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Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, 2010): intervista

Sangue di cane, la sorpresa del 2010
di Rossano Astremo

Uno dei romanzi italiani più belli dell’anno, a detta di molti addetti ai lavori. Il titolo è “Sangue di cane” (Laurana Editore). L’autrice è la siciliana Veronica Tomassini. Il romanzo racconta la storia dell’amore impossibile tra una ragazza di Siracusa e un uomo che di professione fa il semaforista e che per sopravvivere chiede l’elemosina. È con lui che divide la sua quotidianità: Stawek è un alcolizzato, dorme nelle case occupate o nei vagoni morti. Alle spalle dell’uomo c’è un matrimonio contratto in patria e un passato in cui il suo mestiere è stato quello della violenza, nel futuro invece ci potrebbe essere la costruzione di una nuova famiglia, anche perché dall’unione con questa ragazza siciliana è nato Grzegorz. La storia, però, non concede nessuno spiraglio di consolazione.
Come e quando nasce il suo incontro con la scrittura?
La scrittura è stata la ragione segreta. Voglio dire, ho letto molto, da subito, da bambina, senza filtri, spesso, disordinatamente, mio padre aveva una libreria pazzesca. Lessi il diario di Christiane F. (“Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”) che avevo nove anni. Dammelo adesso quel libro e lo chiudo sconcertata a pagina 20. Lessi Henry Miller (“Tropico del Cancro”) che avevo dieci anni. Lessi Moravia in fase preadolescenziale, ecco quella era la scrittura che interferiva, a mia insaputa. Ad ogni modo, si presentò ufficialmente con i primi sfoghi intimistici nei diari di scuola, è un classico, o con i temini in classe, prendevo buoni voti e capivo che mi piaceva combinare le parole, incastrarle, assecondare un flusso misterioso (da adulta lo chiamerò flusso di coscienza), seguendo una strada intestina, scoprendola salda e enigmatica. Poi dimenticai la scrittura, subentrarono anni bui. Ad un certo punto fu la scrittura a ricordarsi di me. Avevo vent’anni, giù di lì, si ripropose con il lavoro di redazione (collaboro con il quotidiano “La Sicilia” dal 1996). E da lì è ricominciato tutto.
Quali sono gli autori che più hanno contribuito a farle amare il mondo dei libri e perché?
Considero gli scrittori russi i grandi padri della letteratura mondiale; ogni scrittore deve qualcosa al realismo russo. Gorkij, Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Cechov, Puskin. La loro straordinaria capacità di raccontare la miseria umana attraverso un ghigno che ha suono di singhiozzo, un sorriso amaro che seppellisce il lettore nell’amarezza e nella disperazione, mantiene una perenne attualità, assolutamente loro. La distanza dal dramma che lo stigmatizza definitivamente, la laconica certezza dell’irreversibilità della defezione umana, è una grande lezione morale, prima che narrativa, stilistica, letteraria. E’ la grande lezione russa.
Come mai la scelta di pubblicare il suo romanzo con un editore nascente quale Laurana?
La scelta di Laurana è stata l’unica possibile per me: chi mi avrebbe dedicato il primo titolo e una tale attenzione? Laurana di Calogero Garlisi nasce come costola di Melampo, editrice specializzata in saggistica e in testi di letteratura civile; dunque non è che Laurana fosse nata lì per lì, ha già un background di tutto rispetto, con una struttura importante. Dentro c’è il valido sotegno di uno dei maggiori scrittori contemporanei, cioé Giulio Mozzi, e del giovanissimo e ottimo autore Gabriele Dadati, che in Laurana si occupa di editing, della valutazione dei testi e infallibilmente dell’ufficio stampa. Insomma una scelta la mia niente male.
Il suo libro è stato lodato da più parti, da critica e pubblico. C’è stato un complimento che più d’ogni altro l’ha segnata?
Quel che è capitato con la critica per me ha del prodigioso. Da Giovanni Pacchiano del “Sole 24 Ore” a Gian Paolo Serino ne “Il Giornale”, da Antonio Carnevale su “Panorama” a Francesca Frediani su “D Repubblica”, e tutti i blogger, da loro mi sono presa ogni parola, gratificata, le conservo quelle parole, le conservo casomai per i tempi di magra, per quando l’imponderabile dovrà retrocedere e i riflettori si spegneranno. E’ davvero tutto molto bello e intenso adesso.

Articolo per il Nuovo Quotidiano di Puglia

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Gordiano Lupi: intervista di Rossano Astremo


