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Incipit: La miserabile storia di un venditore di opere d’arte, di Rossano Astremo

Rossano Astremo

La miserabile storia di un venditore di opere d’arte
Incipit
Al fondo non c’è mai fondo. Mi rintrona questa frase letta o ascoltata chissà dove, mentre, al terzo piano di Palazzo Grazioli, sede di una società privata che si occupa di vendita di opere d’arte, tutto agghindato, attendo il mio turno per il quarantaduesimo colloquio negli ultimi ventitré giorni.
Al fondo non c’è mai fondo. Ripeto come un mantra questa frase del cazzo che, fuor di metafora, vuol dire che sono nella merda fino al collo e sarò in una merda colossale se entro pochissimi giorni non riuscirò a trovare un lavoro redditizio che mi consenta di ripartire da zero e di indirizzare questa mia vita bastarda verso i binari di una lecita sopravvivenza.
Sì. Riparto ancora una volta da zero.
Da quante ripartenze da zero sono stati scanditi gli anni della mia vita?

Il mio nome è Leo Monsanto.
Ho 33 anni, come Cristo, ma al sottoscritto nessuno vuol far fare una fine spumeggiante, di quelle non dico che ti consentano di avere fama millenaria come il Sopraccitato, ma quantomeno da consentirmi gli ipercitati quindici minuti di celebrità.
Da ventiquattro giorni la mia casa è una Fiat Punto del 2003, e il mio armadio è una trolley blu, comprato nel 2001 al mercato di Lecce di Piazza Libertini, che, per dieci anni ha accompagnato tutti i miei vagabondaggi.
A ciò s’aggiunge uno zaino nero Nike, acquistato lo scorso anno in un negozio di Viale Marconi, qui a Roma.
Auto, trolley e zaino: qui è contenuto tutto ciò che mi resta.

Indosso un completo blu, giacca e pantalone, comprato nel luglio del 2009, in un ipermercato di Vibo Valentia. Un acquisto fatto in fretta e furia, perché la sera avrei dovuto presenziare ad una festa di laurea in un lussuoso ristorante di Chianalea, luogo stupendo ad una manciata di chilometri da Scilla.
Cinta marrone e scarpe marroni, camicia bianca e cravatta, anch’essa blu a completare la pagliacciata.
Non mi sento a mio agio. No, per niente.
Fisso la punta delle mie scarpe, mi sforzo di non concentrare l’attenzione attorno al lancinante dolore che pare aver invaso ogni porzione dei miei 72 chili.
Provo a fare vuoto dentro di me.
Non pensare a Claudia. Non pensare a Matilde.
L’impormi la negazione del loro pensiero è la manifesta rappresentazione del fatto che tutto ciò che, come un flipper amfetaminico, s’agita nella mia testa riporta al vuoto che mi sbrana nel passare d’ogni istante che da loro mi separa.
Mia moglie e mia figlia.
Lontane da me.
Tre settimane e tre giorni.
Come siamo arrivati a questo disastro?

Lei ha un colloquio con me?
Io ho un colloquio con Roberta D’Angiò.
Sono io.
Allora ho un colloquio con lei.
Venga. Le faccio strada.
Roberta D’Angiò è alta, bionda, occhi azzurri. È la copia sputata di Cameron Diaz.
Ha lo stesso sorriso iperdilatato di Cameron Diaz, quel sorriso da bocca spalancata tipo video di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Non so se avete presente.
Roberta D’Angiò ha questo sorriso con troppi denti esposti per poter essere considerato sincero.
La prima cosa che penso, dopo averla squadrata per bene, culo compreso, è questo:
Cosa cazzo hai da ridere?

Non so cosa ha da ridere, però, dopo aver attraversato un lungo corridoio, mi fa accomodare in una stanza.
Al centro di questa stanza c’è un immenso tavolo rettangolare in legno di rovere.
Su di esso una dozzina di libri di grande formato.
Su alcuni di essi sono presenti delle incisioni in bronzo.
Scoprirò poco dopo che sono queste le opere che venderemo.
Mi soffermo su un’incisione che raffigura un non so cosa d’astratto.
La sosia di Cameron Diaz mi fa: Vedo che stai guardando quella bellissima incisione realizzata per noi in edizione limitata da Arnaldo Pomodoro.
Ah, è Pomodoro.
Sì, Pomodoro.
Pomodoro è un grande, provo a rompere il ghiaccio abbozzando un giudizio critico sommario.
Pomodoro? Tutti gli artisti che collaborano con noi sono dei grandi. La nostra azienda è grande!
Non appena termina la frase il suo sorriso si fa incontrollato, la distensione orizzontale delle sue labbra sembra voler entrare di diritto nella prossima edizione del libro sui Guinness dei Primati.
Non riesco ad aggiungere gioia alla sua gioia, anche perché penso al fatto che nel nostro precedente scambio di battute troppe volte è stato pronunciato il nome Pomodoro e non potrei sopportare un altro Pomodoro e, allora, sento forte la necessità di entrare nel vivo del discorso.
Quindi…
La mia necessità non collima con quella della bionda seduta di fronte a me. Mi interrompe e, abbassando iperbolicamente il tono della voce, s’avvicina e fa: Leo, se vuoi lavorare in questa azienda sia chiara una cosa: quella barba va assolutamente tagliata!
La barba. Eccoci qua. Per lavorare in questa azienda di cui non so nulla devo rinunciare alla barba. Questo mi pare un ricatto bello e buono. È come chiedere a Victoria Silvstedt di dare via un paio di chili delle sue tette. E non mi dite che non sapete chi diavolo è Victoria Silvstedt!

