La carezza del bibliofilo
di Anatole France
Nella mia vita ho conosciuto molti bibliofili e mi sono convinto che l’amore per i libri rende la vita sopportabile a un certo numero di persone. Non c’è vero amore senza una dose di sensualità. Con i libri si è felici solo se li si ama e li si accarezza. Il primo colpo d’occhio mi basta per riconoscere un vero bibliofilo, lo vedo dal suo modo di toccare un libro. Colui che, avendo messo la mano su qualche prezioso, raro, adorabile, o quanto meno onesto vecchio libro, non lo prema con un tocco al tempo stesso fermo e dolce e non trascini il palmo sfiorando il dorso, sulle superfici piatte e sui bordi, ebbene quell’uomo non ha mai avuto l’istinto che fa grandi i Groslier e i Double.
Potrà pure gridare ai quattro venti che ama i libri: non gli crederemo. Gli risponderemo, anzi, che li ama solo per la loro utilità. Significa amare, questo? Si ama ancora quando manca il disinteresse? Certo che no! Sareste senza fiamma e senza gioia alcuna e non assaporereste mai il piacere di sfiorare con dita tremanti la grana deliziosa di una rilegatura in marocchino.
Due figure esemplari
Mi ricordo di due vecchi preti che amavano i libri e niente altro al mondo. Uno era canonico e abitava nei pressi di Notre-Dame. Aveva un’anima dolce in un corpo piccolo. Un piccolo corpo tondo che sembrava fatto apposta per avvolgere e racchiudere un’anima da canonico. Meditava di scrivere le Vite dei santi di Bretagna e viveva felice. L’altro, vicario in una povera parrocchia, era più grande, più bello, più triste. Le finestre della sua camera si affacciavano sul Jardin des Plantes, e si addormentava ascoltando i ruggiti dei leoni in gabbia. Ogni giorno concesso dal Signore, i due si ritrovavano sui marciapiedi, davanti ai carretti dei bouquinistes. Il loro scopo, su questa terra, era di infilarsi nella tasca della loro sottana dei vecchi libri rilegati in pelle con bordi rossi. Sono, questi, lavoretti semplici, modesti e certamente adatti alla vita ecclesiastica. Direi che c’è meno pericolo, per un prete, nello sfogliare i libri esposti sui parapetti che nel contemplare la natura in un bosco o in un campo.
Qualsiasi cosa ne dica Fénelon, la natura non è affatto edificante. Manca di pudore, suggerisce la lotta e l’amore. È voluttuosa, turba i sensi con i suoi mille profumi sottili: ci si sente avvolti da baci e sospiri ardenti. Anche la sua pace è in realtà lasciva. Un poeta sensibile alla voluttà ha avuto più di una ragione nel suggerire: «evitate il fondo dei boschi e il loro vasto silenzio».
Fregi per una lingua antica
Una passeggiata sul lungofiume, passando da esposizione a esposizione, non presenta alcun pericolo, i libri antichi non turbano il cuore. Se qualcuno di essi parla di amore, lo fa con un linguaggio desueto, con caratteri di un tempo che fanno subito pensare alla morte, oltre che all’amore. Il mio canonico e il mio vicario avevano tutte le loro belle ragioni per passare gran parte di questa vita mortale tra il Pont-Royal e il ponte Saint-Michel. Lo spettacolo che i loro occhi incontravano più spesso era quello del piccolo fregio floreale in oro che i rilegatori del XVIII secolo applicavano sul dorso in pelle dei libri, tra ogni nervatura. Era sicuramente uno spettacolo più innocente di quello dei gigli dei campi, che non lavorano né ingannano, ma amano e fanno impazzire le farfalle col mistero della loro corolla ammaliante. Che santi uomini quel canonico e quel vicario! Credo che né l’uno, né l’altro ebbero mai cattivi pensieri.
Per quanto riguarda il canonico, ci metterei la mano sul fuoco: era gioviale. A settanta anni, aveva l’animo di un bambino. Mai occhiali d’oro sormontarono un naso più semplice per illuminare occhi più candidi. Il vicario, con il suo naso lungo e le sue guance scavate, forse era addirittura santo. Il canonico era certamente un giusto. Eppure, sia l’uno che l’altro erano dotati di una certa sensualità. Scrutavano le rilegature con concupiscenza, toccavano la pelle rossastra con voluttà. Non investirono la loro felicità e il loro orgoglio nel contendere ai grandi bibliofili le editio princeps dei poeti francesi, le rilegature per Mazzarino o Canevaius, le opere illustrate. No, erano gioiosamente poveri, allegramente umili. Portavano fino dentro il loro gusto per i libri l’austera semplicità della loro vita. Non acquistavano che opere modestamente rilegate e raccoglievano con passione gli scritti dei vecchi teologi che ormai nessuno voleva più. Con una gioia ingenua toccavano le curiosità che tappezzano le edicole da due soldi dei venditori di libri antichi. Contenti di avere trovato l’Histoire du perruques di Thiers o il Chef-œuvre d’un inconnu di Chrysostome Matanasius, lasciavano i marocchini in cuoio ai potenti della terra. La rilegatura in pelle grigia, il velluto rosso, la pergamena bastava per appagare i loro desideri. Ma erano desideri infuocati: avevano la fiamma e l’aculeo. Erano proprio questi i desideri che la simbologia cristiana, nelle chiese medievali, rappresentava sotto forma di diavoletti con la testa da uccello, i piedi da caprone, le ali da pipistrello.
