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Rossano Astremo, 101 misteri della Puglia che non saranno mai risolti (Newton Compton Editori): questa è una bonus track

Perché Astremo?

«Buongiorno. Senta, scusi, potrei parlare con il signor Rosario Astemio?»

«Come scusi?»

«Rosario Astemio. Dovrei consegnargli un libro».

«Forse vorrà dire Rossano Astremo!».

«Non so. Qui c’è scritto così. Allora, me lo fa consegnare?».

«Sì, certo. Quarto piano, interno 7».

Questo episodio, accaduto davvero, è solo uno dei tanti che riguarda la capacità della gente di prendere il mio nome e, soprattutto, il mio cognome e trasformarlo nel modo che a ciascuno più aggrada.

Se andate sul sito http://www.gens.labo.net, nel quale si può verificare attraverso una mappa la diffusione del proprio cognome nel territorio italiano, noterete che il mio cognome è presente solamente in due comuni della penisola, che sono Grottaglie e Villa Castelli, i paesi in cui risiedono la quasi totalità dei miei parenti che portano questo cognome, escludendo me che da qualche anno ho la residenza a Roma.

Il perché è presto detto.

Si narra che il padre di mio padre, nonno Vincenzo, nato nel 1897, fosse un trovatello.

Ai bambini abbandonati si attribuivano cognomi convenzionali, diversi a seconda della città o del paese di riferimento. Usuale era conferire cognomi aventi significato religioso, al fine di proteggere i bambini (Diotallevi, Servadio, Diotisalvi, Diotaiuti).

A Napoli era tipico il cognome Esposito (esposto), a Firenze il cognome Innocenti o Degl’Innocenti.

A Roma, a partire dal XIII secolo, si diffuse la prassi di chiamare i trovatelli con il termine projetti, derivante dal verbo latino proicere (abbandonare, gettare via), da cui segue uno dei più comuni cognomi romani: Proietti.

A Martina Franca, dove mio nonno è nato e cresciuto – prima di incontrare mia nonna a Villa Castelli e trasferirsi lì, mettendo al mondo nove figli, di cui l’ultimo è stato m io padre – il cognome dato a mio nonno è stato Astremo.

Il mistero, a oltre un secolo dalla sua nascita, è relativo all’origine di questo atipico cognome. Accennavo sopra alla consuetudine di donare ai bambini abbandonati nomi convenzionali. Ma questo Astremo?

Ho chiesto in famiglia maggiori informazioni al riguardo. Inutile dirvi che l’esito delle mie ricerche è stato vano, così come vano è stato chiedere a miei amici e conoscenti martinesi il possibile significato nel loro dialetto della parola “astremo”. Il mistero circa l’origine del mio cognome resta irrisolto e l’idea di inserirlo all’interno di questo volume nasce anche dalla speranza che qualcuno dei miei lettori, magari appassionato studioso di cognomi, possa darmi una mano a sciogliere questo piccolo personale enigma.

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Incipit: La miserabile storia di un venditore di opere d’arte, di Rossano Astremo

Rossano Astremo

La miserabile storia di un venditore di opere d’arte
Incipit
Al fondo non c’è mai fondo. Mi rintrona questa frase letta o ascoltata chissà dove, mentre, al terzo piano di Palazzo Grazioli, sede di una società privata che si occupa di vendita di opere d’arte, tutto agghindato, attendo il mio turno per il quarantaduesimo colloquio negli ultimi ventitré giorni.
Al fondo non c’è mai fondo. Ripeto come un mantra questa frase del cazzo che, fuor di metafora, vuol dire che sono nella merda fino al collo e sarò in una merda colossale se entro pochissimi giorni non riuscirò a trovare un lavoro redditizio che mi consenta di ripartire da zero e di indirizzare questa mia vita bastarda verso i binari di una lecita sopravvivenza.
Sì. Riparto ancora una volta da zero.
Da quante ripartenze da zero sono stati scanditi gli anni della mia vita?

