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in ricordo di Antonio L. Verri, a 15 anni dalla morte

Pubblicato da vertigine su Maggio 8, 2008

La casa dei dolcieri

di Antonio L. Verri

La notte di febbraio è stupenda. Una incredibile e sognante, e traballante figura si muove sull’acciottolato di una strettissima via nel centro di Martano. Molto leggera, nonostante un lieve incespicare. Chiuso in un cappotto, con un sorriso aperto, Stefan mi sta invitando a bere con lui. Accetto. Una bianchissima effigie, un simulacro, gli è accanto, ha la sua stessa statura, stesse fattezze, stesso bastone. Gli si avvicina, gli si sovrappone… Un inverno algido ci accoglie. Sembriamo due merli: lui che si muove in questa viuzza come fosse su un tratto di fiume, io che mi preparo a chissà quali gorgheggi… (L’immagine è pertinente. Come un merlo anche Stefan va pazzo per il lardo: vecchia abitudine delle sue terre fredde: morirà invaso dalla gotta!). E’ anche uno degli inverni che colano argento. Di Martano amiamo tutto. Una vitalità poetica che appartiene a quel tempo, a quegli incontri con Stefan, fugaci, a quei racconti che scorgiamo dai suoi occhi chiari, che appartiene a quelle scritte antiche in piazza - Coloniali, Emporio, Dolceria: ormai rimosse - o a quelle vie, al palazzone del Duca dove riconducevamo le nostre storie… Ma è altro quel che ci siamo proposto: scrivere sulle sue quindici lettere, scrivere la storia che noi abbiamo immaginato fosse sua, raccontare le amarezze e i sogni di Gienek, le dolcezze di Violet… Ed è così che andremo adesso avanti, altri personaggi si affacciano, cercano ancora un piccolo posto, la vita è così vasta e varia… Siamo nel 1956. Stefan è ancora l’unico polacco a Martano. Nel ‘58 verrà ad abitare nel paese Mario Piatek, suo connazionale. Mario Piatek, di Carlo e Schibinska Antonietta, è nato a Poltanice il 6 aprile 1918. Coniugato a Maglie con una De Donno; di professione meccanico: infatti avrà una sua officina, per molto tempo, sotto il bastione circolare del Castello di Martano. La salute di Stefan non è buona. Anzi. La gotta, altri acciacchi, e anche molta malinconia. Lo manda a dire al figlio, arriva persino ad invitarlo in Italia. La proposta è bene accolta da Gienek, anche se con tutte le riserve-paure di un sognatore che, per epistola, veste abiti di pragmatismo. E’ comune un po’ a tutti il disagio del posto in cui si vive, sentire il richiamo di altri luoghi… Figuriamoci per Gienek! Licenziato dal Club in cui suonava, costretto a vendersi gli strumenti, adesso fa il muratore. L’Italia sarebbe una via d’uscita: Violet sarebbe curata come si deve, non sarebbe poi costretta a far la cassiera, Jean che già dimostra predisposizioni per il ballo e orecchio per la musica… Poi se ne va da Franz. A comprare del té per Stefan, delle sigarette. Sarà lo stesso Franz ad occuparsi del pacco. Magari gliene potrà far spedire uno ogni mese… Franz avrà avuto una bottega con mobili di legno scuro e una bella porta a due ante. Alle pareti sicuramente delle stampe di carte di mare, delle navi maestose, qualche vecchio veliero. Pensate un po’. Gienek ha perso o sta per perdere gli strumenti che per lui sono la vita. Leeds è grigia, le sue strade troppo larghe. Ha una bella famigliola, una moglie che adora, una figlia affettuosa, un lavoro come concertista in uno dei migliori locali della città. Non si concede granché di svaghi. Violet che comincia a star male, Jean che cresce ed ha bisogno di cure, poi altro, ed altro… Quel che riesce a concedersi, una sera ogni tanto, è andare a trovare il vecchio Franz: il suo negozio è così pieno di profumi, di spezie, sa di porti, di partenze (e lui sogna da sempre l’America … ), la stessa insegna rossa prometteva “vini d’Oriente dal profondo splendore opalino”… Franz, un tipo incredibile (passato burrascoso, nazionalità incerta) lo tiene legato coi suoi racconti. Leeds ha poco meno di mezzo milione di anime. E’ piena di negozi che luccicano, vetro, porcellana, altre chincaglierie. Gienek vaga per la città. Rientra. Un mesto sorriso a Violet e Jean prima di andare a letto. Adesso è notte. Si alza in punta di piedi. Si avvicina alla finestra della cucina… Si fa assalire da una massa nerastra, da un corpo gigantesco, nero, che senza alcun rumore, senza alcun vibrare, lo prende in pieno petto. Cade stordito. Ripensa ai suoi luoghi in Polonia, a sua madre, ai suoi fratelli, ai progetti che aveva, a quella vita tutto sommato felice… Il 25 marzo del cinquantasette, Stefan riceve una lettera da un suo amico, anche lui di nome Gienek, anche lui rifugiato a Leeds. L’amico gli parla di Andrzej Kowaluk, del fratello Wincenty, di Jozef