L’ho visto, ho visto il canonico accarezzare con una mano da innamorato un bell’esemplare color granito delle Vite dei padri del deserto. Ecco un peccato, ancora più grave se consideriamo che si tratta di un libro giansenista. Quanto al vicario, ricevette un giorno, dalle mani di una vecchia signora, un esemplare elzeviro dell’Imitazione di Cristo, rilegato in tela rossa, sul quale la pia donatrice aveva ricamato di suo pugno un calice d’oro. Arrossì di piacere e di orgoglio, esclamando: «ecco un dono che avrebbe onorato anche l’abate Bossuet!» Voglio credere che il mio vicario e il mio canonico abbiano esalato entrambi il loro ultimo respiro, e siedano ora alla destra di Dio padre. (…)
Ho conosciuto, sempre a quel tempo, un bibliomane ancora più strano. Aveva l’abitudine di strappare dai libri le pagine che non gli piacevano e, siccome aveva gusti raffinati, nella sua biblioteca non gli era rimasto che un solo volume completo. Le sue collezioni erano formate da pezzi e ritagli che faceva magnificamente rilegare. Ho delle ragioni per non fare il suo nome, anche se ormai è morto da tanto tempo. Chi l’ha incontrato non tarderà a riconoscerlo, se dico che lui stesso fu autore di libri sontuosi e bizzarri sulla numismatica e li pubblicava a fascicoli. I sottoscrittori erano pochi, ma tra loro si trovava un collezionista particolarmente violento, il cui nome è rimasto celebre fra appassionati e curiosi, il colonnello Maurin. Si era fatto mettere come primo nella lista degli abbonati ed era precisissimo quando si trattava di ritirare un pubblicazione, nel momento stesso in cui questa usciva.
Duellanti davanti alle fiamme
Un giorno, Maurin dovette intraprendere un lungo viaggio. Il nostro bibliofilo-scrittore lo venne a sapere e subito pubblicò un nuovo fascicolo mandando ai sottoscrittori il seguente annuncio: «tutti gli esemplari dell’ultimo fascicolo che non saranno ritirati dai legittimi sottoscrittori, entro il termine ultimo di quindici giorni, saranno distrutti». Faceva evidentemente affidamento sul fatto che il colonnello Maurin non sarebbe mai riuscito a tornare in tempo dal suo viaggio. Ma il colonnello fece il possibile e anche l’impossibile per tornare, riuscendo però a presentarsi solo al sedicesimo giorno, nel momento stesso in cui il suo fascicolo veniva dato alle fiamme. Cominciò allora una lotta fra i due collezionisti. Il colonnello ne uscì vincitore, strappò il fascicolo alle fiamme e lo portò nella sua casa di rue de Boulangers dove ammucchiava tutti i frammenti dei secoli passati. Possedeva sarcofaghi da mummia, la scala di Laude, pietre della Pastiglia. Era uno di quegli uomini che pretendono di rinchiudere l’universo in un armadio. Questo è il sogno di ogni collezionista. E siccome questo sogno è irrealizzabile, i veri collezionisti, come gli amanti, anche nella felicità vengono colti da tristezza infinita. Sanno che non potranno mai chiudere a chiave la terra intera, mettendola in una vetrina. Da qui viene la loro profonda malinconia.
Amanti di vecchie carte
Ho frequentato anche i grandi bibliofili, quelli che raccolgono gli incunaboli, gli umili monumenti della xilografia datata XV secolo. Per loro, la Bibbia dei poveri, con le sue grandi figure, ha più fascino di tutte le seduzioni della natura riunite a quelle dell’arte. Sono loro che raccolgono e riuniscono tutte le rilegature reali fatte da Enrico II, Diana di Poitiers e Enrico III, i petits fers del XVI e del XVII secolo che Marius riproduce oggi con una regolarità di cui gli originali sono privi. Sono loro che cercano i marocchini di cuoio e riuniscono le edizioni originali dei classici. Avrei potuto farvi un ritratto di alcuni di loro, ma vi avrebbero divertito di meno, credo, del mio povero vicario e del mio povero canonico. I bibliofili sono come tutti gli altri uomini. Quelli che più ci interessano non sono i saccenti e gli scaltri, ma gli umili e i puri. (…)
Confessiamo, tuttavia, che non c’è amore senza feticismo e rendiamo giustizia agli innamorati delle carta invecchiata e ingiallita, perché come tutti gli altri innamorati non sono che dei pazzi.
articolo apparso su Il Manifesto dell’11 agosto