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Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Andai, dentro la notte illuminata: intervista

Pubblicato da vertigine su Luglio 10, 2007

 

Mondo Reality: Paris Hilton, anima dello show business
di Rossano Astremo

I reality show invadono il mondo delle lettere. Era successo, di recente, con “Troppi paradisi” di Walter Siti e con “Fiona” di Mauro Covacich, romanzi nei quali il mondo dei reality show entrava sottilmente nella costruzione narrativa, e succede oggi in “Andai, dentro la notte illuminata” (peQuod, 2007), romanzo d’esordio di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, scrittore di Martina Franca, trapiantato a Roma, dove lavora, non a caso, nel settore televisivo. Al centro del romanzo, ambientato a San Francisco, un reality show estremo, il “Golden Death”, avente come protagonisti cinque concorrenti, i quali sono pronti a morire in cambio di un cospicuo premio in denaro. La loro sorte, come ogni reality che si rispetti, sarà decisa al televoto. Tra i concorrenti un condannato a morte, un malato di aids, un evirato, una coppia di innamorati e Alex, un giovane italiano, d’origini meridionali, l’unico che sembra non avere nessuna ragione plausibile per consegnare le sorti della propria vita nelle mani del pubblico televisivo. Guest star dell’evento televisivo dell’anno Paris Hilton, la ricca ereditiera americana che si scaglierà dal Golden Gate di San Francisco, ottenendo la tanto agognata immortalità.
Jean Baudrilliard in un suo lucido saggio ha affermato: “La tv ha compiuto un delitto perfetto: ha ucciso la realtà”. Quant’è vera, a tuo parere, questa sua affermazione?
«Baudrillard ha ragione. Il delitto perfetto è compiuto. La tv è riuscita nell’ardua impresa di uccidere la realtà perchè possiede un potere immanente, quello di moltiplicarla in modo esponenziale e quindi frantumarla alle fondamenta, attraverso la tecnica del frastuono e della ridondanza. Ha una sorta di potere olografico, creare milioni di realtà differenti perchè non ne esista più una condivisa. Oltretutto, per lo spettatore, è un procedimento istintivo essere indotto a fidarsi di ciò che vede. L’evidenza empirica delle immagini abbassano le difese critiche a livello inconscio, è molto faticoso immaginare un procedimento di manipolazione, che invece, in tv, è assoluta prassi in tutti i generi, informazione compresa. Ci vuole pochissimo a fornire diverse accezioni di senso a un filmato che appare riprodotto dal vivo. è sufficiente accompagnare scelte di montaggio con paradigmi lessicali a presa rapida e il gioco è fatto».
Perché la scelta di scrivere un romanzo che ha al centro i meccanismi perversi del mondo televisivo affidandosi alla rappresentazione di un reality show estremo, quale il “Golden Death”?
«Il concetto di reality è solo lessicale, è una parola. Il reality è un genere che non esiste. La realtà è tale quando si verifica senza condizionamenti e nel reality show come format televisivo questo non avviene, anzi si verificano condizioni da laboratorio. La scelta di mettere in scena un reality nel romanzo va proprio in questo senso. Provo a farne un’allegoria grottesca dell’universo televisivo, dei mass media, che fingono di rappresentare la realtà, spesso in modo roboante, ma mirano soltanto a imporre un sistema unico di pensiero, quello del turboconsumismo».
Perché la scelta di mettere al centro di questa che tu chiami “allegoria grottesca dell’universo televisivo” Paris Hilton? Cosa ti affascina di questo personaggio sempre sulla cresta dell’onda?
«Di Paris Hilton mi affascina in maniera quasi maniacale la doppia essenza del suo potere simbolico. La scelta è caduta su di lei naturalmente, era il personaggio giusto per esprimere l’anima essenzialmente materialista che caratterizza lo show business, che in definitiva non è altro che una protesi dei grandi poteri economico-finanziari che governano il pianeta. Ma a mio parere dalla Hilton emerge una forte carica rivoluzionaria di cui lei nemmeno si accorge. Il suo potere simbolico, la sua forza di icona, è talmente violento ed estremo da evidenziare i punti deboli di ciò che rappresenta. Faccio un esempio. Lei vuole diventare star della musica? Si autoproduce un disco e schizza prima in classifica in una settimana. Vuole fare la regista? Si autoproduce un film e sbanca ai botteghini. Diventa palese che nel sistema del pensiero unico reiterato dai mass media sono questi i modelli vincenti».
Il tuo libro parla anche del nostro sud. Alex, il concorrente italiano del reality show, è di VillaFranca, paese della Puglia, dietro al quale si cela la città in cui sei cresciuto, ovvero Martina Franca. Dalle tue pagine emerge un attacco frontale nei confronti di Martina. Cos’è che proprio non sopporti nei tuoi concittadini?
«Mi affascinava lasciar interagire il centro di produzione d’immaginario globale del pianeta, cioè la tv, con le zone periferiche del pianeta spesso, che in questa fase sono le più esposte all’indottrinamento e al bombardamento di senso operato dai mass media, di cui accettano irriducibilmente il sistema di valori. In questo senso la scelta di VillaFranca è puramente simbolica. Parlo di VillaFranca, o se prefersci di Martina perchè la conosco, ma il discorso potrebbe essere ampliato alla provincia veneta, lombarda, o ai micropaesi dell’Ohio negli Stati Uniti se prefersci. In realtà la critica verso il mio paese nasce dal troppo amore che nutro per esso, e perchè vedo un’enorme quantità di risorse creative sprecate. Un vuoto colmato dall’omologazione indiscriminata».
Parliamo delle tue influenze letterarie. Mi sembra di ravvisare un certo amore per i narratori postmoderni americani in primis. Don DeLillo su tutti…
«E’ vero. Quella americana a mio modo di vedere è la letteratura che più di ogni altra ha saputo approcciarsi alla modernità, e questo probabilmente si deve al fatto che dal dopoguerra tutti i processi di cambiamento nel mondo occidentale nascono e prendono forma negli Stati Uniti. In positivo e in negativo, un tema questo che ho provato a trattare nel libro. In questa ottica Don Delillo ha rappresentato per me un perfetto modello di capacità critica oltre che di eccellenza formale e stilistica».
Altri autori che per te sono stati fondamentali?
«Potrei citarne molti, ma scelgo due autori ineguagliabili proprio per la loro importanza. Pasolini per la purezza del suo approccio polemico alla realtà, e Dostojevskij, per la voglia di spingersi fino alle zone più oscure delle grandi problematiche che da sempre schiacciano il genere umano».

