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Elisabetta Liguori, Nel ripetersi del giorno: una poesia

Nel ripetersi del giorno
di Elisabetta Liguori

Nel ripetersi del giorno

si proietta il mio cuore oltre il quadrante.

Di notte ancora t’aspetto e tendo l’arco.

Non avrò mai pace sapendo che mi dormi accanto.

Avessi anche cento anni,

risvegliarti con le mani mi premerebbe ancora

come l’aurora ai pasticceri la domenica mattina.

Quando avevi la brina sugli occhi.

in quelle mattine liquide s’innalzava il picco del tempo

e il campanile che credevamo d’innalzare in una sola notte

sollevava il mento

al cielo.

Adesso s’annebbia

s’inchina nel cantiere dei nostri edifici comuni tra calce e vento,

smotta d’insonnia e fatica,

mentre domani marcia cupido sopra i nostri capelli.

di progetto in progetto,

identico

riflesso di specchio cieco.

Sei più veloce dei giorni in cui siamo stati felici.

Più veloce della curvatura di un tramonto

Più veloce dell’assenza che il giorno incarta.

Per questo punto la sveglia:

è arrivar prima del sole e non vederti che piangi

l’unico sogno che voglio sognare.

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Andrea Manzi, Morire in gola (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo

La realtà esplosa nella poesia di Andrea Manzi
di Rossano Astremo

Andrea Manzi, giornalista, vicedirettore del quotidiano “Roma”, autore di saggi di argomento sociale e politico e di due testi teatrali, non disdegna la pratica del fare versi. Ha pubblicato con Manni, di recente, “Morire in gola”, sua seconda raccolta che si avvale di un’attenta introduzione di Maurizio Cucchi. Il libro presenta al suo interno in tre sezioni: «Castelvolturno, il ghetto. (Quadri)», «Occhi d’inverno», «Mari». Ciò che emerge da questa lettura è che Manzi considera la poesia come strumento attraverso il quale poter abbandonare il dosaggio razionale della scrittura giornalistica per lasciarsi andare a modalità di composizione più destrutturati e liberi. È la realtà in tutta la sua contemporanea caducità a divenire oggetto privilegiato della rappresentazione di Manzi. Questo corpo a corpo con il mondo è vissuto dall’autore in agonistica e sanguigna lotta. Non c’è spazio per abbassamenti di tono. La poesia include vasti campionari di realtà derelitta e il fraseggio del suo poetare è percussivo, ossessivo, magma esploso, incontenibile: “andare venire tornare – due / pullman al bivio fermi spenti vuoti / ingoiano gente e s’abbuffano a sbafo – carne e carne / nel corpo chiuso due fori di bocca – si sale e si scende / li lascio andare venire tornare / io non entro nella pancia ferrosa dei pullman / brontolano e gemono di tipi dannati / che soffocano nel deserto di abbracci assoluti e galleggiano / nel tanfo greve – quotidiana solfatara ambulante / s’allenta smorta la morsa alle fermate – sono stazioni di sudate / vie crucis deportano i corpi alla dimora / è un quotidiano morire quest’uggia inscatolata dentro bare su gomma”. Un breve estratto del volume in questione, quello appena riportato, che ben evidenzia il fiume in piena del linguaggio di Manzi, che, a ragion veduta, spinge nel’introduzione Cucchi ad esprimersi così: “Un’inquietudine quella di Manzi la quale sembra cercare una parola che sempre più si faccia come carne, che si faccia materia viva e pulsante, forse anche per distogliersi dallo spettro o dall’incubo di quella morte che è invisibile e losca”. Un libro che strizza l’occhio ad alcune movenze neoavanguardiste, il cui limite, forse, è proprio il fatto che la carne messa al fuoco è troppa e difficilmente contenibile in un percorso di senso lineare. Nel caos è difficile trovare la strada. È, forse, proprio questo il messaggio che Manzi vuole consegnarci i suoi versi.

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50 anni da “Inventario privato” di Elio Pagliarani


da “Inventario privato”
di Elio Pagliarani
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T’alimenta la gioia perché divampi
col tuo sorriso il volto:
è pura gioia
che riscatta il marchio del pallore
il sangue cittadino, dà vigore
di fuoco alla tua vitalità.
Quante ore d’ufficio e quanti giorni in questi anni
d’ufficio fanno il totale della giovinezza ?
Non so quanta saliva ha da secernere
la ragazza incollando francobolli, so
che cosa bruci per tenere in luce
te soave e i capricci.

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Astremo, Calandrone: mercoledì 18 marzo, Simposio-Roma

Rossano Astremo & Maria Grazia Calandrone

reading

Corpi iniziati dal nome

18 marzo ore 21,30

Simposio

Via dei Latini 11 (San Lorenzo)

Roma

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Astremo vs Grammatico: martedì 10 febbraio da Chiccen


Rossano Astremo e Girolamo Grammatico in un inedito incontro di boxe poetica la cui vittoria sarà decretata dai presenti

Data:
martedì 10 febbraio 2009
Ora:
21.00 – 23.55
Luogo:
CHICCEN
Indirizzo:
VIA DEL PIGNETO 91
Città/Paese:
Rome, Italy

Si scrive da dentro una ferita,
ci si immerge nel profondo, si evita
l’annegamento, si palesa la verità
e la si manifesta, la si ostenta.
Quando si urla tu, quando si urla voi
ci si rivolge ad una folla immaginaria,
ad un popolo assente: un calco di nebbia.
Quel concavo martirio emotivo
coincide con l’intero universo.
Si scrive da dentro una ferita
e la cicatrice è finzione che rima con dolore.

Rossano Astremo

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Mi sembra sempre
tutto socchiuso.

