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Andrea Manzi, Morire in gola (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo

La realtà esplosa nella poesia di Andrea Manzi
di Rossano Astremo
Andrea Manzi, giornalista, vicedirettore del quotidiano “Roma”, autore di saggi di argomento sociale e politico e di due testi teatrali, non disdegna la pratica del fare versi. Ha pubblicato con Manni, di recente, “Morire in gola”, sua seconda raccolta che si avvale di un’attenta introduzione di Maurizio Cucchi. Il libro presenta al suo interno in tre sezioni: «Castelvolturno, il ghetto. (Quadri)», «Occhi d’inverno», «Mari». Ciò che emerge da questa lettura è che Manzi considera la poesia come strumento attraverso il quale poter abbandonare il dosaggio razionale della scrittura giornalistica per lasciarsi andare a modalità di composizione più destrutturati e liberi. È la realtà in tutta la sua contemporanea caducità a divenire oggetto privilegiato della rappresentazione di Manzi. Questo corpo a corpo con il mondo è vissuto dall’autore in agonistica e sanguigna lotta. Non c’è spazio per abbassamenti di tono. La poesia include vasti campionari di realtà derelitta e il fraseggio del suo poetare è percussivo, ossessivo, magma esploso, incontenibile: “andare venire tornare – due / pullman al bivio fermi spenti vuoti / ingoiano gente e s’abbuffano a sbafo – carne e carne / nel corpo chiuso due fori di bocca – si sale e si scende / li lascio andare venire tornare / io non entro nella pancia ferrosa dei pullman / brontolano e gemono di tipi dannati / che soffocano nel deserto di abbracci assoluti e galleggiano / nel tanfo greve – quotidiana solfatara ambulante / s’allenta smorta la morsa alle fermate – sono stazioni di sudate / vie crucis deportano i corpi alla dimora / è un quotidiano morire quest’uggia inscatolata dentro bare su gomma”. Un breve estratto del volume in questione, quello appena riportato, che ben evidenzia il fiume in piena del linguaggio di Manzi, che, a ragion veduta, spinge nel’introduzione Cucchi ad esprimersi così: “Un’inquietudine quella di Manzi la quale sembra cercare una parola che sempre più si faccia come carne, che si faccia materia viva e pulsante, forse anche per distogliersi dallo spettro o dall’incubo di quella morte che è invisibile e losca”. Un libro che strizza l’occhio ad alcune movenze neoavanguardiste, il cui limite, forse, è proprio il fatto che la carne messa al fuoco è troppa e difficilmente contenibile in un percorso di senso lineare. Nel caos è difficile trovare la strada. È, forse, proprio questo il messaggio che Manzi vuole consegnarci i suoi versi.
È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia: intervista a Filippo La Porta, di Rossano Astremo
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Intervista a Filippo La Porta
La narrativa pugliese: arcaica e postmoderna
di Rossano Astremo
Il critico romano Filippo La Porta sarà a Lecce mercoledì prossimo per presentare presso la Libreria Gutenberg l’antologia da lui curata “È finita la controra. La nuova narrativa in Puglia” (Manni Editori).
Interverranno nel corso della serata il regista Edoardo Winspeare, il giornalista Pierpaolo Lala e, tra gli autori antologizzati, Elisabetta Liguori e Livio Romano. Abbiamo intervistato il critico, prima della sua incontro pugliese.
Come nasce l’idea di raccogliere in un’antologia il meglio della nuova narrativa pugliese?
“Casualmente. Una telefonata estiva e un invito da parte di Agnese Manni, a cui ho risposto subito con entusiasmo. Per una serie di ragioni. Perché le mie radici sono pugliesi: un nonno paterno di San Paolo di Civitate e una nonna materna di Lucera, dalla quale si è tramandata fino a me la ricetta di polpette fatte solo di pecorino e mollica di pane e poi messe nel sugo di pomodoro. Perché mio figlio diciannovenne ha fondato un gruppo di raggamuffin e ascolta quasi solo musica di Giamaica e Salento Perché mi sono subito venuti in mente alcuni scrittori pugliesi che apprezzo molto (probabilmente la stessa cosa non sarebbe successa, poniamo, con scrittori calabresi). E in ultimo perché a 15 anni mi incantò il cinema di Carmelo Bene”.
