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Piccola Biblioteca Federer

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PICCOLA BIBLIOTECA FEDERER

di Rossano Astremo

Roger Federer, il tennista svizzero da molti cronisti considerato il più grande giocatore della storia di questo sport, l’8 luglio 2012, con la settima vittoria al torneo di Wimbledon, ha riconquistato la prima posizione del ranking mondiale ATP, già detenuta in precedenza per 237 settimane consecutive, dal 2 febbraio del 2004 al 17 agosto del 2008. Un ottimo 2012 quello del trentunenne di Basilea, fino a questo momento. Oltre all’affermazione al prestigioso torneo londinese, si è aggiudicato altri 5 tornei del circuito, tra cui Indian Wells e Madrid, vincendo 61 incontri su 69 disputati. Unici passi falsi dell’anno sono stati la sconfitta alla finale dei Giochi Olimpici di Londra 2012 (l’oro olimpico è l’unico titolo non ancora presente nel suo invidiabile palmares) contro il redivivo scozzese Murray e la precoce eliminazione ai quarti di finale degli US Open (l’ultima sconfitta a Flushing Meadows ai quarti risaliva al 2003) contro il talentuoso ceco Berdych.
Approfittando anche della pessima stagione, condizionata da continui problemi fisici, del suo rivale di sempre, Rafael Nadal, e di un calo di rendimento del dominatore della stagione 2011, Novak Djokovic, il vincitore di 17 tornei del Grande Slam è tornato ad esprimere il suo tennis migliore, fatto di sagacia tattica e tecnica sopraffina.
Federer è un alieno in una terra, il circuito professionistico, popolata da giocatori che fanno della forza fisica la loro arma contunedente. È proprio questo suo essere altro e vincente una delle ragioni che ha spinto diversi scrittori, critici e filosofi a raccontare le sue infinite gesta.
Molti sono i libri scritti sul fenomeno Federer e tanti quelli usciti in Italia negli ultimi mesi.
Andre Agassi nel suo memoir Open (Einaudi Stile Libero, 2011), caso editoriale in Italia perché dopo una partenza in sordina, grazie al passaparola e alle entusiastiche recensioni degli scrittori Piperno e Baricco, ha superato le centomila copie vendute, sintetizza con queste parole un suo incontro con Federer agli US Open del 2004: “È cresciuto sotto i miei occhi, diventando uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi. Si porta metodicamente in vantaggio, due set a uno, e io non posso che farmi indietro e ammirare le sue immense capacità, la sua magnifica compostezza”.
Sull’atteggiamento di Federer in campo ritorna anche il filosofo francese Andrè Scala che in un piccolo libro dal titolo I silenzi di Federer (O barra O edizioni, 2012) dà vita ad un ritratto riuscito e appassionato del tennista: “L’atteggiamento di Federer su un campo da tennis è classico, alcuni direbbero antico, superato, noi diremmo inattuale. Coerente con il suo rifiuto del coach, egli gioca a tennis senza ansimare, né inviare segnali positivi o negativi verso le tribune. Sembra indifferenze ai sua atti, non fa smorfie né urla”. Diverso il suo modo di stare in campo dall’agonismo urlato dei suoi avversari più ostici, così come diverso il suo modo di giocare, i suoi gesti fluidi, leggeri ed eleganti che fanno gridare al miracolo i cultori di tennis di tutto il mondo.
Tra questi era da annoverare di certo David Foster Wallace, lo scrittore americano che più d’ogni altro ha innovato la letteratura americana degli ultimi lustri, scomparso nel 2006.
Foster Wallace è stato un ottimo tennista juniores e dopo la prematura fine della sua carriera ha sempre seguito il tennis con attenzione e trasporto, fino a farne diventare una delle materie privilegiate della sua scrittura. Il tennis come esperienza religiosa (Einaudi Stile Libero, 2012), appena uscito in Italia, contiene un articolo di David Foster Wallace, apparso nel 2006 sul The New York Times Magazine, su Federer, in cui racconta la finale dell’edizione 2006 di Wimbledon, vinta contro Nadal. Scrive, tra le altre cose: ”Roger Federer sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne. Federer ha dato, figurativamente e letteralmente, una nuova forma corporea al tennis maschile, e per la prima volta in diversi anni il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”. L’ammirazione per il tennista svizzero è talmente tanta che aggiunge, dopo la minuziosa descrizione di uno di quelli che lui stesso ha definito per la prima volta ”Federer Moments”, colpi dalla difficoltà estrema realizzati da Federer con naturalezza sovrumana: ”Non mi ricordo il genere di suoni emessi, ma mia moglie dice che quando è entrata in stanza il divano era coperto di popcorn e io ero in ginocchio, con i bulbi oculari tipo quelli dei negozi di scherzi”. D’accordo con l’idea di Foster Wallace sul tennis di Federer, la cui visione è paragonata ad una esperienza religiosa, Carlo Magnani, docente universitario che in Filosofia del tennis (Mimesis Edizioni, 2011), paragonando Federer a Heidegger, chiosa affermando: ”In tanti hanno visto in Federer il ”campione dei campioni”, il tennista perfetto, l’interprete mai ammirato in precedenza e destinato a segnare una svolta epocale: colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo ormai compromesso e sconsacrato”.
Del resto non si vincono 17 tornei del Grande Slam, 59 tornei del circuito ATP e 868 partite di singolare per caso.
E la sua storia è ancora tutta da scrivere. Federer non ha ancora intenzione di smettere e suo obiettivo della stagione è terminare l’anno da numero 1, respingendo gli attacchi di Djokovic e Murray, suo unico vero rivale in questo 2012, continuando a mietere vittorie, infrangere record e incantare i suoi sostenitori.

