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Raffaele La Capria, Amori (Manni, 2008): incipit

 

INCIPIT di Amori

La prima volta

di Raffaele La Capria 

«Eccoti qua», dissi con un sorriso di circostanza.
Era infatti là, inquadrata nel vano della porta. Ma questo appunto cambiava tutto, inesplicabilmente. Perché lei portava con sé quel di più che non avevo immaginato e ci voleva un po’ di tempo per ridimensionarla.
Entrò nel salotto, si guardò intorno un po’ contrariata, fece qualche passo nel suo modo pigro e ondulante – quel vestito di lanina verde bordato di rosso non glielo avevo mai visto addosso, lo aveva messo per me? – e poi voltandosi dalla mia parte disse:
«Nel corridoio ho avuto paura. Potevi almeno venirmi incontro. E tu: “Eccoti qua”, non sai dire altro. Bell’accoglienza. Di’ un po’, eri tanto sicuro che sarei venuta?»
«Ci voleva poco a indovinarlo. Mi trovavo da Enrico stamattina quando lo hai chiamato al telefono.»
«Ah, eri là?» scoppiò a ridere.
«Bei metodi…»
«Non li approvi?»
«No.»
«Allora me ne vado?»
«Ormai è fatta.»
Con una leggera spinta la feci cadere sul divano. Sorrise.
«Non preoccuparti, non me ne vado.»
Attirandomi mi sfiorò con un bacio.
Avrei dovuto prendere qualche iniziativa, come richiesto dalle circostanze, farmi precedere dai miei gesti e verificare solo dopo dove approdavano. Per ora niente da segnalare, c’era in me, nel mio corpo, una calma che non prometteva niente di buono. Nemmeno la più piccola pulsione nel sangue, e di laggiù, da quel luogo remoto dove pareva confinato il mio sesso, nessun preannuncio mi arrivava. Eppure quel bacio dato di sfuggita era pur sempre il primo tra noi!
Tirò fuori un fazzolettino:
«Avvicinati.»
Avvicinai il mio viso al suo, sentii la punta della lingua insinuarsi tra le mie labbra e rapida ritrarsi.
«Questo rossetto è un disastro. Stinge.»
Mi pulì col fazzolettino e se lo strofinò anche lei sulla bocca.
«Guarda un po’ se è andato via. Va bene così?»
Be’, andava meglio, qualche vibrazione laggiù l’avevo avvertita, qualcosa che rassomigliava a un desiderio si stava ridestando. La bocca con ancora tracce di rossetto vista così da vicino era più grande del naturale, era diventata una cosa a sé, rosea, staccata da lei e dotata di uno strano potere di attrazione. Forse conveniva insistere, con un tantino di partecipazione.
Ma lei si tirò indietro. Frugò nella borsa, prese una sigaretta e mi fece cenno che voleva accendere. Dov’erano finiti i fiammiferi? Li cercai di qua, di là, li trovai finalmente in cucina. Quando rientrai e la vidi sul divano con le gambe accavallate in mostra, l’aria tranquilla di chi prevede già come si svolgeranno le cose, mi parve di non aver capito ancora quanto stava accadendo. Mi sedetti accanto a lei, le feci accendere la sigaretta, forse era il caso di tentare un primo approccio, cingerle le spalle, ma vi rinunciai. Era bastata la breve interruzione, il tempo di andare in cucina e tornare, per distrarmi, per riportarmi allo stato d’indifferenza iniziale.
Mi spostai nell’angolo in ombra del divano. Be’, che c’era in lei di così particolare? L’osservai con un certo distacco ma anche con curiosità, come per trovare una giustificazione alla mia indifferenza o non so quale rivalsa da opporle. Una vena appena svelata correva dalla tempia e si diramava sfumando nel pallore linfatico del viso. Non l’avevo mai vista così bene. Quasi ad assecondare le mie intenzioni Mira si mosse e la luce del lume l’investì cruda. Le puntai addosso uno sguardo meticoloso, esigente, e scoprii le palpebre, i pori del naso, le sparse efelidi sugli zigomi alti, la bocca infantile con quell’impercettibile sorriso fermo negli angoli arricciati, gli occhi larghi d’un azzurro sbiadito che parevano a tratti ciechi come quelli delle statue – era solo un po’ di miopia, lo sapevo – e lì, sotto il labbro inferiore, un piccolo eczema scuro, una crosticina appena coperta da un velo di cipria… È proprio brutta pensai.