Il mio nome è Leo Monsanto.
Ho 33 anni, come Cristo, ma al sottoscritto nessuno vuol far fare una fine spumeggiante, di quelle non dico che ti consentano di avere fama millenaria come il Sopraccitato, ma quantomeno da consentirmi gli ipercitati quindici minuti di celebrità.
Da ventiquattro giorni la mia casa è una Fiat Punto del 2003, e il mio armadio è una trolley blu, comprato nel 2001 al mercato di Lecce di Piazza Libertini, che, per dieci anni ha accompagnato tutti i miei vagabondaggi.
A ciò s’aggiunge uno zaino nero Nike, acquistato lo scorso anno in un negozio di Viale Marconi, qui a Roma.
Auto, trolley e zaino: qui è contenuto tutto ciò che mi resta.

Indosso un completo blu, giacca e pantalone, comprato nel luglio del 2009, in un ipermercato di Vibo Valentia. Un acquisto fatto in fretta e furia, perché la sera avrei dovuto presenziare ad una festa di laurea in un lussuoso ristorante di Chianalea, luogo stupendo ad una manciata di chilometri da Scilla.
Cinta marrone e scarpe marroni, camicia bianca e cravatta, anch’essa blu a completare la pagliacciata.
Non mi sento a mio agio. No, per niente.
Fisso la punta delle mie scarpe, mi sforzo di non concentrare l’attenzione attorno al lancinante dolore che pare aver invaso ogni porzione dei miei 72 chili.
Provo a fare vuoto dentro di me.
Non pensare a Claudia. Non pensare a Matilde.
L’impormi la negazione del loro pensiero è la manifesta rappresentazione del fatto che tutto ciò che, come un flipper amfetaminico, s’agita nella mia testa riporta al vuoto che mi sbrana nel passare d’ogni istante che da loro mi separa.
Mia moglie e mia figlia.
Lontane da me.
Tre settimane e tre giorni.
Come siamo arrivati a questo disastro?

Lei ha un colloquio con me?
Io ho un colloquio con Roberta D’Angiò.
Sono io.
Allora ho un colloquio con lei.
Venga. Le faccio strada.
Roberta D’Angiò è alta, bionda, occhi azzurri. È la copia sputata di Cameron Diaz.
Ha lo stesso sorriso iperdilatato di Cameron Diaz, quel sorriso da bocca spalancata tipo video di Black Hole Sun dei Soundgarden.
Non so se avete presente.
Roberta D’Angiò ha questo sorriso con troppi denti esposti per poter essere considerato sincero.
La prima cosa che penso, dopo averla squadrata per bene, culo compreso, è questo:
Cosa cazzo hai da ridere?

Non so cosa ha da ridere, però, dopo aver attraversato un lungo corridoio, mi fa accomodare in una stanza.
Al centro di questa stanza c’è un immenso tavolo rettangolare in legno di rovere.
Su di esso una dozzina di libri di grande formato.
Su alcuni di essi sono presenti delle incisioni in bronzo.
Scoprirò poco dopo che sono queste le opere che venderemo.
Mi soffermo su un’incisione che raffigura un non so cosa d’astratto.
La sosia di Cameron Diaz mi fa: Vedo che stai guardando quella bellissima incisione realizzata per noi in edizione limitata da Arnaldo Pomodoro.
Ah, è Pomodoro.
Sì, Pomodoro.
Pomodoro è un grande, provo a rompere il ghiaccio abbozzando un giudizio critico sommario.
Pomodoro? Tutti gli artisti che collaborano con noi sono dei grandi. La nostra azienda è grande!
Non appena termina la frase il suo sorriso si fa incontrollato, la distensione orizzontale delle sue labbra sembra voler entrare di diritto nella prossima edizione del libro sui Guinness dei Primati.
Non riesco ad aggiungere gioia alla sua gioia, anche perché penso al fatto che nel nostro precedente scambio di battute troppe volte è stato pronunciato il nome Pomodoro e non potrei sopportare un altro Pomodoro e, allora, sento forte la necessità di entrare nel vivo del discorso.
Quindi…
La mia necessità non collima con quella della bionda seduta di fronte a me. Mi interrompe e, abbassando iperbolicamente il tono della voce, s’avvicina e fa: Leo, se vuoi lavorare in questa azienda sia chiara una cosa: quella barba va assolutamente tagliata!
La barba. Eccoci qua. Per lavorare in questa azienda di cui non so nulla devo rinunciare alla barba. Questo mi pare un ricatto bello e buono. È come chiedere a Victoria Silvstedt di dare via un paio di chili delle sue tette. E non mi dite che non sapete chi diavolo è Victoria Silvstedt!