Pur nel diverso uso della lingua e nelle diverse declinazioni di contenuto presenti nelle opere degli autori antologizzati, se dovesse connotare la nuova scena letteraria pugliese con poche parole, cosa
direbbe?
“Meglio di altre narrative meridionali sa raccontare la miscela di arcaico e postmoderno, di localistico e globalizzazione. È cosmopolita e autoctona. Ma nell’introduzione ho insistito molto sulla varietà: tematica, stilistica geografica, linguistica. Si tratta di modi diversi di declinare la stessa appartenenza a un Sud, dell’Italia e del mondo. Del resto in un mio saggio in Narratori di un Sud disperso, avevo già parlato del Sud come di una modalità e uno stile di vita, che non coincide
necessariamente con un’area geo-politica”.
Nell’antologia ci sono autori di una sola opera ed altri autori con più libri pubblicati. Cosa l’ ha spinto a scegliere alcuni titoli rispetto ad altri? Ad esempio, perché “Né qui né altrove” di Carofiglio e non uno tra i romanzi dell’avvocato Guerrieri? Perché l’esordio di Desiati e non “Il paese delle spose infelici”?
“Come lei sa, il critico oltre ad avere dei doveri ha anche dei diritti. Ho seguito l’ispirazione del gusto. Credo che l’opera di Desiati non abbia più raggiunto la freschezza narrativa e la intima necessità del romanzo d’esordio. A proposito del giallo e affini non è notizia di oggi che non mi considero un devoto del genere. Amo i noir al cinema, ma quelli letterari mi sembrano macchine narrative spesso molto complicate e con scioglimenti finali di assoluta banalità oltre ad abituarci
alla idea falsa che la letteratura è solo intreccio”.
Vittorio Spinazzola sull’annuario dedicato alla letteratura italiana, “Tirature 2010”, parla, riferendosi alle tendenze attuali della narrativa, di “nuovo realismo”, citando tra gli “esponenti” di questa nuova corrente anche i pugliesi Desiati e Lagioia. Le sembra appropriata questa etichetta?
“Beh, è forse dal punto di vista letterario il tema principale di questa epoca. La fiction – ma forse l’arte in generale – in genere ha oggi il compito di raccontare la realtà nel momento in cui il mondo è divenuto un lunapark e i media ci propongono una postrealtà, spettacolare e manipolabile
(che poi assomiglia alla fiction). Come si rappresenta la realtà? Certamente attraverso un artificio(la “forma”). Diceva Dante della sua opera: “Il ver ch’ha faccia di menzogna”(mentre ad es. il reality televisivo è la menzogna che ha faccia di vero!). Ma questo artificio deve funzionare,
non deve dare impressione di gratutità. Tema affrontato dagli scrittori in vari modi, e con ampio ventaglio di risposte: reportage, inchieste, romanzi-verità, autobiografie narrative…Siti, Ammaniti, Saviano, forse Moresco, e poi in Puglia anche Desiati e Lagioia ma direi soprattutto Leogrande”.
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AA.VV., È finita la controra. La nuova narrativa pugliese (a cura di Filippo La Porta) (Manni, 2009): recensione di Rossano Astremo

AA.VV., È finita la controra. La nuova narrativa pugliese (a cura di Filippo La Porta) (Manni, 2009)
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Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo

Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori)
di Rossano Astremo
Due anni sono passati dalla nascita di Punto G, la collana di narrativa contemporanea della Manni. Era l’estate del 2007 quando venne pubblicato Mordi & fuggi, la raccolta antologica di racconti aventi come tema la taranta ed il mondo che attorno ad essa si svela.
Dopo questa antologia sono stati pubblicati tre romanzi, Gardo Mongardo di Claudio Menni, Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina e il recente L’infanzia delle cose di Alessio Arena.
