Archivio per la categoria ‘Beat Generation’

Intervista ad Allen Ginsberg

Pensieri raccolti da Pierre Joris, per la rivista Actuel, nel 1971

Che cosa significa essere un poeta in America oggi?

Nel momento in cui la stessa esistenza del pianeta è in pericolo, il ruolo di un poeta o della poesia possono sembrare ridicoli. Il movimento è la cresta di un’onda piu profonda, l’apparizione di una coscienza piu larga, una coscienza piu biologica che politica. Una nuova percezione del politico, appare piu lentamente, indissociabile dall’ecologia. La percezione ideologica del politico, il marxismo, non offre piu alternative di quante ne offra il capitalismo di fronte al disastro biologico che ci minaccia. Cio detto, dato che i poeti amano correre nei boschi e rotolarsi nell’erba, è normale che siano i primi a sentirsi coinvolti dalla violenza sulla natura ricoperta di escrementi di robot.

Hai abbastanza tempo per scrivere?

No, veramente no. La mia poesia è mutilata. Mi occorrerebbero molti mesi di calma e di solitudine quel che non mi succede da molto tempo. Accarezzo un vecchio sogno buddista: fare dei ritiri di mille giorni. Tre anni senza rispondere alle lettere nè ai colpi di telefono. Un giorno, presto o tardi, riusciro a farlo. Potrò infine scrivere un lungo poema, due o tre giorni di scrittura continua senza nulla che mi interrompa… Non posso farlo attualmente: scrivo delle poesie corte: sarebbe miserabile abbandonare e consacrarmi alla scrittura-meditazione nel momento in cui lo stato poliziesco minaccia. Non posso far nulla per salvarmi. Si salvi chi puo! C’è troppo da fare. Man mano che si moltiplicano i corpi, si costata una assenza crescente di anima negli individui. Dei milioni di cadaveri sulla quarantaduesima strada, delle bambole di cera a Park Avenue.

Ma prima di interessarti all’ecologia, riconoscevi l’estensione di questa malattia dell’uomo?

Molto confusamente. Sapevo che il desiderio era frustrato, che l’immagine dell’uomo era rinnegata dall’uomo stesso. E la conseguenza di questo rifiuto del senso era la distruzione della natura e degli esseri. Io mi sono reso conto che era ancor peggio. Ci son voluti miliardi di anni perchè enormi equilibri naturali si stabilissero tra l’uccello, l’insetto, la pianta, l’uomo, le nuvole, il fiume, il mare. Colpire uno di questi equilibri lacera l’insieme, come quando si strappa uno dei fili della rete del ragno. Per me, questo proviene da un mostruoso egotismo. Gli uomini pensano di poter controllare tutto e vogliono pianificare la natura, senza neppure farlo con l’eleganza dei principi, ma da dittatori. Rompono con tutte le loro radici naturali. Questo isolamento rende la gente pazza senza neppure che se ne rendano conto. La schizofrenia proviene da un disequilibrio chimico del corpo che provoca dei disordini della percezione e dei turbamenti del linguaggio e del pensiero. Ebbene, il corpo dello stato è avvelenato e questo provoca delle paranoie e delle schizofrenie. Le si proietta all’esterno e le si imputa a dei virus gialli ed asiatici: in realta noi abbiamo prodotto i nostri virus da soli.

Come vedi l’avvenire?
Coi capelli lunghi, è importante, il segno di un risveglio, una rivoluzione del corpo. Hashish o acido, la coscienza si allarga come la fusoliera che si alza nell’aria. L’universo è una fusoliera. Evocavo ieri sera la possibilità di una catastrofe ecologica. Un amico mi ha risposto: da un punto di vista buddista questo non cambia niente.

Il tuo amico Gary Snyder tuttavia è buddista e militante insieme…

Gary termina sempre i suoi manifesti con una formula di questo tipo: “in tutti i casi, questo non ha alcuna importanza”. L’apocalisse non è che una piccola questione. Dice anche: “fin quando un solo barbone non avra dove dormire, io presto giuramento di fornirgli un letto”. Bisogna continuare ad agitarsi, a militare. Il buddismo può incontrarsi con il progressismo. Gli esseri viventi sono innumerevoli, io faccio voto di salvarli tutti. Calmare le sofferenze degli uomini cominciando con le proprie. Io soffro ancora di una folla di attaccamenti, soprattutto di tipo sessuale, di desideri, di solitudini.

Questo ti dà fastidio?