Gordiano Lupi e l’invasione degli scrittori inutili
di Rossano Astremo

Non è una novità. Gordiano Lupi, lo scrittore cinquantenne di Piombino, aveva già preso di mira il sistema editoriale italiano in due precedenti libri usciti per Stampa Alternativa, “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (2005) e “Nemici miei” (2007). Torna a rifarlo nel libro appena pubblicato per Historica Edizioni “Velina o calciatore, altro che scrittore!”.
Nel suo libro ha voluto togliersi qualche sassolino dalle scarpe e lo ha fatto sparando a zero sul mondo dell’editoria e facendo nomi e cognomi di parecchi “scrittori italiani inutili” che proliferano nei salotti televisivi. Se le fornissero una bacchetta magica con la quale far scomparire di tra questi scrittori italiani che lei definisce inutili chi sceglierebbe e perché?
Non ce l’ho con gli scrittori italiani ma con il sistema che sforna fenomeni un tanto al chilo. Per esempio adesso è uscito il nuovo libro di Piperno dal suggestivo titolo Persecuzione e lo vediamo sulle prime pagine di ogni quotidiano. Ecco, Piperno è una vera persecuzione con la lettera minuscola in tutti i sensi. Vi raccomando anche i premi Strega alla Tiziano Scarpa – niente a che vedere con la letteratura – ma pure gli scrittori panettone, i brunovespa di natale, i tuttologi alla bevilacqua (la minuscola è voluta)… e che dire dei gialli italiani tutti uguali con il commissario ciccione che mangia, beve e scopre delitti? Non leggo più italiani da almeno tre anni. Ho fatto un’eccezione per Silvia Avallone, incredibilmente brava.
Altra categoria presa di mira è quella degli editor, il quale è sempre meno orientato verso lo scrittore (che meno bravo è meglio è) e sempre più attento allo stile che va di moda e a cosa chiede il pubblico. C’è un editor che lei ritiene essere rappresentativo dell’idea appena espressa?
Non faccio nomi. Non conosco editor e non ambisco a conoscerne. So come lavorano e come creano dal niente gli scrittori del niente. Persino Baglioni diventa uno scrittore, tra le loro sapienti mani. Ma la letteratura è un’altra cosa. Per questo da un po’ di tempo a questa parte mi rifugio in Cabrera Infante, Milan Kundera, Vargas Llosa…
Perché la scelta di utilizzare, nella scrittura del presente libro, uno stile colloquiale, una sorta di toscano parlato dalla gente di strada?
Il toscano è il modo migliore per vomitare bile e sarcasmo. Il libro è satirico, ironico, scomodo, persino cattivo… ma penso vero, o meglio è la mia verità, senza finzioni nè costruzioni. E’ un libro sincero.
Il suo libro è anche un messaggio per i lettori di libri in Italia. Per la serie: aprite gli occhi, nelle librerie non ci sono solo volumi scritti da veline, calciatori, presentatori, tuttologi e quant’altro… C’è un modo, secondo lei, per invertire questa rotta che ha preso il sistema editoriale italiano?
Sì, perchè non parlo solo in negativo. Do consigli in positivo: Luigi Carletti (pubblicato da Baldini e Castoldi come Faletti, ma parecchio più scrittore), Silvia Avallone (mancato Premio Strega, una volta tanto che sarebbe stato ben dato), Luciano Bianciardi (non ha bisogno di presentazioni), Angelo Quattrocchi e la sua Malatempora (il libro è dedicato alla sua memoria), Marcello Baraghini e Stampa Alternativa… in libreria si può scegliere, certo! Non è facile – sommersi da pile di libri natalizi – ma si può fare.

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Carlo D’Amicis: un’intervista di Rossano Astremo


Gli editori sono alla ricerca spasmodica del best seller
di Rossano Astremo

Carlo D’Amicis è un scrittore di razza. I suoi ultimi romanzi, “Escluso il cane”, “La guerra dei cafoni” e “La battuta perfetta” lo hanno imposto all’attenzione di critica e pubblico come uno tra i narratori più interessanti oggi presenti in Italia. Da anni lavora in radio. È uno dei redattori di Farehneit, la storica trasmissione di Radio 3 dedicata interamente alla lettura. Occasione per parlare della lettura in Italia, dello stato dell’editoria e dei suoi nuovi progetti di scrittura.
Mi pare possa dirsi che esiste un solco profondo tra lo stato della lettura in Italia, fermo, stando anche a quanto afferma Giovanni Solimene nel suo prezioso, “L’Italia che legge”, da più di tre lustri (45% contro il 70% di media europea di gente che almeno una volta l’anno legge un libro) e il mercato editoriale che sforna al giorno 160 libri. Come si può spiegare questo elemento: lettori statici e mercato iperproduttivo?
Ci vorrebbe un saggio, che peraltro non saprei scrivere, per rispondere a una domanda così! Secondo me, comunque, bisognerebbe concentrare l’attenzione sul fenomeno dei cosiddetti lettori deboli, ovvero di coloro che leggono uno, due, al massimo tre libri l’anno. Sarà paradossale, e forse impopolare, ma sono proprio loro, molto più dei non lettori, a innescare una serie di danni. Per cento libri venduti, preferirei di gran lunga avere cinque lettori forti che cento deboli. Prima di tutto perché chi legge uno o due libri in un anno senza sentire la spinta di andare oltre, di fatto è un lettore solo per le statistiche: nella realtà la lettura non ha nessun peso nella sua vita, al di fuori dell’intrattenerlo durante le vacanze di Natale o sotto l’ombrellone (mentre chi legge una ventina di libri, a fine anno è un uomo diverso, probabilmente migliore). E poi perché quei cento lettori deboli leggono tutti gli stessi due o tre libri, determinando molto più di quelli forti le classifiche di vendita, e quindi le strategie delle case editrici: ad esse, ovviamente, conviene concentrarsi su una letteratura convenzionale, o su autori resi noti dalla Tv, in grado di intercettare il gusto medio. Perché è lì, nel gusto medio, che si realizza il best seller. Siccome però, a volte, il successo è imprevedibile, ecco che molte case editrici allargano l’offerta a dismisura, nella speranza che, con tante cartelle in mano, diventi più probabile la tombola.
E i piccoli editori come fronteggiano questa situazione?
Per i piccoli editori, ovviamente, l’obiettivo non può essere il best seller, ma il meccanismo resta più o meno lo stesso: generare un bagliore d’interesse intorno a un titolo tra i tanti, nella speranza di ottenere quello che una volta poteva essere considerato l’ovvio punto di partenza per ogni proposta editoriale, e che oggi spesso si rivela un traguardo irraggiungibile: l’esistenza in libreria ( sempre più controllata dai grandi gruppi editoriali).
Regge ancora l’idea ampiamente diffusa secondo la quale l’Italia è un paese con più scrittori che lettori?
In effetti in Italia resiste un’immagine deformata dello scrittore: c’è ancora l’idea che avere scritto un libro faccia status. Così migliaia e migliaia di aspiranti romanzieri, spesso disposti a contribuire alle spese pur di leggere il proprio nome stampato in copertina, si offrono alle tante case editrice che, per sopravvivere, succhiano linfa da questo provincialismo culturale. Salvo stupirsi, indignarsi, e a volte minacciare l’editore, quando il loro capolavoro non riesce nemmeno a varcare il confine della tipografia. In questo quadro promuovere una vera educazione alla lettura è un’impresa. Bisognerebbe innanzitutto che gli editori tornassero a credere in quello che fanno, ridimensionando e selezionando la loro offerta. E soprattutto, credo, ci vorrebbe una legge lungimirante e antiliberista (perciò, mi rendo conto, in questo momento irrealizzabile) che combattesse le concentrazioni di potere separando il controllo sulle varie attività della filiera (editoria, promozione, distribuzione, libreria).