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ottobre 8, 2012 · 1:18 pm

Come diventare se stessi, David Lipsky-David Foster Wallace (minimum fax, 2011)


Come diventare se stessi, Lipsky-Wallace (minimum fax, 2011)

È una serata di fine settembre al Pigneto. Nel locale in cui lavoro ho organizzato una serata per omaggiare il lavoro dello scrittore americano David Foster Wallace. Ci sono alcuni amici che leggono testi tratti da Infinite Jest, Considera l’aragosta, Tennis, tv, trigonometria, tornado…, Questa è l’acqua, e c’è qualcuno che, persino, legge delle pagine inedite del romanzo postumo, The Pale King, che Einaudi pubblicherà a fine anno.
Il locale è pieno. C’è anche la minimum fax, la prima casa editrice italiana che ha creduto nel lavoro di questo scrittore geniale, acuto, irrequieto, fragile e ossessivo, con un suo banchetto, nel quale vende tutti i libri di Wallace tradotti nel corso degli anni, tra cui anche il recente Come diventare se stessi, il libro-conversazione scritto dal giornalista del Rolling Stone e scrittore David Lipsky, che racconta i cinque giorni vissuti accanto a Wallace, nel lontano 1996, ai tempi del fortunato tour di presentazione di quel romanzo già divenuto classico e bibbia per milioni di fan di tutto il mondo che è Infinite Jest.
A fine serata, prima di salutare la gente presente tra i tavolini del locale, prendo il microfono e penso che sia giusto ad invitare a conclusione di serata, la principale traduttrice italiana di Wallace, presente tra il pubblico. Chiedo a Martina Testa se vuole raccontarci come è stato lavorare nella traduzione dei libri di Wallace, ed in particolar modo dell’ultimo libro-conversazione tra Lipsky e Wallace.
Martina prende la parola e, tra le altre cose, riferendosi al lavoro di traduzione di questo libro, dice di essersi posta un interrogativo etico prima di iniziare a mettere le mani tra le migliaia di parole di questa intervista che doveva uscire sul mensile musicale americano, cosa poi mai concretizzatasi. È giusto tradurre e, di conseguenza, pubblicare un materiale così intimo? Se Wallace fosse ancora in vita avrebbe consentito l’uscita di un libro del genere, in cui aspetti della sua vita intima, nell’ampia conversazione registrata ossessivamente da Lipsky, quali il rapporto dell’autore con droga, alcol, donne, psicofarmaci e altro vengono passate al setaccio senza mezzi termini?
Probabilmente se Wallace non si fosse impiccato Lipsky non avrebbe mai tirato fuori i nastri registrati in quei cinque giorni di viaggio, né mai avrebbe sbobinato l’enorme materiale raccolto, né, per ultimo, la traduttrice italiana di questo libro si sarebbe posta l’interrogativo circa la liceità di una simile operazione.
Per quello che può contare la mia opinione è giusto che il libro sia stato pubblicato e tradotto. Come diventare se stessi è un libro fondamentale non solo per gli amanti della prima ora dell’autore di La ragazza dai capelli strani e un’altra dozzina di libri che spaziano dalla fiction alla saggistica, passando per indimenticabili reportage, tra cui, su tutti, spicca Una cosa divertente che non farò mai più, ma anche per chi si avvicina al mondo di Wallace per la prima volta, perché nelle sue lunghe divagazioni sul senso della scrittura, sulla sua passione e disciplina, sulla sua idea del successo, in seguito alla clamorosa accoglienza di Infinite Jest, sulla sua vita fatta di tormenti, eccessi, paranoie e quant’altro, viene fuori un’umanità totale e contagiosa che i lettori non potranno ignorare.
Accedere per quattrocento pagine nella stanza buia e iperaccessoriata rappresentata dalla testa di Wallace, metterci a spiare dal buco della serratura della sua mente è un privilegio che Lipsky ci concede a dodici anni di distanza dal loro incontro e a poco più di tre anni dalla sua scomparsa.