Riepiloghiamo. Trovo in rete un annuncio di lavoro per la ricerca di promotori d’arte, mando via e-mail un curriculum, vengo richiamato quarantotto ore dopo per un colloquio, mi reco allo stesso in perfetto orario, vestito di tutto punto, cosa non fatta persino nel giorno del mio matrimonio, varco la soglia di uno dei palazzi più discussi in Italia, una delle tante dimore nel quale il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi racconta le sue barzellette ad Emilio Fede, Lele Mora e s’intrattiene con un numero non precisato di giovani donne belle e disincantate e, dopo pochi secondi dall’inizio della conversazione con la persona designata a selezionare il personale, mi sento già messo con le spalle al muro.
Le vorrei dire: Senti, miss culetto d’oro, la barba per il sottoscritto è come i capelli per Sansone. Roba di vita o di morte. Sono anni che non la taglio, ogni tanto l’accorcio, giusto per evitare che troppi peli si depositino in ciò che mangio, ma per il resto non esiste che arriva una biondina qualunque a cercare di scompigliarmi i connotati.
Le dico: Certo, Roberta, sarà fatto.
E qui snocciolo il mio primo sorriso finto della giornata e, mentre cerco di sistemare i muscoli facciali così da non sembrare farsesco, penso che sarei davvero disposto a rinunciare alla mia barba, penso che vendere opere d’arte è stato sempre il mio sogno, almeno fin da quando Guzzanti mascherato da critico d’arte, nella trasmissione L’ottavo nano, vendeva le fantastiche opere, dall’inestimabile valore, del Mutandari.

Roberta mi rivolge le consuete domande da colloquio: quale le mie precedenti esperienze lavorative, perché ho inviato il curriculum, cosa mi aspetto da questo lavoro, conoscevo già l’azienda, amo l’arte e così via.Rispondo ad ogni domanda con voce ferma e dialettica mitragliante. Sono disperato e cerco di dare il meglio di me. Mentre interpreto il ruolo del perfetto futuribile art promoter appaiono come la Madonna di Fatima ai pastorelli portoghesi scorci della poltiglia emotiva della mia vita. Più vorrei piangere, fuggire da lì e spiccare il volo da Ponte Testaccio destinazione ultima Tevere, più sorrido a Roberta.

E il mio sorriso si fa ancora più ampio e straziato quando, tirando fuori un suo opuscoletto, la bella D’Angiò snocciola concetti e cifre relative alla società da lei rappresentata:
La “Lucia Calabrò Spa” è azienda leader al mondo per ciò che concerne la realizzazione di opere d’arte in forma di libro finalizzate alla celebrazione di eventi di rilevanza nazionale o internazionale.
In vent’anni di storia ha realizzato oltre 300.000 opere, con oltre 80.000 clienti al suo attivo.
Attualmente i dipendenti sono 600 e la rete vendita nel corso dell’anno è destinata a potenziarsi su tutto il territorio nazionale.
Il 25% degli art promoter che lavora con noi guadagna al mese dai 500 ai 1700 euro al mese.
Il 65% dai 1700 ai 4500 euro al mese.
Il 10% dai 4500 ad oltre 10000 euro al mese.
Io appartengo a questa terza fasce e se tu sarai bravo a seguire i miei insegnamenti potrai ambire a guadagnare simili cifre.
Roberta piazza i suoi occhi dentro ai miei e ostenta ancora gioia. Il suo viso riluce di positività. Cerca di contagiarmi, di trasmettermi amore, di infondermi fiducia, di iniettarmi lo spirito aziendalista.
Una parte di me sa che dietro i numeri da lei sbavati con tono monocorde e voce impostata s’annida la fregatura. L’altra parte di me pensa che, al momento, non ho nulla tra le mani. Non un lavoro, non una casa, non un bagno nel quale poter defecare e in cui potermi lavare.
Ho solo un’auto, un trolley e uno zaino.
E se voglio riconquistare la fiducia di Claudia, se voglio rivedere mia figlia Matilde, devo ripartire da un lavoro, e se c’è anche una minima possibilità di arrivare a guadagnare tanti soldi in così poco tempo io ho il dovere di provarci.
È per questo che, dopo aver retto per oltre dieci secondi, in silenzio da moviola, il viso preconfezionato di quella che da poco avevo intuito essere la mia responsabile, le rispondo.
Roberta. Sono entusiasta. Quando si comincia?
Giovedì e venerdì si terrà qui a Palazzo Grazioli un corso di formazione. Presentati giovedì alle 10 vestito per bene, come oggi. Però, mi raccomando, ricordati di tagliare la barba. È importante.
Mi accompagna alla porta e mi strizza l’occhiolino e mi dice:
Ce l’hai fatta.
Io penso:
Dove cazzo sono capitato?