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Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla: incipit

tratto da Lo scafandro e la farfalla

di Jean – Dominique Bauby 

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Dietro le tende di tela tarmata un chiarore latteo annuncia l’avvicinarsi del mattino. Ho male ai calcagni, la testa come un’incudine e una sorta di scafandro racchiude tutto il mio corpo. La mia camera esce dolcemente dalla penombra. Guardo in ogni particolare le foto di coloro che mi sono cari, i disegni dei bambini, i manifesti, il piccolo ciclista di latta che mi ha mandato un amico la vigilia della Parigi-Roubaix e la forca che sovrasta il letto dove sono incrostato come un paguro bernardo nella sua conchiglia.
Non ho bisogno di molto tempo per sapere dove sono e per ricordarmi che la mia vita si è capovolta quel venerdì 8 dicembre dell’anno scorso.
Fino ad allora non avevo mai sentito parlare del tronco cerebrale. Quel giorno invece ho scoperto tutta in una volta questa parte maestra del nostro computer di bordo, passaggio obbligato tra il cervello e le terminazioni nervose, nel momento in cui un incidente vascolare ha messo fuori uso il suddetto tronco. Un tempo si chiamava “congestione cerebrale” e molto più semplicemente se ne moriva. Il progresso delle tecniche di rianimazione ha reso più sofisticata la punizione. Se ne scampa ma accompagnati da quella che la medicina anglosassone ha giustamente battezzato locked-in syndrome: paralizzato dalla testa ai piedi, il paziente è bloccato all’interno di se stesso, con la mente intatta e i battiti della palpebra sinistra come unico mezzo di comunicazione.
Ovviamente, il principale interessato è l’ultimo a essere messo al corrente di queste gratifiche. Da parte mia, ho avuto diritto a 20 giorni di coma e a qualche settimana di nebbia prima di rendermi veramente conto dell’entità dei danni. Ne sono emerso solo alla fine di gennaio nella camera numero 119 dell’ospedale marittimo di Berck, dove penetrano ora le prime luci dell’alba.
È una mattina come tutte le altre. Alle sette la campana della cappella ricomincia a segnare il fuggire del tempo, quarto d’ora dopo quarto d’ora. Dopo la tregua della notte, i miei bronchi intasati si rimettono a brontolare rumorosamente.
Contratte sul lenzuolo giallo, le mani mi fanno soffrire senza che io arrivi a capire se sono bollenti o gelate. Per lottare contro l’anchilosi faccio scattare un movimento riflesso di stiramento che fa muovere braccia e gambe di qualche millimetro. Talvolta basta a dare sollievo a un arto indolenzito.
Lo scafandro si fa meno opprimente, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida.

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Giuseppe Genna, Hitler: incipit

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Incipit di Hitler
Lambach (Austria), marzo 1897

Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo.È scatenato nei cieli, immenso, invisibile, entra nel tempo e ne riesce, digrigna i denti giallastri, immensi, i suoi occhi di brace illuminano tutte le notti future.
È il lupo della Fine, si chiama Fenrir.
Gli antichi nordici sapevano che un giorno avrebbe rotto il vincolo. Fu allevato nella terra dei giganti, fu fatto rinchiudere da Odino e serrati i suoi arti con una catena che i maghi prepararono con rumore del passo del gatto, barba di donna, radici di montagna, tendini d’orso, respiro di pesce, saliva di uccello – alla vista e al tatto sembrava un nastro di seta, ma in realtà nessuno avrebbe potuto spezzare quella catena. E in attesa della fine, il lupo Fenrir è rimasto recluso, a ululare, a sbavare, a tentare di spezzare il vincolo.
E ora è riuscito.
Da fuori del tempo cala nel tempo e nello spazio, percorre ciclopico i vasti cieli europei, annusa i confini e marca il territorio, urina piogge acide sulle frontiere della Germania, ulula e stride, stalattiti di ghiaccio pendono dal suo ventre unto, le zampe cavalcano l’etere, velocissimo, non sa nulla, ispeziona con le narici dilatate, è il mostro dell’avvenire, il portatore dell’apocalisse.
Apocalisse significa: rivelazione. Rivelerà a chi?
Gira a vortice, a spirale, sull’Europa pronta al disfacimento. Sulle case borghesi. Sui patriarchi che tengono alla propria onorabilità. Sulle mogli accantonate. Sui molti bambini cresciuti a bacchettate. Sulla natura iridescente del pianeta che si prepara al degrado.
Di tutto ciò, il lupo Fenrir non vede nulla: sono forme che ai suoi occhi accesi evaporano. Il tempo è una breve distrazione tutta umana.
Ed ecco che l’olfatto capta.
Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita. Verso l’Austria, a capofitto, lasciandosi cadere attraverso i gradi multicolori dell’arcobaleno, perforando l’aurora, l’alba, le fasi del tempo umano, le ore trascorse.
È qui.