Talvolta, mi metto a piangere da solo, per conto mio, e mi masturbo, io non sono un fiore, sai, sono solo un cadavere che si masturba.

In un certo periodo volevi avere un figlio.

Non proprio. Era una esagerazione, il riflesso di una fantasia borghese del New Jersey. In India ho incontrato Citaram Onkar Das Thakur, un guru vaishnavite dei piu tradizionali. Lui diceva: “rinuncia al desiderio di avere dei figli”. La parola desiderio è essenziale. Non ha detto: “rinuncia al bambino, ma “rinuncia al desiderio”. Adesso, ho paura. Finisco la mia vita in un mondo assassino popolato di suicidi, di lupi che si sgozzano l’un l’altro. La civilizzazione che crolla è la trappola che si richiude su di noi. La terra si restringe, e noi con essa. Le città sono condannate dalla loro stessa natura di città. E noi, con l’età, viviamo con più angosce. La vita diviene in se stessa psichedelica.

Perchè continui a scrivere?

E’ una forma di meditazione. Scopro il mio pensiero latente, l’articolo verso l’esterno. E’ anche una certa forma di solitudine, ed io voglio comunicarla, che gli altri possano toccarla, toccarmi, e che io possa toccare la gente. Una superstizione. Come era bello Rimbaud. Il vecchio romanticismo, la gloria letteraria del poeta, il mondo di Shelley, di Whitman, quello di Hakui, Han Shan issa, Buddha, Sayaka Lama, Milarepa, Shankara e William Blake. E’ la sola cosa che io sappia fare, il mezzo sociale più facile che io conosca per guadagnarmi la vita. Parallelamente od all’interno dei media, il bardo è un agente correttore dell’allucinazione delle masse. La poesia trasmette personalmente le informazioni reali. Tu le vedi e le senti alle fonti non censurate del subconscio. L’allucinazione dei media è al contrario una realtà censurata. La poesia rompe questa ripartizione meccanica, funzione essenziale come provano oggi i poeti russi. E’ ugualmente legata al ritmo del corpo, una via verso l’estasi, coscienza visionaria. Ecco dunque il mio sadhana, il mio yoga, la mia vita. Ho amato Kerouac, Burroughs… talvolta dimentico che Kerouac è morto, rido all’idea delle sue reazioni davanti ad una frase che scrivo e che mi diverte. E poi: non c’è nessuno per vederla, ed allora, per chi scrivere? Pensavo a Pound la notte scorsa: tutti i suoi amici sono morti. Scriveva, immaginava le reazioni di Eliot, di Zukofski, di Brancusi e di Bunting. Sono sicuro che quando Pound scrive e trova il simbolo poetico esatto, una scintilla di piacere attraverso il suo spirito all’idea che Bunting riconoscerà ed approverà la sua parola. Un uomo come Pound ha visto attraverso gli occhi dei suoi amici, ha pensato con la loro mente. Allo stesso modo io penso con lo spirito di Kerouac, spesso con quello di Burroughs, di Gregory Corso, Peter Orlovski o Gary Snyder, o quello di mio padre, anche con quello di un tipo con cui vorrei andare a letto. Scrivo per dire quel che io potevo dire quando io ero ancora in vita.

Jack Kerouac in Italia: 1966

un’altra poesia del mio Gregory Corso

Cara ragazza

di Gregory Corso

Con persone conformi

Lontano dal mobilio preraffaellita

Senza alcuna promessa se non la rarefazione giapponese

Metto su casa

Pronto a mangiare con te e andare a letto con te

Ma quando lo spirito vinto si sprigiona

E indica una nuova luce

Chi si prenderà cura dei gatti?

Allen e Louis Ginsberg, Affari di famiglia

 