Quattro libri in due anni. Una scelta questa di Agnese Manni e Giancarlo Greco di centellinare le pubblicazioni, di scegliere nel marasma dei manoscritti che giungono in redazione solo quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, vicende di uomini alla deriva, morsi dalla vita, in preda a deliri familiari, in continua ricerca di se stessi, il tutto scritto con una lingua sfavillante, mai piatta, originale, che mescola italiano e slang dialettale.
Sembrano proprio queste alcune caratteristiche comuni dei libri sin qui elencati. L’infanzia delle cose, in libreria da pochi giorni, è l’esordio del venticinquenne napoletano Alessio Arena.
È un romanzo ambientato negli anni ’80. È la storia di Antonio Bacioterracino, un quindicenne che vive a Napoli, nel Rione Sanità. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia, Antonio, la madre, al sorella e lo zio, è costretta a trasferirsi a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana.
La famiglia Bacioterracino è scaraventata, quindi, nell’insolita realtà gitana, dove è presente anche una piccola comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero. Quella costruita da Arena è una saga familiare che nulla ha a che vedere con il filone realistico e documentaristico di molta letteratura nata dopo il successo senza precedenti del Gomorra di Saviano, ma che racconta la stessa gente prediligendo un registro visionario, surreale ed onirico, con morti che ballano in mezzo ai vivi, con cani che parlano e fiumi che sorgono dal nulla.
Vengono in mente Márquez, Cortazar e Arenas, paragoni nobili, certo, per un esordiente, ma che sono necessari per inquadrare un romanzo che dona aria fresca al panorama letterario nostrano, sempre troppo preso o a raccontare delitti efferati, nella convinzione che la scrittura di genere sia l’arma migliore per illuminare il presente, o a sviscerare l’ombelico degli stessi scrittori, nell’ottica di un autoreferenzialismo da Grande Fratello cartaceo.
Arena sceglie un’altra via. Racconta i momenti bui di una famiglia e lo fa con una scrittura mirabolante, con un’ironia che taglia le gambe, con una maturità stilistica che è cosa ben rara in un giovane autore.
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Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009): recensione di Elisabetta Liguori

Antonio Errico, Stralune (Manni Editori, 2009)
di Elisabetta Liguori
Quanto c’è di noi alla fine di un viaggio? Questo sembra essere il tema principe dell’ultimo romanzo di Antonio Errico, Stralune, di recente pubblicato dalla casa editrice Manni.
All’interno del viaggiare, direi, Errico è più catturato dal ritorno, che dalla partenza.
Quale è la trama di questo viaggiare? Un ipotetico disertore sfuggito ad un’ipotetica guerra torna nella sua ipotetica casa ed al suo ipotetico passato, finendo per cedere all’inganno del raccontarsi, qui inteso come esito drammatico ma necessario di un qualunque percorso.
Perché questo titolo?
Un buon titolo è sempre o un’anticipazione o una conferma di quello che il testo contiene, in una sorta d’accordo preliminare tra lettore e scrittore. A mio avviso il titolo scelto da Errico per questo nuovo romanzo è una confessione appassionata, è la descrizione sincera di un occhio che scrive. Quella che l’occhio di Errico produce, infatti, non è solo poesia, né solo prosa. È voce pastosa che parla nel sonno, voce implicita, libera, fasica, simbolica. Sincerità ispirata, grondante fisicità. Del sonno ha la stessa vaghezza. La densità, l’indolenza rivelatrice, la visionarietà ombrosa che procede per fasi umorali, illuminando la notte.
Da questo titolo è quindi naturale tornare al tema principale, dunque.