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Libreria Rinascita, via Savoia 30, Roma, giovedì 21 aprile: presentazione di Diventare genitori in Italia (Castelvecchi Editore)

COMUNICATO STAMPA

Giovedì 21 aprile ore 18
presso la Libreria Rinascita di via Savoia 30, Roma
presentazione di

DIVENTARE GENITORI IN ITALIA
un libro di Rossano Astremo e Maria Carrano
CASTELVECCHI EDITORE
collana Ultra Life

Intervengono gli autori e Cristiano Armati, direttore editoriale di Castelvecchi

Cosa significa, oggi, mettere al mondo un figlio e diventare genitori in Italia? Ritrovarsi a trent’anni con un lavoro precario e, nonostante il parere negativo di amici, conoscenti e familiari, provare a costruire una famiglia, comprare una casa, crescere un figlio? Diventare genitori in Italia racconta la storia vera di Maria e Rossano, dalla notizia della gravidanza fino ai primi mesi di vita della piccola Rebecca, passando per gli acquisti di mobili a rate, la ristrutturazione del «nido d’amore», il rapporto con le strutture comunali dedicate all’infanzia e, naturalmente, per gli eterni tentativi di conciliare le croniche difficoltà professionali con i tempi biologici dello «stato interessante». Diventare genitori in Italia è un viaggio autobiografico, un vademecum per future mamme e futuri papà, un caustico atto d’accusa nei confronti di una classe dirigente che, pur difendendo a spada tratta il ruolo decisivo della famiglia nella società, si comporta in modo contrario ai suoi valori, ostacolandola e abbandonando al coraggio individuale l’iniziativa di portarla avanti.

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Vertigine: novità


E’ accaduto che nell’ultimo anno abbia poco aggiornato questo lit-blog, che tante soddisfazioni mi ha dato. Agli inizi degli anni 2000 questo blog era nato per sostenere l’omonima rivista cartacea autoprodotta della quale nel 2006 abbiamo stampato una sorta di raccolta totale, edita da Luca Pensa Editore. QUi trovate un pezzo di Giuseppe Genna sull’antologia.
Poi, chiusasi la parentesi della rivista cartacea, Vertigine ha continuato a svolgere il suo lavoro di ricerca di nuove scritture, di militanza critica, con un occhio di riguardo per le giovani leve della poesia e della narrativa italiana. In Voi siete qui, l’antologia edita da minimum fax e curata da Mario Desiati, che raccoglieva i migliori racconti di giovani autori apparsi su rivista, c’era un racconto di Cristiano De Majo apparso su Vertigine.
Ora che sono passati quasi dieci anni si fa un salto, si spera di qualità. Vertigine diviene una collana di narrativa della nascente casa editrice Citofonare Interno 7, diretta dal sottoscritto.
Il blog continuerà ad essere aggiornato con discontinuità, ma non scomparirà.
Il primo titolo che è stato pubblicato è un’antologia di racconti su presentazioni di libri disastrose. Si chiama La letteratura non conta niente. Ai miei 25 lettori chiedo di seguire il nuovo percorso di Vertigine e di non abbandonare la periodica navigazione su questi lidi.
A presto,
Rossano.