Riepiloghiamo. Trovo in rete un annuncio di lavoro per la ricerca di promotori d’arte, mando via e-mail un curriculum, vengo richiamato quarantotto ore dopo per un colloquio, mi reco allo stesso in perfetto orario, vestito di tutto punto, cosa non fatta persino nel giorno del mio matrimonio, varco la soglia di uno dei palazzi più discussi in Italia, una delle tante dimore nel quale il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi racconta le sue barzellette ad Emilio Fede, Lele Mora e s’intrattiene con un numero non precisato di giovani donne belle e disincantate e, dopo pochi secondi dall’inizio della conversazione con la persona designata a selezionare il personale, mi sento già messo con le spalle al muro.
Le vorrei dire: Senti, miss culetto d’oro, la barba per il sottoscritto è come i capelli per Sansone. Roba di vita o di morte. Sono anni che non la taglio, ogni tanto l’accorcio, giusto per evitare che troppi peli si depositino in ciò che mangio, ma per il resto non esiste che arriva una biondina qualunque a cercare di scompigliarmi i connotati.
Le dico: Certo, Roberta, sarà fatto.
E qui snocciolo il mio primo sorriso finto della giornata e, mentre cerco di sistemare i muscoli facciali così da non sembrare farsesco, penso che sarei davvero disposto a rinunciare alla mia barba, penso che vendere opere d’arte è stato sempre il mio sogno, almeno fin da quando Guzzanti mascherato da critico d’arte, nella trasmissione L’ottavo nano, vendeva le fantastiche opere, dall’inestimabile valore, del Mutandari.

Roberta mi rivolge le consuete domande da colloquio: quale le mie precedenti esperienze lavorative, perché ho inviato il curriculum, cosa mi aspetto da questo lavoro, conoscevo già l’azienda, amo l’arte e così via.Rispondo ad ogni domanda con voce ferma e dialettica mitragliante. Sono disperato e cerco di dare il meglio di me. Mentre interpreto il ruolo del perfetto futuribile art promoter appaiono come la Madonna di Fatima ai pastorelli portoghesi scorci della poltiglia emotiva della mia vita. Più vorrei piangere, fuggire da lì e spiccare il volo da Ponte Testaccio destinazione ultima Tevere, più sorrido a Roberta.

E il mio sorriso si fa ancora più ampio e straziato quando, tirando fuori un suo opuscoletto, la bella D’Angiò snocciola concetti e cifre relative alla società da lei rappresentata:
La “Lucia Calabrò Spa” è azienda leader al mondo per ciò che concerne la realizzazione di opere d’arte in forma di libro finalizzate alla celebrazione di eventi di rilevanza nazionale o internazionale.
In vent’anni di storia ha realizzato oltre 300.000 opere, con oltre 80.000 clienti al suo attivo.
Attualmente i dipendenti sono 600 e la rete vendita nel corso dell’anno è destinata a potenziarsi su tutto il territorio nazionale.
Il 25% degli art promoter che lavora con noi guadagna al mese dai 500 ai 1700 euro al mese.
Il 65% dai 1700 ai 4500 euro al mese.
Il 10% dai 4500 ad oltre 10000 euro al mese.
Io appartengo a questa terza fasce e se tu sarai bravo a seguire i miei insegnamenti potrai ambire a guadagnare simili cifre.
Roberta piazza i suoi occhi dentro ai miei e ostenta ancora gioia. Il suo viso riluce di positività. Cerca di contagiarmi, di trasmettermi amore, di infondermi fiducia, di iniettarmi lo spirito aziendalista.
Una parte di me sa che dietro i numeri da lei sbavati con tono monocorde e voce impostata s’annida la fregatura. L’altra parte di me pensa che, al momento, non ho nulla tra le mani. Non un lavoro, non una casa, non un bagno nel quale poter defecare e in cui potermi lavare.
Ho solo un’auto, un trolley e uno zaino.
E se voglio riconquistare la fiducia di Claudia, se voglio rivedere mia figlia Matilde, devo ripartire da un lavoro, e se c’è anche una minima possibilità di arrivare a guadagnare tanti soldi in così poco tempo io ho il dovere di provarci.
È per questo che, dopo aver retto per oltre dieci secondi, in silenzio da moviola, il viso preconfezionato di quella che da poco avevo intuito essere la mia responsabile, le rispondo.
Roberta. Sono entusiasta. Quando si comincia?
Giovedì e venerdì si terrà qui a Palazzo Grazioli un corso di formazione. Presentati giovedì alle 10 vestito per bene, come oggi. Però, mi raccomando, ricordati di tagliare la barba. È importante.
Mi accompagna alla porta e mi strizza l’occhiolino e mi dice:
Ce l’hai fatta.
Io penso:
Dove cazzo sono capitato?