Il tema del viaggio, dobbiamo dirlo, non può che confrontarsi con quello del tempo, da sempre caro ad Antonio Errico. Il tempo passato qui diventa soggetto attivo, attraverso il ricorso ad un ombra/personaggio. L’ombra insegue la narrazione, la stimola e la rende più profonda, consapevole e acuta. L’ombra avverte, l’ombra ripete, in un gioco sapiente di contrasti l’ombra riesce persino a far luce. L’ombra frammenta i luoghi nelle diverse voci che agitano il paese del ritorno. La madre, il padre, l’amata: queste voci si alternano stralunate; a volte prese dallo stupore, altre dallo sgomento, reagiscono come possono alla tirannia della memoria. Altro punto fondante la narrazione di Errico, infatti, è proprio la memoria, della quale il ritorno e il tempo attraversato si nutrono inevitabilmente. Memoria intesa come balsamo o come malattia? Il disertore, dopo i primi passi incerti nella notte e i primi silenzi angosciosi, comincia a domandarsi a cosa potrà mai servire il suo ritorno, cosa potrà ritrovare, salvare, restituire, sanare. È inevitabile domandarselo, per lui come per tutti, ma quello che più colpisce il lettore è che la risposta a questa domanda universale per Antonio Errico passa essenzialmente attraverso la conoscenza del proprio padre, l’osservazione della propria ombra, l’attesa dell’alba.
I propri passi ripetuti nella casa di famiglia, soprattutto quelli sembrano essere l’aituo fondamentale. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un altro romanzo che, se pure con toni del tutto diversi, affronta lo stesso tema. Penso a “ La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates. In questo ultimo caso è la morte violenta della madre della protagonista ad obbligarla a tornare nella casa di famiglia, a calpestare passi antichi eppure incompresi, a toccare e ritoccare le vecchie mura deserte per tentare di comprendere tutto quello che è andato perso. Perché, per capire qualcosa di sé, è necessario ritornare, ma è pur vero che tutto quanto ci riguarda intimamente, tutto ciò che condiziona il nostro modo di essere, è accaduto quando eravamo troppo distratti e vivi per rendercene conto. Se è vero che il padre è l’origine, la ragione, il perché, l’ombra, è altrettanto vero che nulla sappiamo di quel “perché”, mentre accade. Cogliere a pieno il senso e il dettaglio di quella che è stata la vita dei nostri genitori è sempre gesto a posteriori. Non semplicemente memoria, ma ricostruzione tardiva. Dove ero io quando mia madre aveva quaranta anni e le cose più importanti della nostra vita si compivano? Dove eravamo noi? Chiedersi oggi “dove sono?” equivale per tutti a chiedersi “dove ero?”. La protagonista della storia della Carol Oates, come il reduce di Errico, tornano a se stessi dopo il tempo giusto, col giusto ritardo, e lo fanno per capire e capirsi. Entrambi toccano, calpestano, osservano i vecchi luoghi come se non li conoscessero affatto. Questo stupore stralunato, quindi, accomuna due romanzi seppur diversissimi per stili, atmosfere, ricercatezza del lessico, ambientazione, ma non solo questo. Anche il successivo bisogno di dimenticare le mura del passato, il loro richiamo da sirena, al fine unico di salvare la pelle ed il cuore. E se Errico è sud, lirico, elegante, pietroso, la Oates è America, spumeggiante, ironica, glamour, ma la vera narrazione è vita che va e ritorna come spola sul telaio. Sempre e ovunque.
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Due antologie targate Manni
Giada e Marta, un improvviso colpo di fulmine
Elisabetta Liguori su “Maschio adulto solitario” + video
Homo Homini Lupus
di Elisabetta Liguori
La realtà descritta da Cosimo Argentina nel suo ultimo romanzo, “ Maschio adulto solitario” edito da Manni giusto in questo aprile 2008, è sapientemente lavorata con la carta vetro dei falegnami.