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Incipit di “La sacra famiglia”, il romanzo che ho iniziato a scrivere

Incipit di “La sacra famiglia”
di Rossano Astremo

Raimondo, 7 aprile 1955
Un sottile refolo di vento, che oltrepassa i cardini slabbrati della finestra, si mescola al sordo rumore dell’orgasmo. Dura solo pochi attimi. La stanza è sepolta da un buio totale. Il letto accoglie due corpi nudi che paiono trovarsi nel momento che segue una lunga immersione subacquea. Tornati a galla si respira a pieni polmoni perché l’apnea sfianca. Raimondo ora guarda il soffitto. Giuseppe, invece, gli dà le spalle, disteso sul lato, con lo sguardo inclinato verso il pavimento. E’ la seconda volta che le loro gambe e braccia s’intrecciano come le trame contorte dei tronchi di ulivi secolari. Il tutto avviene nel più limpido silenzio. La notte è il tempo ideale nel quale il loro peccato può esondare. Raimondo e Giuseppe hanno sedici anni. Da più di due anni la loro vita si svolge all’interno del Seminario di Oria. Tra qualche anno prenderanno i voti e diventeranno sacerdoti. Cureranno le anime perdute dei fedeli che a loro si rivolgeranno. Si nasconderanno dietro i confessionali e ascolteranno pazienti le marachelle dei piccoli, i vizi degli uomini e i desideri osceni delle donne. Poi, facendo filtrare le loro parole attraverso gli spazi vuoti delle grate, doneranno la pozione magica della redenzione: una manciata variabile di atti di dolore, padre nostri e ave marie che farebbe trasecolare persino i più devoti. Raccoglieranno offerte durante le quotidiane messe e celebreranno battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali. In sintesi terranno con fermezza il polso spirituale della loro comunità. Questo, però, è il futuro, al quale, i due ragazzi, che ora nascondono le loro nudità con lenzuola di grezzo lino bianco, pensano poco, attratti da quel nuovo mondo così tanto terrestre che brucia come carne sfrigolante su carboni ardenti. Sì, quel nuovo mondo così tanto piccolo che è tutto raccolto nella spoglia stanza del loro seminario. Quel nuovo mondo che è terribilmente più effervescente e vivo di quello passato e rannuvola ogni previsione del futuro. Raimondo cessa di fissare il soffitto e, girandosi nella stessa direzione di Giuseppe, lo cinge delicatamente, poggiandogli il braccio sinistro lungo il ventre, mentre con quello destro gli accarezza i capelli. Il suo sperma ha perduto la liquida consistenza di pochi minuti fa, divenendo solida sostanza biancastra posata tra i glutei di Giuseppe e tra la peluria ancora in definizione che adorna il suo pene. Raimondo pensa che tra due ore dovrà essere già in piedi, dovrà lavarsi e vestirsi. Le preghiere del mattino lo attendono. Però, è solo un pensiero fugace. Stringe forte Giuseppe e lo bacia sul collo. Il resto può attendere, per ora.

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David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa (Casagrande, 2010): recensione di Rossano Astremo


