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Vittorio Bodini letto da Antonio Errico

Pubblicato da vertigine su Gennaio 22, 2008

 

Frammenti per Vittorio Bodini

di Antonio Errico 

Come un grande amore. Così come accade per ogni grande amore; così come sempre ogni grande amore si confronta col dissidio, con l’incomprensione, tra Vittorio Bodini e il Sud c’è stata la tensione lacerante di ogni grande amore.
C’è stata la passione ebbra, l’illusione dell’eternità di quell’amore, c’è stato il desiderio prorompente, l’ansia, la frenesia, la sensualità spossante, poi l’intenzione dell’addio, la separazione. Poi il ritorno malinconico. Poi l’allontanamento. Un altro. L’ultimo: nostalgico, pietoso, soffocato dal rimpianto.
Mai, però, ci fu l’indifferenza. Mai ci fu l’estraneità, il sentirsi slegato da ogni vincolo, affrancato da una sentimentale soggezione, spiantato dalla terra, abbandonato dal sogno e dall’ idea di una nuova vita per una terra e per i destini che dentro quella (questa) terra si generano e si dipanano, si annodano e si aggrovigliano, si ritrovano o si disperdono, si differenziano o si rassomigliano.
Così come accade per ogni grande amore, Vittorio Bodini ha vissuto il Sud con una contraddizione carica di energia inquieta, con un alternarsi di attrazione e di rifiuto, tra l’istinto di fuggire e il desiderio di tornare, fino a raggiungere l’esasperata e al tempo stesso lucida coscienza di un’assoluta, irreversibile, drammatica volontà di morte nella lontananza.
“Qui non vorrei morire dove vivere/ mi tocca, mio paese/ così sgradito da doverti amare”. E’ in questo disperato desiderio di un altrove ultimo, di una morte inappartenente e sradicata dal “qui” dove l’esistenza è costretta per destino, o per necessità, o forse per quell’amore così prepotente e sfrenato da restare sempre e irrimediabilmente inappagato, che esplode l’espressione del rifiuto della terra com’è nel suo presente.
Ma c’è quel “ doverti amare”: come una costrizione all’amore determinata da un senso di legame filiale impossibile da disconoscere, irrinunciabile, un nodo al cuore che non si può slegare e che fa sempre più male perché sempre più si fa disperato affetto.
Non dice, Vittorio Bodini, quale sia l’altro luogo; non c’è, per Vittorio Bodini, un altro amore per un’altra terra. C’è soltanto lo straziante sentimento di una insofferenza del “qui”; c’è soltanto l’aspirazione ad una fuga che coincida con una dissolvenza anche del possibile ricordo che si può lasciare negli altri che rimangono lì dove un giornale loda la guardia campestre che spara sui ladri di chiocciole.
Il ritorno si rende sopportabile soltanto se contempla la possibilità di una trasformazione, di un diventare “altro” dall’essere, per riappropriarsi di un senso originario che è stato perduto o rifiutato.
Ogni partenza di Bodini è sempre impregnata del senso di un addio anche quando questo senso racchiude la prefigurazione di un ritorno.
Partire svanendo, dunque, e poi fare ritorno, ma con un altro cuore, con un altro pensiero “ duro e sofistico”, disposto - o costretto –al confronto serrato e impietoso con se stesso e con quello che intorno appare in superficie o si nasconde nel passato profondo.
L’esperienza poetica del ritorno, per Bodini, è un’esperienza della morte: di una morte che coinvolge tutte gli esseri e le cose, ogni dimensione del tempo; è un nostos che annichilisce, che provoca uno stordimento esistenziale, che stringe in una condizione di abissale vuoto interiore.
Il luogo verso cui tende e si conclude il viaggio di ritorno è quel paese nel Sud, “dove ogni cosa, ogni attimo del passato somiglia a quei terribili polsi di morti/ che ogni volta rispuntano dalle zolle/ e stancano le pale eternamente implacati”.
E’ nel luogo e nel tempo del ritorno che matura la comprensione della ineluttabilità di una perdita: “qui” – dice Bodini- “ s’era fatto il mio volto”, in quel luogo destinato dall’origine, in quell’incessante riaffiorare di un passato che il tempo e la morte non riescono a placare, nella lontananza assoluta e definitiva da altri luoghi e altre esistenze.
Il volto dell’altro, di chi si è costretti a perdere, quel volto che ha il profilo di un amore forestiero, si è fatto, invece, in altri paesi “ a cui non posso pensare”.
Cosa c’è dietro – dentro- il verso “ a cui non posso pensare”?
Se si può anche leggervi una nostalgia di altri paesi ai quali non si appartiene per origine, allora Bodini scardina l’assioma della nostalgia del proprio paese, o soltanto del proprio paese.
Il solo paese in cui sia possibile ritornare senza farsi sommergere dal senso dilagante di morte, è quello della memoria. Ma il paese della memoria è un luogo inesistente. E’ soltanto proiezione dell’immaginazione. E’ una pura invenzione della parola. Però è questo paese che per Bodini diventa l’orizzonte di uno struggente desiderio. E’ il paese dell’infanzia che è , anch’essa, un’invenzione, una fiaba consolatoria, il possibile rifugio quando il presente è la furia di una bufera. E’ il paese dello stupore per la scoperta di se stesso e degli altri che abitano quel paese: creature che proteggono da ogni insidia del mondo e soprattutto dall’agguato che tende il futuro. E’ il paese edificato giorno per giorno con le parole di una poesia.
Solo in quel paese, Vittorio Bodini si riconosce, riesce cioè a riconoscere se stesso, il proprio essere autentico.
Ma allora: se l’essere autentico è una possibilità concessa solo alla poesia, se il riconoscimento di se stesso avviene solo dentro il luogo della poesia, si può ipotizzare che sia soltanto la poesia il vero e unico paese che Bodini abita o che può abitare, in cui non si sente mai straniero, dal quale non deve mai partire, al quale non deve mai ritornare.
Come un grande amore, dunque, la storia tra Bodini e il Sud ha dentro il suo sviluppo tutta l’impossibilità di una ordinaria situazione e tutta l’incomparabile poeticità della straordinarietà di una condizione.

