un racconto
Pubblicato da vertigine su Gennaio 25, 2007
Il mio 8 settembre
di Rossano Astremo
Tutto in quegli anni pareva ai miei occhi un’immensa parentesi, una vasta zona delimitata da un inizio e da una fine all’interno della quale catapultare l’insieme sgradevole di esperienze usa e getta e senza spessore, effimere e dimentiche, nell’attesa del sopraggiungere dell’agognata chiusura di quella fase larvale e dell’avanzare della vita con la v maiuscola.
Era il settembre del 1994, avevo 15 anni, la mia edulcorata adolescenza viveva una fase germinale, di liquida transizione, un limbo sovraccarico di paranoie e ormoni, una voglia matta di avere tutto e subito, per poi rimangiarsi ogni esplosione d’avidità e rinchiudersi nel proprio microcosmo di seghe massicce, ascolti di musica a palla, letture discontinue ed esistenzialiste.
L’estate trascolorava rapidamente.
Addio giornate trascorse al mare in comitiva a prendere il sole, a giocare a pallavolo sul bagnasciuga, generando l’ira funesta di gente adulta sempre pronta a sfoderare le migliori bestemmie d’annata pur di rimproverarci a causa di una traiettoria sbilenca di una palla trasformata dal peso imponente del vento in un volano impazzito; addio monete infilate in uno strambo jukebox collocato nel bar antistante la spiaggia, gestito da sempre da una stramba famiglia di Lizzano, padre baffuto, madre avvenente, figlia nostra coetanea fidanzata da anni con lo stesso stronzetto muscoloso, e fratellino sfigato alle prese con le prime pugnette; addio occhiate selvagge incuneate tra le forme ben in vista di ragazze racchiuse in bikini sempre troppo stretti per contenere l’incontenibile, ragazze con qualche anno in più sulle spalle rispetto ai sottoscritti, anni spesi bene ad accumulare esperienze in auto sempre ben nascoste nel cuore della notte, in periferie di paesi sventrati da un abusivismo edilizio che ha collocato la parola bellezza in un cesso sfinito e maleodorante; addio estate del mio primo bacio con lingua a Francesca la troia, quella che tutta la comitiva ha palpato, e tu per ultimo, senza per questo sentirti meno cazzuto degli altri, magari un po’ più sfigato, ma è un pensiero che s’incolla nel tuo cervello per poi scivolare lieve; addio estate più bella della mia pur breve esistenza.
Mancavano pochi giorni all’inizio del nuovo anno scolastico. Secondo anno. Liceo Scientifico. Che cazzo c’entravo io con la matematica, la geometria, la biologia, la fisica? Un interrogativo che, a distanza di tredici anni, continua ad assillarmi. Bisognava lasciarsi alle spalle quei mesi travolgenti con un evento degno di nota.
Ci voleva una di quelle feste nelle quali all’inizio inviti venti persone e poi se ne presentano duecento, una di quelle feste che rimangono impresse nella mente sino alla vecchiaia avanzata: io e la mia comitiva di sballati senza ritegno decidemmo che la festa andava assolutamente fatta. Dove? I genitori di Dario erano in vacanza sul Gargano. La casa di Dario divenne il covo della nostra memorabile festa.
La festa si svolse l’8 settembre. Come previsto gli iniziali venti invitati si trasformarono in un numero davvero imprecisato. Casa di Dario divenne un covo per i tipi più strambi del nostro paese. Ai nostri coetanei si aggiunsero individui di ogni età e provenienza. Ma ad un certo punto della serata il mio cervello prese a sragionare totalmente a causa dell’alcol ingerito. E tutto il resto che sto per raccontarvi non lo ricordo, quindi lo narro, ma la fonte non è di prima mano.
Sì, l’8 settembre del 1994 fu una data memorabile per il sottoscritto. No, non c’entrano armistizi e fughe di Re e Badoglio vari. In quella fatidica sera presi la prima di una serie di sbronze che hanno falcidiato nel corso dei secoli il mio martoriato fegato. Ma la prima sbronza, come l’amore, ahinoi, non si scorda mai. Furono le Raffo ingurgitate senza ragione, fu la bottiglia di vodka al limone tenuta nascosta ai più e bevuta da me e Pasquale nel bagno di Dario in circa quindici secondi cronometro alla mano, quel che è certo è che ad un certo punto la luce si spense. Nonostante il mio stato penoso, però, riuscii a tornare a casa, ad intraprendere la lunga via che porta dal centro del paese alla periferia inoltrata, tutta campi e casupole varie, nella quale vivevo e tuttora vivo.
Giorni dopo mi venne raccontato che il padre del mio amico Ettore mi vide camminare al centro della strada seguendo direzioni sghembe, improvvisate, come un clown che si muove su un monociclo. Mi chiedo perché quello stronzo di avvocato fascista non si è fermato e non mi ha riportato a casa: di certo non camminavo tra le auto in corsa per sport. Lasciamo perdere, in fondo da ex missini cosa ti puoi aspettare? L’ultima cosa che davvero ricordo con coscienza è che sbattei la mia testa contro il cancello d’ingresso della mia abitazione.
Ricostruendo a posteriori, a quanto pare, entrai in casa in uno stato pietoso, mio fratello mi guardò negli occhi e capì che ero fatto come un cammello, mi portò in giardino per farmi prendere un po’ d’aria, io parlavo a cazzo, trascinavo le parole, con un tono di voce poco consono per l’orario, mia madre si svegliò e, come ogni tragedia greca che si rispetti, iniziò ad urlare, a strapparsi vesti e capelli. Io come risposta iniziai a vomitare tutto. Vomitai tutto. Ma tutto tutto. Anche le budella. Anche quello che si nasconde dietro le budella. Per non so quante ore. Poi persi coscienza. E, naturalmente, fui portato in ospedale. Passai due giorni in ospedale attaccato alle flebo ricostituenti.
E questo è tutto.
Non è una storia divertente, in fondo. Vi starete chiedendo che cazzo ve la racconto a fare. C’è una ragione pratica, se vogliamo. Nel corso della settimana seguente, a causa di questi terremoti intestinali persi otto chili. Nel mese successivo altri sei. Col passar dei giorni i miei capelli crebbero a dismisura. E quando ascoltavo Nevermind dei Nirvana continuavo a piangere pensando alla traiettoria dei proiettili che squassò per sempre la bocca di Kurt Cobain. Ma non ero più considerato uno sfigato. Iniziai a piacere alle ragazzine. A pomiciare con loro e poi passarle ai miei amici. Ad essere belloccio e maledetto. Morale della favola: quell’8 settembre di tredici anni fa iniziò la mia personale resistenza contro la vita. Prenderla di petto e scuoterla. Non farsi fottere. Lottare per ottenere ciò che si vuole. Nonostante i momenti di sconforto. Nonostante gli inevitabili intoppi. Ma non ve ne uscite con l’idea di offrirmi una vodka al limone. Potrei ancora sboccarvi in faccia.
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