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una poesia di Claudia Ruggeri

Pubblicato da vertigine su Febbraio 17, 2008

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LETTERA AL MATTO SUL SENSO DEI NOSTRI INCONTRI (MODE D’EMPLOI)

di Claudia Ruggeri


“E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno in un volto che fésti a tua sembianza più che in tela dipinto o sculto di legno”

se ti dico cammina non è perché presuma
di parlarti: alla montagna, alla malia
di milioni di lame, arrivarono a migliaia
cose nude si sparirono bestie, alla neve
al malozio della trappola tutto
s’esiliava a quel richiamo disanimale.
Ma chi nega che in tanta sepoltura
sia avvenuto al pendio un biancore vero
o lo strano brillio che ti destina se la passi,
e pur e pur non sfondi
alla tagliola che non scatta, e più
non stravolge l’inerzia della lettera, ne anche
tiene lo sporco della suola; si noda
tutta al trucco che l’immàcola, s’allenta,
a tratti s’allaccia cose che muoiono,
solo scali, cose già sganciate…

a te a te altri ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole, alla cantina
cattiva di finisterrae violenta
dove s’aduna, al molo, ogni bestiario
qualunque personaggio, alcun oggetto, per una muta
buia dell’attore, per un aumento in male, per l’alta
fantasia che mi ritorna di tanta cerimonia
incorreggibile, per una benvenuta dismisura, per
me che fui per te senz’anima
e feci un patto al malto
sul seme di un’estate
dove esplose la vena che divina;
che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
o la Macchia del logoro, che cova sul monte
il fondo lo scatto l’inverno del falco

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l’ultima poesia di claudia

Pubblicato da vertigine su Febbraio 6, 2007

tratta da Inferno minore

di Claudia Ruggeri

napoli l’ebbi strana ed il porto
e le sbronze testuali dove il verso inscenò
cose strette e altissime ed un naso
così in disordine ebbe la sposa a guardarla
dalla giostra e che voce che corre che erra che manca
che debolezza poca poca memoria e poi altro splendore
ancora altro dimora altro si splende si strega si ride
nella torre: “t’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione di gabriele
che porta un canto ed un girare intorno di corona ma lontana
poi che mossa un’impronta si smodi ad otto tentacoli poi che ne escano letorture. Io
t’avrei parlato basso” parlò così la sposa la distanza
che per l’ultimo lutto le diedi
i modi esatti del poeta
se per le voci appena sbarcate si producevano memorie false
e per le luci s’era formato un Castello a guardare napoli
dall’alto e fu il primo nome che per lei si finse
che mi confuse - questa la sposa come la scala che porta la sposa
che porta ai soffitti a spiare diventava rotonda,
maniaca. dove si vide poi Imperatrice:
per la danza intorno per le vesti similmente
a festa per altro che tornava era mutata.
o Matto ormai la carta si fa tutta parlare
ora che senza metapare un caso
la fronte così premuta bianca
tra i colori per forza dèsta
bianca la sacca bianca da respirare profondo
in tanta fissazione di contorni: ma lui che sa
dentro i castelli giardini
fiorire e che può il salto così inutilmente e inutilmente
cambiare attitudine: ma i giardini si nascondonon con precisione
dove cerca la larva del suo femminino l’arresto
l’appartenenza inevitabile all’immagine all’inevitabile
distensione delle terre trascorse delle altre ancora
da nominare chiamarle una poi l’altra tutte
le terre perfette nella mente perfetta di nomi che portano alla memoria
o la stravagano - inutilmente non sarà stato libero
ormai non so quale maniera prima
suscitava il suo ingresso quale vacanza

il verso potrebbe ormai portarsi dove questa primissima
ebbe gli abbracci bianchi degli atleti e le cadute erano finte,
passeggere. Il verso potrebbe significare
la sua morte esatta. crescono ricini presso ninive
ecco, vedi, come sviene

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nelle librerie Inferno minore

Pubblicato da vertigine su Febbraio 1, 2007

Lamento della sposa barocca
[da Inferno Minore, peQuod, 2007]
di Claudia Ruggeri

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

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