Archivio per la categoria ‘Antonio Moresco’

Mercatino/Moresco

Ieri ero con l’amico Grammatico al Pigneto, dove c’era un mercatino poi mica tanto interessante, con qualche venditore di libri usati. C’erano buoni titoli, ma il sottoscritto si è catapultato su due volumi che già possiede, ma che al prezzo di 2 euro andavano assolutamente comprati, ovvero i Canti del caos di Antonio Moresco, sia il primo volume, edito da Feltrinelli, che il secondo, pubblicato da Rizzoli. Ho regalato il secondo volume a Grammatico. Penso che regalerò anche il primo. Sfogliandolo ho trovato delle simpatiche annotazioni di colei/colui che possedeva il romanzo in precedenza. A pagina 87 sottolinea le seguenti frasi: “Ha cominciato a pettinarsi in silenzio, con gli occhi socchiusi, di fronte allo specchio. ‘Mi sto pettinando il sangue’, mi ha detto”. Di lato c’è la seguente annotazione del lettore/lettrice: “Attaccarsi al gesto quotidiano che in assedio diventa simbolico”. Ho troppo caldo per continuare a segnalarvi le annotazioni bizzarre di cui è pieno questa copia dei Canti del caos. Naturalmente invito tutti coloro i quali non l’avessero fatto ad addentrarsi nell’immaginario caustico della prosa di Antonio Moresco, in attesa del terzo volume dei Canti del caos.

Antonio Moresco, Zingari di merda: un estratto

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Dumitru tira fuori un pacchetto di biscotti ripieni di cioccolata, che aveva comperato in un’area di servizio lungo l’autostrada. Ne tira fuori tre e li tira, uno per ogni cane. I tre cani si avventano sui biscotti. Ma, un secondo dopo, uno dei cani grandi, mentre ancora stava divorando il suo biscotto, si slancia furiosamente sul cucciolo che sta cercando di mangiare il suo. Lo azzanna alla gola e lo rovescia a terra. Il cucciolo emette degli spaventosi guaiti. Il cane grande gli ruba il biscotto e lo divora in un solo boccone, mentre il cucciolo scappa via piangendo. Dumitru osserva la scena senza parlare, impietrito. Risaliamo in macchina, si rimette al posto di guida. Non gli pare vero che non gli abbiano scambiato le gomme durante la notte. Il suo è un mondo duro, dove l’inimicizia è totale, come quello di quei tre cani che adesso ci corrono dietro abbaiando. In cui si può solo lottare gli uni contro gli altri per riuscire a vivere e a difendere con ogni mezzo le possibilità di sopravvivenza della propria famiglia.
[…]

Zingari di merda si può leggere qui.

a 10 anni da Lettere a nessuno di Antonio Moresco

 

La recensione de L’indice

di Carlo A. Madrignani 

Queste “Lettere a nessuno” sono una “roba” strana. Non perché vorrebbero scandalizzare o sbalordire. Opere di tal genere se ne sono viste in giro fin troppe e in pochi anni hanno stancato e più ancora annoiato. Ma perché sono pagine senza perno; girano così come capita – si potrebbe pensare che non l’autore ma l’editore le abbia messe insieme per una qualche misteriosa ragione non propriamente letteraria (e neppure – direi – commerciale).
Quello che non convince è la volontà ostentatamente decostruzionistica, come se si dichiarasse: non faccio il libro perché so “dire” di più e meglio, mettendo giù, senza intenzioni particolari, quanto mi è capitato. Non costruisco – “dico”, ed è più che abbastanza. Insomma un anti-libro che si propone di surclassare ogni ambizione di letterarietà, al di là di ogni mediazione. Al lettore è lasciato poco spazio di manovra: l’effetto, non so quanto voluto, è quello di appiattirlo, schiacciarlo sul piano della pura referenzialità. Scrivere dunque rivolgendosi al lettore a una dimensione, che guarda, anziché leggere.
Una tattica di tanta esasperata angustia risulta, oltre che grigiamente ripetitiva, stancante e snervante. Questo romanzo di un giovane povero, che bussa a tutte le porte, per ottenere udienza dai consiglieri dei principi editoriali, aspira al grottesco, ma ha un sapore di stuccoso ribellismo, da anni sessanta, quando bastava una moto, un blusone e inettitudine mentale per credersi nuovi cristi sulla via del Golgota. C’è poi l’elemento altamente sconvolgente di fare nomi e cognomi (ma non numeri di telefono, graziaddio) e portare turbamento nelle famiglie e nella quiete degli alti studi. Espediente debole e piuttosto isterico, tipico di chi minaccia “ora ci penso io a voi, vil razza dannata”. Esisterà un lettore che cada in tale trappoletta per sorci di campagna?
L’altro versante di questo diario senza contorni è una trepida nostalgia di quando si era brutti, scemi e (forse) cattivi. Qui le cose vanno diversamente, meglio oserei dire, certo con minor egotismo e vittimismo. La scrittura è un antistile più maneggiato, che elabora ricordi con tono di calma piatta e stranita. L’emergere del passato si trasforma in un imbambolimento regressivo color antracite, fra depressione e disgusto; forse l’autore vorrebbe si pensasse: chi è mai esistito più infelice di questo povero zotico marxista-leninista-linea-nera (o -rossa)? Il discorso non ha, ovviamente, nulla di politico o culturale: sono le vicende il grado zero di un travet dell’insurrezione che si muove fra ectoplasmi di una sperduta provincia all’estremo della vivibilità. Non sottoproletari o nuovi servi della gleba, ma miserabili costretti (non si capisce da chi) a subire le microangherie di un burocratismo idiotizzante (e qui si avvertono fremiti di umore, naturalmente nero).Scavalcando le intenzioni dell’autore, si potrebbe meditare sul perché certo Sessantotto debba risultare così gretto e vile e come mai quella memoria “politica” fornisca un’immagine di una società irreale, un vuoto d’insensatezza e immondizia. È una forma di rifiuto che si compiace del suo non-essere e non-divenire, oggettivo corollario di quel revisionismo storico che tutto imbratta per tutto salvare?
Non è il caso di analizzare o ipotizzare: il testo presuppone un lettore passivo, svuotato, immerso in un grigiore mentale senza cenni di vita. Così vuole il non-senso di pagine che vanno senza direzione.
Ci troviamo probabilmente di fronte a una pausa postdepressiva di uno scrittore, che ha dato prova di saper “costruire” e tentare una sua difficile via di narrare. È quanto ci (e gli) auguriamo, appellandoci al vecchio adagio del buco e della ciambella.
L’Indice 1997, n. 8

