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intervista ad Andrea Piva

Dietro il film
Piva: il mio contributo a “I galantuomini”
di Rossano Astremo
Stanno per concludersi le riprese di “I galantuomini” quarto lungometraggio di Edoardo Winspeare, storia di un gruppo di giovani nel Salento, dagli anni settanta fino agli anni novanta, delle loro ambizioni borghesi o delle loro derive criminali, interpretato, tra gli altri,da Fabrizio Gifuni, Beppe Fiorello e Angela Finocchiaro. Tra gli autori della sceneggiatura anche Andrea Piva, scrittore dei film “Lacapagira” e “Mio cognato” del fratello Alessandro, e autore del romanzo “Apocalisse da camera”, edito da Einaudi nel 2006.
Andrea, come si è presentata l’occasione di lavorare alla sceneggiatura di “I galantuomini”?
«Avevo conosciuto Edoardo a Parigi in occasione di un evento legato al cinema e ci eravamo trovati in bella sintonia. Poi non ci eravamo sentiti per molto tempo, fino a quando un giorno di qualche anno dopo non ho ricevuto una sua telefonata…»
La sceneggiature è stata scritta da te, assieme a Winspeare ed Alessandro Valenti. Come si è svolto il lavoro?
«Edoardo e Alessandro avevano già scritto da soli un copione partendo da un’idea molto interessante. Poi, come quasi sempre succede in scrittura di sceneggiature, si erano trovati in una situazione in cui l’avere avuto per troppo tempo il testo sotto gli occhi aveva iniziato a minare la loro lucidità di giudizio, e allora hanno pensato di fare entrare nella squadra qualcuno dallo sguardo più “fresco”. Io non ci sono andato leggero e ho ricostruito la sceneggiatura dal suo nucleo originale, riscrivendola completamente, col mio approccio un po’ esageratamente “hard core” alle cose. Raggiunta una stesura che mi soddisfaceva, è iniziato un lavoro di mediazione che recuperasse il bello che della prima sceneggiatura mi ero fatto scappare integrandolo con il buono che avevo fatto io. Il risultato finale è una cosa non proprio mia, e proprio in questo per me molto interessante e nuova. Alessandro ed Edoardo sono due persone assolutamente squisite, con le quali io starei davvero molto volentieri anche a spaccare sassi tutto il giorno».
Anche Davide Barletti e Lorenzo Conte, con “Fine pena mai”, hanno lavorato nei mesi scorsi attorno ad un film ambientato durante gli anni in cui imperversava in Puglia la Sacra Corona Unita. È una coincidenza o, a oltre vent’anni di distanza, c’è il giusto distacco critico per affrontare anche “creativamente” quel periodo della nostra piccola storia?
«Credo sia una coincidenza “aiutata” da fatti contingenti. Mi pare naturale e necessario che passi un certo periodo di tempo prima che certe vicende siano affrontabili narrativamente con il dovuto distacco e con tutti gli elementi che, appunto, solo un congruo lasso di tempo può fare emergere, però insomma non credo che poi il grilletto della rivisitazione per immagini (o scritta che sia) scatti allo scoccare esatto di un’ora predeterminata».
Gifuni, Fiorello, la Finocchiaro… Sembrano gli attori giusti per questo affresco salentino.
«Sono nomi che parlano da soli. Personalmente, sono curiosissimo di vedere come faranno propri i personaggi, cosa daranno di proprio e come Edoardo (che con gli attori ci sa davvero fare) li guiderà. è una delle cose belle dello scrivere per il cinema. Potere un giorno andare a vedere da semplici spettatori una cosa che sulla carta avresti fatto tu. E che invece qualcuno ha totalmente reinventato, facendola sua».
Quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi?
«In questo momento sono in una bellissima crisi totale e nera, nerissima. Solo il pensiero di mettermi a scrivere mi fa venire voglia di farmi di crack o ascoltare un disco di musica leggera italiana. Se la mia storia personale è destinata a ripetersi, nel giro di qualche mese sarò morto oppure “barbonizzato” in casa coi telefoni spenti a lavorare a un altro inutile libro che piacerà solo a chi lo fraintende. Io in sincerità preferirei la prima ipotesi, ma sospetto che sia più probabile la seconda».
Articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia
Don DeLillo, Falling Man
DeLillo fra le Twin Towers
di Alessandro Cassin
articolo apparso su L’espresso
A sei anni e mezzo dagli attentati, arriva il primo grande romanzo sull’11 settembre 2001: ‘Falling Man’ di Don DeLillo, a giugno in libreria negli Usa, e che ‘L’espresso’ ha letto in bozze. “Non era più una strada, ma un mondo, uno spazio-tempo di cenere che cade e notte che si avvicina”. Così si apre questo capolavoro che descrive un mondo trasformato e reso irriconoscibile dalla collisione di due aerei e due torri. Solo qualche mese fa il critico Harold Bloom scriveva su ‘Slate’: “Non ho ancora visto un romanzo adeguato a quegli eventi: mi sembra un ennesimo segno che la cultura è ormai anestetizzata”. In realtà si trattava solo di attendere, DeLillo era al lavoro.
I teorici ricordano che l’impatto culturale di un evento è ciò che distingue una terribile tragedia da un evento epocale. Così, la presa della Bastiglia, ad esempio, fu un evento epocale anche per aver a perto la strada a un secolo di romanticismo. Ma per misurare l’impatto culturale di un fatto, servono tempi lunghi. Basti pensare che Remarque scrisse ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’ 11 anni dopo la grande guerra o che ‘Comma 22′ di Heller è uscito 16 anni dopo la Seconda guerra mondiale. Al suo quattordicesimo romanzo, DeLillo è l’autore giusto per questa impresa perché è un magnifico stilista dell’inglese-americano, e uno scrittore capace di raccontare con precisione oltre che l’American way of life, la particolare prospettiva degli americani sul mondo. Non poteva quindi tirarsi indietro dalla sfida di romanzare l’evento che ha definito il passaggio dal XX al XXI secolo. E lo ha fatto, come lo sa fare solo lui: descrivendo microstorie che tracciano il modo in cui le conseguenze di una tragica mattina hanno ridisegnato relazioni personali, paesaggi mentali, assetti politici e percezioni del mondo.
In ‘Giocatori’ scritto nel 1977, il protagonista lavorava nelle, allora nuove, Twin Towers. Ventiquattro anni dopo, l’eroe di ‘Falling Man’, Keith Neudecker lavora nelle stesse torri, e quella mattina di settembre riesce a uscirne vivo. È un miracolato, un Lazzaro post-moderno il cui sestante emotivo è andato in tilt. Mentre il World Trade Center è ridotto in macerie fumanti, Keith si trova per strada coperto di cenere, vetro e sangue. Per sapere come è uscito dal grattacielo, dobbiamo aspettare una sequenza memorabile che l’autore colloca a conclusione del romanzo. Con una mano stretta attorno a una ventiquattr’ore non sua, Keith comincia a camminare fino a che l’istinto lo porta all’appartamento dove vivono l’ex moglie Lianne e il figlio Justin. Non sappiamo perché sia tornato da Lianne, ne perché lei lo accolga, ma lo shock delle circostanze della sua riapparizione investe in ugual misura i tre personaggi.
Keith e Lianne non ricuciono niente, semplicemente riprendono a vivere uno accanto all’altro in uno stato di semi-incoscienza. Il cursore di DeLillo scivola veloce dalla solidarietà, all’amicizia fino al sesso e alla possibilità dell’amore. Progressivamente lei sviluppa una fobia per tutto ciò che sa di Medioriente, mentre lui abbandona la sicurezza del suo studio legale per diventare un professionista del poker. Justin, il figlio, apparentemente continua la sua vita di ragazzino, ma il suo gioco segreto, praticato con gli amici, diventa aspettare l’arrivo di aerei con un cannocchiale puntato verso il cielo sopra New York.
A ognuno dei personaggi minori è riservato un ritratto psicologico dalla precisione del laser, a partire da Nina, la madre di Lianne che ha sempre visto negativamente la sua unione con Keith. Nina è una elegante professoressa in pensione che vive in un appartamento sulla Upper East Side tappezzato di nature morte di Morandi e bronzi d’autore. “Era pallida e magra, sua madre, dopo l’operazione al ginocchio. Era vecchia in maniera risoluta e finale. A quanto pare questo è quel che voleva; essere vecchia e stanca, cingere la vecchiaia, accoglierla, circondarsi di essa”. E poi ancora, i malati di Alzheimer assistiti da Lianne, gli incalliti giocatori di poker, e il proprietario della ventiquattr’ore che Keith si è trovato tra le mani. Tutti personaggi i cui affanni, gioie e dolori aiutano DeLillo a stabilire la connessione tra eventi privati, contesto storico e metastorico.
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