ALLEN E LOUIS GINSBERG: FAMIGLIA, POESIA, POLITICA

di Rossano Astremo

Un documento importante, una modalità differente per entrare nel mondo di Allen Ginsberg, uno dei più grandi poeti del Novecento, attraverso la lettura della corposa corrispondenza con il padre Louis, anch’egli poeta. Trecento pagine di lettere tra i due, scritte tra il 1957 e il 1965, ora pubblicate da Archinto, con il titolo di Affari di famiglia. Anni fondamentali questi per Ginsberg e per l’intera Beat Generation. Tangeri, Venezia, Roma, Parigi, poi il ritorno, poi la nuova partenza, San Francisco, Argentina, Cile, Bolivia, Perù, Marocco, Israele, India e ancora Cuba, Cecoslovacchia, Unione Sovietica. Anni di viaggi senza mai smettere di tenere informato il padre sul suo stato di salute, ma non solo. Uno scambio fitto con alcune costanti che emergono: la famiglia, la poesia, la situazione politica. Il girovagare di Ginsberg inizia nel marzo del 1957, periodo fondamentale per i Beat, perché, a pochi mesi dall’uscita di “Urlo e altre poesie”, primo libro di Ginsberg, questo viene sequestrato per oscenità e il processo successivo, seguito da Ginsberg da Parigi, non fa che aumentare il successo di vendite del libro e la crescita di fama di Ginsberg e dei suoi sodali. Nel settembre sempre del 1957 Kerouac pubblica, dopo anni di peripezie e rifiuti editoriali, “Sulla strada”, nel 1958 Corso pubblica “Benzina” e di lì a poco Burroughs avrebbe dato alle stampe il fondamentale “Pasto nudo”.
La crescita di fama di Ginsberg è uno dei temi fondamentali della corrispondenza con il padre Louis, il quale considera ottima la poesia del figlio, con qualche riserva per la prosa di Kerouac (totale la sua stroncatura a “I sotterranei”) e per alcune idee dell’intero movimento: “Quelli della Beat Generation sono ribelli a causa di un mondo disordinato ma senza Causa; tutto per loro è completamente sbagliato; essi soli nella loro speciosa umiltà e religiosità arrogante sono nel giusto; vanno agli estremi e buttano via il bambino con l’acqua sporca”. Louis Ginsberg è uno scrittore che vede con perplessità le sperimentazioni di molta poesia a lui contemporanea, ma si è sempre dimostrato aperto all’ascolto: “È vero che i nostri metodi di scrivere versi possono essere differenti, ma entrambi aspiriamo all’idea centrale di una maggiore consapevolezza, un’intuizione più profonda e un più ricco godimento del fenomeno stupefacente della vita”.
Se l’affetto tra i due non è mai stato messo in discussione, se, nonostante gli accesi scambi epistolari, le differenti visioni sul ruolo e sui modi di far poesia riescono a rinvenire un punto di consonanza, è la politica il vero terreno sul quale padre e figlio non troveranno mai un accordo. Un approccio totalmente diverso sulla rivoluzione cubana, sullo stato d’Israele, sull’evolversi della guerra fredda e sulla guerra in Vietnam, saranno alla base di accese accuse, dirette, pungenti, impetuose. Scrive Louis: “Scrivi ancora lettere e non cartoline perché ho una gran voglia di sapere tutto su quello che fai e che pensi, anche se, almeno in politica, siamo d’accordo di non essere d’accordo”. Ginsberg è un pacifista, di lì a poco diverrà il padre spirituale dei figli dei fiori e punto di riferimento del movimento hippy, la non violenza sarà uno dei valori che perseguirà sino alla morte. Il pragmatismo del padre e il suo anticomunismo sempre manifestato a spada tratto saranno terreno minato di inconciliabili discussioni.
“Affari di famiglia” è un piccolo gioiello per tutti i cultori della Beat Generation.

Barry Miles, Il Beat Hotel

 