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Richard Yates, Revolutionary Road (minimum fax, 2009):l’incipit

yatesg

L’ultima eco della prova generale si spense, e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiungerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gamba e che era proprio un piacere lavorarci assieme. «Non è stato un lavoro facile», disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico. «Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Be’, sentite: può darsi che quello che di-co vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate
». E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente, senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro inferiore inumidito in una smorfia di trionfo e orgoglio. «Rifatelo domani sera», disse, «e sarà uno spettacolo coi fiocchi». Gli attori erano sul punto di scoppiare a piangere dalla gioia. Ma si limitarono, tremanti, a esultare e ridere e stringersi le mani e baciarsi l’un l’altro, e ci fu chi andò a cercare una cassetta di birra, e tutti cantarono in coro, raccolti attorno al pianoforte, finché non giunse l’ora di concludere, tutti concordi, che era meglio piantarla lì e andarsi a fare una
bella dormita. «Ci vediamo, a domani!», gridarono, felici come bambini, e correndo verso casa, sotto la luna, si resero conto che potevano benissimo abbassare i finestrini delle automobili e lasciar entrare l’aria, satura del balsamico profumo di terra e fiori appena sbocciati. Era la prima volta che molti dei membri della Compagnia si permettevano il lusso di accorgersi dell’avvento della primavera. L’anno in cui questo accadeva era il 1955; il luogo, una zona del Connecticut occidentale, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada, la Statale 12. La Compagnia dell’Alloro era una filodrammatica: ma una filodrammatica costosa e dagli intenti quanto mai seri; i membri erano stati reclutati con la massima cura tra gli adulti più gio-vani delle tre località, e quella sarebbe stata la loro prima
rappresentazione. Durante tutto l’inverno, radunandosi nel soggiorno dell’uno o dell’altro per discutere animatamente di Ibsen, Shaw e O’Neill e votare poi per alzata di mano (era prevalso il buon senso, e la maggioranza aveva optato per La foresta pietrificata), e ancora per distribuire le parti, avevano sentito la loro dedizione farsi, di settimana in settimana, sempre più profonda. Fra sé e sé poteva darsi che considerassero il regista un ometto ridicolo (e lo era, in un certo senso: sembrava incapace di parlare se non in maniera molto accorata, e a volte concludeva il suo dire con un lieve scuotimento del capo, che gli faceva tremolare le guance); ma gli volevano bene e lo rispettavano, credevano pienamente in moltissime delle cose che diceva. «Ogni opera teatrale merita che tutti gli attori diano del loro meglio», gli aveva detto una volta; e un’altra: «Ricordatevi che qui non stiamo semplicemente mettendo in scena un dramma. Stiamo fondando
il teatro di una comunità, ed è una cosa abbastanza importante, questa».

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Jonathan Coe, Questa notte mi ha aperto gli occhi (Feltrinelli, 2008): incipit

Incipit di Questa notte mi ha aperto gli occhi

di Jonathan Coe

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Io e la musica

Quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi, la prima cosa che vedo è il giardino sul retro della casa dei miei genitori, sulle Lickey Hills, appena fuori Birmingham. Ho otto anni, sono seduto al pianoforte e sul leggio davanti a me è appoggiato uno spartito.
Il titolo del brano è L’allegro contadino, ma la tastiera resta muta. Invece di suonare, guardo fuori dalla finestra: il piccolo rettangolo verde del prato mi invita a giocare, e i rami del sommacco che lo sovrastano costituiscono un richiamo irresistibile ad arrampicarmi. So che dovrei esercitarmi, la mia insegnante sarà qui da un momento all’altro e si arrabbierà di sicuro quando scoprirà che non ho fatto niente. Ma i puntini neri di cui è costellato lo spartito mi spaventano e mi annoiano. Mi sembra che non abbiano alcun rapporto con la musica che mi echeggia in testa e a cui vorrei disperatamente dar vita. L’unico problema è che io non ho nessuna voglia di imparare a farlo. Vorrei che le note scorressero fuori da me in un flusso libero e spontaneo.
Bene, la mia insegnante mi scaricò piuttosto rapidamente, o fui piuttosto io a scaricarla. A meno che non siano stati i miei genitori a decidere di lasciar perdere. Qualunque fosse la ragione, feci solo poche lezioni prima di essere abbandonato al mio destino. Qualche mese dopo, ricevetti in dono per il mio compleanno una chitarra che, negli anni successivi, diventò il mio strumento di elezione.
Eppure, da un altro punto di vista, quello fu l’inizio della mia rovina. Nei primi anni settanta, se uno viveva in un mondo dove imperava la musica pop e la radio era perennemente sintonizzata su Radio One, era abbastanza facile riprodurre un brano musicale con la chitarra. Il mio mito all’epoca era Marc Bolan dei T. Rex, così imparai in fretta ad accompagnarlo mentre si esibiva in Hot Love o Metal Guru o Children of the Revolution. Riuscire a padroneggiare la sequenza di accordi in circa dieci secondi non fu che una conferma del fatto che la musica era ben diversa dalla scrittura, in cui avevo cominciato a cimentarmi. Scrivere richiedeva molta pazienza e lunghe ore di meticoloso lavoro. La musica, che su di me ha sempre avuto un impatto più diretto ed emotivo della scrittura, era molto più elementare. La semplicità delle mie canzoni preferite mi trasse in inganno, inducendomi a pensare che la musica fosse una forma d’arte democratica, alla portata di tutti. A quanto mi risultava, chiunque poteva cimentarvisi. E così continuai a strimpellare, perfettamente soddisfatto dei pochi, semplici accordi che costituivano il mio repertorio.