Rebzda; vorrebbe, attraverso Stefan, rintracciare un polacco, in Italia fin dal 1914. Gli dice anche: “ho l’impressione che tu sbagli a vivere in Italia. Con le tue capacità e il tuo titolo di studio … “. La lettera dell’amico gli riapre la ferita, lui fa già tanto per non pensarci, per andare avanti… Sta per cambiare, è vero, un po’ la sua situazione: avrà una casa dell’Ina, tre milioni come profugo, qualche promessa di lavoro al Municipio: ma è sempre più preda di un lungo silenzio, di uno sbigottimento come mai, di una perdita del senso delle cose, sradicamento, impicci, vino, bisticci in famiglia, richieste del figlio che qualche volta pare piagnucolare. Sua moglie che vive dello splendore della sua giovinezza, ne calca le varie date, i vari languori, tutte quelle lettere e versi che ha ricevuto, che riceve… C’è stato, un tempo, stupore per quest’uomo dagli occhi chiari. La vita non è sempre piena di versi. I malanni, la solitudine, i ricordi… Stefan continua a traballare nelle viuzze di Martano. I suoi angeli lo seguono e lo precedono saltando da un fanale all’altro, gironzolandogli intorno. Sfrecciando, piroettando. Sono gli angeli del freddo, i tao, i tao invernali. E’ tutto così buffo. Lui che pensa alla sua opera. La vita che non cambia di una virgola. E’ tutto veramente così buffo. Lasciarsi dondolare dal vino. Lui continua a pensare alla sua opera, alla Bellezza, alla Valle dei Ciliegi, all’Uomo Blu. Gli sembra che tutto adesso dev’essere più leggero, leggero quanto mai, irregolare, osceno, disarmonico. Fa i suoi piani. Si meraviglia di avere ancora la forza di far piani. E’ oltraggiato è sfatto, ma fa dei piani: sta costruendo una figura ciclopica; stimola, ha dei segreti, il suo omone sarà gigantesco, per tutta l’opera, sta per stravaccarsi sulla Niederdorf, il lungo serpente nel centro di Zurigo. Tutt’intorno sarà un vociare. Delle situazioni buffe, ridicole, dei segni non propriamente suoi, un gran calderone di lingue, degli affettati di ostilità e di burla. Ecco, davanti al piano della sua opera, Stefan prende vigore. A casa borbottano, suo figlio - per lettera - a volte gracchia, contadini e signorotti che tutt’intorno si dimenano. sono ridicoli i palazzi, le risse al Municipio, le case a corte, gli addobbi per l’Assunta. Lui costruirà il tutto come percorrendo il Grande Albero. Otranto è una delle sue Grandi Mete. Dividerà, frazionerà, farà uso delle mille figure, le sintetizzerà, apporrà sue tessere, continuerà a supporre, non ci sarà vuoto. L’aria gelida del mattino gli fa più chiari i dettagli. Il vino è qualcosa della sera. Forse anche l’opera. Ma ci pensa sempre… Intanto Gienek si è venduto gli strumenti, vorrebbe partire in America, la vita in Inghilterra è molto cara, i vestiti di Jean costano ormai quanto quelli di Violet, un viaggio per tre, in Italia, costa circa 60 sterline, inoltre è da sei mesi che non suona, vorrebbe subito ricomprarsi gli strumenti, e bla bla. Queste cose le scrive al padre, ma sicuramente le dice anche al vecchio Franz quando ogni tanto lo va a trovare. Noi che scriviamo siamo affascinati anche da quest’altra storia parallela: Gienek, Franz, i viaggi, le spezie, i porti, le mappe ai muri, le conchiglie giganti nel negozio, l’insegna rossa, le strade grigie, i negozi di vetro… Siamo affascinati, però non intendiamo seguirla. Per l’economia di questo scritto ci interesseremo solo della “storia” di Stefan. L’altra (Gienek-Franz) la lasciamo - è così facile - a probabile sviluppo del lettore. Anche la ragazza che batte al computer questa storia aggiunge qua e là, ben mimetizzate, sue fantasie. Suoi umori. Violet è nata a Dublino, nel ‘28. (Basta questo dato anagrafico per farne un personaggio-eroina? Sempre ogni nostra mossa è frutto di letture e passioni?). Gienek, nel ‘23, in Polonia, Jean a Leeds nel ‘50. Vogliono lasciare l’Inghilterra, preda di scioperi e di vita grigia, vorrebbero arrivare in America, feste tranquille, malattie, incidenti, una lettera per Burmaz, ancora da Franz per té e sigarette, Irene che si fa viva dopo sette anni, ecc. Granelli, frammenti di questa Utopica Anagrafe Universale, proposta dai Mormoni, che non dovrebbe corrispondere alla sola elencazione dei trascorsi e dei viventi. Una grande Summa, un Lavoro Impossibile, ma Tremendamente Affascinante, un Libro vasto quanto il mondo, un testo di simulacri, di soffi, di parentele lontanissime, di incroci impensabili, di linguaggi che possono essere ricondotti ad un unico suono. Per porre anche noi la nostra tessera, per questo abbiamo tirato fuori le lettere di Gienek a Stefan… Ma poi scopriamo che il gioco delle testimonianze va sempre oltre, è sempre più