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intervista a Mara Nanni

Pubblicato da vertigine su Gennaio 22, 2007

Mara Nanni, vita a fumetti di una ex brigatista
di Rossano Astremo

Mara Nanni, ex brigatista rossa condannata all’ergastolo nel primo processo Moro e uscita dal carcere nel 1994 dopo aver scontato 15 anni, ha percorso tutte le tappe che caratterizzarono gli “anni di piombo”. Giovanissima contestatrice all’università, ai primi anni Settanta si avvicinò agli ambienti dell’estrema sinistra e quindi all’area che poi costituì il nucleo storico delle Brigate Rosse. Entrò in clandestinità e nel 1979 venne arrestata. In quel momento cominciò un nuovo percorso che, attraverso le varie carceri speciali, la portarono a riconsiderare il suo passato, le sue scelte ideologiche e, in un certo senso, la storia di quegli anni drammatici a cavallo del delitto Moro. Dopo “E allora?”, biografia scritta a quattro mani col giornalista romano Stefano Pierpaoli, pubblicata da Edizioni Interculturali nel 2002, è da poco nelle librerie il graphic novel La storia di Mara, romanzo per immagini firmato da Paolo Cossi ed edito da Lavieri.
Mara, dopo “E allora?”, che comunque rappresenta un’ottima biografia sulla tua vicenda personale, perché la scelta di affidare ad un fumettista la tua storia?
«Il fumetto, secondo me, rappresenta una forma importantissima di espressione letteraria.
Purtroppo sottovalutata nel nostro Paese. Credo quindi che sia un’importante mezzo di
comunicazione a cui affidare una storia così particolare come la mia. Forse il fumetto riesce anche a sdrammatizzare una storia comunque normalmente legata a metodi di racconto drammatici.Inoltre ho affidato la stesura della versione a fumetti ad un artista che ritengo sensibile e di grande talento come Paolo Cossi, sia sotto il profilo narrativo e di sceneggiatura, che come artista grafico, in grado di imprimere le giuste sensazioni alla mia vicenda anche attraverso le immagini».
A distanza di trent’anni cosa rimane di quell’esperienza umana e politica?
«Di quell’esperienza rimangono una serie di prove, difficili da superare, che hanno formato il mio
carattere e la mia attuale personalità. Molte delle cose che ho fatto erano scelte determinate dallo spirito di quei tempi e dal coinvolgimento in un movimento giovanile che aspirava a trasformare il mondo, spesso seguendo analisi teoriche che in seguito si sono rivelate erronee. Alcune trasformazioni della cultura del costume e della società sono state senza dubbio positive ,gli anni’70 non sono stati solo anni di violenza politica ma anche anni di creatività e di evoluzione, ma è vero anche che in quella fase storica in molti abbiamo seguito un’utopia che non ha portato risultati positivi né a noi né agli altri. È indubbio che la scelta della lotta armata mi appare oggi come completamente avulsa dalla storia e controproducente per tutti coloro ai quali doveva portare dei risultati positivi».
Quindici anni di carcere segnano indelebilmente la vita di chiunque. Quanto è stato difficile ricominciare?
«L’esperienza della costrizione carceraria segna in modo indissolubile qualsiasi individuo. Lo
aliena completamente dal mondo circostante, impedendogli di captarne molte delle trasformazioni e delle mutazioni. Il tornare in libertà mi ha mostrato una società completamente cambiata di cui ho esplorato luoghi a me sconosciuti. Ho focalizzato la mia attenzione sulle tematiche culturali.Un argomento che ho visto essere in completa involuzione nelle società attuale. Malgrado nuovi mezzi di comunicazione siano diventati accessibili alle masse, queste sembra non averne sempre colto le possibilità. Mi interesso di letteratura, di fotografia, di cinema, della multimedialità, delle possibilità di espressione e comunicazione che derivano dall’informatizzazione».
In questi ultimi anni, basti pensare ad un evento cardine quale il G8 di Genova del luglio 2001, sembrava essere riemersa una nuova attenzione verso una partecipazione attiva alla vita politica del Paese da parte della giovani generazioni. Ora, mi sembra, che ci sia stato una sorta di riflusso, un ritorno nei propri spazi domestici. Cosa avevate voi ragazzi degli anni ’70 che manca ai giovani di oggi?
«La fase storica che ha caratterizzato il movimento degli anni ’60 e ’70 era impregnata di una forte connotazione ideologica. L’aspirazione collettiva era, pur se con metodologie diverse, cementata dalla comune adesione ai principi marxisti. L’esempio che ci proveniva dal Vietnam dalla Cina da Cuba era il punto di riferimento generazionale, pur essendo oggetto di una analisi che ne sopravvalutava il ruolo. La mancanza di un pensare collettivo, di una visione della vita basata sulla solidarietà fra persone dello stesso paese e non solo, sono ormai assenti da molto tempo, a prescindere dai contenuti ideologici di allora, nella cultura occidentale. I movimenti che attraversano questa fase, oltre ad essere privi di una visione ideologica e politica omogenea, fanno i conti con una società in cui trionfa l’individualismo e la passività culturale.
L’interpretazione utopistica che del marxismo ha avuto il movimento degli anni ’60 ’70 ha prodotto si dei danni gravissimi, ma l’assenza dei valori di riferimento e la confusione ideologica potrebbero comunque produrne di ulteriori».

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