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Antonio Errico recensisce “L’incanto delle macerie”

Pubblicato da vertigine su Ottobre 17, 2007

 

Dopo ogni fine, la poesia

di Antonio Errico

In principio fu Walter Benjamin: quel suo frammento sull’Angelus Novus di Paul Klee; quella figura dell’angelo della storia con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese, che si alza sulle rovine con il viso rivolto al passato e una tempesta impigliata nelle sue ali che lo spinge verso il futuro: “Ciò che chiamiamo tempesta, è questo progresso”. Con questa tempesta si è ritrovata a fare, inevitabilmente, i conti la poesia; con le contraddizioni, le deformazioni, le deviazioni del tempo della storia; con l’esplicito e l’implicito, con l’affiorante e con il sommerso, con il compreso e con l’incompreso, con gli eventi che accadono e si sviluppano in modo lineare, quasi chiaro, decodificabile, e con i macigni che improvvisamente irrompono nei giorni, e li travolgono, in modo misterioso, o comunque semanticamente aggrovigliato. Hanno un incanto talvolta le macerie della storia: covano dentro una specie d’attrazione, quasi un canto di sirene della modernità. Ed a questo canto, a questo incanto, va incontro Rossano Astremo con “L’incanto delle macerie”, primo volume di una bella collana di Icaro realizzata con il coordinamento editoriale di Mauro Marino e il progetto grafico di Valentina Sansò. Tra le macerie della storia Rossano Astremo si muove con uno sguardo acuto, profondo, perforante, con la coscienza lucida dell’assoluta inutilità di tutte le domande, con l’amara cosapevolezza ideologica e culturale che tutto è già accaduto, che tutto è stato già scritto, che la storia si ripete - a volte anche stancamente -all’infinito. La voragine dell’odio, gli scheletri, i martiri, le catastrofi, i campi della morte, le devastazioni, i piccoli e grandi tradimenti, i cumuli di colpe e di innocenze. E’ tutto accaduto: cominciato, concluso, ricominciato, spesso con varianti impercettibili, oppure con i missili al posto della clava, ma sostanzialmente con gli stessi aberranti risultati. Viene in mente Theodor Adorno quando diceva che dopo Auschwitz non si poteva più fare poesia. Probabilmente non può essere vero. Forse una rinuncia alla poesia sarebbe dovuta avvenire immediatamente dopo l’assassinio di Abele, perché ogni atto di violenza non è altro che la conseguenza di quel gesto che segna il confine tra il bene ed il male. Ma se una rinuncia non c’è mai stata non è perché si è pensato che la poesia potesse in qualche modo rappresentare una salvezza per i destini individuali e collettivi: una rinuncia non c’è stata perché per molti, come per Astremo, l’espressione poetica è la traduzione - parziale e spesso infedele - di un vivere poetico, “serve o non serve, / ma è necessaria, come sangue che pulsa”. Questo è, dunque, per Astremo la poesia: un elemento e una condizione del corpo e del pensiero, una necessità e un richiamo con cui confrontarsi istante per istante, una dimensione della coscienza cui dar conto ed a cui giustificare quello che si è fatto o non si è fatto, uno specchio su cui guardarsi per riconoscersi o non riconoscersi, un modo per essere o mostrarsi nella propria autenticità ed essenzialità, la storia del sé che scorre tra le sillabe ma anche la storia dell’altro che si era l’istante prima di scrivere una sillaba e che si sarà l’istante dopo averla scritta. “L’incanto delle macerie” è un libro conistente e compatto; soprattutto è un libro vero; come ogni libro vero è un libro che costa; come ogni libro che costa è un libro che si paga. E si paga con l’inquietudine, l’insonnia, il desiderio prepotente di fuggire da se stessi, quello più prepotente ancora di tornare. Forse è vero che poeti si nasce, che non si diventa. Quello che poi diviene, si fa, matura, è il mestiere delle parole che coincide con quello di vivere. Ecco, “L’incanto delle macerie” è un libro così, che dice del mestiere di vivere con le parole.