Accostato.

I fatti, le persone,
i paesaggi.
Pure il tempo,
socchiuso nel suo scorrere.
Anche la pioggia,
socchiusa nel suo cadere.

Ogni cosa
non si rivela,
appisolatasi sul posto
nell’attesa del mio arrivo.

Socchiuso, il mio futuro,
mi lascia interdetto.

Attonito
osservo la luce,
traversa.

E se di notte
mi fermo a spiare
la realtà
mi convinco sia l’invito
a spalancare il passaggio.

Ma di giorno
quando faccio finta
d’esser vivo
credo solo che abbiano
dimenticato di chiudermi fuori,
per bene.

Girolamo Grammatico

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una poesia di Mark Strand


da Il futuro non è più quello di una volta
di Mark Strand
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1) se un uomo capisce una poesia,
avrà dei problemi.

2) Se un uomo vive insieme ad una poesia,
morirà solo.

3) Se un uomo vive insieme a due poesie,
ne tradirà una.

4) Se un uomo concepisce una poesia,
avrà un figlio in meno.

5) Se un uomo concepisce due poesie,
avrà due figli in meno.

12) Se un uomo si vanta delle sue poesie,
verrà amato dagli stolti.

18 ) Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude,
avrà paura della morte.

19) Se un uomo ha paura della morte,
verrà salvato dalle sue poesie.

20) Se un uomo non ha paura della morte,
le sue poesie forse lo salveranno forse no.

21) Se un uomo finisce una poesia,
si immergerà nella scia bianca della propria passione
e verrà baciato dalla pagina bianca.

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Lidia Riviello, Neon 80 (Zona): un estratto


INTRO tratto da “Neon 80″
di Lidia Riviello

Resta fino a dissuaderci da morte l’anima nostra
da sola senza nessun paesaggio al cioccolato,
infinitesimale progresso verso la luna,
l’una o l’altra delle anime morte se ne torna in vita.
Resta fino a dissuaderci da morte
l’anima nostra contraria al corpo
per infinitesimale scarto, per un voto lasciato nullo
Resta al testo aderente
Una società perfetta, coppie a digiuno di massa
fedeli all’acero azzurro delle cliniche new age
moscerini perversi, tanto platino per gioielli su misura,
materia e antimateria e così si procede
Fatti fummo per essere al neon assuefatti
occhio per occhio, digitale celeste, anno del Dragone
fatti fummo per essere consumati.
Eravamo i cigni del decennio Ottanta e fatti fummo di fumo
per vivere di pillole e gas.
Quando demi moore nasceva
il Neon già arricchiva i potenti della terra e come le
mele stavamo e come i fumetti sottosopra
e le bestie splendevano placide,
nessuno superava il limite di velocità né su
autostrada né in guerra.
Cronenberg ci salvò dalla potatura dell’inconscio
Anno Ottanta tutt’intero senza forma e ci ritrovammo
a bere coca cola, l’elettronica scosse l’anima
il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come
antilopi
Società perfetta, di tutti, dei morti soprattutto, dei
morti con nessuno in casa col riciclo delle grandi
banconote, banche rotte oltre il mare
società perfetta restituisce ai suoi, tornati al naturale,
i debiti di un consumo artificiale, strafatto ed immortale
Sparla dell’AnnoOttanta, riducilo a microsoft quello
che non fu detto fu fatto, il resto si ghiacciò nel
fondo storico, nel dato asciutto della chirurgia
plastica o nel plexiglas
Anno Ottanta prese vita il buco dell’ozono e non potemmo
più ripararci dalla morte del giallo, vinse la
teorizzazione, e a parte il neon non c’era altra luce
contro il corpo politico, nessun antidoto che ne
diminuisse l’estensione, solo raccolte di fondi fra simili.
Fatti fummo di Neon, di materia infiammabile
Quanto Corpo a noi dovuto ci è stato sottratto?
Quante evasioni magnetiche sul fondo tenero della carne
e con quanto Corpo sfuso tornammo a piedi dalla gita a
sostenere che col porco sistema ci facemmo male, tanto
che l’anima tutta s’inanimò.
A quanto Corpo abbiamo rinunciato per il look di base
con un’anima bella chiusa in una bora nucleare?

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tre poesie di fine anno

Ora che è amputato il nostro amore

ricucimi sino all’istante del nuovo incontro.

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Tutto il tuo corpo è magnete

attaccato al dentro che m’irradia.

Vacillo al risucchio del sangue:

rotoliamo sotto il letto

tra le folgori della stretta morsa.

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Non negarmi l’impeto vocale,

la sussultoria scossa della voce.

Dammi parole al sapore d’ardesia,

un filo di suoni a cui aggrapparsi

nel trapasso della luce.

r.a.

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La mia poesia di Natale

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Sono l’antivirus equatoriale

che cauterizza le ferite della tua gola.

Distendi il palmo della mano

e accogli la mia lingua.

r.a.

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due poesie di Francesco Tomada

da A ogni cosa il suo nome (Le voci della luna, 2008)

di Francesco Tomada

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da “Tre diviso due”

Tre diviso due

Ricordo che un giorno scherzavamo
se ci lasciassimo cosa sarebbe dei nostri tre figli
uno e mezzo a testa?
li taglieremmo a metà?

era un gioco stupido, ancora più stupido
adesso che sembra avverarsi
c’è una realtà dove si perde tutti
e tre diviso due fa zero

VII

Il tuo seno mi riempie giusto il cavo della mano

oggi ho le dita tagliate e piene di schegge di legno
e c’è un complimento che mi spaventa
e non posso dirti: il tuo corpo ha
la forma del mio dolore

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