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Philip Roth, Il fantasma esce di scena(Einaudi, 2008): incipit

da Il fantasma esce di scena

di Philip Roth

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Non andavo a New York da undici anni. Tolta una visita a Boston per l’asportazione di una prostata cancerosa, in quegli undici anni non mi ero mai allontanato dalla mia strada di montagna nei Berkshire e, ciò che più conta, avevo di rado aperto un giornale o ascoltato le notizie alla radio dopo l’11 settembre, tre anni prima; senza alcun senso di perdita – ma semplicemente, all’inizio, con una sorta di aridità interiore – avevo smesso di vivere non soltanto nel gran mondò ma nel presente. Da molto tempo avevo soffocato l’impulso di starci dentro e di farne parte.
Ma ora avevo preso la macchina e mi ero spinto per duecento chilometri verso sud fino a Manhattan per farmi visitare al Mount Sinai Hospital da un urologo specializzato nell’esecuzione di una procedura destinata ad aiutare le migliaia di uomini come me resi incontinenti dall’asportazione della prostata. Inserendo un catetere nell’uretra per iniettare una forma gelatinosa di collagene là dove il collo della vescica incontra l’uretra, questo specialista otteneva miglioramenti significativi in circa il cinquanta per cento dei suoi pazienti. Le probabilità non erano molte, perché «miglioramento significativo» voleva dire solo parziale attenuazione dei sintomi: la «grave incontinenza» diventava una «moderata incontinenza», e la «moderata» diventava «leggera». Tuttavia, poiché i suoi risultati erano più soddisfacenti di quelli ottenuti da altri urologi usando all’incirca la stessa tecnica (non c’era niente da fare per l’altro rischio della prostatectomia radicale al quale io, come decine di migliaia d’altri, non avevo avuto la fortuna di sfuggire: i danni ai nervi che avevano provocato l’impotenza), mi recai a New York per un consulto, molto tempo dopo che avevo immaginato di aver fatto l’abitudine agli inconvenienti pratici delle mie condizioni.
Negli anni successivi all’intervento credetti addirittura di aver vinto la vergogna di farsi la pipì addosso, e di essere uscito dalla forma acuta di disorientamento che era stata particolarmente esasperante nei primi diciotto mesi, quando il chirurgo mi aveva fatto credere che l’incontinenza sarebbe scomparsa a poco a poco nel corso del tempo, come accade in un numero limitato di casi fortunati. Ma a dispetto del trantran quotidiano indispensabile per tenermi pulito e per non emanare odori sgradevoli, io non dovevo in realtà essermi mai veramente abituato a portare le mutande speciali e a cambiare i pannoloni e ad affrontare gli «incidenti» che potevano capitarmi, non più di quanto avessi sopportato l’umiliazione che questo comportava, perché ero là di nuovo, a settantun anni, nell’Up-per East Side di Manhattan, a non molti isolati da dove abitavo una volta, quando ero più giovane, sano e vigoroso, e poi nella sala della reception del dipartimento di urologia del Mount Sinai Hospital, in procinto di sentirmi dire che con l’aderenza permanente del collagene al collo della vescica avrei avuto la possibilità di esercitare sul flusso dell’urina un controllo un po’ più stretto di quello di un poppante. Mentre aspettavo là seduto, immaginando la procedura e sfogliando le copie di «People» e «New York» ammucchiate le une sulle altre, pensai, Ma non è questo il punto. Gira sui tacchi e tornatene a casa.

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David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori, 2008): incipit

incipit di A un cerbiatto somiglia il mio amore

di David Grossman

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Ehi, tu, sta’ zitta!
Chi è?
Sta’ zitta! Hai svegliato tutti!
Ma io la tenevo per mano.
Che cosa?
Sul masso, eravamo sedute e…
Ma di che masso parli? Lasciami dormire.
A un tratto è caduta.
Stavi cantando nel sonno, ti rendi conto?
Ma se dormivo.
E urlavi!
Mi ha lasciato la mano, è caduta.
Basta, dormi.
Accendi la luce.
Sei impazzita?
Ho dimenticato…
Ci uccideranno se accendiamo la luce.
Aspetta…
Che c’è?
Cantavo?
Cantavi, urlavi, tutto insieme. Adesso sta’ zitta.
Cosa cantavo?
Cosa cantavi?!
Mentre dormivo, cosa cantavo?
E che ne so io? Urlavi. Ecco cosa cantavi. Cosa cantavo, cosa cantavo…
Ma tu hai detto che cantavo.
Era una canzone senza… non lo so. Basta, io…
Non te la ricordi? Ma se sono più morto che vivo…
Ma chi sei?
Stanza numero tre.
Anche tu in quarantena?
Devo tornare in camera.
Non andare… Te ne sei andato? Ehi, aspetta… Se n’è andato. .. Ma cosa cantavo?