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Patrick McGrath, Trauma: incipit

 

Incipit di “Trauma”

di Patrick McGrath 

La prima crisi depressiva di mia madre si verificò quando avevo sette anni, e io sentii che era colpa mia. Sentii che avrei dovuto prevenirla. Questo accadde circa un anno prima che mio padre ci lasciasse. Si chiamava Fred Weir. A quel tempo sapeva essere generoso, divertente, espansivo – mio fratello Walt assume lo stesso atteggiamento, a volte. Quando si avvicinava una crisi c’erano dei sintomi evidenti, almeno per me – non so per gli altri. Poi, ecco l’improvvisa perdita di controllo, la fuga precipitosa dalla stanza, la porta sbattuta in fondo al corridoio e, infine, il silenzio stupefatto. Io, però, ero in grado di evitare tutto questo. Facevo lo sciocco, o il bambino piccolo, e distraevo mio padre dall’ondata crescente di noia e frustrazione che probabilmente avvertiva, trovandosi intrappolato nella soffocante atmosfera domestica che la mamma amava creare. Più tardi, quando lei incominciò a scrivere, non creò più nessuna atmosfera: solo un vago squallore, molto alcol e tristezza. Ma mio padre se n’era già andato da un bel po’.
A quel tempo vivevamo in un grande appartamento, brutto e scomodo, sull’Ottantasettesima Strada Ovest, dove oggi abita mio fratello Walter con la sua famiglia. Non ho mai messo in discussione il diritto di Walt ad averlo dopo la morte della mamma, e ho accettato il fatto che a me non abbia lasciato niente. In realtà, mi diverte che mi abbia sbattuto in faccia quest’ultimo insulto quando era già nella tomba. Era giusto che mio fratello avesse l’appartamento, date le dimensioni della sua famiglia e la circostanza che io vivevo da solo, anche se lui non aveva propriamente bisogno di quella casa. Walt è un uomo ricco – il pittore Walter Weir! Ma non provo risentimento per questo: di certo, se avessi sentito uno dei miei pazienti affermare una simile cosa, avrei subito colto la rabbia celata nelle sue parole. Con consumata abilità, allora avrei tirato fuori la verità, l’avrei portata in superficie, dove entrambi avremmo potuto affrontarla senza reticenze: Lei odiava sua madre! La odia ancora!
Come ormai avrete compreso, sono uno psichiatra. Per mestiere, faccio ciò che voi fate spontaneamente per le persone che amate, il cui benessere vi è stato affidato. Per molti anni, ho avuto lo studio in Park Avenue, cosa meno grandiosa di quel che sembra. L’affitto era basso, al pari delle mie parcelle. Lavoravo perlopiù con le vittime di traumi, che fra tutte le persone mentalmente disturbate della città di New York sentono con particolare intensità di essersi meritate le loro sofferenze. Ciò le rende lente nel recupero. Ho scelto questa professione a causa di mia madre, e non sono l’unico. Sono le madri che hanno spinto la maggior parte di noi verso la psichiatria: di solito, perché le abbiamo deluse.

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Heather McGowan, Schooling: incipit

incipit di Schooling

di Heather McGowan

Mi pesava, portar via la piccola, mi pesava eccome. Con la madre appena morta, so bene come vanno queste cose perché anche mia madre è morta giovane, beh eccome se mi pesava. Cercavo di dire qualcosa in risposta ai silenzi che mi gettava addosso per tutto il viaggio fino a Chittock Leigh. Che bella giornata di giugno provavo a dire Calda vero Catrine Catrine, lei rispondeva ogni volta Sì papà. Ad un certo punto le ho proposto Giochiamo a Gambe e insegne. Proprio in quel momento siamo passati di fronte al CAVALLO&CALESSE. Guarda, scricciolo, sono già sei punti per me. Sei? ha detto, sei, hai mai visto un cavallo con sei zampe? Beh, ho detto io con pazienza, Può esistere un calesse senza conducente? Sì, quando è posteggiato, ha detto lei incupitasi e intenta a fissare le sue scarpe. Le ho indicato il pub successivo sul suo lato ma quando v’eravamo vicini ho visto che si chiamava LA CIPOLLA ALLEGRA. LA CIPOLLA ALLEGRA, che razza di pub è questo, ho detto, Cipolla pensa tu. Alla fine in un impeto di parole ha detto Forse quel tuo vecchio cocchiere ha perso una gamba in guerra. Sì ho detto io E per quanto ne sappiamo anche il suo ronzino saltellava su tre zampe ma ci sono cose che puoi dare per assodate per esempio che un oste sull’insegna voglia per emblema un uomo con tutti gli arti a posto e per un po’ abbiamo discusso se fossi un padre imbroglione o se semplicemente stavo facendo il padre. IL CERVO BIANCO è apparso sul suo lato Sei! lei ha gridato e io per poco non sono finito fuori strada. Sei ha ripetuto lei picchiando sui braccioli, sei per me. Mi sono messo a ridere, Chi è che bara adesso? scusa perché sei. Perché non c’è mai un cervo bianco senza un cacciatore che gli spara, papà, un cacciatore devi darlo per assodato. Insomma le ho lasciato i sei punti così che fossimo pari e non tenesse il broncio nel venire a vedere la sua nuova scuola. Eccola lì, nemmeno il tempo di accorgermene, che emergeva dalla foschia come un transatlantico.