Wallace & Federer
di Rossano Astremo

Cosa accomuna David Foster Wallace, lo scrittore americano morto suicida nel settembre del 2008, a Roger Federer, il tennista svizzero, vincitore di 16 tornei del Grande Slam e da tutti considerato il numero uno della storia di questo sport? In una parola si potrebbe dire: il genio. Wallace nella scrittura e Federer nel tennis sono quelle rare specie di individui dotati di elementi fuori dal comune, di forze inspiegabili che li rendono superiori ai loro simili. Non solo è il genio ad accomunarli, però. Wallace, così come Federer, ama il tennis. Lo ha praticato da giovane ad alti livelli, prima di abbandonarlo e di dedicarsi agli studi e poi alla scrittura. Negli anni, Wallace segue il tennis da spettatore e lo fa, come ogni altra cosa che nella sua vita compie, con maniacale attenzione, divendone un raffinatissimo conoscitore. Senza questa sua passione Wallace mai avrebbe potuto dare vita al suo romanzo capolavoro, “Infinite Jest”, il libro di oltre 1400 pagine, ambientato in una scuola di tennis per giovani promesse fondata dal regista sperimentale James Incandenza. Senza gli anni trascorsi nei campi da tennis Wallace mai avrebbe composto il testo “Tennis, trigonometria e tornado”, nel quale racconta la sua espierienza di giocatore adolescente nei campi dell’Illianois, né, per ultimo, mai sarebbe stato spedito dal New York Times nell’edizione del 2006 del torneo più affascinante del tennis mondiale, Wimbledon. “Roger Federe come esperienza religiosa”, libro appena pubblicato da Casagrande, altro non è che un lungo reportage scritto per il quotidiano americano, nel quale un genio della letteratura analizza le prodezze di un genio del tennis: “Roger Federe sta dimostrando che la velocità e la potenza sono semplicemente lo scheletro del tennis odierno, non la carne. Federer ha datto, figurativamente e letteralmente, una nuova forma corporea al tennis maschile, e per la prima volta in diversi anni il futuro di questo gioco è diventato imprevedibile”. L’edizione del 2006 di Wimbledon è stata vinta da Federer in finale contro Rafael Nadal, lo spagnolo dal grande carisma e dalla forza inaudita. Dopo il suo suicidio, Wallace non ha potuto assistere ad altre eclatanti vittorie del tennista tanto amato né tantomeno a quelli che lui stesso definisce Momenti Federer, ovvero “gli attimi in cui guardi il giovane svizzero in azione, ti cade la mascella, strabuzzi gli occhi ed emetti suoni che fanno accorrere la tua consorte dalla stanza accanto per controllare che tutto sia a posto”. Questo su Federer è un libro delizioso per gli amanti del tennis, ma anche l’ennesima conferma della smisurata bravura di David Foster Wallace, capace di tenerti legato alla pagina sempre e comunque, anche quando descrive per cinque pagine uno scambio di un incontro di tennis, che per i non addetti ai lavori, obiettivamente, potrà sembrare un argomento di una noia mostruosa.

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Tutto questo silenzio (Besa Editrice, 2009): dialogo tra Rossano Astremo e Elisabetta Liguori

“Un romanzo non mi basta. Non mi basta mai”
dialogo tra Rossano Astremo e Elisabetta Liguori