La notte seguente lui la svegliò di nuovo, ancora furioso perché cantava a squarciagola e svegliava tutto l’ospedale. Lei lo supplicò di ricordare se era la stessa canzone della sera prima, lo voleva sapere disperatamente, per via del sogno che aveva fatto e che faceva quasi ogni notte in quegli anni. Un sogno candido, in cui tutto era bianco: le strade, le case, gli alberi, i gatti e i cani e anche il masso sull’orlo del precipizio. Persino Ada, la sua amica dai capelli rossi, era completamente bianca, senza una goccia di sangue nel viso e nel corpo. Ma lui non ricordava che canzone aveva cantato. Tremava tutto, e lei, distesa nel letto, tremava con lui. Sembriamo un paio di nacchere, disse, e la ragazza, con sua sorpresa, scoppiò in una risata fresca e squillante che lo stimolò. Aveva consumato tutte le energie per arrivare lì dalla sua camera, trentacinque passi – un passo e una pausa, un passo e una pausa. Si era sorretto alle pareti, agli infissi delle porte, ai carrelli vuoti del cibo. Sulla soglia della stanza della ragazza si era accasciato e raggomitolato sull’appiccicoso pavimento di linoleum. Per lunghi istanti entrambi respirarono affannosamente. Lui avrebbe voluto farla ridere ancora ma non riusciva a parlare. Poi si addormentò, probabilmente.

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Fred Vargas, Un po’ più in là sulla destra (Einaudi, 2008): incipit

incipit di Un po’ più in là sulla destra

di Fred Vargas

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- E che cavolo combini da queste parti ?
Alla vecchia Marthe piaceva fare quattro chiacchiere. Quella sera non aveva avuto soddisfazione e si era accanita sulle parole crociate, al bancone, con il proprietario. Il proprietario era un buon diavolo, ma irritante quando faceva le parole crociate. Dava risposte assurde, non rispettava la definizione, non teneva conto delle caselle. Eppure avrebbe potuto rendersi utile, era un asso in geografia, stranamente, perché non aveva mai messo piede fuori da Parigi, come Marthe del resto. Scorre in Russia, due lettere, verticale; il proprietario aveva proposto «lenissei».
Comunque, era meglio che non parlare per niente.
Louis Kehlweiler era entrato nel bar verso le undici. Erano due mesi che Marthe non lo vedeva e, in realtà, aveva sentito la sua mancanza. Kehlweiler aveva infilato una moneta nel flipper e Marthe osservava i percorsi della grossa biglia. Quel gioco demenziale, con uno spazio fatto apposta perché uno perdesse la biglia, con un piano inclinato da risalire a costo di incessanti sforzi, in cui, appena arrivato in cima, ridiscendevi a precipizio per perderti nello spazio fatto apposta, l’aveva sempre contrariata. Le sembrava che in fondo quella macchina impartisse senza tregua delle lezioni di morale, una morale austera, ingiusta e deprimente. E se, legittimamente seccato, le rifilavi un pugno, andava in tilt e venivi punito. E oltretutto bisognava pagare. Avevano tentato di spiegarle che era per divertirsi; niente da fare, le ricordava il catechismo.
- Eh? Che cavolo combini da queste parti?
- Sono passato a dare un’occhiata, – disse Louis. – Vincent ha notato qualcosa.
- Qualcosa che vale la pena ?
Louis si interruppe, c’era un’emergenza, la biglia del flipper correva dritta verso il nulla. La riacciuffò con una levetta e quella ripartì a crepitare verso l’alto, senza convinzione.
- Gioco fiacco, – disse Marthe.
- Lo so, ma tu non la smetti di parlare.

- Per forza. Quando ti dai al catechismo, non senti quello che ti dicono. Non mi hai risposto. Vale la pena?
- Forse. E da vedere.
- Che tipo di roba è ? Politica, interessi, non si sa ?
- Non berciare a quel modo, Marthe. Un giorno avrai delle grane. Diciamo, uno dell’ultradestra dove non ci si aspetterebbe di trovarlo. Sono curioso.
- Autentico ?
- Sì, Marthe. Autentico, denominazione nazionale controllata, imbottigliato dal produttore. Da verificare, certo.
- E dov’è? A che panchina?
-Alla 102.

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Peter Fruit, Su e giù con Amy Winehouse (Kowalski, 2008): incipit

da Su e giù con Amy Winehouse

di Peter Fruit

Sotto la fusoliera le nuvole si diradano e appare un tra­monto che lassù non potevamo vedere. Eravamo troppo alti sulle ali d’alluminio sopra le piste di Heathrow.
Sto tornando a Londra, dopo trent’anni.
Quando sono arrivato con i Ramones, la prima volta, sembravamo dei profughi senza speranza, e invece sta­vamo inventando un mondo.