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Non avete ancora letto questo libro?

incipit di Tutti i bambini tranne uno

di Philippe Forest

Io non sapevo. O meglio: non me lo ricordo più. Era una vita smemorata e quelle cose non le vedevo. Vivevo in mezzo a parole – insistenti, insensate, sontuose, insolenti. Però me lo ricordo: io non sapevo.
Ora abito quel punto del tempo. Ogni sera poso ritualmente il volume rosso sul tavolo di legno che mi serve da scrivania. Faccio la somma dei giorni: aggiungo, tolgo, annoto, leggo.
“Tutti i bambini, tranne uno, crescono”, scrive James Barrie. Cominciano così le avventure di Peter Pan. Come lettore, immagino subito un elegante quartiere di Londra, vaste residenze irreali per troppa perfezione, aiuole luminose e curate. Wendy ha due anni. Si lancia tra le braccia della mamma e le porge un fiore appena colto. A questo istante ne seguiranno altri eppure, anno dopo anno, non si ripeterà mai più. Wendy ha due anni e ha già imparato il tic-tac rettile del tempo. “A due anni tutti i bambini lo sanno. Due è il principio della fine.”
Lascia che ti ripeta le parole con cui cominciavano le nostre storie. Parlavano di giganti e di fate, di pirati e indiani, lepri e folletti, lupi e bambine. La vita vera è più dolce per gli orchi che per i bambini. È lei che sperde Pollicino in fondo al bosco e fa sparire i sassolini bianchi che segnavano fra gli alberi la strada nascosta del ritorno. La vita vera divora Hänsel e divora Gretel, o li incatena per sempre dentro una capanna infernale. Dimentica Raperonzolo in cima alla torre. L’esistenza è una favola chiara e crudele, una leggenda con miniature grottesche. Nel margine dei libri illustrati, indifferenti ai discorsi con cui ci rassicuriamo a vicenda, i diavoli scandiscono le ore e le streghe preparano veleni. La nostra storia è una fiaba così, di terrore e tenerezza, che si dice all’incontrario e comincia dalla fine: erano sposati, vivevano felici e contenti, avevano una bambina… E poi tutto ricomincia perché, ascoltami, c’era una volta…