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David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa (Casagrande, 2010): recensione di Rossano Astremo


Wallace & Federer
di Rossano Astremo

Cosa accomuna David Foster Wallace, lo scrittore americano morto suicida nel settembre del 2008, a Roger Federer, il tennista svizzero, vincitore di 16 tornei del Grande Slam e da tutti considerato il numero uno della storia di questo sport? In una parola si potrebbe dire: il genio. Wallace nella scrittura e Federer nel tennis sono quelle rare specie di individui dotati di elementi fuori dal comune, di forze inspiegabili che li rendono superiori ai loro simili. Non solo è il genio ad accomunarli, però. Wallace, così come Federer, ama il tennis. Lo ha praticato da giovane ad alti livelli, prima di abbandonarlo e di dedicarsi agli studi e poi alla scrittura. Negli anni, Wallace segue il tennis da spettatore e lo fa, come ogni altra cosa che nella sua vita compie, con maniacale attenzione, divendone un raffinatissimo conoscitore. Senza questa sua passione Wallace mai avrebbe potuto dare vita al suo romanzo capolavoro, “Infinite Jest”, il libro di oltre 1400 pagine, ambientato in una scuola di tennis per giovani promesse fondata dal regista sperimentale James Incandenza. Senza gli anni trascorsi nei campi da tennis Wallace mai avrebbe composto il testo “Tennis, trigonometria e tornado”, nel quale racconta la sua espierienza di giocatore adolescente nei campi dell’Illianois, né, per ultimo, mai sarebbe stato spedito dal New York Times nell’edizione del 2006 del torneo più affascinante del tennis mondiale, Wimbledon. “Roger Federe come esperienza religiosa”, libro appena pubblicato da Casagrande, altro non è che un lungo reportage scritto per il quotidiano americano, nel quale un genio della letteratura analizza le prodezze di un genio del tennis: “Roger Federe sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne. Federer ha datto, figurativamente e letteralmente, una nuova forma corporea al tennis maschile, e per la prima volta in diversi anni il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”. L’edizione del 2006 di Wimbledon è stata vinta da Federer in finale contro Rafael Nadal, lo spagnolo dal grande carisma e dalla forza inaudita. Dopo il suo suicidio, Wallace non ha potuto assistere ad altre eclatanti vittorie del tennista tanto amato né tantomeno a quelli che lui stesso definisce Momenti Federer, ovvero “gli attimi in cui guardi il giovane svizzero in azione, ti cade la mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno accorrere la tua consorte dalla stanza accanto per controllare che tutto sia a posto”. Questo su Federer è un libro delizioso per gli amanti del tennis, ma anche l’ennesima conferma della smisurata bravura di David Foster Wallace, capace di tenerti legato alla pagina sempre e comunque, anche quando descrive per cinque pagine uno scambio di un incontro di tennis, che per i non addetti ai lavori, obiettivamente, potrà sembrare un argomento di una noia mostruosa.