Adesso è tutto più chiaro. I Ramones se ne sono anda­ti e miti moderni non ce ne sono. Esistono le rock’n'roll star, e ho accettato l’incarico di scoprire una nuova stel­la, anche se non so ancora a chi può servire. Chi mi ha ingaggiato ha riconosciuto soltanto la mia esperienza, l’arte di sopravvivere con i pazzi e le rock’n'roll band. Gli serviva qualcuno per capire e spiegare, ma soprattutto uno che reggesse il ritmo.
Sono qui più per la necessità di una nazione, che per un mio bisogno. È la voglia di avere una donna: madre, moglie, sorella, figlia, su cui proiettare tutte le tensioni, le emozioni, le frustrazioni. Una che faccia quello che non sanno fare gli uomini. Attirare l’attenzione. Decidere. Fare la rivoluzione. Cambiare. Vivere.
Il Regno Unito è maschio, forse è per quello che ha sempre cercato una donna che gli fosse superiore, lo guidasse, lo por­tasse nelle spirali dei sogni e degli incubi, e che poi lo facesse planare con dolcezza nella realtà: la parte più dif­ficile.
Le mie riflessioni non vanno oltre l’oblò del jumbo e hanno la stessa densità del traffico sull’autostrada, tutto attoreigliato all’aeroporto. Guardo un appunto della mia faccia nel vetro di plastica, e ci proietto il secolo scorso, il Regno Unito, maschio, e le tre donne, tre esseri supe­riori che hanno comandato, diretto, deciso, pensato anche per tutti gli uomini. La Regina, Margaret Thatcher, Lady Diana.
Forse è soltanto una visione nel mattino che si sta sve­gliando, l’aereo che ondeggia sbattendo le ali nell’aria, le nuvole che si sfilacciano a nord e la terra che mi viene incontro. Chiudo gli occhi per vedere meglio. Tre donne per un regno. Tre donne per mangiarsi un secolo. La Regina, l’unica certezza della nazione. Lì, al centro del­l’attenzione, legata alla sua corte, dentro il Palazzo, nei riti e nelle convenzioni che sanno di naftalina, la caccia alla volpe e il cambio della guardia. Una Regina giusta e un Re in un angolo: una monarchia meglio di ogni democrazia. Dio salvi la Regina, il Regno s’arrangerà, come sempre.

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Luigi Malerba, Il sogno di Epicuro (Manni, 2008)

incipit di Il sogno di Epicuro

di Luigi Malerba

Un orto ben coltivato, circondato da un muro. Addossato al muro un basso padiglione nel quale si intravedono alcune panche e un tavolo di legno grezzo.
Il filosofo Epicuro, un cinquantenne con una folta barba grigia, cammina fra i solchetti dell’orto, coltivato a rape, cavoli, lattuga, crescione, ravanelli, sedano, cipolle e altre verdure. Lo seguono cinque allievi fra cui una ragazza. Epicuro parla e intanto annaffia le verdure con una brocca piena d’acqua. Quando l’acqua è finita uno degli allievi gli porge un’altra brocca piena e va a riempire quella vuota a una fontanella addossata al muro dell’orto. Intanto Epicuro continua la sua lezione.
«…I piaceri si dividono dunque in “naturali e necessari”, come cibarsi; in “naturali e non necessari”, come cibarsi con alimenti raffinati; e infine vengono i piaceri che non sono “né naturali né necessari”, come arricchirsi.»
Un allievo con una faccetta simpatica e spiritosa si avvicina al filosofo.
«Maestro Epicuro, posso esprimere un concetto?»
«Sentiamo.»
«Io considero i ravanelli crudi un cibo molto raffinato. Il mio amico Sidonio li considera invece un cibo degno delle capre.»
«Il tuo amico Sidonio farà bene a lasciare i ravanelli per te o per le capre dal momento che non gli piacciono. Il piacere comunque non è unico e assoluto per tutti, non esiste “il piacere in sé” come dice Platone, ma vari generi di piacere in rapporto alle persone, agli oggetti, alle condizioni delle persone, all’occasione.»
Mentre parla, Epicuro distrattamente continua il gesto di innaffiare le verdure, ma la brocca è vuota. Un secondo allievo glielo fa notare. «Maestro Epicuro, stai innaffiando con la brocca vuota.»
Epicuro si rende conto della distrazione. «Se veramente continuassi a innaffiare, il fatto che la brocca è vuota non sarebbe rilevante. In realtà non sto innaffiando come tu hai detto, ma sto facendo soltanto il gesto di innaffiare. Insomma sto facendo un innaffiamento “platonico”. Con questo genere di innaffiamento le verdure non crescerebbero e noi finiremmo per morire di fame. Esiste una migliore dimostrazione che la filosofia deve essere tutta tesa ad aiutare gli uomini a vivere meglio, possibilmente a raggiungere la felicità, e che è inutile e perciò dannosa quella filosofia che propone soltanto idee astratte?»
«Come Platone» dice la Ragazza.
Epicuro sorride soddisfatto alla Ragazza, poi prende la brocca piena d’acqua che gli porge uno degli allievi e nell’altra mano tiene la brocca vuota. Le mostra tutte e due agli allievi, una vicina all’altra.
Epicuro alza in alto la brocca vuota. «Questa è la filosofia di Platone.» Poi mostra la brocca piena. «E questa è la filosofia di Epicuro.»
Poi dà la brocca vuota all’altro allievo perché vada a riempirla, e con quella piena riprende a innaffiare le verdure. Dopo qualche istante si ferma e gira lo sguardo intorno.
«Ravanelli, cavoli, rape, lattuga, barbabietole, sedano, cipolle, cetrioli… lo chiamano “il giardino di delizie”, e io sono d’accordo nel dire che queste verdure sono autentiche delizie, ma preferisco che questo luogo venga chiamato “l’Orto di Epicuro” perché di un orto si tratta e non di un giardino.»
Il Primo Allievo fa uno sbadiglio. «Posso esprimere un altro concetto?»
«Dimmi.»
Il Primo Allievo è incerto. «Il sole sta tramontando, maestro Epicuro…»
«La notizia è interessante, ma generica.»
«Con il tramonto del sole i tuoi allievi sentono la necessità di soddisfare un loro desiderio “naturale e necessario”.»
«Se è della cena che intendi parlare, gli ortaggi sono già stati raccolti e lavati. Possiamo dunque entrare nel padiglione.»
Epicuro depone la brocca dell’acqua e si avvia verso il padiglione seguito dagli allievi. Posato su un tavolo c’è un grande cesto con molti ortaggi. Gli allievi siedono intorno al tavolo insieme al maestro e prendono una ciotola ciascuno. Sul tavolo c’è anche una brocca piena di vino e delle coppe di metallo.
Gli allievi attendono rispettosamente, ma con impazienza, che Epicuro incominci a mangiare per primo. Il filosofo guarda il cibo, poi guarda gli allievi in attesa, evidentemente affamati.
Sorride malizioso.
«L’attesa aumenta il piacere.»
Il Primo Allievo mostra segni di nervosismo.
«Posso esprimere un concetto?»
«Certo.»
«Ho fame: l’attesa prolungata e i morsi della fame che l’accompagnano procurano dolore.»
Epicuro risponde allegramente.
«Abbandoniamoci dunque a quest’orgia di piacere!»
Epicuro prende un ravanello e lo addenta.
Gli allievi incominciano a loro volta a mangiare con voracità.
«Quando i nostri nemici ci accusano di essere dei gaudenti dediti ai più sfrenati piaceri dei sensi, in fondo non hanno torto.»