Articolo apparso martedì 16 ottobre sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

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Antonio Errico: Viaggio a Finibusterrae

Pubblicato da vertigine su Settembre 12, 2007

 

La metafora immensa di Finibusterrae
di Rossano Astremo

È un piccolo libro pieno di gemme preziose questo “Viaggio a Finibusterrae. Il Salento tra passioni e confini” (Manni) di Antonio Errico. Le gemme preziose sono le parole che lo innervano, incastonate con la bravura che solo un artigiano dotato di rara sensibilità possiede. E quando l’artigiano fa affiorare la sua sensibilità sboccia magicamente l’arte.
Di cosa parla Errico? Con ossessione ruota attorno a Finibusterrae, l’estremo lembo geografico dell’Italia, dove lo Ionio e l’Adriatico si uniscono e confondono. Non è però questo connotato luogo geografico che ad Errico interessa. Finibusterrae nel suo immaginario diviene una sorta di metafora d’ampia portata attraverso la quale parlare del Salento tutto, dei suoi luoghi, della sua gente e dei suoi scrittori. Ecco quindi soffermarsi sul silenzio di Otranto, sulla luce di Castro, sulla malinconia di Santa Cesarea, sulla bellezza annichilente di Santa Croce (“Santa Croce sembra che racconti l’infinito. Che di esso voglia darne rappresentazione. Che intenda figurare l’assoluto. Attribuire visibilità all’invisibile, plasticità all’aria, una densità all’impalpabile”), sulle architetture magniloquenti ed effimere (“Qui, in questo sud del sud, il barocco è una condizione dell’anima. È l’identità del tempo scolpita nella pietra, quasi con la pretesa di eternarsi. In quelle figure dell’identità ci riguardiamo per cercare di rintracciare nella loro espressione il senso del tempo che è statoprima del tempo che adesso viviamo), sulle mille contraddizioni di Lecce (“Lecce ha saputo espandersi, ampliarsi, ma non ha saputo crescere forse. È rimasta avvinghiata ad una mitologia di se stessa, stupefatta della sua stessa bellezza”), sui fari la cui luminosità contrasta col buio delle notti, sulla nostalgia che ha nobilitato la scrittura di Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Salvatore Toma, Antonio Verri e Claudia Ruggeri e che pervade tuttora i giovani scrittori (“Ma ancora qui, a Finibusterrae, non c’è poesia che non si confronti con una nostalgia della terra e delle sue creature”), sulle parole che inondano le piazze dei paesi (Il tempo della piazza era sospeso tra una memoria ed una distrazione, tra una realtà ed una sorta di finzione di scena”).
A Finibusterrae, questo luogo dell’anima, questo pensiero che si muove tra un confine reale e uno sconfinamento immaginario, abita anche la scrittura: “Perché la scrittura adora il movimento lungo gli argini frananti o tra il pietrame di quelli già franati; predilige l’aggirarsi tra i resti di città scomparse, per luoghi fantasmatici; trova la sua condizione naturale sui luoghi di confine, ai limite delle cose, alla frontiere delle realtà e del senso; ricerca e inventa – o simula – un’esperienza di viaggio tra i territori dell’esistere e quelli del narrare”.
Ancora una volta in Errico, come già avvenuto nel precedente “L’ultima caccia di Federico Re”, la scrittura si fa metascrittura, riflessione sulla stessa, sulle sue potenzialità, sulle sue ossessioni, sui suoi limiti, sulle sue degenerazioni.
Proprio come il suo amico e “maestro” Antonio Verri, di cui Errico è unico erede spirituale.

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