tutto ed esclusivamente per lei. Come un vino invecchiato. Fabiola adorava il mio seme. Era un’intenditrice. E ne beveva a litri.
Così ho pensato che anche se mi aveva lasciato, non poteva continuare a stare senza. Ed anche se non tornava da me, ho pensato, glielo potevo comunque regalare. Era il suo. Un modo come un altro per rivederla. Anche solo un minuto. Un gesto carino, senza rancore. Preferivo darglielo in cambio di niente, nemmeno di un bacio, lasciarglielo bere ancora anche se dal fondo di un bicchiere, pur di non vederlo riversarsi copioso nel cesso o tra le lenzuola o addosso a qualche troia di strada.
E siccome di solito il liquido seminale o il succo vaginale hanno il sapore delle cose che uno mangia, ne prendono l’aroma, non ho fatto altro che mangiare pasta con salsa al salmone e vitello tonnato, ma con limone e senza cipolle, nonché cioccolato fondente, extra-amaro, extra-cacao all’80% e crema yogurt agli agrumi per tutti questi giorni, perché sono i cibi che Fabiola preferisce ed anche se a me non sono mai piaciuti troppo, è andata bene lo stesso, perché quello che volevo era solo che bevendomi ancora le arrivasse il sapore di tutto ciò che ama. Non importa se mi è venuta pure la diarrea: quella non l’ho raccolta, né conservata. Mi preoccupavo solo che il profumo andasse più verso i coglioni che non verso il culo, altrimenti era tutto inutile.
Ho riempito ben 15 vasetti da 30cl l’uno, che sono in pratica ben 4 litri e mezzo di sborra. E non è mica facile, tutti i giorni, in perfetta solitudine, senza giornali, senza video, senza niente. Solo pensando a lei, a Fabiola, al suo corpo. Non fosse stato per le sue lunghe dolcissime gambe e i seni pieni, esplosivi ed i fianchi, rotondi. Non fosse stato per tutto questo… e le sue labbra soprattutto, incise sul volto come in soprarilievo, a forma di cuore… Non fosse stato così, non ci sarei riuscito.
Li ho tenuti per più tempo possibile nel forno, non acceso; solo di tanto in tanto appena, appena un po’ riscaldato, perché non disperdessero troppo calore e si mantenessero ad una temperatura il più vicina possibile a quella corporea di eiaculazione.
Sono andato avanti così sino a mercoledì scorso e siccome continuava a non aprire le mie telefonate né a rispondere ai messaggi in segreteria, nonostante le spiegassi che avevo solo un regalo da darle e nient’altro, nessuna domanda, dato che continuava a non farsi reperire, ieri, giovedì, ho pensato di andare direttamente a casa sua. Non potevo più aspettare. Morivo dal desiderio di guardare i suoi occhi e la sua espressione, tutta, quando glieli avrei dati. Ci sono andato senza preavviso. Dalla strada vedevo che la luce nel bagno era accesa. Sono arrivato lì alle 21:30 che è l’orario in cui di solito lei rientra il giovedì sera e fa la doccia prima di cena. Ero sicuro di beccarla. Ho aspettato che la luce nel bagno si spegnesse e che dopo un breve intervallo nella stanza da letto, s’accendesse quella della cucina. Tutte le finestre danno sulla stessa strada. Ed io immaginavo i suoi passi. Prima gocciolanti e poi nudi e poi rivestiti di quel pigiama da educanda di flanella rosa che lei usa d’inverno. E poi ancora intenti a prepararsi qualcosa di buono e salutare e leggero prima di andare a dormire.
Ho fatto trillare il citofono. Finalmente mi ha risposto.
Chi è?
Fabi… ciao. Sono io.
Silenzio. Ho continuato.
Ti ho disturbata?
Cosa vuoi?
Fabi, come stai innanzitutto?
…
Sono venuto perché ti volevo dare quel regalo che ti ho detto. Ti ho lasciato un messaggio in segreteria in questi giorni.
Senti, io non posso scendere ora.
Ah… e vabbè salgo io un attimo. Te lo lascio. Te lo porto almeno su. Così ti saluto. Sono venuto apposta.
Scusami, ma non voglio. Ci risentiamo più in là. Ciao.
Ha chiuso. Ha chiuso il citofono.
Io avevo poggiato per terra accanto a me, proprio davanti al suo portone la cassetta in legno dove avevo sistemato i quindici contenitori, belli e incastrati con l’ovatta, pure, per evitare che in macchina nelle frenate o nelle sterzate si riversassero.
Ho trillato ancora. Ancora. Ho fatto suonare il citofono per almeno altre quattro volte. E lei non rispondeva.