Stando agli ultimi dati dell’Aie (Associazione italiana editori) sullo stato della lettura in Italia, si afferma che i ragazzi tra 11 e 14 anni leggono molto di più rispetto agli adulti (un 20% in più significativo).
Quindi non è più solo nelle scuole che bisogna educare alla lettura?

Ma siamo così sicuri che quei ragazzi leggano grazie alla scuola? Me lo auguro, anche se temo che essi in realtà leggano nonostante la scuola. E poi, anche qui, che cosa leggono? Ci sono letture che non spostano una virgola, che non innescano nessun tipo di curiosità. E se è vero che molti di quei ragazzi poi smettono di leggere, forse i libri che hanno tra le mani appartengono a questa categoria. D’altra parte, la migliore disposizione che bambini e adolescenti dimostrano verso la lettura indica che leggere è in realtà un fatto più naturale di quanto si creda. E che la vita dei grandi è troppo frenetica, alienata. Leggere è un piacere che richiede tempo, energie, creatività. Tutti elementi che il mondo degli adulti tende ad assorbire, a rivendicare per sé in modo arrogante e artificioso. Non è accettabile che la cultura (ma anche un’attività fisica regolare, tanto per chiarire che non si tratta di snobismo intellettuale) siano appannaggio solo di giovani e pensionati, ovvero di coloro esentati dai processi produttivi!
Oltre al tuo lavoro in radio, sei uno scrittore di romanzi. Il tuo “La battuta perfetta” è forse il romanzo italiano che più d’ogni altro riesce a raccontare il berlusconismo e le conseguenze che il suo “avvento” ha avuto sul popolo italiano. Un romanzo importante che è uscito con Minimum Fax, un editore agguerrito, ma di certo non un grande editore. E’ il tuo terzo romanzo con Minimum Fax. Come mai questo ferreo sodalizio? Non sei mai stato tentato di approdare verso altri lidi?
Con Minimum Fax mi trovo benissimo proprio perché rompe gli schemi che ho provato a descrivere nella prima risposta. E lo fa con coraggioso e lucido realismo, senza rifiutarsi alla sfida del mercato. Il fatto che, negli ultimi anni, sia stata tra le poche case editrici medio piccole a mantenere attivo il bilancio è un segnale importantissimo: con molte difficoltà, ma si può tentare ancora oggi un progetto culturale, costruendo una propria identità, un proprio segno, come fecero anni fa Einaudi o Feltrinelli. Da Minimum Fax un autore si sente scelto, seguito e difeso. Fa egli stesso parte del progetto, e questo coinvolgimento rappresenta anche una forma di responsabilizzazione.
Ultima domanda. Stai scrivendo per la casa editrice palermitana duepunti un libretto avente come tema il mondo animale. Ci puoi anticipare qualcosa?
È molto difficile parlare della propria scrittura a cose fatte, figuriamoci in corso d’opera! Comunque ho accettato l’invito della casa editrice palermitana perché si muove anch’essa con coraggio e intelligenza nel mondo editoriale, e perché il progetto di collana, curata da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, intercetta un mio fortissimo interesse: quello del nostro rapporto con gli animali. In realtà, ciò che a me sta a cuore veramente, e che sto cercando di sviluppare in questo testo, non è tanto il mondo animale come altro da noi, ma l’animalità come componente essenziale, spesso frustrata, talvolta repressa, sempre latente, dell’essere uomini.

Intervista per il Nuovo Quotidiano di Puglia

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“Il mare perché corre”: intervista a Livio Romano