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Brevi interviste con uomini schifosi al Simposio giovedì 18 dicembre ore 21

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Event Info

Host:
Il Simposio
Type:
Network:
Global
Time and Place
Start Time:
Thursday, December 18, 2008 at 9:00pm
End Time:
Friday, December 19, 2008 at 11:00pm
Location:
Il Simposio
Street:
Via dei Latini 11
City/Town:
Rome, Italy

“Brevi interviste con uomini schifosi” descrive un’America allucinata, che per non crepare si vomita addosso tutto il veleno possibile. Questi uomini schifosi sono iene che – vittime o carnefici – divorano il proprio fianco lacerato. La scelta della formula “intervista” non potrebbe essere più sarcastica. Wallace sente le voci e, da autentico sciamano, per esorcizzare le risputa, ciascuna con il suo timbro inconfondibile, sulla pagina.

Rossano Astremo – voce
Girolamo Grammatico – voce
Davide Mastrullo – suoni

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Nicola Lagioia su David Foster Wallace: da “Lo straniero”

Il suicidio di David Foster Wallace

di Nicola Lagioia

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Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: “è morto uno di noi…”, “lo sentivo vicino come un fratello…”, “adesso mi sento persino più solo di prima…”, “si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?” Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di “Infinite Jest” – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. “Cosa sta succedendo?” mi sono chiesto allora.
A differenza di Hemingway, David Foster Wallace non era una star. Non era neanche un divo della pura assenza come Thomas Pynchon. Si trattava di una persona schiva e gentile, che non se la tirava, e che al delirio metropolitano degli scenari alla Bret Easton Ellis preferiva la quiete nascosta e forse anche monotona delle università di provincia. Dunque, lo sgomento provocato dalla sua morte c’entra poco con l’isterico falò dell’effimero che circonda i campioni della società dello spettacolo quando escono di scena. Tra l’altro, molte delle persone che, appresa la notizia del suicidio, hanno sentito il bisogno di incontrarsi o semplicemente di mettersi in contatto tra di loro (non tanto gli addetti ai lavori, ma i puri e semplici e sacrosanti lettori), interpellate sui propri gusti letterari, hanno indicato – più o meno confusamente, fuori da ogni ordine cronologico, ma sempre con passione – in Philip Roth e in Cormac McCarthy e in Houellebecq e in Céline e in Philip Dick (questi ultimi due, considerati giustamente a tutti gli effetti dei contemporanei) i loro scrittori di riferimento per il presente, le loro bussole di carta. Solo qualcuno metteva al primo posto Foster Wallace. Dunque, molto spesso, ad andarsene non era stato neanche il loro autore preferito. “E tuttavia”, mi hanno tutti detto, “se si fosse suicidato Roth o McCarthy, mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non poter leggere i loro prossimi libri. Ma come dire… non avrei sentito tutto questo scombussolamento emotivo”. E per quale motivo? “Era uno di noi… solo più talentuoso”, di nuovo l’immancabile risposta.

l’articolo continua qui su Lo straniero

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serata in omaggio a David Foster Wallace: domenica 12 ottobre

in collaborazione con

Einaudi Stile Libero        codice edizioni        Fandango Libri

invitano alla

serata in omaggio a
DAVID FOSTER WALLACE

DFW
DavidFareWell

domenica 12 ottobre 2008 alle ore 20.30
Teatro Ghione, via delle fornaci, 37 – Roma

Una serata di letture e contributi in memoria del grande scrittore, a un mese dalla scomparsa, che vede riuniti insieme gli editori che lo pubblicano e lo hanno pubblicato in Italia, i suoi traduttori e gli amici scrittori che lo hanno scelto come compagno di strada.

