Fernanda Pivano, Beat Hippy Yippie (Bompiani, 2004): recensione vintage di Rossano Astremo


Fernanda Pivano, Beat Hippy Yippie (Bompiani, 2004)
di Rossano Astremo

Per ricordare Fernanda Pivano, scomparsa al’età di 92 anni qualche settimana fa, il modo migliore è ripescare il suo amore per la letteratura americana del secondo Novecento tra le pagine dei suoi libri. Ne cito uno su tutti, “Beat Hippy Yippie”, testo pubblicato nel 1972 dall’editore Arcana, all’interno del quale la Pivano analizza alcune delle figure più importanti e rappresentative della scena underground americana di quegli anni, con riferimento particolare agli scrittori della Beat Generation da lei tanto amati. Nel capitolo È morto Neal Cassady, il protagonista della beat generation, la scrittrice rievoca con nostalgia il primo incontro con il protagonista di “Sulla Strada” : “Quando lo incontrai, nel 1962, stava scontando nove mesi di libertà vigilata a Los Gatos, una cittadina a una cinquantine di chilometri da San Francisco dalla quale teoricamente Neal non avrebbe mai dovuto allontanarsi e nella quale aveva ripreso a fare il suo antico mestiere di parcheggiatore. Mi ero messa in testa di ritrovare il manoscritto del suo romanzo. “Il Primo Terzo” di cui tutti gli amici mi avevano molto parlato e che Ginsberg mi aveva citato nella sua dedica a Urlo; e a forza di rompere le scatole a tutti c’ero riuscita e il manoscritto era saltato fuori da una vecchia scatola di detersivo dove Philip Whalen aveva tenuto alla rinfusa i suoi inediti per i molti anni in cui non ebbe abbastanza denaro per pagarsi l’affitto di una camera, e io portai con me questo manoscritto a Palo Alto e Lawrence Ferlinghetti venne da San Francisco a prenderlo per portarlo con sé a Big Sur e poi lo fece copiare a macchina e ora, sei anni dopo, probabilmente finirà per pubblicarlo. Neal lo aveva chiamato “Il Primo Terzo” perché descriveva il primo terzo della sua vita, ma nessuno, e lui meno di tutti, avrebbe mai sospettato che la sua vita sarebbe stata così breve”. Questo brano, scritto subito dopo la morte di Cassady, l’8 febbraio 1968, è dominato da toni di tristezza e nostalgia, per un periodo di grande creatività che stava volgendo al termine, portandosi con sé lentamente i suoi protagonisti. Di particolare interesse sono i brani dedicati dalla scrittrice al cantante rock Bob Dylan, incontrato nel dicembre 1965: “Gli amici mi parlarono di Dylan sul Camper Volkswagen di Ginsberg, mentre andavamo a raggiungere il poeta-cantanta, che quella sera era già a San Francisco, per il concerto dell’indomani. Ogni volta che si suonava Mr. Tambourine Man tutti i ragazzi nel locale lo cantavano in coro, più o meno come i ragazzi del 1957 recitavano in coro i versi di Urlo”. La letteratura beat, che ha avuto nella musica jazz nera uno dei suoi motivi ispiratori, è stata, a sua volta, nuova linfa per un gran numero di cantanti rock bianchi, che vedevano nel messaggio dell’ansia di vivere e della suprema ricerca della folle libertà beat un mezzo attraverso il quale raggiungere il ‘miglior mondo possibile’. La seconda parte di “Beat Hippy Yippie”, dopo l’analisi delle principali figure della cultura beat, si sofferma sulla scena dell’underground europeo, delineando la storia di riviste quali Oz e UFO e le difficoltà di diffusione legate alla censura limitante e repressiva. Nella terza parte la Pivano si sofferma sul teatro underground, nato dalle stesse esigenze di libera espressione beat, e in particolar modo sull’esperienza del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Le ultime due parti del testo ritornano su questioni che esulano da esperienze propriamente letterarie per soffermarsi sulla Nuova Sinistra americana e sulla politica del Movimento Nero volta all’affermazione dei propri diritti, contro la logica razzista dei bianchi dominatori. Libro questo della Pivano che ci fa toccare a piene mani l’atmosfera di un’epoca ricca di creatività, libertà, ideali di difficile replicazione. Dopo l’edizione Arcana del 1972, molte sono state le riedizioni del libro. Io possiedo un’edizione del 1977 edita da Bompiani. Potete ordinarlo in libreria, sempre edito da Bompiani, nell’ultima edizione datata 2004.

Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009): intervista di Elisabetta Liguori


Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai (Feltrinelli, 2009)
di Elisabetta Liguori