articolo apparso oggi sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

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Giancarlo Liviano D’Arcangelo: Andai, dentro la notte illuminata

Pubblicato da vertigine su Maggio 13, 2007

 

 tratto da Andai, dentro la notte illuminata

di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Le telecamere si preparano ad avvolgerci. C’è una regia premeditata che sembra aspettarci come il mittente di un invito a cena. E’ paterna e personalizzata. E’ la regia di qualcosa che può sfociare in tragedia, una sorta di pornografia delle mucose e delle zone corporee attraverso cui ognuno di noi riesce a rivelarsi più espressivo. Muggeridge ha costretto il regista e gli operatori a provare movimenti e inquadrature per intere giornate, e mentre intrattiene il pubblico con un carisma da vecchio ammaliatore di serpenti, trova il tempo per sovrintendere l’intero staff demandato alle riprese. Utilizza gesti e occhiate severe. Incarna il contenuto della parola piagnoleria, occhiate severe cariche di significato. Noi attendiamo nel corridoio che conduce sul grande palco. C’è un assistente di studio a governarci, è basso, tracagnotto e piuttosto sudato. Ha un paio di cuffie microfonate che gli consentono di dare e ricevere istruzioni, facendolo assomigliare vagamente a un telecronista sportivo attempato e popolare. Dalla regia gli dicono qualcosa e lui si avvicina progressivamente a ognuno di noi. A turno ci sente il polso. Conta i battiti cardiaci subentrando nel nostro addome, soppiantandolo con il suo nervosismo. Poi ci perquisisce e controlla che i nostri microfoni siano perfettamente funzionanti. Uno degli assistenti in regia gli trasmette uno strano suggerimento, qualcosa che riguarda i tempi di scena probabilmente, e allora lui annuisce, lo si capisce dalla sua mimica corporea, dall’aria di chi impone a se stesso di ascltare attentamente un’istruzione basilare, per impadronirsene e metterla in pratica. Muggeridge si avvicina alla telecamera e chiede al pubblico a casa il massimo di partecipazione possibile. Noi lo osserviamo di nascosto, fissiamo quello che fa, le parole e le sue azioni, e dietro ogni movimento appare un segnale equivocabile. E’ il suo modo di gesticolare. E’ l’arte di temporeggiare in cerca di suspense. Sono prove inconfutabili, dogmi o profezie. Dicono che la soluzione dell’enigma è solo a un dame e caballeros, dicono che non ci sono più dubbi, e che ora tocca a noi finalmente. L’assistente di studio spalanca il palmo della mano e impone quel gesto sulle nostre teste, sembra una benedizione ma in realtà è una semplice indicazione temporale. Ogni dito corrisponde ad un istante più o meno lungo, e le sue dita sono solo cinque. Lo vedono anche Nancy e Ronald. Sono abbracciati ma i loro occhi puntano la mano dell’assitente, guardano e si stringono a vicenda, gelosamente, e le dita sono quattro adesso, se ne accorge anche la sfinitezza emaciata di Pablo, una condizione accentuata dal suo trucco, un’espressione derelitta che perfino dopo il make up, o proprio per quello, non è rasserenata ma piuttosto ammorbata. Ora sono tre, le dita e gli istanti. Si vede Peter Sobzcek che si fa il segno della croce, non si sa bene per pregare chi e cosa, perché le dita sono soltanto due adesso, e il momento è davvero vicino, sembra troppo tardi perfino per pregare, si avverte la claustrofobica vicinanza a qualcosa d’importante, di decisivo, al punto che Stanley vorrebbe lasciarsi andare in un gesto di scaramanzia macabra ista la sua situazione. E’ uno. Il momento che manca è solo uno. Anzi, era solo uno,perché ora c’è più tempo. L’assistente di studio e tracagnotto stringe un pugno chiuso sopra di sé, una postura che significa niente e mille cose, uno zero, un’intenzione violenta, un gesto militaresco di forza che evoca una specie di strano potere.

Ed eccola che arriva, la morte.

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