Allora mi sono staccato dal citofono esterno lasciando ancora la cassetta nella stessa posizione ed ho cominciato a chiamarla dalla finestra.
Fabiola. Fabiola…
Ho sperato che s’affacciasse dalla cucina pur di farmi smettere per non scocciare i condomini. Ma lei niente.
Fabi, va bene. Non fa niente. Volevo dirti che io però il regalo te lo lascio lo stesso. Te lo lascio qui sotto. Accanto al portone. Così ora che salgo in macchina e me ne vado tu puoi scendere giù e lo prendi. Va bene? Ti prometto che non torno. Non faccio scherzi, Fabi. Non fa niente che non mi vuoi più vedere, Amore. L’ho capito. Va bene lo stesso. Ma io il regalo te lo devo dare. L’ho fatto apposta per te. Mi sono masturbato Fabi, hai capito? Masturbato. Per cinque settimane. Cristo quanto mi sei mancata, piccola. E mi sono masturbato non perché così mi sentivo meglio, ma perché volevo raccogliere un po’ di sperma da regalarti. Fabi, ti ho portato il mio sperma. 4 litri e mezzo, Fabi. Mi senti? Così puoi continuare a berlo. Anche se non mi ami più. Lo puoi bere lo stesso. L’ho fatto per te. L’ho raccolto nei vasetti della ASL. C’ho scritto anche la posizione in cui ti pensavo, sulle etichette. Così te lo bevi la prossima volta che ti prepari le farfalle al salmone. Andrà benissimo, ti giuro, piccola. Ti ci puoi anche macchiare il caffè alla mattina, ti ricordi? Lo puoi anche fare assaggiare a quelle zoccole delle tue amiche. E a quel figlio di puttana che tu sai, Fabiola, ok? Fabiola…
Quello è stato il momento in cui mi è arrivato da non so quale finestra un secchio d’acqua addosso. Non so quale altra finestra. Sono rimasto zitto. Con il viso rivolto all’asfalto. Immobile ed i capelli che mi sgocciolavano sulle spalle e la giacca che mi sgocciolava intorno. E l’acqua che pian piano iniziava ad inzupparsi nelle maglie e dal collo scendeva giù, fino alle mutande.
Ma non riuscivo ad andarmene, tanto che mi pareva di dover stare lì ancora ad aspettare qualcosa. Non so, forse immaginavo che qualcuno dei vicini si sarebbe fatto vedere e mi avrebbe urlato contro e minacciato. Invece, nessuno lo ha fatto. Ad arrivare sono stati i Carabinieri.
Hanno parcheggiato nella loro solita e rumorosa, trionfale e baldanzosa maniera. Sono scesi dall’auto in due e mi si sono avvicinati. Poi uno, alla mia sinistra, ha detto…
Beh, che succede qui?
Ho scostato lo sguardo dai miei piedi per fissarlo in volto. Gli ho risposto…
Ero venuto a portare un regalo alla mia ex-ragazza. Ma mi sa che non lo vuole.
Ah. E allora, che dice? Ce ne andiamo, ehm? Forse è meglio…
Già…
Prima di voltarmi per salire in macchina ho notato un cane o una cagna, non saprei, sbucare dal buio ed avvicinarsi piano ai vasetti che erano rimasti per terra. Ed annusarli. Uno ad uno. Chissà se i cani capiscono certe cose, mi sono chiesto. Avrei voluto restare questa volta per studiare l’atteggiamento dell’animale e vedere se in qualche modo avrebbe tentato di bere. Ma la presenza dei due caramba mi rivoltava ancora di più lo sdegno è l’unica cosa che ho potuto in quel momento è stata andarmene.
Sono tornato a mezzanotte passata, quasi l’una, senza alcuna intenzione di scendere dall’auto né di fare altro casino, ma solo per vedere che cosa ne era stato del mio regalo. Ed il mio regalo non c’era più. Scomparso. Non a pezzi. Ma proprio tutto. Ogni contenitore. Ogni batuffolo d’ovatta. Ogni minima goccia. Pure la cassetta. Tutto scomparso. Di sicuro qualcuno sarà sceso per vedere se parlavo sul serio. E di sicuro tutto il mio amore sarà finito nei cassonetti dell’immondizia.
Ho fantasticato sul fatto che il liquido si fosse trovato a stretto contatto con il pattume di Fabiola, con i suoi vasetti di crema yogurt svuotati come i miei testicoli e gli incarti d’oro lucenti di salmone affumicato norvegese, mangiato a sbafo. Divorato. Sino all’ultimo pezzettino. Leccato dalla guantiera rigida di supporto. Come faceva con il mio cazzo.
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