Una storia dura, questa, penetrante come un proiettile, capace nell’impatto di divellere totalmente la patina superiore delle cose toccate, per arrivare alla carne, ai nervi, al sangue. A quello che sta dietro le storie degli uomini. Dietro un uomo in particolare: Dànilo Colombia, uomo comune che nel tempo del romanzo diventa mostruoso, e la cui vita si sovrappone alle sorti della sua stessa città: Taranto. Argentina, infatti, sceglie di mettere le mani non solo sull’anima, il corpo e gli istinti umani, ma anche sulle strade, i vicoli, il porto, le piazze, il mare che, come culle dentate, accolgono gli uomini, per poi ingoiarli. Argentina tratta di uomini e cose e luoghi orrendamente nudi, ed è come se coi denti li masticasse lentamente: questa è la forza della sua nuova letteratura.
Lo ammetto: sono colpita da questo nuovo Argentina. Molto colpita. Ferita, schiaffeggiata, persino offesa, ma non di certo delusa. Perché questo autore, giunto ormai alla sua piena maturità artistica, creativa, letteraria, non si limita ad osservare un uomo nudo sulla sua terra, ma compie preliminarmente un lavoro articolato e meticoloso di svestimento, trituramento e digestione dello stesso, per poi restituirlo al lettore sotto forma di allucinata cronaca. Si tratta di una rivelazione letteraria di cui la critica non potrà non tener conto.
Due parole sulla trama.
Dànilo è un ragazzo insicuro, instabile, fragile, che, come tutti, vorrebbe stare in mezzo alla gente, ma non sa farsene toccare concretamente, poiché ne ha una paura folle. È profondamente solo. È spaventato. E’ certo che un destino spaventoso lo aspetti al varco. Quello che Argentina sceglie di narrare, dunque, non è la crescita, la maturazione, la formazione del suo protagonista, ma il suo precipitare a ritroso verso quel destino temuto. Dànilo è uomo pieno di ossessioni e, per reagire alle stesse, immagina di identificarsi con Kuma, cane lupo selvatico, soggetto da documentario o videocassetta, maschio adulto solitario a pelo grigio, in lotta sfrenata con gli altri lupi, perso tra crepacci di ghiaccio e nebbia, vittima della forza cieca degli elementi naturali. Un mito minore.
Questa sua vicenda si articola in cinque parti: il servizio militare presso la caserma di Bari, l’esperienza lavorativa in una fabbrica del nord, gli anni degli studi giuridici, la pratica legale presso un studio già avviato, la professione e l’ingresso nel mondo del lavoro secondo i dettami della malavita tarantina.
Proprio come per una bestia braccata, tutti i tiranni che si alternano nelle diverse fasi della vita di Dànilo hanno più o meno lo stesso nome: Carve, Corva, Carva, Corvo. Molti predatori e una sola preda.
Anche l’amore ha un nome: Sara, una ninfetta triste che ricorda la Lolita di Humbert Humbert, donna bambina che, proprio come nel romanzo di Nabokov, morendo diventa ossessione pura. Dal momento in cui lo incontra e poi subito lo perde, l’unica cosa che desidera Dànilo è ritrovare nelle altre donne il viso pulito di Sara, il suo corpo sodo e il piacere acerbo che sapeva regalare. L’idea assoluta di irraggiungibile purezza, l’unica capace di spingerlo oltre gli orrori quotidiani. Sara sarebbe dovuta essere la sua donna, invece una serie infinita di erinni mostruose continuano a piovere addosso a Dànilo come grandine per tutta la durata del romanzo: madri, sorelle, baldracche, clienti, rivali. L’immagine di Sara che muore apre il romanzo e coincide, quindi, con il trauma del protagonista da cui tutto discende. Prima di Sara ben altra storia sarebbe stata possibile; dopo la sua morte Dànilo non può che impazzire. E rimestare tra valanghe sconclusionate di donne orrende e laide. Ciascuna tra queste, unite agli altri tiranni, genera per lui tempeste ormonali incontrollabili, finendo per liberare l’incubo degli Invisibili: l’ennesima ossessione. Si tratta di immagini fantastiche di persone care, ormai defunte, che il cervello esplosivo di Dànilo produce come un mitragliatore sera dopo sera, al momento di abbandonarsi su un divano o un letto qualunque. Un’artiglieria di tormenti multipli, senso di disfatta, impulso alla violenza e desiderio represso.