Non solo topi al Beat Hotel

di Rossano Astremo

Il Beat Hotel non esiste più. Ora al numero 9 di rue Git-le-Coeur di Parigi è situato lo sciccoso Relais-Hotel du Vieux Paris. Il Beat Hotel di chic aveva ben poco. Era gestito da un’anziana signora, Madame Rachou, ed era famoso per la presenza di topi che sgattaiolavano da un corridoio all’altro.
Il piccolo albergo parigino assunse questo nome dopo l’arrivo, nel 1957, di Gregory Corso, Allen Ginsberg e Peter Orlovsky. In quel periodo Ginsberg aveva da poco dato alle stampe “Urlo”, con il seguente ritiro del libro dal mercato, accusato di oscenità, e il processo, che lo vide vincente, seguito dallo stesso autore da Parigi. Kerouac, che fu l’unico grande esponente della Beat Generation, a non mettere piede in rue Git-le-Coeur, viveva, dopo anni di rifiuti editoriali, gli effetti del successo di critica e pubblico di “Sulla strada”, uscito il 5 settembre dello stesso anno.
Barry Miles, in Il Beat Hotel, libro da poco pubblicato da Guanda, ricostruisce gli anni parigini della Beat Generation, e lo fa attraverso un libro che, più che soffermarsi sulla forza letteraria di quel pugno di scrittori che diede un forte scossone alla cultura del Novecento, evidenzia curiosità e aneddoti. Burroughs arrivò al Beat Hotel nel 1958, poco dopo Ginsberg abbandonò l’albergo e il suo posto di “confidente” dell’uomo invisibile venne preso dall’artista Brion Gysin. Burroughs e Gysin furono gli ultimi ad abbandonare l’albergo, quando questo chiuse agli inizi del 1963. Parlavo di aneddoti, in precedenza. I beat, nei loro anni parigini, vollero incontrare grandi esponenti della cultura francese e molti li incontrarono, da Michaux a Céline, da Breton a Duchamp.
E fu proprio durante una di queste feste a base di alcol e droga che Corso, pensando di compiere un atto estremamente dadaista, tagliò la cravatta di un esterrefatto Duchamp. Gli anni parigini, però, furono importanti soprattutto dal punto di vista creativo. Al Beat Hotel Allen Ginsberg scrisse le sue poesie più famose, escluso “Urlo”, Corso compose “Bomb” e “The Happy Birthday of Death”, Brion Gysin inventò la teoria del cut-up, ovvero la letteratura nata dal taglio di altra letteratura, William Burroughs terminò “Pasto nudo” e la trilogia “La morbida macchina”, “Il biglietto che è esploso” e “Nova Express” , lì furono ideati e organizzati, grazie anche alla perizia tecnica di Ian Sommerville, i primi spettacoli di luci e proiezioni corporee multimediali, gli antesignani degli spettacoli rock con luci psichedeliche, lì fu costruita la Dreamachine, la macchina dei sogni che creava allucinazioni visive, lì venne girato, regia di Antony Balch, il film sperimentale inglese “The Cut-Ups”.
Tutto ciò contaminato con un uso assiduo di droghe, le più varie, tutte volte a far emergere zone nascoste della coscienza. Si può dire, senza ombra di dubbio, che gran parte della controcultura americana, che avrebbe dato vita da lì a poco al movimento hippy, prese forma all’interno del losco hotel gestito da un’ignara Madam Rachou.

Henri Michaux incontra i Beat: dal libro che sto leggendo

 

tratto da Il Beat Hotel

di Barry Miles 

Non molto prima della partenza di Ginsberg lui e Burroughs riuscirono a contattare un’altra icona che avevano da tempo cercato di conoscere. Agli inizi del 1957 Henri Michaux, poeta e pittore belga, aveva pubblicato Miserabile miracolo, diario di molti mesi di esperimenti con la mescalina. “Per ore di fila si passa da piccola morte a piccola morte” aveva scritto, “dal naufragio al salvataggio, soccombendo ogni tre o quattro minuti senza la benché minima apprensione, solo per essere gentilmente, meravigliosamente resuscitati ancora una volta”. Dopo il terzo esperimento, cominciò anchea fare disegni sotto l’influenza della droga. Allen e Bill erano tutti e due interessati ai suoi esperimenti e parlarono di lui a Jean-Jacques Lebel, che era molto vicino a Michaux.Infatti era stato Michaux a iniziare Lebel all’uso di due allucinogeni come la psilocibina e la mescalina. Dopo la fine disastrosa dell’incontro con Duchamp, Man Ray e Peret, Jean-Jacques si chiedeva però come combinare al meglio quest’ultimo. Michaux abitava proprio dietro l’angolo, al 16 di rue Seguier, sull’altro lato dell’isolato, ma Jean-Jaques era riluttante a portarlo al Beat Hotel. Lebel ricordava:”Ero solito fare una visita a Michaux prima di andare a trovarli al Beat Hotel, e Michaux chiedeva ‘Dove stai andando?’ e io gli rispondevo ‘Vado a trovare questi matti americani che abitano qua. Sai, sono fantastici, poeti e grandi persone’. Michaux era un tipo molto solitario, una specie di eremita. Ma aveva un grande interesse per le poesie che stavo traducendo e io gliene diedi qualcuna, inclusa una copia di Urlo. Ci teneva molto a conoscerli ma mi bloccavo al pensiero, ‘Non posso certo portar lì Michaux’, perché, sai, c’erano i topi. Era davvero un posto tremendo, e temevo che lui sarebbe stato sconcertato dal sudiciume. Nemmeno potevo pensare di portare loro a casa di Michaux perché in quei giorni Gregory era assurdamente irrazionale. Così stavo cercando un modo simpatico e cordiale per farli incontrare e un giorno accadde. Andammo a sbattere l’uno contro l’altro in strada. Io esclamai ‘Oh, Henri Michaux’, e Allen subito, ‘Henri Michaux. Il grande Henri Michaux?’ e continuò, nel suo pessimo francese, ‘Moi admirer boucoup vous’ o qualcosa del genere, ma Michaux non sopportava adulazioni e lo interruppe, però fecero amicizia e Michaux andò a trovarli”.

