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Charles D’Ambrosio, Il suo vero nome: recensione

Pubblicato da vertigine su Marzo 11, 2008

 

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Charles D’Ambrosio e la stronza vita
di Rossano Astremo

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La casa editrice minimum fax pubblica “Il suo vero nome”, raccolta di racconti dello scrittore americano Charles D’Ambrosio, a meno di due anni di distanza dall’uscita di un’altra sua raccolta, “Il museo dei pesci morti”, libri entrambi tradotti dall’infaticabile Martina Testa. In occasione della pubblicazione di “Il museo dei pesci morti” scrissi queste parole: “D’Ambrosio è abile nel costruire piccoli mondi suggestivi e realistici, popolati da individui lacerati da ferite non arginabili, vinti fotografati nei momenti di massima inazione rispetto alla propria vita”. È una considerazione che tuttora condivido. Mi sembra che sia il dolore il tema con cui, dopo uno strenuo corpo a corpo, D’Ambrosio riesce a dialogare con pura ed armoniosa eleganza. In tutte le sue storie prendono sostanza personaggi sempre sull’orlo del crollo totale, piccole equilibristi situati nel grado zero della vita, il tutto reso con un’alternanza perfetta tra dialoghi e descrizioni di stati d’animo. D’Ambrosio è una sorta di Raymond Carver sotto la cui pelle si è insidiato il demone del primo Rick Moody. Mescola, quindi, l’essenza dello stile alla potenza in cancerosi del contenuto: famiglia, amicizie, amori, dolori e morte sono le scie lunghe sulle quali lo scrittore cresciuto a Seattle, ma che attualmente vive a Portland, fa germogliare le sue narrazioni. Senza addentrarmi analiticamente nei contenuti delle stesse, invitando, quindi, tutti ad entrare nel mondo di D’Ambrosio, che considero una delle più grandi scoperte compiuta da Cassini & Co. negli ultimi anni, spendo qualche parola sulla scelta del titolo del libro in questione. Il libro, che è anche l’esordio di D’Ambrosio, è uscito negli Stati Uniti nel 1995 col titolo di “The Point. Stories”. “La punta” è il titolo del racconto che apre “Il suo vero nome”, storia di un tredicenne che, dopo aver assistito al tragico suicidio del padre, medico in Vietnam, riaccompagna adulti completamente sbronzi a casa, al termine di feste organizzate dalla madre, anch’essa alcolista. A differenza dell’editore americano, minimum fax decide di chiamare il libro “Il suo vero nome”, come il secondo racconto del libro, storia di un disperato viaggio di una malata terminale affrontato assieme ad un uomo conosciuto per caso ad una pompa di benzina in cui lei lavora. Un amore intenso, dolente e tragico, che rappresenta, secondo il compilatore della recensione che state leggendo, l’esito più alto della raccolta di D’Ambrosio. E penso che anche nella redazione della minimum fax la scelta di questo titolo per l’intera raccolta sia legata all’emozione che, una volta tra le mani, il racconto ha loro donato.

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Charles D’Ambrosio, Il suo vero nome: un altro breve estratto

Pubblicato da vertigine su Marzo 7, 2008

 

tratto da “Casa in vendita” racconto incluso in Il suo vero nome 

di Charles D’Ambrosio

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Io ero il più piccolo di sette figli e la storia della mia famiglia per me era sempre stata il mio futuro, un passato nel quale crescendo mi inserivo per ereditarlo, un mondo finito, un posto dove le scelte erano già state fatte, irrevocabilmente. Di conseguenza non mi ha mai interessato molto la faccenda dell’ereditarietà, o il fatto che la mancanza di fede in un fine ultimo dell’universo può diventare un progetto in sé. Sono arrivato troppo tardi per credere che potesse esistere un qualunque altro mondo. Avevo quattordici anni quando Miles cominciò a vivere o sulla Western Avenue dietro la fabbrica di giacconi di Skyway, o al Veteran Hospital o in una serie di case-famiglia una più malmessa dell’altra, e ormai davo per scontato che le voci che sentiva lui presto avrebbero parlato anche a me. Quando Jackie si era ucciso avevo sedici anni. A venti, davo per scontato che la follia mi avrebbe fatto visita, e con lei il suicidio. Ero sicuro che si sarebbero avvicinati lentamente e mi avrebbero teso la mano, mi avrebbero preso con sé e portato dove avevano portato i miei fratelli. Anche Miles aveva cercato di ammazzarsi, le voci l’avevano spinto a buttarsi dall’Aurora Bridge, ma era sopravvissuto. Spesso,ossessivamente, fantasticavo di sedermi sul parapetto del ponte e spararmi in testa. Così, in un solo istante, avrei riunito i miei fratelli dentro di me. Ero convinto che in quel modo li avrei conosciuti. E mio padre? Avrei conosciuto pure lui? Ero in grado di descriverlo? Spesso non riusciva neanche a cacare senza che mia madre lo tenesse per mano. Ma quello non riuscivo proprio a immaginarmelo.

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