“Il mare perché corre”: intervista a Livio Romano
di Rossano Astremo

In una notte e un giorno allucinati, senza sonno e senza sosta, nell’abitacolo di un’auto in cui sono presenti due uomini si incrociano la storia d’amore per Helena, giovanissimo medico bosniaco, e quella speculare per Nela, ebrea sefardita scampata ai lager nazisti e poi rifugiatasi nel campo di accoglienza di Santa Maria al Bagno, nel Salento, prima di partire per la Palestina. Due racconti, uno antico, l’altro recente, in cui scorrono la storia dello stato di Israele e la guerra civile in Bosnia, l’assassinio di Marco Biagi a opera delle nuove Brigate Rosse e il terrorismo di Al Qaeda, l’invasione dell’Iraq e la politica imperialistica dell’amministrazione Bush. Questa, in sintesi, la storia di “Il mare perché corre”, il nuovo atteso romanzo dello scrittore salentino Livio Romano, in libreria a marzo, edito da Fernandel, a quasi quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro “Niente da ridere” e dieci anni dall’esordio fortunato “Mistandivò”.
Sono passati dieci anni dal tuo esordio per Einaudi “Mistandivò”. Quanto di quel libro è rimasto nel Romano scrittore d’oggi?
È rimasta la cura maniacale per la lingua, per il lessico, per la struttura sintattica. Perché se di “Mistandivò” qualcuno, anche fra i critici molto blasonati, ha scritto contenesse un linguaggio mimetico, che riproduceva il parlato, tutt’al contrario, a un’analisi attenta, quell’incedere non esiste nella vita reale. È una costruzione del tutto inventata, piena di rimandi a materiali molto diversi dei quali il dialetto è solo uno dei tanti elementi. La sintassi era quasi latineggiante, e la terza persona che narrava in quasi tutti i racconti subiva il fascino degli scrittori onniscienti ottocenteschi, Dickens in primis. Oggigiorno ho la tentazione di tornare al pastiche, ma mi ci son voluti tre libri di scrittura “piana”, programmaticamente priva di fuochi d’artificio linguistici che mi togliesse di dosso lo stigma dell’esordio, per sentire di nuovo il gusto della sperimentazione.
Dopo “Mistandivò” un reportage narrativo con Sironi e poi un romanzo con Marsilio. Nel 2011 esce per Fernandel il tuo nuovo lavoro “Il mare perché corre”. Perché la scelta di pubblicare con un piccolo editore di qualità, Fernandel?
Come si sa, tranne che non rispondi al nome di Andrea Camilleri, non è che nel panorama dell’editoria italiana uno si sveglia e “si sceglie” un editore. Ho avuto grossi problemi con un’agente che ha fatto per me un lavoro catastrofico, e dopo averla liquidata son ritornato a spedire come facevo da ragazzo. Le major: concordi nel dire “Oh ma che splendida lingua, oh ma che talento, ma la storia non ci interessa”. Non è questo il luogo per far polemica su queste miserie, ma aver trovato Giorgio Pozzi di Fernandel che ha creduto in questo romanzo è stato per me una specie di ritorno a casa. Son partito da Ricercare di Reggio Emilia, ritorno a un editore che pubblica i miei amati e stralunati “scrittori delle pianure”, con nomi in catalogo come Matteo B. Bianchi, Gianluca Morozzi, Giulio Mozzi, Paolo Nori, Grazia Varesani, autori che son passati dalla casa editrice e volentieri ci ritornano di tanto in tanto. Mi pare ci sia un forte senso di continuità con il mio tondellismo connaturato. Poi io ho i miei lettori affezionati sparsi qua e là per l’Italia e perfino all’estero i quali mi cercherebbero e comprerebbero pure se uscissi con la copisteria di Vignola. L’importante è “liberare i libri dalle gabbie”, come dice Franco Arminio, liberarsene, farli leggere, recensire, andare avanti con i progetti.
Il Salento e la narrazione, un’alchimia non sempre esplosiva. Lecce e la sua provincia sembra una terra per poeti. Come se ci fosse una difficoltà ad ammazzare simbolicamente padri quali Comi, Bodini, Toma. Taranto è stata ben raccontata negli ultimi anni da Desiati, Di Monopoli, D’Amicis, Leogrande, Argentina, Bari da Lagioia e Andrea Piva, tra gli altri. Pochi i romanzi importanti che fanno del Salento il loro scenario privilegiato nel quale dare corpo alla narrazione..
E’ vero che la penisola salentina è piena di poeti –e se ci penso il mio esordio fu veicolato soprattutto da una propensione di tipo poetico della lingua che sperimentavo. Qualcuno può dire che l’indole levantina dei baresi e quella “industriale” dei tarantini tendono a renderne prosastica la produzione letteraria, e che la slow life ellenica dei salentini concilia viceversa la poesia. Ma a me solo nell’ultimo anno son passati per le mani almeno tre manoscritti narrativi di grandissimo valore i quali sono ora in cerca di un editore. Fra questi spicca quello di Francesco Lanzo che, a mio avviso, è un piccolo capolavoro.
Guardiamo un attimo al futuro. Cosa accadrà dopo “Il mare perché corre”?
Prendo appunti da anni sul romanzo che comincerò a scrivere dopo che avrò promosso “Il mare perché corre”. Sarà insieme un ritorno alla commedia e, come dicevo, un recupero della lingua contaminata nella totale libertà espressiva che mi son conquistato dopo aver attraversato questa fase editoriale turbolenta e aver capito che posso fare tranquillamente a meno dei Mandarini delle major. Insieme a questo, credo che porterò a termine un progetto iniziato nel 2003 e interrotto tre volte: un pamphlet sulla scuola, violento e comico ma anche carico di amore per l’insegnare come si rintraccia nei libri di Lodi, ma trasportato nel Caos “liquido” del XXI secolo.

Intervista per il Nuovo Quotidiano di Puglia

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Cosimo Argentina: Vicolo dell’acciaio (Fandango, 2010): intervista di Rossano Astremo


Cosimo Argentina: Vicolo dell’acciaio
di Rossano ASTREMO

È nelle librerie il nuovo atteso romanzo dello scrittore tarantino Cosimo Argentina. “Vicolo dell’acciaio” è pubblicato dalla casa editrice Fandango, nella collana Galleria Fandango curata da Mario Desiati. Il libro esce a poco più di due anni da “Maschio adulto solitario”, il
romanzo che ha consacrato definitivamente l’autore da anni trapiantato in Brianza, dove svolge l’attività d’insegnante.

Ancora una volta Argentina ambienta la sua storia a Taranto, in una via che ospita famiglie irrimediabilmente segnate da una sorte già scritta. Quasi tutti vivono lì perché si è a due passi dall’Ilva, il più grande impianto siderurgico d’Europa. Quasi tutte sono toccate da un lutto o una malattia dovuta alla grande fabbrica.

Dopo “Il cadetto”, “Cuore di cuoio” e “Maschio adulto solitario”, scegli ancora Taranto come contesto della tua narrazione. Perché la tua scrittura, il tuo desiderio di raccontare storie passa sempre da Taranto?

«Con Vicolo chiudo una sorta di quadrilogia dedicata a Taranto. Se “Il cadetto” era il romanzo della scoperta, “Cuo- re di cuoio” quello dei sogni e “Maschio adulto solitario” quello degli incubi, quest’ultimo, “Vicolo dell’acciaio”, è il romanzo del dolore. Poi per un po’ mi defilerò andando su altri scenari anche se ho ancora un colpo in canna dove Taranto sarà presente, ma questo più avanti. Sul perché, è difficile rispondere, ma forse il tutto risiede nel desiderio di muovermi nel mio antro naturale. E visto che la scrittura è anche ricerca di se stessi, della propria essenza, beh, allora è a Taranto che devo andare a cercarmi».

Sembra che Taranto, negli ultimi anni, sia divenuto un luogo letterario di forte attrazione per gli scrittori. Un contesto nel quale prendono corpo storie altamente tragiche o comunque fortemente cupe. Per citare un paio di libri, “Adesso tienimi” di Flavia Piccinni o “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati. È così difficile fare di Taranto lo scenario per un romanzo che abbia le venature della commedia?

«A dire il vero ci sono autori che scelgono strade diverse, ma se guardo in casa mia non posso che definire la scrittura come un adeguamento distorto della realtà e a Taranto negli ultimi venticinque anni le cose non sono andate bene. Alla narrativa però, da questo punto di vista, si contrappone il cinema dove esiste una levità che gli scrittori sembravo non conoscere. Personalmente sono affascinato dalle sconfitte e dalla follia e da qui nasce tutto. Follia è fuggire di casa per diventare cadetto, investire un’esistenza per un provino, trasformarsi in un lupo solitario per fuggire i fantasmi o vivere in attesa di una telefonata luttuosa… di questo si tratta».