complesso, ogni Unità ha la sua storia, le sue storie, legami con i luoghi, con le cose, disparità, passioni, disavventure, idee, complicità. Ogni storia, ogni Unità merita più di quattro righi, merita una cornice, dei punti di riferimento, delle attenzioni diversissime, delle metafore. Allora non un’Anagrafe Universale ma un impossibile Libro di tutte le Storie. Una incredibile quantità di scritture. Una altrettanto incredibile varietà di scrittura. Insomma: un mondo più scritto che vissuto, strapieno di giri di frasi e figure retoriche… Ogni Unità ha la sua storia. Noi stiamo raccontando quella di Stefan. O quella che abbiamo supposto fosse sua. Potevamo e possiamo tentare ogni direzione, avere i lari che preferiamo, organizzare per questo e non per quello, smussare, defilarci, bagnarci, non credere… E’ ancora inverno. Le giornate sono gelide. il campanile dell’orologio è sempre più annerito. Piazza Assunta sembra avere delle rughe profonde. Stefan dondola nella solita viuzza lastricata. E’ solo, ha una buona barba, scivola preda delle alghe, sente tre volte la sirena, sta per affondare… Si affretta verso la solita osteria. Tao del freddo stridono a mezz’aria. Pensa all’ultima lettera del figlio: “tu hai in te qualcosa che io non riesco a capire… segni del tuo passato… perché non scrivi della tua vita, delle tue vicende in Togra?”. Incitazione all’opera. Qualora ce ne fosse bisogno. Stefan, adesso, sta bevendo e sta pensando. E’ chiuso in un cappotto. Tira un foglio dalla tasca interna (gli avventori non si meravigliano, Stefan viene da lontano … ), lo guarda intensamente, a volte alza gli occhi nel vuoto. Sta pesando gli ultimi appunti presi. Anche se la vita è così buffa. La Valle dei Ciliegi. L’Uomo Blu. La Bellezza. L’Ostilità. La Difformità. (11 deforme nutre l’opera, la storia potrà essere grazie alla inalazione del deforme. Non sembra, ma tutto si muove su flusso irregolare. Non ondeggia. Incespica, racconta, incespica). Il Suono. L’Attrazione. L’Ascensione. La Varietà delle cose. La Nudità (il sentore della morte). Stefan continua ad armeggiare col suo foglio. Lo gira, lo rigira. Una figura ciclopica, disarmonica, l’opera che ramifica, s’insinua, la felicità nel gioco, l’invenzione, paura che a muover molte pedine… Inganni, autoinganni, gli arabeschi, il puramente decorativo ci travolge, il disfacimento, la voluttà, gli occhi larghi, la scommessa, quel che si corromperà, quel che avvizzirà… Stefan fa vita sempre più solitaria. Prende la corriera per Lecce solo quando è necessario. Le giornate a Martano adesso sono piene, sente di poter dominare quel che sta macchinando. Sente anche l’inutilità di quel che gli gira intorno. Non sopporta più nessuno. Riceve lettere, risponde, qualcuno lo avvicina, qualcuno ha bisogno. Lui continua a far tutto come prima. Ma non gli importa. Il suo amico Hanna, altri vecchi amici, il figlio che si lamenta, gesti meschini, accuse, disagio di Stefan, male di vivere, risarcimenti, Gienek che ha ottenuto il passaporto per l’America, Violet che non sta bene, libertà, rapporti rotti e ricuciti… Lui invece pensa a come poter riportare su pagina il superfluo, le dovizie, la confusione, la facile perdita d’equilibrio, i cartocci d’acqua, le falde, i vortici, le allusioni varie, la navigazione cieca, le navi d’amore, le buffonerie… E’ affascinato dalla ruota del pavone, dal culo di un cisto, dalla crosta terrestre, dai cristalli, dai viventi, dai tumori, dalla complessità. Nella sua testa, sul suo tavolo (accanto al vino e al bastone) i Materiali, la Metafora, il Grande Corpo, il Vociare, la Favola, le Figure Retoriche… La Martano dei primi anni Sessanta non è diversa da quella di oggi. Il Grande Corpo sta per franare sulla Niederdorf - insieme ad esso i gusti, gli alfabeti, la cultura intera. Stefan è sempre più traballante. Il suo Libro non ha storia, non ha personaggi… Il tempo sembra volare. Siamo agli inizi degli anni Ottanta. Stefan ha una buona barba bianca. E’ sempre chiuso in un cappotto, gli angeli del freddo che gli giocano intorno. Invaso dalla gotta. Gli occhi sempre più chiari. Guarda il primo piano di una vecchissima casa, in piazza Assunta. La sua vecchia casa. In un cassone e in un vecchio comò i suoi libri, tutte le sue carte, i soffi e le disarmonie di tanti anni… Ho ancora negli occhi la sua incredulità, il suo dondolare, la tregua cui sembrava accennare… In quella vecchissima casa c’è un Lucernario. Pure si sono alternate generazioni di Ombre. Delle Crisalidi che trascorrevano in punta di piedi. A pianterreno c’era la casa del Torrone, dei Quaresimali, del Caffè dei primissimi avventori. La Casa dei Dolcieri, non più abitata.