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Haruki Murakami, Kafka sulla spiaggia: incipit

 

incipit di Kafka sulla spiaggia

di Haruki Murakami

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Il ragazzo chiamato Corvo

- E così il denaro sei riuscito a trovarlo ? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre.
Io annuisco.
- Quanto ?
Rifaccio un’altra volta il calcolo a mente, quindi rispondo: – Circa quattrocentomila yen in contanti. Poi c’è ancora qualcosa che posso prelevare con la carta. Naturalmente non credo che basti, ma almeno per ora dovrei farcela.
- Non è male, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Almeno per ora.
Io annuisco.
- Però questi soldi non li hai certo ricevuti da Babbo Natale, o sbaglio? – dice.
- No, – rispondo.
Il ragazzo chiamato Corvo si guarda intorno, storcendo leggermente le labbra in una smorfia ironica.
- Non sarà che provengono dal cassetto di qualcuno, qualcuno molto vicino?
Non rispondo. Lui sa benissimo di chi è quel denaro, è ovvio. Non sta cercando di strapparmi una confessione. Mi sta semplicemente prendendo in giro.
- Beh, pazienza, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Quei soldi ti servono. Ti servono davvero. Devi averli. Qualsiasi mezzo è lecito: chiederli, prenderli in prestito di nascosto, rubarli… In ogni caso sono soldi di tuo padre. Con quelli, almeno per ora, ce la farai. Ma quando avrai finito quei quattrocentomila yen, come hai intenzione di muoverti? I soldi non crescono spontaneamente nel portafogli come funghi di montagna. Avrai bisogno di mangiare, e di un posto per dormire. A un certo punto i soldi finiranno.
- Ci penserò quando sarà il momento, – dico.
- Ci penserò quando sarà il momento, – ripete il ragazzo, come soppesando le mie parole sul palmo della mano.
Io annuisco.
- Vuoi dire che cercherai un lavoro o qualcosa del genere?
- Forse, – dico.
Il ragazzo chiamato Corvo scuote la testa. – Ma quando imparerai qualcosa sulla vita? Come pensi che un ragazzo di quindici anni, in un posto lontano e sconosciuto, possa trovare un lavoro? Se non hai neanche finito la scuola! Chi ti darebbe un impiego?
Arrossisco leggermente. Sono uno che arrossisce subito.
- Mah, lasciamo perdere, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – Non è il caso di fare un elenco dei problemi, prima ancora di cominciare. Ormai hai fatto la tua scelta. Adesso si tratta solo di metterla in pratica. E comunque sia, è la tua vita. Alla fine, sei solo tu a dover decidere.
Sì, comunque sia, questa è la mia vita.
- Ma d’ora in avanti, se non diventi più tosto non ce la farai.
- Faccio del mio meglio, – dico.
- Certo, – dice il ragazzo chiamato Corvo. – In questi ultimi anni ti sei rafforzato molto, non si può negare. Annuisco. Il ragazzo chiamato Corvo continua:
- Resta però il fatto che hai solo quindici anni. La tua vita è appena cominciata. Il mondo è pieno di cose di cui non sai niente. Cose che tu nemmeno ti immagini.
Siamo seduti come al solito l’uno accanto all’altro sul vecchio divano di pelle nello studio di mio padre. Al ragazzo chiamato Corvo questa stanza piace. Gli piacciono molto tutti i piccoli oggetti che ci sono. Adesso gioca con un fermacarte di vetro a forma di ape che ha tra le mani. Naturalmente, quando mio padre è in casa si tiene alla larga.
- Però, qualsiasi cosa succeda, – dico, – devo andarmene di qui. Su questo non si discute.
- Lo credo anch’io, – conviene il ragazzo chiamato Corvo. Posa il fermacarte sul tavolo, e incrocia le mani sulla nuca. – Però non pensare che questo risolverà tutto. Non per raffreddare il tuo entusiasmo, ma anche se vai più lontano che puoi, non è detto che riuscirai davvero a fuggire da qui. Secondo me è meglio non fare troppo affidamento sulla lontananza.
Ci rifletto per qualche istante. Il ragazzo chiamato Corvo tira un sospiro, chiude gli occhi e si preme le palpebre con le dita.