Allora, c’era una volta l’inverno scorso. Me lo ricordo: non sapevamo. E forse era meglio così. Meglio, forse, che non sapessimo. L’ignoranza ci proteggeva. Ci teneva al riparo dal dolore. Ancora non lo sapevamo ma le dovevamo ogni singolo giorno. Sapere ci avrebbe privati di questo dono.
Quell’inverno, insomma, fu l’ultimo. E assorbe nella sua luce tutto quello che è stato prima.
L’anno stava finendo. Come tutti, eravamo intrappolati nella nassa delle seccature di ogni giorno.
La vita ci avvolgeva con le preoccupazioni abituali. Però noi sapevamo che tutto questo non contava. Eravamo noi tre insieme, come sempre. Pauline aveva appena festeggiato il suo terzo compleanno. Poi, il giorno dopo, venne Natale. Lei aveva raccolto il suo bottino ai piedi dell’albero: i libri che avremmo letto, i pattini a rotelle, le bambole. Quella mattina avevamo chiuso le valigie ed eravamo partiti per la montagna. Avremmo fatto una vacanza nella casa della valle in mezzo al bosco. Sonno e sole, di questo avevamo voglia. La vita ci avrebbe ripresi più tardi. Aspettavamo la neve, che Pauline non conosceva ancora se non nella forma di quei vaghi fiocchi che cadono ogni tanto su Londra o su Parigi. Eravamo stanchi di tutto quel grigio sparso attorno a noi sui tetti e sui marciapiedi. Volevamo stordirci insieme di bianco, scivolare nella luce aperta di un paesaggio di creste e di abeti. Ogni mattina ascoltavamo le previsioni del tempo e ogni mattina si doveva rimandare la partenza per le vette. La stagione era irrimediabilmente mite. Al primo segno favorevole contavamo di raggiungere la più vicina stazione di sci. Ma il cielo rimaneva asciutto, chiaro, luminoso. Giocavamo intorno alla casa trascurando il grande giardino, sciupato, devastato, con le aiuole fangose, l’erba congelata. Allontanandoci potevamo solo passeggiare fino a stancarci. Il sentiero di destra passa tra la segheria e i prati. Non prendiamo mai quello che, sulla sinistra, rasenta le ultime case del villaggio. Per il sentiero di fronte ci s’inoltra subito nei boschi e presto si sale la montagna senza incrociare mai anima viva.
Si va nella rimessa a prendere il carroccio di legno. Si posa un bambino sul sedile e via, facendo girare e stridere sull’acciottolato le grosse ruote cerchiate d’acciaio.
Ci eravamo messi in testa di trovare la neve. Non volevamo più aspettare: avanti, ora mantenete la promessa. Avevamo preso la macchina nella stravagante canicola di dicembre. Pensavamo bastasse salire in alto per sbucare prima o poi nel bianco. Alice aveva la carta stradale aperta sulle ginocchia, ma conoscevo la zona abbastanza da poter guidare quasi a casaccio seguendo il nastro di asfalto che scalava i pendii. Pauline era allacciata al suo seggiolino, attenta; con un’occhiata nello specchietto retrovisore potevo verificarne la presenza. Per dieci volte ci siamo fermati in villaggi uguali e sconosciuti. Ricordo quelle chiese le cui strutture in legno sono barche capovolte finite lassù alla deriva, gli indecifrabili monumenti ai caduti, gli abbeveratoi di pietra coperti di muschio. L’auto saliva di valico in valico. Nel tardo pomeriggio eravamo sul punto più elevato. Intorno alla cima si disegnava una linea oltre la quale cominciava la neve e noi l’abbiamo superata. La strada si allargava e qualche decina di metri più in là diventava impraticabile. Le ruote hanno cominciato a slittare. Avendo quasi rinunciato a credere alla neve, non avevo pensato di attaccare le catene. Il rombo del motore si faceva sempre più forte, ma la macchina non riusciva a salire. Dietro di me, Pauline stava zitta zitta. Oggi ricordo che, parecchio tempo dopo, avrebbe rievocato spesso quel momento al quale pareva non aver dato alcun peso, agitata e divertita da quella piccola avventura imprevista.
Ho sistemato come potevo la macchina sul lato della strada ghiacciata, a distanza di sicurezza dal fosso pieno di polvere. Abbiamo tirato fuori dal bagagliaio i doposci. Un sentiero seminascosto saliva lungo il pendio. Nessuna orma ci precedeva. La neve era intatta, scricchiolante, compatta sotto il piede. Dove era fresca si sprofondava fino alle caviglie. Gli stecchi si spezzavano sotto i nostri passi e i cristalli posati sui rovi e i rami si sfacevano via via che avanzavamo.
Era una dolce distruzione. Fatti pochi passi Pauline si era stancata, e me la sono presa sulle spalle. Cantavamo canzoni per bambini. Nel bosco si passeggia e si ride perché il lupo non c’è, e siccome non c’è non ci mangia. Il sole era assai luminoso e allungava le ombre. Il sentiero si perdeva poi tra le masse imbiancate che spuntavano lungo il pendio. Abbiamo spazzato via il manto di neve sottile e labile da certe larghe pietre piatte. Ci siamo seduti tutti e tre. Poi, prima di prendere la via del ritorno, abbiamo chiuso gli occhi al sole.

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Diego De Silva, Non avevo capito niente: incipit

 

da Non avevo capito niente

di Diego De Silva 

ALTRUISMO FUORI LUOGO

Perché si va a passeggio alla fine di un amore:
a) Perché non si riesce a stare fermi.
b) Per fare capa e muro con la realtà senza stare a perdere tempo.
e) Per andare a comprare una camicia, un accendigas, o qualsiasi altro oggetto che al momento non serva.
d) Perché con le lenti nuove è meglio abituarsi a vedere subito.
e) Per innamorarsi.
f) Per commiserarsi.
g) Perché, visto che soffrire devi soffrire, almeno non ti fai venire a prendere a casa (a me, lo sconforto mi ha trovato in un centro commerciale, mentre guardavo il prezzo di un televisore a cristalli liquidi).