Questa è la vita di Dànilo.
Niente di più di questi sogni tumultuosi e poche altre azioni ripetitive. Gli amici, quelli veri, in carne ed ossa, sembrano svaniti nel nulla. Ogni volta che li cerca, questi sono impegnati altrove. Sono molto più invisibili loro degli altri fantasmi che lo ossessionano, e che nel tempo gli restano schierati di fronte come un fedele plotone pronto all’esecuzione.
Ma se non ci sono uomini veri nella vita di Dànilo, di certo non si può dire lo stesso della sua città. Taranto c’è. Taranto è vera. La città lo bracca e man mano che la storia avanza e l’anima di Dànilo si fa sempre più lurida, anche la città s’ammorba, precipita nel fango, fino a diventare un bubbone di crudeltà, malaffare e delirio putrescente. C’è la Taranto dei derelitti, delle donne sfatte, dei trafficanti, della pioggia battente, dei sorci malati, del sole acceso, della spazzatura che annega, delle armi, della forza bruta, dei tramonti, dei condomini che cadono giù in croste. Ogni strada ha il suo diverso volto, le sue particolarità, ed Argentina ci tiene ad essere preciso nelle sue migrazioni narrative, quasi come avesse in mano le pagine gialle. In qualche modo questa sua città, il suo dettaglio, finisce per essere concausa del dolore al protagonista, se non responsabile unica, pur restando fonte di desiderio. Dell’unico desiderio possibile.
Ma allora tutto è davvero orrore? No, non lo è. Per fortuna c’è la tigre a sollevare le sorti estetiche dell’ esistenza di Dànilo. Una tigre bellissima e rabbiosa, chiusa in una gabbia rudimentale negli scantinati di un condominio. La tigre è il suo specchio magico. Anche lei è bestia adulta solitaria, la cui vita presuppone il branco, ma dallo stesso è allontanata. Dànilo e la tigre sono vittime delle stesse circostanze avverse, fregati dal destino entrambi, costretti a diventare invisibili per limitare i danni, ridotti all’impotenza, ma ancora vivi.
Solo la tigre e la piccola Sara, dunque, si oppongono all’orrore. Lo tengono a bada. Sara è Beatrice e la tigre è Virgilio nel personale inferno dantesco che Dànilo ha costruito solo per sé. Il suo è, infatti, un viaggio circolare nel tempo, circoscritto ad uno spazio claustrofobico, narrato in un unico vertiginoso lamento.
Un lamento che ricorda quello del quale aveva scritto a suo tempo il grande Roth. Un giro sull’ottovolante di un progressivo impazzimento. Proprio come in Roth, il punto di vista è soggettivo, allucinato, senza freni. A volte euforico, a volte depresso, ma sempre estremo. È proprio questa originalissima prospettiva a rendere la scrittura di Argentina così densa e compatta, mentre forma e sostanza si arrotolano come filo di lana intorno ad un rocchetto, intorno ad un’unica idea centrale: homo homini lupus. Conrad diceva: “si vive come si sogna, da soli”. Sacrosanto. Tale assunto mi par che si presti splendidamente all’analisi antropologica di questo nuovo Argentina. I suoi uomini vivono in guerra, infatti, l’uno contro l’altro, l’uno per distruggere l’altro. E chi non ce la fa, o si nasconde o da di matto. Ma allora perché scrivere un romanzo come questo? Come spiegare una simile costruzione narrativa? Perché annunciare certe catastrofi? Non avrebbe forse alcun senso fare una domanda come questa all’autore, dal momento che, come Argentina stesso ha confermato in alcune recenti interviste, uno scrittore che spieghi il suo romanzo fa un po’ l’effetto di un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco. Non ha senso. Ma i lettori, si sa, sono brava gente, inoffensiva: si fanno di frequente domande come queste e se da soli se le fanno, solitamente da soli si rispondono. È solo chi scrive, è solo che legge. Un’equazione di scambio tutto sommato bilanciata. Per quanto i luoghi narrati, liberati dalle ordinarie sovrastrutture e inseriti