Nel tuo nuovo romanzo è centrale l’Ilva. Il 27 marzo 2011 i tarantini dovrebbero andare alle urne per pronunciarsi sulla chiusura totale o parziale dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Qual è il tuo punto di vista in merito?
«Il grande strumento costituzionale che è il referendum in Italia è stato spesso disatteso. Parlo di quelli abrogativi, figuriamoci quelli puramente consultativi! Fatta questa premessa, se può servire a dare un segnale ben venga. Ma non ci credo. Credo piuttosto che l’Ilva abbia fatto il suo tempo e per motivi di mercato stiamo andando verso la fine di questa fase industriale. Taranto deve pensare al dopo-Ilva a prescindere dal referendum. Ormai la produzione è talmente calata che stiamo parlando di un moribondo. Gli ci vuole solo una spallata».

Molti tuoi estimatori ti considerano uno degli scrittori più sottovalutati oggi presenti in Italia e molto si aspettano da questo tuo nuovo romanzo. E tu cosa ti aspetti da questo libro?
«Ho scritto scritto una storia e ora rientro nell’ombra. È una buona storia? Non lo so, ma io al solito l’ho scritta al meglio delle mie possibilità. Essere sottovalutati è diventato il mio punto di forza. Ho la grande libertà di scrivere quello che voglio, coi tempi che desidero, con chi voglio. Non ho pressione addosso. Ho pochi lettori ma che sono davvero un manipolo di pazzi che mi segue sempre. Non frequento gli ambienti letterari e così posso scrivere in assoluta tranquillità. Il successo metterebbe a posto il mio portafogli e il mio ego, ma credo che danneggerebbe la mia arte. Tuttavia sarei un ipocrita se ti dicessi che non vorrei vendere 200mila copie di un mio libro. Magari! E la contraddizione va avanti dal 1999. Non credo che ci sia modo di venirne fuori, perciò affacciamoci alla finestra e stiamo a vedere».

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Intervista al Premio Viareggio Nicola Lagioia

QUANDO LA PUGLIA DIVENTA LUOGO LETTERARIO
Intervista di Rossano Astremo allo scrittore Nicola Lagioia.

Nicola Lagioia racconta, con parole ricche di invenzione questa storia dolorosamente italiana riuscendo a riportare “a casa”, attraverso la scrittura, i frammenti dispersi della giovinezza di molti”. Questa è una parte della motivazione con la quale la giuria dell’ultima edizione del Premio ViareggioRèpaci ha premiato Nicola Lagioia, l’autore del romanzo “Riportando tutto a casa” (Einaudi), storia di tre adolescenti ambientata nella Bari degli anni ’80. Lo abbiamo intervistato per parlare del premio vinto, della sua Bari e dei suoi progetti futuri.

R. A.: Cosa cambia nella vita di uno scrittore, se cambia qualcosa – come credo, dopo la vittoria di un premio prestigioso quale il Viareggio?

N. L.: «A parte la grandissima soddisfazione per un premio così prestigioso (basta dire che tra i vincitori ci sono Bassani, Manganelli, Volponi, Gadda, Levi, Calvino, Scotellaro, più recentemente Jaeggy e Montesano), e a parte il bel ricordo della serata finale che mi è rimasto addosso per molte settimane, e ancora oggi mi viene in soccorso quando serve, il mio problema è il problema di sempre da molti anni a questa parte: il libro che sto scrivendo o sto cercando di scrivere oppure ho solo in mente. Di libro in libro, di pausa in pausa, è sempre questo il mio pensiero fisso».

R. A.: “Riportando tutto a casa” è ambientato nella tua Bari. Una città già raccontata da Carofiglio e Piva, negli ultimi anni, così come Taranto è stata raccontata da Desiati, Argentina, Piccinni, Pavone. Città-scenario per la scrittura di romanzi. Questo non è avvenuto per Lecce che resta per gli autori un luogo a forte connotazione poetica. C’è una spiegazione specifica al riguardo o è un puro caso, legato solamente al contesto di provenienza dei singoli scrittori?

N. L.: «Amo Lecce, che è bellissima, ma non la conosco così bene da poter dire che tipo di luogo letterario è o sarebbe, soprattutto in prosa. Ambientare un romanzo a Bari negli anni Ottanta mi sembrava interessante perché si trattava di una città piena di contrasti e differenze, un luogo in cui nel bene e nel male era molto facile “fare esperienza” e dunque si trattava. di un luogo che la forma-romanzo poteva rappresentare molto bene. Ma più di Bari e Lecce in particolare, è il racconto della provincia che mi sembra interessante. Una volta liberati dal complesso di inferiorità di vivere o essere nati in provincia, abbiamo iniziato a capire che si poteva scrivere di provincia senza fare letteratura provinciale, abbandonando la zavorra del folklore. Una parte per il tutto, insomma, com’è sempre stato: pensiamo a Pirandello, o a Garcia Marquez (Macondo non è forse una provincia?) o al Mississippi di Faulkner».

R. A.: Questo è un periodo nel quale le librerie vengono prese d’assalto dalle uscite di romanzi di molti narratori italiani di pregio. Solo per citare alcuni autori, Sandro Veronesi, Walter Siti, Alessandro Piperno, Chiara Gamberale, Ivan Cotroneo, Matteo B.Bianchi, Niccolò Ammaniti. Ti senti di consigliarne qualcuno ai nostri lettori? Magari anche di qualche autore non citato sopra?

N. L.: «Ho molto amato il Walter Siti di “Troppi paradisi” e del “Contagio”. Questo ultimo non l’ho ancora letto. E però sì, sembra una stagione molto interessante per la narrativa italiana. In realtà la stagione interessante dura già da qualche anno».

R. A.: E’ passato un anno dall’uscita di “Riportando tutto a casa”. Stai già lavorando a qualche altro progetto?

N. L.: «Ci provo. Ma non riesco ad anticipare mai niente prima che un romanzo sia finito. Se non è finito, per me ancora non esiste. Una volta che esiste, non è più mio».