Antonio Moresco, Merda e luce

 

Ecco un estratto da Duetto, uno dei cinque testi teatrali che compongono Merda e luce, il nuovo libro di Antonio Moresco, pubblicato in questi giorni da Effigie. Al centro della scena la divina Maria Callas che dialoga con la sua tenia

da Duetto

di Antonio Moresco

LA CALLAS: Basta! Basta! Non sono io che canto! Io sto solo portando in giro nei più grandi teatri del mondo il sarcofago del mio corpo che permette a te di cantare. Ormai lo so, lo capisco, anche se adesso cerchi di farmi dimenticare la tua presenza. Te ne stai in silenzio, o al massimo ti limiti a cantare piano durante i vocalizzi, i solfeggi, certe volte anche in teatro. Ma io so che puoi uscire di nuovo in qualsiasi momento dalla tua tana, riprendere il sopravvento. Mi getterai da parte, attraverserai la mia voce come una ferita, una scheggia di diamanti che taglia in due la mia voce. Non mi resta che espellerti dal mio corpo, dalla mia voce. Io ti espellerò con la stessa determinazione con cui ti ho ospitato. Aspetterò che tu esca di nuovo dalla mia bocca e poi ti vomiterò contraendo l’esofago e tutti gli altri miei visceri. Ti renderò inospitale il mio corpo, trasformerò il mio corpo in un inferno per te e per la tua voce. Ingurgiterò quella medicina espulsiva che mi aveva dato il medico perogni evenienza, se non ce l’avessi fatta più a sopportare la tua presenza dentro il mio corpo. Aspetterò col cuore in gola che tu venga avvelenata, assalita, che ti corroda dentro il mio corpo, che la tua voce venga disattivata. E poi ti espellerò dalla bocca, dall’ano. E’ pericoloso vomitare dalla bocca una serpe di dieci metri, mi ha detto il medico, perché potrebbe uscire tutta la bile. E bisogna stare anche attenti perché basta che resti dentro un piccolo segmento staccato e pieno di uova perché tu possa poi riprodurti di nuovo dentro il mio corpo. Allora ti espellerò dall’ano, ti farò fare all’incontrario la stessa strada che hai percorso quando sei nata dentro di me. Morirai nela stessa materia da cui sei nata. Il tuo corpo comincerà ad uscire tramortito e senza difese, ti spingerò fuori dal mio corpo piegata in due sulla tazza del cesso, ti strapperò fuori dal buco del culo afferrandoti con la mia zampa piena di anelli. “Canta, canta, adesso!” ti dirò gettandoti in fondo al water “Fa’ sentire la tua grande voce là dentro! Vedrai che applausi saliranno dal fondo del cesso, mentre io invece canterò nei più grandi teatri del mondo!”