La genesi di “Tutto questo silenzio”, romanzo scritto da me ed Elisabetta Liguori è da far risalire ad una mia idea che mi ha ossessionato per un po’ di tempo alcuni anni fa: quello di scrivere un romanzo sulla caduta e la rinascita di una famiglia italiana. L’idea sarebbe rimasta tale se non fosse intervenuta nella stesura del romanzo Elisabetta Liguori, la quale ha deciso di farsi intervistare dal sottoscritto per svelare alcuni aneddoti sul libro in questione.
1. Dopo quasi quattro anni dall’inizio della scrittura di “Tutto questo silenzio”, finalmente il nostro romanzo arriva nelle librerie. Vuoi raccontare ai lettori di perché agli inizi del 2006 hai accettato di scrivere la storia della famiglia Bordini assieme a me?
1. “Perché mi fidavo di te. Ero certa che dietro il soggetto letterario del quale mi avevi parlato la prima volta ci fosse un’urgenza autentica. Ho accettato da lettrice, per una specie di patto implicito, d’intesa già esistente tra la tua scrittura e la mia lettura, tra la mia scrittura e la tua lettura. Non credo che sarebbe stato possibile altrimenti. Inoltre la tua storia mi rassomigliava. Sfiorava pericolosamente quelle che da sempre sono le mie paure, i miei demoni, i miei temi. La famiglia cioè, il suo decadere, la deriva del tempo che la rende opaca, che la sfinisce, il senso di fallimento personale che ne può derivare e al quale la maggior parte di noi continua ad opporsi con risultati i più diversi. Ma non solo. Ho accettato anche perché l’idea di violare l’apparente isolamento che fa parte dell’immaginario dello scrittore mi divertiva molto”.
2. Molti si chiederanno come abbiamo fatto a scrivere un romanzo a quattro mani. Diciamo subito che non è totalmente impossibile. Dimenticate la visione romantica dello scrittore colto dall’ispirazione repentina. Noi siamo stati molto più razionali. O, almeno, così mi sembra. Che dici al riguardo?
2. “Tu sei stato razionale!?! Curioso parlare di razionalità per una storia come la nostra, che ha tratti di tipo surrealista. Ma in fondo non ti sbagli: abbiamo scelto di costruire per immagini la nostra storia per dare maggior forza alle ragioni psichiche e d emotive dei nostri personaggi. Lo abbiamo fatto con convinzione. Abbiamo utilizzato tecniche rigorose, talvolta di tipo cinematografico, per suddividere passato e presente, sogno e veglia, desideri e ricordi, in scene. Abbiamo costruito con metodo quasi scientifico la discesa che porta la famiglia Bordini all’attimo di follia e poi la sua risalita. Abbiamo ragionato, programmato, scandito, scritto e riscritto. Abbiamo sempre equamente diviso il lavoro, ci siamo confrontati spesso in corso d’opera e corretti reciprocamente alla fine, ma abbiamo lasciato che le nostre voci narrative rimanessero distinte, pur mescolandosi. Ecco, in verità, lavorare sulle nostre voci per avvicinarle senza confonderle, sentire che pagina dopo pagina si trasformavano naturalmente, credo sia stata per me la parte più emozionante del lavoro. E forse anche quella meno razionale”.
3. Più andavamo avanti con la scrittura più ciascuno di noi si affezionava ad uno dei personaggi. Io, ad esempio, ho preso una cotta per Paola, la figlia maggiore di Mirko e Federica. Non so, ha quell’aria fragile e decadente che apprezzavo molto nelle ragazze quando ero adolescente. Infatti, molti dei capitoli su Paola sono stati scritti da me. Tu, invece, a quale dei personaggi sei più legata?
3. “È Federica la mia preferita. La moglie, la madre, l’infermiera. Lei è quella che non riesce a perdonarsi nulla, alla quale nessuno perdona nulla. Lei è volontariamente crudele, perché crede di non aver altra scelta. Il silenzio è la qualità imposta alla sua vita, il colore e la temperatura, ed è per quello che soffre. Vorrebbe aver voce, dire, essere, poter scegliere ancora, ma non ci riesce. Eppure è certa di meritarlo, di avere un credito nei confronti della sua esistenza, e quindi l’indifferenza, la precarietà, il malessere del suo universo, le risulta ancora più inspiegabile. Federica è il fallimento che diventa energia, senza trovare la giusta canalizzazione. Mirko, suo marito, pur desiderando le medesime cose, non le è di alcun aiuto. Vivono ciascuno nel proprio altrove e non si incontrano più. Hanno progressivamente smesso di fare gli stessi progetti, di guardare insieme al futuro. Il futuro non c’è più, cancellato da un presente eterno, da un buco nero, avulso dallo scorrere reale del tempo. Sì. Mi piace Federica e mi fa paura: vive in un “bosco di vetro”, proprio come nel manifesto del surrealismo di Andrè Breton”.
4. Diciamolo subito. Il nostro romanzo non è un giallo. Ok, c’è una vittima e c’è un colpevole. Dimenticate, però, le storie di Conan Doyle o Agata Christie. Il nostro libro è più simile alle storie del Tenente Colombo in cui si capovolgono le regole del giallo e vittima e colpevole si conoscono sin da subito. Ancora una volta tu, dopo “Il correttore” ti trovi a rompere gli ingranaggi della scrittura di genere per utilizzarla per fini altri. C’è una ragione specifica?
4. “La ragione è sempre quella: comunicare, comunicare, comunicare. Creare coscienza comune intorno ad un tema che sento importante. I generi narrativi sono i ferri del mestiere di quegli strambi artigiani che siamo, costretti ad usare (e ben felici di farlo!) come materia prima noi stessi, frammenti di anima, pelle, ossa, memoria. Nel nostro romanzo la struttura di genere, come dicevi, è stata forzata. La vicenda è divisa in due parti ed ai miei occhi appare ora come una linea retta aspramente spezzata verso il basso. Non c’è nulla da scoprire, ma molto da condividere. E se il Tenente Colombo ogni tanto viene in mente anche a me ( lo amavo tanto!) è forse perché anche lui, come i personaggi del nostro romanzo, rientra in quella categoria di uomini comuni, perdenti dal cuore guizzante, destinati a grandi sfighe, benché dotati di enorme sensibilità e visionarietà”.
5. Ultima cosa. Se dovessi definire “Tutto questo silenzio” con una frase?
5. “Un romanzo sulla difficoltà di vivere nel mondo, così come lo immaginiamo oggi. Ma, tu lo sai, una frase non mi basta. Un romanzo non mi basta. Non mi basta mai”.