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Antonella Lattanzi, Devozione (Einaudi, 2010): intervista di Rossano Astremo


“La proprietà morale dell’Einaudi è degli autori, e degli editor, e del direttore editoriale”
di Rossano Astremo

«Antonella Lattanzi sa raccontare come pochi il corpo degradato, il corpo innamorato. Ha scritto il romanzo struggente del desiderio di vita tradito dall’eroina». Con queste parole, solo pochi mesi fa, Domenico Starnone raccontava sulle pagine culturali di Repubblica “Devozione”, il romanzo d’esordio della trentenne scrittrice barese Antonella Lattanzi, edito da Einaudi. Un viaggio agli inferi che ha come protagonisti due ragazzi, Nikita e Pablo, una storia stilisticamente impeccabile che ha colpito critica e pubblico, facendo della Lattanzi una delle scrittrici più promettenti del prossimo futuro. L’abbiamo incontrata, dopo alcuni mesi di intensa promozione del suo esordio.
Il tuo primo romanzo, “Devozione”, è stato pubblicato da Einaudi, uno tra gli storici editori italiani, con un catalogo strepitoso di autori italiani e stranieri. Qual è stato il tuo percorso di giovane scrittrice che ti ha portato ad incontrato i favori dell’editore torinese?
Quando frequentavo la terza elementare, ci fecero scrivere il nostro primo tema – Vi parlo di me. Io parlai tutto il tempo del fatto che, da grande, avrei fatto la scrittrice. Finii il tema con una lunga storia di fantascienza senza capo né coda, e un disegno (orribile, non ho mai saputo disegnare): un libro con la copertina gialla, il titolo in blu – Il mio primo libro (pure coi titoli non sono una cima) – e l’autore, pure in blu: Toni (che è come mi sono sempre fatta chiamare) Lattanzi. Il mio percorso, se di percorso si può parlare, è iniziato là. O prima, quando i miei, invece di farci guardare la tv, compravano di continuo a mia sorella e a me romanzi che, per me, erano bellissimi: ero convinta che fossero magici, che quando, per esempio, Sebastian della Storia infinita cadeva nel romanzo che stava leggendo, fosse storia vera: e che potesse succedere anche a me. Credo, sinceramente, che il percorso di uno scrittore sia la lettura; sia la passione di scrivere, spesso anche molto faticosa, scomoda – scrivi e leggi, e tante volte non puoi uscire con gli amici, non puoi andare in vacanza, non hai orari e lavori da quando ti svegli a quando vai a dormire – ed esigente per una cosa tanto virtuale, eppure tanto reale, e tanto appagante, come la pagina scritta.
Dopo la lettera apparsa su Repubblica del teologo Vito Mancuso diretta alla Mondadori, nella quale, in qualità di autore della casa editrice milanese, cerca di trovare spiegazioni circa la cosiddetta legge ad aziendam, tutti gli autori del gruppo editoriale (Einaudi compresa) facente capo alla famiglia del presidente del Consiglio sono stati chiamati in causa. Come ti poni tu dinanzi a questo “problema di coscienza” sollevato da Mancuso?
Credo di aver risposto a questa domanda quando, qualche mese fa, ho firmato l’appello degli scrittori Einaudi: in cui non ci distaccavamo dalla casa editrice – come ha voluto travisare qualcuno – ma la sostenevamo in modo presente e critico. La proprietà morale dell’Einaudi è degli autori, e degli editor, e del direttore editoriale: la proprietà morale è ben altro da quella economica, quando si tratta di cultura. Sono del tutto d’accordo con quanto scritto da Francesco Piccolo in merito: «sono pienamente consapevole di tutto quello che succede, compresa la legge fatta apposta per chiudere la questione fiscale della Mondadori. Mi arrabbio, ne soffro, ne discuto. Del resto, vivo in un’epoca in cui è successo che la maggior parte delle cose che mi interessano (libri, giornali, cinema, televisione, perfino la politica) sono di proprietà di un uomo. Addirittura, molte delle persone con cui amo lavorare, sono suoi dipendenti o lavorano con lui, molti dei luoghi culturali e dello spettacolo nei quali mi ritrovo, in cui mi sento a mio agio, sono di sua proprietà.
Ciò non toglie che quando ho scelto di lavorare per società di proprietà di Berlusconi non lo abbia fatto consapevolmente. Ciò non toglie che preferirei che non fossero di sua proprietà, o che almeno lui non facesse leggi per agevolarle». Da Michela Murgia: «In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi – uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto – l’ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n’è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l’identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima». Voglio dire: la scelta di essere in Einaudi non risale, per me – come credo per nessun altro – a oggi. È dal 1994 che so che l’Einaudi è di Berlusconi: avevo 14 anni: nella mia libreria c’è sempre stata – sempre – una grande maggioranza di libri Einaudi, anche quando non mi accorgevo nemmeno di quale casa editrice fossero i libri che compravo, che leggevo. È di Berlusconi una parte della tv – che a volte guardo – sono di Berlusconi delle riviste – che mi capita di leggere – sono i soldi di Berlusconi che, in parte, fanno dei film che magari guardo – Il Caimano che citava Piccolo ne è un esempio. Non voglio, con questo, discolparmi. È che proprio non mi sento in colpa. Per me che – come ho detto prima – è da quando avevo otto anni che voglio fare la scrittrice, essere uno scrittore è stato sempre collegato con la parola Einaudi. Spero che la mia scrittura possa dare il suo piccolo contribuito alla letteratura: piccolo, minuscolo, spero non nullo. Mi sento in dovere, in diritto di lavorare fino allo stremo per scrivere sempre meglio. Lo voglio fare. Voglio leggere, voglio studiare, voglio conoscere. Tutto questo con Berlusconi non c’entra. Io non ci penso mai, a Berlusconi. Penso agli scrittori che amo, passati e presenti. Penso agli scrittori di oggi che si stanno impegnando per dire la loro su questa questione: li stimo tantissimo, sono felice di averli conosciuti, mi hanno reso migliore, sicuro. Penso ai film che amo. Penso alle persone, dell’Einaudi, che ho conosciuto sino a ora: gli editor, gli scrittori, il direttore editoriale, i direttori di collana, i lettori. A me piacciono. Li trovo persone libere. Libere, sia chiaro, come si può esserlo – non quando in Italia governa Berlusconi – ma in generale, sempre. È chiaro che se un giorno sentirò che la proprietà economica sta ledendo la libertà di quella morale, è chiaro che se percepirò che un film con dentro i soldi di Berlusconi non è libero, è chiaro che se saprò che un solo libro Einaudi è stato censurato – anche in minima parte –: mi riguarderà. Non starò zitta. E non cercherò scuse. Non so se riesco a spiegarmi: ma non voglio che Berlusconi c’entri con la mia vita più di quanto sono costretta già a subirlo. Non voglio che mi impedisca di scrivere per la casa editrice che era il mio sogno di bambina, e che è la casa editrice con cui scelgo, ogni giorno, di rimanere: perché è la casa editrice che sento confacente a me, perchè pubblica, ha pubblicato e ha contribuito a costruire una delle parti migliori, secondo me, del nostro patrimonio culturale. Non voglio che Berlusconi impedisca a chi vuole leggere i miei libri di leggerli. Non voglio che siamo costretti a parlare sempre di lui, e mai di cultura, e mai di impegno sociale, e mai di vita.
Un’estate trascorsa in giro per l’Italia a promuovere il tuo romanzo. Qual è il momento più bello che hai vissuto e perché?
Il momento più bello è stato un festival. Si chiama Isola delle Storie (quest’anno alla sua settima edizione), e si tiene a Gavoi, un paese della Barbagia. Organizzato con passione e sincero amore per la cultura da Marcello Fois (direttore artistico) e Michela Murgia, il Festival Isola delle Storie è la dimostrazione che in Italia c’è ancora la possibilità di mettere in piedi qualcosa di perfetto. Con entusiasmo, fatica, impegno, e allo stesso tempo leggerezza calviniana e sete di conoscenza, gli organizzatori, le anime di questo festival hanno costruito, io credo, un evento unico in Italia. Sono quattro giorni che non dimenticherò: fatti allo stesso tempo di divertimento, amicizia, conoscenza, e immersione totale nel mondo letterario. Il pubblico, poi, è sorprendente: a ogni incontro – col più noto o col meno noto degli ospiti – partecipano, non so, almeno cento spettatori. E sono lì non per dire «ci sono», non sono lì per farsi vedere. Ma per ascoltare, capire e, quando qualcuno degli ospiti tenta di fare il furbo, per mettere in discussione. Un’Italia migliore in miniatura, un’Italia felice ma non superficiale, appassionata ma non intristita: qui, è possibile. Quando sono tornata a casa, mi sentivo come nella pubblicità di Costa Crociere: in depressione totale. Una nostalgia che, ancora oggi, dopo più di due mesi, non mi ha abbandonato. Il Festival Isola delle Storie (www.isoladellestorie.it) si sostiene per lo più sulle donazioni, e sull’impegno del singolo: mancanza di fondi, però, non ha voluto dire meno qualità. Anzi. Ecco, io credo che un festival come questo meriti tutto il nostro aiuto.
Ultima domanda indiscreta: cosa stai scrivendo ora?
Segreto! Sto lavorando tanto, non ho smesso di lavorare mai, nemmeno quest’estate. Sono scrivendo degli articoli, dei racconti, ma soprattutto sto lavorando a un nuovo libro, che spero verrà pubblicato entro il 2011. Sto leggendo, studiando, scrivendo – come sempre – il più possibile. Del resto, è la cosa che mi rende felice davvero.