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una prosa di Antonio Verri

Pubblicato da vertigine su Dicembre 10, 2007

abstract - ecco

di Antonio Verri

Ecco.
Mamma ed io eravamo ancora vestite di bianco la seconda volta che vidi la luna crescente. Era una giornata fredda e andavamo a visitare la tomba di papà; mamma aveva comprato monete di carta dorata e argentate da bruciare, perché gli giungessero nell’altro mondo. Quel giorno fu molto buona con me: quand’ero stanca mi portava in spalla; alla porta della città mi comprò delle castagne arrosto. Faceva molto freddo, soltanto le castagne erano calde; perciò, invece di mangiarle, le tenni per scaldarmi le mani… In un tempo lontano, il Cielo e la Terra non erano ancora separati; lo In e lo Yo non si erano ancora divisi, formavano un ammasso caotico, simile a un uovo, dai contorni vaghi, ma con dentro germi. Poi, la parte più pura e chiara si assottigliò, si estese e diventò il cielo; la parte più pesante e torbida si depose, e diventò la terra. Per l’elemento più sottile il conglomerarsi fu facile, quello pesante e rozzo consolidò con difficoltà. Per questo il Cielo si formò per primo, mentre la Terra tardò a prendere forma. In seguito fra l’uno e l’altro sorsero esseri divini… Un viaggiatore una volta chiese alla domestica di Wordsworth di mostrargli lo studio del suo padrone, e lei rispose: “questa è la biblioteca, ma il suo studio è là fuori, oltre la porte…”
Quando furono creati in alto il cielo azzurro, in basso la terra bruna, il suolo che costituiva i paesi galleggiava, la tartaruga aveva sette colori, l’ape era lucente… Stefan è in una camera d’albergo. Al tavolo vicino alla finestra.
Scrive. Riscrive. Ha davanti una Caffetteria, la sede di un giornale, un venditore di modellini, e un grande palazzo illuminato. Dei marinai, attaccati da vari alfabeti, ricordano con fragore una loro isola artificiale, ricca ed effervescente. Salgono i prezzi degli immobili. Commerci,negozi, grandi magazzini, alberghi. Lunghe attese per i saldi da Harrod’s. una tartaruga a sette colori, un’ape lucente, una nave di crema…Tutte le grandi forme stanno per conquistarsi una vetrina. Grattacieli, sedi espositive, shopping-center, parchi giganteschi, quartieri dormitorio, grattacapi per il rifornimento d’acqua, spazzatura da smaltire, linee telefoniche sovraccariche, traffico aumentato.La gente non è priva di vesti, olio, profumi.La città sprofondò nel silenzio, i guerrieri chinarono la testa sulle ginocchia. Stefan si rattristò.
…Poi mi rivolsi verso nord, mi proponevo di raggiungere la capitale:avevo voglia di vivere.
Sul Limmat nella notte provai il mio arco. Lontano, scrivevano sui muri.
Dal ventre di Guisnes si sollevò una montagna colossale che aveva la base di molle argilla e la sommità di lucente, duttile stagno.Mi trovarono le guardie di ronda nella città; mi percossero, mi ferirono, mi tolsero il velo. Da quel momento accompagnai i miei disegni con parole prive di senno. Mi spaventava la vastità della Terra. Il vagare sulle gelide acque e il non poter godere il sole in una tranquilla pianura. Poi i cigni e i cavalieri si salutarono…
…Trasformato di nuovo fui un salmone azzurro, fui un cane, fui un cervo, un capriolo sulle montagne, fui un bastone e una vanga; per una anno e mezzo fui un trivello in una fucina. Fui anche un gallo bianco picchiettato, voglioso di galline. Fui finalmente un sasso, un cristallo.Poi fui trasformato di nuovo!Il ponte davanti era di burro fresco.Hanno corpi ben fatti e lisci, occhi simili a stelle azzurre, denti di puro cristallo, sottili labbra rosse. Ora somiglia ad un ritratto stinto; qua ancora vivo, là sbiadito.Amavo veder ondeggiare le ragazze di Weimar.Stanotte verso le due si udì un gran sospiro…e intanto i ceppi penetrano sempre più nei tuoi polsi e nei tuoi piedi.Una sera feci visita a miss Mendenhall per restituirle la lettera.Diffidavo delle loro ferrovie e dei loro telegrafi.Abiti a Becches, e non conosci le novità?Sempre ho visto che il fingersi tiepido porta fortuna.Dissimila e pazienta. Sono tantissimi i frammenti…Cyber è il pilota, il navigatore. Il timoniere. Alla ricerca di connessioni e informazioni. In una realtà forse illusoria. Stordito. Racconto. Meraviglia. Silenzio.