Io non lo so perché succede. Però succede. Provate a farvi lasciare dalla persona che amate, e ditemi se non vi viene voglia di fare un po’ di turismo nella vostra città, diciamo per una mezz’oretta. È lo shopping della disperazione, che spinge a investire su mercati inesistenti. Perché è chiaro che quando non hai alternative cominci a travisare la realtà disponibile.
E comunque c’è un’altra cosa che volevo dire a questo proposito. Quando una donna ti lascia, ti può capitare di metterla sull’evoluto. Abdicare all’intelligenza e stare a sentire fino in fondo quei discorsi a strofe tipo Sono quasi certa / che questo è un passo falso / e me ne pentirò / anzi sono già pentita / ma adesso è troppo tardi / per tornare indietro, come se ti avessero messo qualcosa nel caffè. Come se le difese immunitarie avessero deciso di sottoscrivere un Cid, invece di fare il loro lavoro. E tu puoi ritrovarti a reagire come un cretino in uno dei momenti più critici della tua vita. Addirittura a collaborare perché lo sfratto si svolga nel modo più indolore possibile per la donna che ti lascia. E a farla parlare liberamente, invece di chiederle dove sta scritto che è troppo tardi, visto che a te, che pure c’eri, non t’era mica sembrato che il tempo andasse così veloce. Invece di dirle che non è mai troppo tardi per tutti e due, è sempre uno che decide che ore sono.
Puoi rinunciare a farglielo, questo discorso (che è un discorso, al contrario del suo, e normalmente starebbe già sconfinando in una di quelle liti che tanto ti appassionano: ah, il bel prurito della zuffa, le parole che evadono di bocca senza piano di fuga!), e in un attimo, con la potenza di un’epifania, diventare il tuo opposto, un virtuoso delle variabili, un curatore di fallimenti sentimentali, come se valutassi la condizione di un terzo, e nella vita non avessi fatto altro che erogare consulenze bipartisan sulle separazioni e i loro traumi conseguenti, e la valanga che fra un po’ ti travolgerà (trasloco, affido dei figli, assegno di mantenimento, insonnia, attacchi di pavor quando finalmente ti addormenti, malinconia cronica, calo professionale, imbarazzo generico di stare al mondo, senso di colpa sociale, aumento della calvizie, ingrassamento da alimentazione inadeguata e assunzione di farmaci fino a quel momento ignorati) fosse un costo secondario rispetto all’esigenza squisitamente filo-sofica di certificare lo stato attuale delle cose.

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Andrea Bajani, Se consideri le colpe

incipit di Se consideri le colpe 

di Andrea Bajani 

Credo sia successo anche a te, la prima volta che sei arrivata qui. Che c’era un uomo, appena oltre la zona franca del recupero bagagli, che ti aspettava col tuo nome scritto sopra un foglio bianco. E una a una guardava le facce tentando di indovinare quella giusta da associare al suo cartello. L’uomo che aspettava me premeva contro la transenna alzando il foglio più in alto di tutti, e più che una procedura d’accoglienza, con quei cartelli in aria, sembrava una manifestazione di dissenso. Poi ci siamo riconosciuti, io che sono andato verso di lui e lui che ha piegato in quattro il foglio e l’ha fatto sparire nel taschino. Sopra c’erano scritti il tuo nome e il tuo cognome, come fossi tu a dover arrivare e non io che venivo fin lì per vederti finire sotto terra.

Ci siamo stretti la mano per presentarci e poi non ci siamo detti nulla. Mi ha detto soltanto che si chiamava Christian, e poi ha guardato in basso. Sulla mano mi è rimasto impresso il contatto con quella pelle dura, una mano che sembrava presa in prestito, tanto era estranea alla faccia mite che non mi guardava. Benvenuto in Romania, ha aggiunto poi prendendomi le valigie. Siamo rimasti fermi qualche istante a pochi metri dalle porte scorrevoli, io che non mi decidevo a uscire e le porte che si aprivano e si chiudevano al passaggio delle persone. Benvenuto in Romania, mi aveva detto, eppure in quell’aeroporto romeno io vedevo soltanto italiani in transito, uomini e donne sbrigativi che correvano trafelati dietro a borse e valigie a rotelle. Che erano gli stessi con cui avevo volato fino a pochi minuti prima, gli stessi che avevano cominciato a urlare nel telefono appena l’aereo si era fermato sulla pista, gli stessi che avevano continuato a urlare dentro la navetta, e che poi erano scomparsi col loro bagaglio a mano mentre io andavo ad aspettare la valigia. In mezzo a quella gente di corsa una volta c’eri anche tu.