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Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009): intervista di Elisabetta Liguori


Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009)
di Elisabetta Liguori

Alle donne piace parlare di donne, molto meno di vecchiaia. Lo conferma Iaia Caputo nel suo ultimo libro “ Le donne non invecchiano mai” appena uscito per Feltrinelli.
1) In una tua efficacissima immagine, il tempo diventa un tapin roulant. È il tempo a scorrere o sono le donne stesse a trascorrere?
1) E’ un’immagine universale. Uomini e donne camminano sullo stesso tempo, ma le sensazioni che accompagnano il movimento sono diverse. Per le donne invecchiare significa confrontarsi con un sentimento di smarrimento. In una sorta di naufragio in se stesse, si comincia ad abitare un corpo sconosciuto e la sensazione che ne deriva è quella di essere superati. Di non essere più sull’onda del vivere, ma dietro. Il passato ingigantisce, mentre il futuro perde la sua astratta infinitezza.
2) Perché mai alle donne non è dato invecchiare? La vecchiaia è un peccato? Una malattia?
2) Gli uomini hanno messo a punto un’idea formidabile di vecchiaia, della quale le donne sono invece ancora sprovviste. Mentre il tempo restituisce agli uomini potere, forza, fascino, per le donne continua ad essere un’esperienza di mera sottrazione. Il tempo consta ancora oggi di un apparato simbolico dietro il quale si consuma un’antica ingiustizia di genere.
3) In che termini entra il tempo nell’amicizie al femminile?
3) Se è vero che il tempo toglie, è anche vero che spesso regala qualcosa. Due sono i doni della vecchiaia alle donne: il tempo per sé e l’amicizia di altre donne. Dopo i 50 anni, infatti, molti giochi sono fatti; la professione già avviata, i figli grandi e indipendenti, un certo disinvestimento erotico, la conquistata stabilità consentono alle donne di recuperare del tempo libero. Questo tempo, finalmente vuoto, diventa solitamente il mezzo per riscoprire l’amicizia al femminile, e con quella, le vecchie passioni. È un modo per incontrare il mondo delle altre. Non semplicemente le loro parole, ma la condivisa voglia di ridere e un’utilissima, nuova leggerezza.
4) La bellezza a vent’anni è un dato di fatto, mentre a cinquanta uno stato d’animo?
4) Sì. Può essere questa la giusta reazione all’invisibilità alla quale siamo condannate dopo una certa età. Quando non è più il corpo ad attrarre, i rapporti umani si fanno più complessi e richiedono una ragionata rivoluzione di quella che è la percezione di sé. È necessario scoprire che non si è solo carne, ma una storia, un percorso, una nuova idea, e su questa fondare una nuova estetica relazionale.
5) Le donne sono dunque chiamate a confrontarsi con pesi e misure differenti, a costruire equilibri del pensiero, ma, in una società sempre più appiattita sulla totale egemonia del corpo, quali prospettive sembrano profilarsi per il futuro?
5) Lo stesso corpo per tutti. Al momento non sembra esserci scampo: la dimensione dell’apparire domina su quella dell’essere. Ma non è una novità. I corpi sono sempre stati disciplinati da qualcosa. Foucault parlava di bio potere e bio politica non a caso, perché dietro il dominio dei corpi, dietro il controllo della loro immagine, si annida sempre l’esercizio del potere, di una supremazia. Prima alle donne erano imposti canoni di morigeratezza, ora quelli della seduzione. Si tratta comunque di coercizioni che perimetrano il mondo, così da non correre il rischio che qualcuno si occupi veramente e liberamente della materia di cui è fatto quel mondo stesso. I corpi obbedienti che si uniformano a canoni imposti, per quanto faticosi e artificiali, sono molto più facili da gestire. Questo è un dato di fatto.