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Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009): segnalazione

Elisabetta Liguori – Rossano Astremo, Tutto questo silenzio (Besa editrice, 2009)
Quarta di copertina

Mirko e Federica si sono amati da giovanissimi e si ritrovano ad essere a quaranta anni marito e moglie da una vita intera. Hanno due figlie adolescenti e un lavoro stabile ma deludente. Un piccolo nucleo di familiari, amici, conoscenti s’agita intorno a loro, ciascuno preso dalla propria esistenza. Apparentemente questa è una famiglia del sud come tante, in precario equilibrio esistenziale, per la quale il tempo e l’egemonia culturale del corpo, invece di restituire identità, hanno saputo soltanto ingigantire l’ossessione per quello che non è stato, ma sarebbe potuto essere. Mirko e Federica convivono sequestrati dai medesimi desideri traditi, dalla paura della vecchiaia, dalle contraddizioni tra le immagini che manda la tivù e il mondo reale della gente che vive. I giorni continuano a scorrere così, rapidi lungo un crinale piatto e silenzioso, fino ad un evento imprevisto. Dal silenzio d’improvviso: le urla. Quando la violenza esplode, così insensata e gratuita, per la prima volta l’assurdo entra in scena.

Biografie

Elisabetta Liguori è nata a Lecce nel 1968 e qui vive. Laureata in giurisprudenza, lavora presso il Tribunale per i Minori. Ha pubblicato due romanzi, “Il credito dell’Imbianchino”, edito da Argo, finalista al Premio Berto 2005 e al Premio Carver 2005, e “Il correttore”, pubblicato nel 2007 da peQuod.

Rossano Astremo è nato nel 1979. è di Grottaglie, paese della provincia di Taranto, ma da anni vive e lavora a Roma. Ha pubblicato con Besa nel 2003 “Corpo poetico irrisolto”. Il suo ultimo libro è “101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita”, pubblicato nel 2009 da Newton Compton Editori.

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Rossano Astremo, 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita: dal 30 luglio in libreria

978-88-541-1540-8

Rossano Astremo
101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita

ISBN 978-88-541-1540-8
Pagine 336
Euro 13,90

Centouno n. 25

Argomenti:
Viaggi e guide
Arte

In uscita il 30 luglio

Dalla Daunia al Salento, passando per la Terra di Bari, la Puglia è una terra che ha saputo fondere in un paesaggio unico al mondo le influenze greche, romane, francesi, spagnole e austriache che, nel tempo, l’hanno attraversata. 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita è un invito a un viaggio in questa meravigliosa regione per perdersi tra i suoi tesori. È una Puglia tutta da scoprire quella raccontata in questa guida insolita e sentimentale. Un libro che parla della bellezza delle cattedrali romaniche e della magnificenza degli edifici barocchi, dell’originalità dell’artigianato della cartapesta e di quello della ceramica, della bontà delle orecchiette con le cime di rapa e del sapore indimenticabile del riso con patate e cozze. Di avventura in avventura, Rossano Astremo vi accompagnerà sulle spiagge animate dalla musica reggae e nei paesi travolti dal ritmo della Taranta, raccontandovi le vicende di donne e uomini che hanno scelto questo angolo di mondo per lasciare un segno indelebile nella storia e illuminando di aneddoti e curiosità il volto di una regione sempre da riscoprire.

La Puglia come non l’avete mai vista!

Ecco alcune delle 101 esperienze:

- Incontrare il Pollock del Salento al casello della stazione di Tricase
- Cercare la cartapesta tra le vie del centro di Lecce
- Farsi mordere dal ritmo della Taranta
- Canticchiare Nel blu dipinto di blu a Polignano a Mare
- Fotografare la luce delle case bianche di Ostuni
- Percorrere la salita in discesa di Statte
- Mangiare una frisella pensando agli anni che furono
- Inseguire il fantasma di Armida nel Castello Svevo di Trani
- Smarrirsi tra i carri allegorici del carnevale di Putignano

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Archiviato in 101 cose da fare in Puglia almeno una volta nella vita, Newton Compton, Rossano Astremo