Interverranno
Marco Cassini e Daniele di Gennaro per minimum fax
Severino Cesari e Paolo Repetti per Einaudi Stile Libero
Vittorio Bo per codice edizione
Edoardo Nesi per Fandango Libri

Letture dai libri di David Foster Wallace di
Adelaide Cioni – Leonardo Colombati – Nicola Lagioia – Antonio Pascale – Francesco Piccolo – Tommaso Pincio – Vincenzo Ostuni – Martina Testa

Ingresso libero fino a esaurimento posti

La serata sarà trasmessa sul sito di NESSUNO.TV: www.nessuno.tv

Il sito e il programma del Teatro Ghione di Roma: www.ghione.it

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Leggo un racconto tratto da “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace

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DFW, La scopa del sistema: fuori catalogo (un estratto)

da La scopa del sistema

di David Foster Wallace

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Mettiamo che qualcuno mi avesse detto, dieci anni fa, a Scarsdale, o magari in treno mentre andavo al lavoro, mettiamo che questo qualcuno fosse il mio vicino di casa, Rex Metalman, il consulente societario dotato di figlia incredibilmente ancheggiante, mettiamo che ciò avvenisse prima dell’aggravarsi della sua ossessione per il prato e dei conseguenti pattugliamenti notturni di tipo paramilitare a bordo di falciaerba dotato di fari, e dei settimanali bombardamenti aerei di DDT per radere al suolo tutt’al più una misera tana di lombrichi, e della sua assoluta intransigenza di fronte alle ragionevoli e inizialmente garbate insistenze da parte prima di uno e poi di tutti i vicini tese a fargli mitigare magari anche gradualmente le ostilità contro i potenziali nemici del suo prato da cui si sentiva braccato, e altresì prima che tutto ciò scavasse nella nostra amicizia a base tennistica un solco largo quanto un sacco di fertilizzante Scott’s, mettiamo dunque che Rex Metalman avesse ipotizzato, allora, che dieci anni più tardi, cioè a dire adesso, io, Rick Vigorous, mi sarei ritrovato ad abitare a Cleveland, tra un lago biologicamente defunto nonché oltraggiosamente fetido e un deserto artificiale da un miliardo di dollari, che mi sarei ritrovato divorziato da mia moglie e fisicamente esiliato dallo sviluppo di mio figlio, che mi sarei ritrovato a condurre un’azienda in società con una persona invisibile ovvero, come risulta ormai evidente, con poco più che un’entità societaria interessata a perdite finanziarie a scopo fiscale, azienda dedita a pubblicare cose forse addirittura più risibili del non pubblicare un accidenti di niente, e che appollaiato in cima a questa montagna di cose incredibili ci sarebbe stato il mio ritrovarmi innamorato, banalmente e pateticamente e furiosamente innamorato di una donna più giovane di me di ben diciotto, diconsi diciotto, anni, una donna che appartenesse a una delle famiglie più in vista di Cleveland, che abitasse in una città di proprietà del padre e che tuttavia sgobbasse come centralinista per uno stipendio di qualcosa come quattro dollari l’ora, una donna la cui tenuta consistente di vestito in cotone bianco e Converse nere modello alto fosse una costante conturbante e refrattaria a ogni analisi, una donna che si sottoponesse a un totale di docce giornaliere che sospetterei oscillare tra le cinque e le otto, che lavorasse nevroticamente come quei balenieri che in penuria di balene passano il tempo a incollar conchiglie per farne souvenir, che coabitasse con un uccellino schizofrenicamente narcisista e con un’amica stronza e quasi sicuramente ninfomane, e che in me trovasse, nascosto