nella giusta contingenza storica, appaiono come strumentali ad un’ inviperita denuncia sociale, non credo che questo sia l’unico intento dell’autore. Non è il nostro sudicio sud la spinta principale. Non solo quello. Ci deve essere molto di più. Penso piuttosto che la genialità di questa storia e del suo modus, sia conseguenza diretta del bisogno di liberarsi del proprio romanzo interiore, del proprio demone, di lasciar libera la bestia che sempre, e ora più che mai, abbaia nella pancia degli uomini. La buona letteratura lascia che quella bestia, qualunque essa sia, nella sua esclusività diventi voce. L’inferno sintattico di Argentina, in particolare, mescola umori diversi: dialetto da strada, diritto nobile, sogni, la musica degli indimenticabili Queen e la poesia classica. Riesce a toccare punte d’umorismo tragicamente lieve, per poi dall’alto precipitare nella melma, ricavandone una sorta di godimento perverso. Una voce propriamente maschia, questa, i cui toni baritonali crescono con l’estrinsecarsi di una graduale, sconvolgente scoperta: siamo soli, e l’unica forma di amore possibile è quella verso noi stessi. L’effetto finale è devastante: un ultimo bestiale ululato che straccia la notte, altera ogni forma, incenerisce il significante ed illumina il significato, elide le differenze e ci conduce nel cuore del tempo che viviamo.
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Cosimo Argentina, Maschio adulto solitario (Manni, 2008): un estratto

tratto da Maschio adulto solitario
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Se penso a me diretto a nord mi vedo come uno di quegli animali nei film di Walt Disney mentre camminano nella tormenta di neve abbandonando il caldo della propria tana diretti a testa e orecchie basse verso un punto ignoto del crudele mondo dei cartoon. In realtà non lasciavo niente e non andavo verso niente, l’equazione era bilanciata. Presi un treno, un giorno, da una stazione e scesi in un’altra stazione. I capistazione di entrambe le stazioni ferroviarie avevano berretto rosso e la giacca da carta da zucchero. Un fischio per partire e un fischio per arrivare. La stazione di arrivo era solo un po’ più grande ma da lì sloggiai subito per raggiungere una stazione più piccola, periferica. Poi presi un autobus e venni scaricato davanti a un campo di granturco. Il freddo c’era che mica bastava mettere le mani in tasca; eppure non era molto in là, l’autunno. Intorno avevo foglie marce e l’odore di fertilizzante. Le facce erano anonime e squadrate e le donne fa’ che non avevano gambe e non avevano curve perché si blindavano in impermeabile color nulla e calosce. Avevo un foglietto con il nome della fabbrica e il numero di telefono di un tale conoscente di Anselmo. Ma ‘sto conoscente di Anselmo s’era messo con una peruviana e questa gli aveva incasinato la vita e al telefono mi disse cose vaghe ma il senso era chiaro: problemi per entrare in fabbrica zero, ma da lui mani tese manco a parlarne. Anzi, lui non ci lavorava prorpio più, alla Dresden. Lui viveva con ‘sta femmina, una specie di califfa e allora… d’accordo.
Ricominciamo da capo, prego.
Ero sceso da un autobus davanti a un campo di granturco e alle mie spalle c’era un cubo di cemento armato grande come il mondo. Non sapevo dove mi trovavo e non lo volevo sapere. Non era importante, capite? Ero fuori sulla parola; dovevo solo trovarmi un rifugio antiatomico e aspettare. Aspettare cosa? Domanda non pertinente: me lo chiedo ancora oggi.
Raffaele La Capria, Amori (Manni, 2008): incipit

INCIPIT di Amori
La prima volta
di Raffaele La Capria
Era infatti là, inquadrata nel vano della porta. Ma questo appunto cambiava tutto, inesplicabilmente. Perché lei portava con sé quel di più che non avevo immaginato e ci voleva un po’ di tempo per ridimensionarla.