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Philippe Forest, Sarinagara (Alet, 2008): incipit

 

incipit di Sarinagara

di Philippe Forest

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. È diventata il mio ricordo più nitido e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino ai giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posata sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraversavo la città: le facciate grigie degli edifici davano l’impressione di perdersi nel cielo, grandi scale giravano nel vuoto come appese al miraggio di splendidi palazzi. Canali color acciaio si stagliavano all’infinito alimentati silenziosamente da vasche e da fontane sulla cui profondità si protendevano ponti dagli archi giganteschi. Il sole brillava ancora ma senza fare ombra o calore. Stavo attento a non uscire dai confini del mio quartiere, che si era stranamente dilatato al punto da contenere nella sua nuova immensità tutto lo spazio impensabile del mondo. Non c’era anima viva. Non riconoscevo nulla intorno a me. Mi addentravo sempre più in una fantasmagoria silenziosa e senza fine. Tutte le prospettive nuove che scoprivo facevano più grande la mia perplessità. Ero incapace di indicare la direzione di casa mia. Capivo di essere arrivato all’estremità del mondo e che al di là non c’era niente. Non avrei mai più trovato la strada del ritorno. Ero del tutto perso. Nel sogno sapevo che in quel momento avrebbe dovuto piombarmi addosso una tristezza totale, una disperazione senza fondo. Misuravo tutta la miseria della mia condizione di bambino smarrito, ma un’impressione di grande tranquillità era dentro di me. Mi sentivo libero di una libertà triste, era per me come una vertigine alla quale non volevo rinunciare e alla cui grazia mi abbandonavo con gratitudine e fiducia, con gioia.
Tutto il sogno era immerso in un unico colore, ma lo strano è che quel colore non l’avevo mai visto da nessuna parte. Direi che assomigliava a un certo tipo di “giallo”. Eppure sarei stato assolutamente incapace di dargli un nome preciso e ancor meno di descriverlo. D’altra parte, se ci penso, la parola stessa “colore” non era del tutto adatta. Si trattava piuttosto di un tipo quasi impercettibile (di grana? di pigmentazione?) che contagiava indistintamente tutte le sfumature del verde, del grigio, del blu, del rosso; non le alterava veramente – il verde rimaneva verde, il blu rimaneva blu, ecc. – ma dava loro la stessa aria di vaga irrealtà. Forse più che un colore era una qualità particolare di chiarore, una strana proprietà del baluginio, come una fosforescenza discreta di quell’universo di sogno che avvolgeva il mondo nella sua trasparenza sottomarina e silenziosa.
Tutta la luce della scena sembrava falsa. Ne risultava quel colore che non era veramente un colore, visto che si sommava a tutti gli altri – senza però alterarli veramente – e che mi indicava che tutto quello che vivevo era parte di un sogno. Era quel colore a dirmi che la città in cui mi trovavo non era in realtà la mia, che non ero del tutto smarrito, che presto mi sarei svegliato, che il prossimo angolo di strada al quale avrei svoltato mi avrebbe semplicemente ricondotto nel buio desueto della notte che conoscevo, nella mia camera, nel mio letto, a casa mia. E, bambino, non sapevo che cosa pensare di quella promessa di ritorno. Ero incapace di decidere se davvero mi rassicurava o se al contrario mi precipitava in una malinconia ancora più profonda.
A volte il mio sogno di bambino continuava così. Certe notti il racconto non terminava nel vuoto. Non rimaneva sospeso. C’era un seguito. Dopo aver camminato a lungo nella città sconosciuta, dopo aver costeggiato ogni sorta di edifici di proporzioni smisurate e dalle strane facciate, il bambino che sognava si fermava all’angolo di una via e bruscamente si accorgeva che il suo vagabondare lo aveva riportato proprio davanti a casa. Spingeva il cancello del palazzo, saliva nel buio i gradini di una scala scura, si fermava al piano più alto, di fronte all’entrata dell’appartamento sotto i tetti. La sua manina bussava alla porta e il toc toc sul legno rimbombava in stanze vuote. L’eco era così prolungata, così profonda da far pensare che dall’altra parte ci fosse tutto un mondo sconosciuto e deserto. Poi il bambino aspettava a lungo, con il cuore in gola. Certe volte gli apriva una sconosciuta e, dietro alla sagoma di lei, egli scorgeva la prospettiva rettilinea del corridoio, poi del salone, della camera e in fondo alla camera, attraverso la finestra da cui entrava la luce gialla del pallido sole, il cielo e, in basso, la città. Ma tutto era cambiato, il bambino non riconosceva niente, quella casa non era più la sua. Altre volte erano i suoi genitori ad aprirgli. Guardavano il bambino con una specie di stupefazione crudele, increduli di fronte alla realtà del suo ritorno: il bambino che gli stava davanti non era il loro, quel bambino era scomparso da così tanto tempo che avevano dimenticato persino i tratti del suo volto, il suono della sua voce, il suo nome, la sua stessa esistenza. E, qualunque sviluppo proponesse la notte, il bambino restava immobile davanti alla porta aperta, consapevole che nel mondo dove un tempo aveva vissuto d’ora in poi non c’era più posto per lui; era diventato una specie di minuscolo e patetico fantasma errante nel nulla variopinto di una vita dalla quale era stato escluso una volta per tutte: triste, trasparente e per sempre in balia del giallo senza sostanza della sera.

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