chissà dove, l’amante ideale… mettiamo che tutto ciò me l’avesse pronosticato un Rex Metalman in vena di chiacchiere, appoggiato alla staccionata che separava la sua proprietà dalla mia, lui con in mano il suo lanciafiamme e io col mio rastrello, mettiamo dunque che Rex mi avesse pronosticato tutto ciò: io quasi sicuramente gli avrei detto che le probabilità che queste sue profezie si avverassero equivalevano all’incirca a quelle che il giovane Vance Vigorous, all’epoca bimbo di otto anni eppure per certi aspetti più uomo di me, che il giovane Vance, quel giovane Vance probabilmente lì accanto a noi in quel momento e intento a calciare su nel freddo cielo autunnale un pallone destinato poi a tornar giù e spaccare una finestra mentre la sua risata echeggiava all’infinito tra i gracili fusti degli alberi suburbani, che il ben piantato Vance diventasse un… un omosessuale, o qualcosa di altrettanto improbabile o assurdo o totalmente fuori discussione.
Adesso i cieli risuonano di sogghigni meschini. Adesso che persino a me è diventato innegabilmente chiaro che ho un figlio che fornisce all’espressione “frutto dei miei lombi” prospettive di senso assolutamente inedite, che mi trovo qui a fare ciò che faccio quando non ho niente da fare, che sento uno spiffero vacuo e abbasso gli occhi e mi scopro un buco nel petto e allora spio nella borsa in poliuretano di Lenore Beadsman cercando, tra aspirine e saponette d’albergo e biglietti della lotteria e assurdi libri che non significano niente, il bolo palpitante del mio proprio cuore, cosa dovrei dire a Rex Metalman e a Scarsdale e alla tana di lombrichi e al passato se non che esso non esiste, che è stato obliterato, che mai nessun pallone volò nel cielo freddo, che i miei assegni per l’educazione di mio figlio finiscono in una voragine nera, che a un certo punto, forse anche punti, un uomo può e deve rinascere e rinasce? Rex rimarrebbe perplesso e, come sempre in caso di perplessità, dissimulerebbe il proprio disagio cannoneggiando una porzione di prato. Io, ormai consapevole, rimarrei, rastrello gelido in mano pallida, immobile sotto una pioggia di terriccio ed erba e lombrichi, e scuoterei il capo di fronte all’assurdità di ciò che mi circonda.
Allora, chi è questa ragazza che mi possiede, che tanto amo? Rifiuto sia di pormi domande sia di dare risposte riguardo al chi è. Cosa è? È una ragazza dalle spalle esili, dalle braccia esili, dal seno gagliardo, una ragazza dalle lunghe gambe e dai piedi più lunghi della media, piedi che quando cammina puntano un po’ all’infuori… cinti dalle immancabili e immancabilmente nere Converse modello alto. Ho parlato di tenuta conturbante? Macché: quelle sono scarpe che amo. Vi confesso che una volta, in un momento di indubbiamente irresponsabile degenerazione e mentre Lenore era in bagno a farsi la doccia, io tentai di fare l’amore con una delle suddette scarpe, una All-Star 1989 modello alto, ma, per ragioni private, non riuscii a portare a termine l’operazione.
Che dire, dunque, di Lenore, dei capelli di Lenore? Sono capelli che in sé e di per sé sono di tutti i colori – biondi e rossi e corvini e raMati – ma che determinano un compromesso ottico esteriore tale da farli risultare complessivamente, e tranne per fulminei bagliori registrabili solo mediante coda dell’occhio, banalmente castani. Capelli che vengono giù lisci seguendo la dolce curva delle guance di Lenore fin sotto il mento, dove quasi si ricongiungono, come fragili mandibole di insetto rapace. Oh, se quei capelli sanno mordere. Di quei capelli io conosco il morso.