una poesia di Peter Orlovsky

 

Prima poesia

di Peter Orlovsky

Un arcobaleno entra versandosi nella mia finestra. Sono elettrizzato.
Canzoni esplodono dal mio petto, tutte le mie lacrime cessano, il mistero inonda l’aria.
Cerco le mie scarpe sotto al letto.
Una grossa donna colorata si trasforma in mia madre.
Non ho ancora denti finti. Immediatamente dieci bambini si siedono sul mio grembo.
Non taglio la barba da un giorno.
Ho bevuto un’intera bottiglia con i miei occhi chiusi.
Ho scritto su un foglio e mi sento nuovamente sdoppiato. Voglio che tutti mi parlino.
Raccolgo la spazzatura dalla scrivania.
Invito duecento bottiglie nella mia stanza, le chiamo insetti di giugno.
Uso la macchina da scrivere come cuscino.
Un cucchiaio diventa una forchetta davanti ai miei occhi.
I vagabondi donano a me tutti i loro soldi.
Ciò di cui ho bisogno è uno specchio che mi accompagni per tutta la mia vita.
Nei miei primi cinque anni di vita ho vissuto in pollai con poca pancetta.
Mia madre mi mostrava la sua faccia da strega e mi raccontava storie di barbe blu.
I miei sogni mi sollevavano dal mio letto
Sognavo di saltare nel vortice di una pistola per lottare con una pallottola.
Ho incontrato Kafka e lui è salito su un appartamento per evitarmi.
Il mio corpo si è trasformato in zucchero, versato nel tè ho trovato il senso della mia vita.
Ciò di cui avevo bisogno era inchiostro per trasformarmi in un ragazzo nero.
Cammino per le strade cercando oggi gente che mi accarezzi.
Ho cantato sugli ascensori credendo di raggiungere il paradiso.
Sono sceso all’86° piano, correndo lungo i corridoi, alla ricerca di mozziconi freschi.
Il mio sperma diventa un dollaro d’argento posato sul letto.
Guardo fuori dalla finestra e non vedo nessuno, Vado in strada, guardo verso la mia finestra e non vedo nessuno.
Così parlo all’idrante, e gli chiedo “Hai delle lacrime più grandi delle mie?”
Non c’è nessuno in giro, piscio ovunque.
Mie trombe di Gabriele, mie trombe di Gabriele: Spiegate i canti di gioia, il mio giubilo immenso.

(traduzione mia)

una poesia di Denise Levertov

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Gente di notte
di Denise Levertov

Una notte fendente tra te e te
e te e te e te
e me : ci si allontana a spinte, un uomo si fa avanti sgomitando
nella folla. Noi non
ci cercheremo, nemmeno –
vagheremo, ciascuno per sé, senza guardare
nella lenta folla. Tra i numeri di contorno
sotto le insegne del cinema,
quadri di milioni di luce,
giganti che si muovono e si muovono ancora,
ancora, su una nube acre di odori,
patate fritte, noci arrostite –

O salire in un appartamento, il tuo o il tuo, e trovarci
qualcuno seduto al buio:
chi è, veramente? Perciò accendi la
luce per vedere: il nome lo conosci, ma
chi è?
Ma non vedrai.

La luce fluorescente tremola cupa, una
pausa. Ma tu comandi. Afferra
ogni viso e per i capelli
lo tiene sollevato per te, maschera dopo maschera.
Tu e tu e tu e io ripeto
gesti che spingono all’azione se il discorso
ha fallito e parlo
e parlo, ridendo, dicendo
“io” e “io”
volendo dire “Chiunque”.
Nessuno.

una poesia di Gregory Corso


Poesia della bambola

di Gregory Corso

Una bambola preferita

sa il dolore dell’addio di un bimbo.

Sepolta nella culla in soffitta muore per sempre.

I colori di caramella sbiadiscono

i calzoni lunghi ci portano altrove

e su mani di bimbo crescono i peli.

Matite masticate, graffiate, spiccioli in tasca

dove sono?

Il corpo del bimbo è più lungo

lungo come la terra

tutti gli passano sopra, alcune su sedie a rotelle,

lungo il viaggio invidioso e folle.

La bocca erutterà gazosa e canditi.