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009): intervista di Rossano Astremo


La spietata adolescenza nella Bari anni Ottanta
di Rossano Astremo

Terzo romanzo per lo scrittore barese Nicola Lagioia. “Riportando tutto a casa” (Einaudi) esce a cinque anni di distanza da “Occidente per principianti”. Nel nuovo libro Lagioia racconta la stori di un’amicizia tra tre ragazzi, Giuseppe, Vincenzo e l’io narrante, ambientata nella Bari degli anni Ottanta. È un libro di iniziazione scritto superbamente da uno dei più talentuosi scrittori dell’ultima generazione.
Perché hai scelto di mettere al centro del tuo libro gli anni Ottanta?
“Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile, l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.
Com’era la Bari di quegli anni? Com’è cambiato negli ultimi anni?
“Durante quel decennio, Bari era – nel bene e nel male – ciò che ogni città degna di questo nome dovrebbe essere sin dai tempi di Dickens e Baudelaire: un luogo in cui fare esperienza. Bari è stata la mia Chelsea, la mia Venice Beach, il mio Bronx: bastavano pochi minuti di motorino per passare dai quartieri chic del centro murattiano alle sale-prova del “canalone” stracolme di fanatici del post punk e della new wave con le Clippers ai piedi alle gigantesche zone dormitorio come Japigia dove l’eroina scorreva a fiumi. Molte città in una, insomma, una punta dell’iceberg tirata a lustro sotto la quale si nascondeva un ventre notturno, feroce, sotterraneo”.
Come mai la scelta di questo titolo preso in prestito da Bob Dylan?

“Amo da sempre Dylan. Ma in questo caso “riportare a casa” ha per me un significato di riscatto generazionale. Se la Storia la scrivono i vincitori, la letteratura spesso si occupa di vinti. E la mia, per adesso, è una generazione messa alle corde, sistematicamente tradita nel corso degli anni, che vive in un paese che non è un paese, con un lavoro che molto spesso non è un lavoro, dentro una vita che non è una vita. È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata, stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento. Eppure, nonostante tutto questo, abbiamo sviluppato un modo completamente nuovo di sentire il nostro tempo, e di tradire, amare, perderci per strada, consumare atti di viltà o di coraggio. Se tutto questo – questo sentimento, questo modo di essere qui e ora – non lo porta in luce la letteratura o le arti in generale, nessun altro può farlo. Ecco cosa significa per me riportare a casa”.
Rispetto al precedente romanzo, “Occidente per principianti”, questo tuo nuovo lavoro sembra essere molto più “caldo”, più sentito…
“Sì, decisamente. Si tratta, credo, di un controcanto caldo e sanguinante rispetto alla freddezza levigata di “Occidente per principianti”. Ma sono passati anche cinque anni tra i due libri, e la coscienza del disastro che stiamo vivendo si è fatta più densa. Ho pensato che mettersi in gioco in maniera più scoperta avrebbe potuto avere un effetto liberatorio”.
Domanda che esula dal romanzo. Come procede il tuo lavoro di scouting per minimum fax?
“Procede bene, grazie. Cerchiamo di alternare nomi nuovi (Stefano Jorio, un esordiente di gran talento che pubblicherà il suo primo romanzo in primavera), a scrittori già consolidati (Carlo D’Amicis, che sta ultimando il suo terzo romanzo per noi) a veri e propri maestri della letteratura italiana contemporanea (Domenico Starnone, che ha appena pubblicato con Einaudi il suo ultimo romanzo, e che uscirà per noi con un libro molto bello alla fine del 2010)”.
C’è un romanzo che hai scartato che, una volta pubblicato con un altro editore, hai visto con occhi nuovi, che avresti voluto averlo nella collana Nichel da te curata?
“No, a dir la verità. Però negli anni ho accumulato una mezza dozzina di romanzi su cui avevo gettato gli occhi prima degli altri, che avrei voluto pubblicare, ma che non sono riuscito a fare perché è arrivata l’offerta di un editore più grosso. A volte si vince a volte no”.

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Sigrid Nunez intervista Todd Solondz: un estratto da The Believer 2 (Isbn, 2008)

da The Believer 2

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Todd Solondz: Sai cosa è successo oggi? Uno scarafaggio gigante mi è entrato in casa volando, dalla finestra. Non ci volevo credere. All’inizio l’avevo scambiato per un pipistrello.

Sigrid Nunez: Ah, uno scarafaggio americano! Sono terribili. Fanno paura a tutti. Ma, a quanto ne so, sono innocui.

TS: Be’, è sufficiente l’idea di averne uno che ti svolazza per la casa… E poi naturalmente mi è toccato prenderlo e ammazzarlo.

SN: Pensa: una volta ero a letto che leggevo e ne ho visto uno correre sotto il letto. Non sapevo cosa fare. Ero sicura che non sarei riuscita a ucciderlo. Ma ero anche sicura di non riuscire a dormire.

TS: E allora cosa hai fatto?

SN: Ho preso una dose doppia di sonnifero.

TS: Oh, no! Ma una cosa non riesco a capire: io abito all’ottavo piano. Come ha fatto ad arrivare lassù? Vuol dire che in cielo ci sono scarafaggi che volano?

SN: Secondo me è salito fino ad un certo punto, poi ha visto la tua finestra aperta ed è volato dentro. Devi mettere le zanzariere. Ma basta scarafaggi adesso!

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