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Verri/De Candia

Pubblicato da vertigine su Luglio 8, 2007

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Edoardo, un cavaliere senza terra

di Antonio Verri

Cominciamo con un falò. Due pittori ventenni - siamo a Lecce, estate 1954 - che hanno respirato quel che di buono si può trarre da una scrostata cultura di provincia, e che hanno sul volto i segni eretici di quel che sarà il loro comportamento e la loro operatività, hanno accatastato un buon numero di tele, legno, faesite o che altro, e si accingono ad appiccare il fuoco. C’è tensione, e sotto sotto anche un po’ d’allegria, speciale allegria. il fuoco è acceso, man mano cresce. I due giovani sono come intontiti, e si godono il fuoco o girano intorno al fuoco. I loro nomi: Francesco Saverio Dodaro (viene dalle “stazioni” di Bari, Bologna, Parigi) ed Edoardo De Candia. Pensateli, ancora per un attimo, intorno al fuoco, con sul volto tutta quella luce, con gli occhi spalancati, i movimenti rapidi, pensate al fragore del fuoco, pensate al silenzio improvviso che scende sui due giovani artisti, pensate anche alle loro grida improvvise, a loro che forse vorrebbero esplodere… I due sono là per celebrare qualcosa: dalle ceneri, da quel fuoco una loro totale rinascita. Dal falò in poi sarebbero vissuti e avrebbero operato - come poi in effetti è stato - come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi… Anzitutto. Che bruciavano? Si purificavano da quali mostruosità? Cosa volevano affossare? Ecco: Dodaro bruciava le sue tele astratte -informali - surreali che comunque rappresentavano già una autentica violazione, per passare al versante dell’analisi e della letteratura; De Candia tutte quelle opere, fino ai vent’anni, di ispirazione, diciamo, massariana (parliamo di Michele Massari), con temi e pennellate non certo degne del De Candia successivo. Perdonate se ci attardiamo ancora su questo falò, lo facciamo per due soli buoni motivi. Uno: per dirvi che da quel fuoco sono venuti fuori due trasgressori finissimi, due innovatori credibilissimi, ognuno col suo cielo e con le sue stelle. La loro dimensione, cari signori, è europea, e a questo sono approdati solamente con la foro speciale cultura, il loro istinto, le loro intuizioni (lasciamo al tempo, a qualche grosso storico