Christian è rimasto per un po’ accanto a me, fermi tutti e due in quella zona di transito. Ma poi ha preso l’iniziativa, mi ha detto Mi segua e si è incamminato verso l’uscita, ha infilato l’apertura delle porte. Visto da dietro, con le spalle larghe e il collo incassato, si capiva la durezza delle mani. Quando ho alzato la testa Christian già non c’era più, l’ho visto sparire dall’altra parte della strada, la gente che continuava a passare, l’altoparlante a dire Aeroportul Otopeni e poi snocciolare arrivi e partenze in tutte le lingue del mondo. Così sono andato anch’io contro la porta a vetri, il gusto ogni volta di vederla aprirsi un attimo prima di finirci contro. Mi sono ritrovato fuori, il sole mi è scoppiato in faccia, e la Romania era quella lì. Ho cercato Christian in mezzo al via vai, ma i lampi sui parabrezza erano troppo violenti per riuscire a guardarci attraverso. D’un tratto me lo sono visto di fianco, per qualche istante ci eravamo stati accanto senza saperlo, tutti e due a cercarci dall’altra parte della strada. Poi abbiamo attraversato cercando dei varchi in mezzo al traffico, infilandoci tra le macchine in coda, le mani sui cofani per protezione. Abbiamo girato per un po’ tra le auto in sosta, Christian non si ricordava dove aveva parcheggiato. Quando ha visto la macchina ha accelerato il passo. L’ha fatta lampeggiare col telecomando, ha sistemato metodicamente le mie borse dentro il bagagliaio. Accanto a noi c’era una vecchissima Dacia dall’aria sfiancata, sembrava rimasta ferma lì da cinquant’anni. Il parcheggio era pieno di quelle macchine che parevano incagliate, come biciclette rimaste legate ai pali, i proprietari già morti da tempo e la gente che ci passa accanto.

Ha voluto che mi sedessi dietro, mi ha detto Per favore, aprendo la portiera. Poi per buona parte del viaggio è rimasto in silenzio, io gli guardavo la nuca, l’attaccatura dei capelli, gli cercavo la Romania addosso, qualche traccia di te. Ogni tanto mi guardava dentro lo specchietto, mi diceva Mi dispiace per sua madre. Pronunciava quelle parole in un italiano limpido, un accenno di estraneità più nello sguardo con cui le diceva che nella forma con cui venivano fuori. Aveva una faccia messa a lutto, come se quel viaggio cominciato all’aeroporto facesse già parte della tua cerimonia funebre. Christian è stato il tuo autista per molti anni. Ogni volta che sei atterrata a Bucarest lui si è presentato all’aeroporto, ti ha aspettato poco oltre la transenna e poi ti ha liberato dei bagagli. Ogni volta ti ha fatto salire dietro, ti ha cercato una buona frequenza alla radio, e senza bisogno che tu aggiungessi altro ti ha portato in azienda. La sera ti è venuto a prendere e ti ha accompagnato a casa. Da allora la macchina è rimasta la stessa, il tuo nome stampato sulla fiancata assieme a quello del tuo socio. Tu stavi seduta dove ora sto seduto io, vedevi quello che adesso vedo io, la città finire di colpo, e noi tutt’a un tratto allo scoperto in una campagna uguale per chilometri.

Christian aveva al massimo trent’anni ma ne dimostrava molti di più, i capelli grigi sopra le orecchie, gli occhi piccoli come caramelle incartate tra ciuffi di rughe che gli partivano a raggiera. Guidava aggrappato al volante, come se volesse contrastare con la forza delle braccia la strada malconcia su cui mi stava portando. Lo faceva con una qualche forma di deferenza, perché nonostante la mia età io ero comunque tuo figlio. A ogni buca mi cercava nello specchietto e diceva Scusi, come fosse colpa sua, non farmi trovare tutto in ordine. Per questo andavamo piano, Christian che faceva piccoli slalom per evitare le buche e io che mi aggrappavo al sedile davanti e mi veniva da ridere non so nemmeno io perché. Ogni tanto superavamo un carretto trainato da un cavallo, Christian me li indicava inarcando le sopracciglia in un misto di orgoglio e di vergogna. La campagna era interrotta da un’infilata di capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri, ognuno col proprio nome in cima come una bandiera, nomi italiani, francesi, tedeschi, danesi, americani. Il tuo non l’ho trovato, in mezzo a quel cordone di parallelepipedi che ci correva accanto per chilometri come una muraglia di latta e cemento.

Poi mi sono lasciato andare contro lo schienale, Christian che ha acceso la radio e che mi teneva d’occhio da dentro lo specchietto. Ho sollevato il coperchio del posacenere, sotto c’era un cimitero di mozziconi compressi, le tue sigarette, l’ho subito richiuso. Siamo quasi arrivati, mi ha detto Christian dopo un po’. Ma io non sapevo dove stavamo arrivando. Avevo ricevuto soltanto il telegramma del tuo socio, di quel socio che stava stampato assieme a te sulla fiancata della macchina. Sul telegramma c’era indicata solo la data del funerale, e un numero di telefono a cui avevo comunicato l’ora del mio atterraggio all’aeroporto di Otopeni. Al telefono una ragazza mi aveva detto che qualcuno sarebbe venuto a prendermi, e mi avrebbe portato a Destinazione. Mi aveva anche detto Mi dispiace Lorenzo, e aveva detto il mio nome come ci conoscessimo da tempo.