LA TENIA: Cosa sta succedendo? Perché non riesco più a cantare? Le luci si stanno spegnendo. In sala non ci sono più spettatori. Il teatro sta sbarrando le porte. Non mi ricordo più le arie. Cosa diceva Rigoletto prendendomi tra le braccia? (Sottofondo di voci liriche e di altri canti sempre più deformati e disattivati) Parla… parlami, figlia diletta, o qualcosa di simile. E io come gli rispondevo? Benedite alla figlia, o mio padre, lassù in cielo, vicino alla madre…No, forse non era così che gli rispondevo. Non mi ricordo più. E lui poi mi diceva di non morir… mio tesoro… pietate… mia colomba… e lasciarmi non dei… E quella nota? Cos’era poi quella nota? E la Lucia che cosa diceva? E la Vestale? E la Tosca? E il Macbeth, e la Fedora e la Manon e la Sonnambula e I puritani? E la Norma che cosa cantava allaluna? La luna: che cos’è la luna? Io sto morendo, la mia voce muore, sto scendendo verso una zona fetida, nera, con tutto il mio corpo musicale disattivato. La voce non c’è più. Sto ritornando là dove ero venuto.

Ultimi spaventosi boati della voce della tenia demolita dall’altra voce.

Silenzio.

Il primo amore su carta

 

Il primo amore su carta

di Antonio Moresco

Alcune persone, legate tra loro solo da liberi vincoli di comune passione, hanno pensato di dare vita a questa piccola rivista che cercherà di guardare il mondo da una prospettiva più ampia. Di cosa dovrebbe parlare una nuova rivista nata in questi anni, in una situazione simile? Di competenze specialistiche, estetiche, letterarie? Che apporto, che contributo possiamo dare? Dovremmo giocare la nostra presenza in relazione o in contrapposizione alle meschine confraternite e alle piccole mafie che intossicano anche il mondo della cultura nel nostro paese, né più né meno di quello politico, economico, sportivo…?
   Nel Novecento, le riviste che sono nate via via, promosse da scrittori, intellettuali, pensatori, artisti, poeti… si muovevano nel gioco delle cosiddette poetiche, oppure cercavano interazioni con le strutture politiche di intervento. I loro promotori potevano ancora aggrapparsi a qualcuna delle cosiddette utopie e nutrire o fingere di nutrire l’illusione che fosse sufficiente il loro “impegno” per uno spostamento della configurazione politica e sociale della vita umana all’interno di queste strutture. Vedevano gli uomini attraverso la loro dimensione di volta in volta sociale, artistica, culturale. Per questo sceglievano per le loro riviste titoli che erano all’interno di questo tipo di lettura della vita e del mondo. Era tutto un fiorire di aggettivi come “nuovo”, “moderno”, ecc… Oppure si richiamavano agli spazi e alle pratiche di lavoro e di trasformazione e distribuzione della propria epoca: “laboratorio”, “officina”, “magazzino”…
   Noi abbiamo pensato di chiamare la nostra rivista, leopardianamente, “Il primo amore”, perché, nella condizione in cui siamo, bisogna attingere anche ad altre forze e ad altre possibilità ancora e sempre latenti dentro di noi per riuscire a pensare e a immaginare e a sognare qualcosa che abbia la radicalità sentimentale, emotiva e mentale necessaria per tentare di muovere uno spazio immobilizzato. Perché ormai il primo amore è diventato l’ultimo amore, il primo e l’ultimo amore sono diventati l’unica possibilità, una cosa sola.
A cosa servirebbe fare oggi l’ennesima rivista che non sia altro che l’espressione residuale di piccole specializzazioni all’interno di un tessuto politico e culturale depotenziato? Bisogna avere il coraggio di buttare il ferro a fondo, non limitarci a girare attorno alle cose ma affrontarle di petto. Cercheremo di fare una rivista così. E allora quale può essere la sua ragione, la sua dignità culturale e umana, quale il nostro contributo se non la presa d’atto, senza scorciatoie e senza consolazioni, della disperata situazione e del passaggio che sta di fronte non solo a noi, al nostro paese, ma anche alla nostra specie e alla sua parte scrivente e leggente? Facendola intendere, vedere, sentire in modo inequivocabile, tridimensionale, profondo, per rendere evidente che non c’è un’altra via d’uscita che l’invenzione di un contromovimento che non accetti di porsi in partenza dentro gli stessi limiti angusti, anche se è ancora tutto da inventare, da reinventare, e dove bisogna ripensare completamente i fini, le strutture, le forme, per riattivare capacità umane atrofizzate, i corpi e i percorsi psicofisici e mentali tenuti artificialmente separati. E incontrando, in questo percorso, chi oggi si è già reso conto di quanto sta succedendo davvero, a livello nazionale e internazionale, personale e di gruppo, e sta già dando il suo prezioso contributo di espressione, di riflessione, di documentazione e di lotta.
   Per questo, numero dopo numero, andremo a toccare urgenze sotto gli occhi di tutti eppure ignorate, veri e propri tabù che non vengono portati allo scoperto, focalizzando e guardando il mondo che ci circonda attraverso traiettorie negate, rimettendo in movimento forze intime e mentali da tempo sopite, insurrezionali.
   Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti. Perché anche pensare non basta più. Abbiamo bisogno dell’impensato, dell’inconcepito. Ci vuole qualcosa di infinitamente più profondo di una rivoluzione: ci vuole una rigenerazione.