Entrò nel salotto, si guardò intorno un po’ contrariata, fece qualche passo nel suo modo pigro e ondulante – quel vestito di lanina verde bordato di rosso non glielo avevo mai visto addosso, lo aveva messo per me? – e poi voltandosi dalla mia parte disse:
«Nel corridoio ho avuto paura. Potevi almeno venirmi incontro. E tu: “Eccoti qua”, non sai dire altro. Bell’accoglienza. Di’ un po’, eri tanto sicuro che sarei venuta?»
«Ci voleva poco a indovinarlo. Mi trovavo da Enrico stamattina quando lo hai chiamato al telefono.»
«Ah, eri là?» scoppiò a ridere.
«Bei metodi…»
«Non li approvi?»
«No.»
«Allora me ne vado?»
«Ormai è fatta.»
Con una leggera spinta la feci cadere sul divano. Sorrise.
«Non preoccuparti, non me ne vado.»
Attirandomi mi sfiorò con un bacio.
Avrei dovuto prendere qualche iniziativa, come richiesto dalle circostanze, farmi precedere dai miei gesti e verificare solo dopo dove approdavano. Per ora niente da segnalare, c’era in me, nel mio corpo, una calma che non prometteva niente di buono. Nemmeno la più piccola pulsione nel sangue, e di laggiù, da quel luogo remoto dove pareva confinato il mio sesso, nessun preannuncio mi arrivava. Eppure quel bacio dato di sfuggita era pur sempre il primo tra noi!
Tirò fuori un fazzolettino:
«Avvicinati.»
Avvicinai il mio viso al suo, sentii la punta della lingua insinuarsi tra le mie labbra e rapida ritrarsi.
«Questo rossetto è un disastro. Stinge.»
Mi pulì col fazzolettino e se lo strofinò anche lei sulla bocca.
«Guarda un po’ se è andato via. Va bene così?»
Be’, andava meglio, qualche vibrazione laggiù l’avevo avvertita, qualcosa che rassomigliava a un desiderio si stava ridestando. La bocca con ancora tracce di rossetto vista così da vicino era più grande del naturale, era diventata una cosa a sé, rosea, staccata da lei e dotata di uno strano potere di attrazione. Forse conveniva insistere, con un tantino di partecipazione.
Ma lei si tirò indietro. Frugò nella borsa, prese una sigaretta e mi fece cenno che voleva accendere. Dov’erano finiti i fiammiferi? Li cercai di qua, di là, li trovai finalmente in cucina. Quando rientrai e la vidi sul divano con le gambe accavallate in mostra, l’aria tranquilla di chi prevede già come si svolgeranno le cose, mi parve di non aver capito ancora quanto stava accadendo. Mi sedetti accanto a lei, le feci accendere la sigaretta, forse era il caso di tentare un primo approccio, cingerle le spalle, ma vi rinunciai. Era bastata la breve interruzione, il tempo di andare in cucina e tornare, per distrarmi, per riportarmi allo stato d’indifferenza iniziale.
Mi spostai nell’angolo in ombra del divano. Be’, che c’era in lei di così particolare? L’osservai con un certo distacco ma anche con curiosità, come per trovare una giustificazione alla mia indifferenza o non so quale rivalsa da opporle. Una vena appena svelata correva dalla tempia e si diramava sfumando nel pallore linfatico del viso. Non l’avevo mai vista così bene. Quasi ad assecondare le mie intenzioni Mira si mosse e la luce del lume l’investì cruda. Le puntai addosso uno sguardo meticoloso, esigente, e scoprii le palpebre, i pori del naso, le sparse efelidi sugli zigomi alti, la bocca infantile con quell’impercettibile sorriso fermo negli angoli arricciati, gli occhi larghi d’un azzurro sbiadito che parevano a tratti ciechi come quelli delle statue – era solo un po’ di miopia, lo sapevo – e lì, sotto il labbro inferiore, un piccolo eczema scuro, una crosticina appena coperta da un velo di cipria… È proprio brutta pensai.
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