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Cormac McCarthy, La strada: incipit

incipit di La strada

di Cormac McCarthy

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’oscurità.

Con la prima luce grigiastra l’uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscì sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio. Gli pareva che fosse ottobre ma non ne era sicuro. Erano anni che non possedeva un calendario. Si stavano spostando verso sud. Lì non sarebbero sopravvissuti a un altro inverno.

Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo. Abbassò il binocolo e si tirò giù la mascherina di cotone dal viso, si asciugò il naso con il polso e riprese a scrutare la zona circostante. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Quando tornò dal bambino lo trovò che dormiva ancora. Gli tolse di dosso il telo azzurro, lo ripiegò e lo portò fino al carrello del supermercato, ce lo infilò e tornò con i piatti, qualche focaccina di mais dentro una busta e una bottiglietta di plastica piena di sciroppo. Stese a terra il piccolo telo impermeabile che usavano come tavolo e apparecchiò, si sfilò la pistola dalla cintura, la posò sul telo e restò a guardare il bambino che dormiva. Nel sonno si era tolto la mascherina, che era sepolta da qualche parte in mezzo alle coperte. Posò lo sguardo sul bambino e poi lo lasciò vagare fra gli alberi verso la strada. Quello non era un posto sicuro. Adesso che era giorno si poteva vedere. Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprì gli occhi. Ciao papa, disse.
Sono qui.
Lo so.

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Francesco Fagioli, Un certo senso: prime pagine

tratto da Un certo senso 

di Francesco Fagioli 

Comando dei Carabinieri Stazione di Piazzale Adriatico
Prot. n° 1424C/01
Roma, 15 ottobre 2001
Alla Ill.ma S.V.
Signor Procuratore della Repubblica di Roma
Dottor Gino Quaresimoni
Oggetto: Procedimento Senso Antonio
Colla presente La rendo edotto che come da Sue disposizioni ho provveduto a inserire nel fascicolo relativo al procedimento in oggetto numero 1 plico contenente lettere (reperti da n. 1 a n. 61) a firma di Senso Antonio, rinvenute nell’appartamento del medesimo in data 12 ottobre u.s. Per alcune di tali lettere, essendo manoscritte e difficilmente leggibili, si forniscono trascrizioni, a ognuna delle quali è allegato il relativo originale.
Tanto per quanto di dovere.
Brigadiere Mannuzzi Ercole

Roma, 30 giugno 2001
Raccomandata A.R.
Egr. Dott. Arch. Gianluca Barbaro
Via Monte Bianco, 22 – 00141 Roma
Amministratore del Condominio di
Piazza Elba, 16 – 00141 Roma
Egregio amministratore,
le sarà certamente noto che nell’aprile 2001 si verificò un’occlusione nella colonna di scarico delle acque nere che serve il mio appartamento, quelli dei condomini sottostanti e del condomino soprastante.
Tempo fa notai la fuoriuscita di cattivi odori dai sanitari del mio bagno di servizio. Poiché l’intensità del fetore era contenuta, non ho ritenuto opportuno rendergliene notizia. Da circa una settimana invece le esalazioni hanno raggiunto livelli pestilenziali, sì che pur tenendo spalancate le finestre di casa non riesco a eliminare questo odore mefitico.
Ieri, l’incaricato per i prossimi lavori di impianto dell’acqua diretta mi ha detto che a suo giudizio la fuoriuscita dei miasmi è dovuta all’occlusione sovrastante il mio appartamento, che impedisce il normale sfiato dei gas contenuti nella colonna e sospinti dalla pressione sviluppata quando si tirano gli sciacquoni. La gravità della situazione impedisce la normale fruizione dell’appartamento e implica rischi per la mia salute. Fra l’altro, con il passare dei giorni i gas mefitici saturano i locali e provocano un deposito di particelle sulle pareti e sui mobili, talché sarò costretto, una volta eliminata la causa dell’inquinamento, a chiamare un’impresa specializzata per l’opportuna disinfestazione e la pulizia approfondita dei locali suddetti.
Sono fiducioso che non sarà necessario chiamare immediatamente l’Ufficio di Igiene e che lei in qualità di amministratore del condominio vorrà provvedere con la massima tempestività (non oltre una settimana dal ricevimento della presente) alla rimozione dell’occlusione e comunque alla soluzione del problema.
Cordiali saluti
Antonio Senso
Proprietario dell’appartamento interno 7, piazza Elba, 16

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