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Alessandro Zaccuri su David Foster Wallace

Alessandro Zaccuri su David Foster Wallace

Sostenere oggi, all’indomani del suo suicidio, che David Foster Wallace era un cercatore dell’infinito può sembrare un controsenso, magari addirittura una provocazione. Ma Infinite Jest era il titolo del suo romanzo-capolavoro, apparso nel 1996, quando Foster Wallace aveva soltanto 34 anni: oltre mille pagine di stile ineccepibile e visioni postmoderne, incentrate sulla critica del sistema economico-mediatico contemporaneo e attraversate da continui riferimenti all’Amleto di Shakespeare. A partire dall’espressione scelta per il titolo, quell’«infinita celia» che il dolce principe serissimamente rievoca facendo memoria di Yorick, il buffone morto. Un Moby Dick di fine millennio, si disse all’epoca della pubblicazione, lasciando intendere che anche Foster Wallace, come ogni grande autore americano, aveva una Balena che lo perseguitava, alla quale era obbligato a dare la caccia. Un male di vivere che – complice forse una malattia insidiosa – ha finito per raggiungerlo l’altro giorno nella sua casa di Clermont, in California, dove lo scrittore si è impiccato.

A 46 anni, Foster Wallace era già titolare di una biografia impressionante, sia sul versante della narrativa (si pensi all’esordio con La scopa del sistema, ai racconti de La ragazza dai capelli strani, al più recente Oblio), sia su quello della saggistica più eclettica, per cui all’irresistibile reportage di Una cosa divertente che non farò mai più si potevano affiancare le raffinate divagazioni matematiche di Tutto, e di più. «Storia compatta dell’infinito», dichiarava il sottotitolo di quest’ultimo libro in cui, tra formule e diagrammi, Foster Wallace tornava ad affrontare il tema che più l’appassionava, la sua personale Balena: l’infinito, appunto, che forse è semplicemente quel che resta dell’assoluto dopo che ci si è convinti di non poter credere in Dio. Al di là del dramma personale di un grande scrittore e dei suoi cari, infatti, la morte di Foster Wallace sembra costituire, per la temperie postmoderna, quello che la scomparsa di Francis Scott Fitzgerald rappresentò per l’età del jazz, e cioè la fine di un’illusione, lo scontro drammatico con un limite che, pur appartenendo in modo originario al destino della letteratura, non può essere affrontato soltanto mediante la letteratura. Massimo prosatore ironico di una generazione che, in America e altrove, pare condannata all’ironia, con la sua fine drammatica David Foster Wallace si à fatto carico di ricordarci che quella parola arcana, jest, non è altro che la corruzione medievale del latino gesta, dell’impresa che rende uomo ogni uomo. Può essere la caccia alla Balena. Può essere, più semplicemente, vivere.

Articolo apparso su Avvenire del 16/09

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I giornali italiani sulla morte di David Foster Wallace

“Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. Il più bello, il più potente, il più profondo, il più realisticamente magico”.

Sandro Veronesi su L’Unità del 15/09

Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest”.

Domenico Procacci su L’Unità del 15/09

“Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire. Da allora il reportage alla Wallace è diventato un genere letterario”

Marco Cassini su L’Unità del 15/09

“A coloro a cui ho finora taciuto di Infinite Jest, del racconto del mondo desiderio-merce-pubblicità interrotto dal film droga, Infinite Jest appunto, dico che è insieme arduo e bellissimo scalare la montagna di pagine e di note…”

Michele De Mieri su L’Unità del 15/09

“La peggiore nemica di Wallace era l’ironia venduta al sistema, l’ironia privata della sua forza rivoluzionaria e ridotta a cinismo; il suo ideale era quello di una letteratura che avesse dalla sua l’originalità dell’espressione e il vigore del pensiero critico”.

Martina Testa da Il Giornale del 15/09

“Negli ultimi tempi, e negli ultimi saggi che ha scritto, sembrava alla ricerca di ideali di perfezione che lo potessero riconciliare con il fatto stesso di esistere e di dover affrontare la quotidianità”.

Antonio Monda da la Repubblica del 15/09

“Io vorrei solo dire che è stato uno scrittore inarrivabile e assoluto, e riportare il suo corpo al suo vero corpo, quello incarnato dalla letteratura, l’unico su cui posso dire qualcosa, e precisare che se David c’entra qualcosa con il “postmoderno” è solo per dimostrare il contrario, per rendere evidente l’inconsistenza dei cliché critici duri a morire anche quando nascono già morti.”

Massimiliano Parente da Libero del 16/09

“David Foster Wallace era un intellettuale coltissimo, una mente prodigiosa dove sedimentavano una enorme quantità di lessici, informazioni, citazioni. Ma non gli sfuggivano le supreme risorse dell’oralità: modi di dire, accenti locali, livelli sociali e indizi di gravi nevrosi…”

Emanuele Trevi da Il Manifesto del 16/09

“All’apparenza, neppure lui aveva un buon motivo per ammazzarsi. Era considerato un genio della letteratura, insegnava in un’università californiana e, a quanto dicono, aveva una moglie bella e adorabile che lui chiamava con nome e cognome, per esteso”.

Tommaso Pincio da Il Manifesto del 16/09

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