Alle donne piace parlare di donne, molto meno di vecchiaia. Lo conferma Iaia Caputo nel suo ultimo libro “ Le donne non invecchiano mai” appena uscito per Feltrinelli.
1) In una tua efficacissima immagine, il tempo diventa un tapin roulant. È il tempo a scorrere o sono le donne stesse a trascorrere?
1) E’ un’immagine universale. Uomini e donne camminano sullo stesso tempo, ma le sensazioni che accompagnano il movimento sono diverse. Per le donne invecchiare significa confrontarsi con un sentimento di smarrimento. In una sorta di naufragio in se stesse, si comincia ad abitare un corpo sconosciuto e la sensazione che ne deriva è quella di essere superati. Di non essere più sull’onda del vivere, ma dietro. Il passato ingigantisce, mentre il futuro perde la sua astratta infinitezza.
2) Perché mai alle donne non è dato invecchiare? La vecchiaia è un peccato? Una malattia?
2) Gli uomini hanno messo a punto un’idea formidabile di vecchiaia, della quale le donne sono invece ancora sprovviste. Mentre il tempo restituisce agli uomini potere, forza, fascino, per le donne continua ad essere un’esperienza di mera sottrazione. Il tempo consta ancora oggi di un apparato simbolico dietro il quale si consuma un’antica ingiustizia di genere.
3) In che termini entra il tempo nell’amicizie al femminile?
3) Se è vero che il tempo toglie, è anche vero che spesso regala qualcosa. Due sono i doni della vecchiaia alle donne: il tempo per sé e l’amicizia di altre donne. Dopo i 50 anni, infatti, molti giochi sono fatti; la professione già avviata, i figli grandi e indipendenti, un certo disinvestimento erotico, la conquistata stabilità consentono alle donne di recuperare del tempo libero. Questo tempo, finalmente vuoto, diventa solitamente il mezzo per riscoprire l’amicizia al femminile, e con quella, le vecchie passioni. È un modo per incontrare il mondo delle altre. Non semplicemente le loro parole, ma la condivisa voglia di ridere e un’utilissima, nuova leggerezza.
4) La bellezza a vent’anni è un dato di fatto, mentre a cinquanta uno stato d’animo?
4) Sì. Può essere questa la giusta reazione all’invisibilità alla quale siamo condannate dopo una certa età. Quando non è più il corpo ad attrarre, i rapporti umani si fanno più complessi e richiedono una ragionata rivoluzione di quella che è la percezione di sé. È necessario scoprire che non si è solo carne, ma una storia, un percorso, una nuova idea, e su questa fondare una nuova estetica relazionale.
5) Le donne sono dunque chiamate a confrontarsi con pesi e misure differenti, a costruire equilibri del pensiero, ma, in una società sempre più appiattita sulla totale egemonia del corpo, quali prospettive sembrano profilarsi per il futuro?
5) Lo stesso corpo per tutti. Al momento non sembra esserci scampo: la dimensione dell’apparire domina su quella dell’essere. Ma non è una novità. I corpi sono sempre stati disciplinati da qualcosa. Foucault parlava di bio potere e bio politica non a caso, perché dietro il dominio dei corpi, dietro il controllo della loro immagine, si annida sempre l’esercizio del potere, di una supremazia. Prima alle donne erano imposti canoni di morigeratezza, ora quelli della seduzione. Si tratta comunque di coercizioni che perimetrano il mondo, così da non correre il rischio che qualcuno si occupi veramente e liberamente della materia di cui è fatto quel mondo stesso. I corpi obbedienti che si uniformano a canoni imposti, per quanto faticosi e artificiali, sono molto più facili da gestire. Questo è un dato di fatto.

John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998): recensione vintage di Marco Montanaro


John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998)
di Marco Montanaro

“Lasciamo fuori da questa discussione il mio lettino massaggiatore!”
Questo non è un libro, è un avvertimento! Uscite da casa prima di ingrassare come Ignatius Reilly!
Dissento dallo Stefano Benni dell’introduzione a questo romanzo: l’immenso Ignatius, tra rutti e geometria medievale, non è propriamente un genio; è piuttosto un egoista, bugiardo e paranoico, magari solo per difesa, per reazione (l’unico modo sensato di reagire?) alla modernità e alle sue assurde trame compulsive. Ma, nel suo organizzare moti di rivolta (operai negri aizzati da una croce di legno, gay del quartiere francese poco propensi a scalare i vertici dell’esercito) Ignatius appare un bambino in lotta contro sua madre e contro Myrna, la sua antica fiamma politicamente impegnata, più che un genio consapevole come potrebbe esserlo un attore – Benni paragona Ignatius a John Belushi.
Il romanzo di JK Toole è una farsa, un vaudeville su una città del sud degli USA, New Orleans, forse unica vera protagonista di questo libro. Cittadina d’acqua, umida, piena di religione e vecchiette che spettegolano sull’uscio di casa, non a caso paragonata più a una città meridionale europea che a un posto americano. Ogni personaggio, nell’eterno carnevale di New Orleans, ha il suo motivetto, il suo leitmotiv, che ne annuncia l’entrata in scena; dall’incontro-scontro dei diversi attori nasce il turbinare comico che Toole mette in atto. Davanti all’assurdità del secolo breve, scapperebbe una risata. O forse, meglio fuggire, prima che un immenso rutto dell’immenso Ignatius ci seppellisca.

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi 2009): recensione di Daniele Greco

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009)
di Daniele Greco

All’inizio mi delude questo Riportando tutti a casa. Non perché mi aspettassi qualcosa di analogo a Occidente per principianti ma perché vi leggevo una certa mancanza di intelligenza, del guizzo inventivo e ironico e colto che mi pareva essere il tratto dominante del suo autore. Mi dicevo che pareva un romanzo privo di esperienza, un libro fatto da altri libri. Secondo una koinè stilistica ravvisabile in autori americani che, sulla base delle mie letture, potevano essere De Lillo, Roth e Foster Wallace. Lunghe narrazioni fredde gelide iperoggettive solo a tratti temperate dall’elemento umano declinato secondo i modi rothiani.
A volte ridondante e col gusto eccessivo di fare della similitudine – “come… come… come…” –l’unico modo per raccontare, questo libro trova il suo riscatto a ridosso della metà: nel sesto capitolo. Con l’approssimarsi dell’esaurimento nervoso del padre del protagonista-narratore che scioglie quest’ultimo dal giogo familiare liberandolo dal controllo dell’autorità paterna. È forse il capitolo più bello, quello in cui all’approssimarsi dello shock Lagioia riesce a raccontare in poche pagine l’ascesa e il crollo del genitore quale metonimia di chiunque in quegli anni si fosse dedicato alla ricerca della ricchezza improvvisa. Il capitolo si chiude, non a caso, in questo modo: “Questa atmosfera ebbe l’effetto di stornare ogni tipo di controllo su di me. Suonava il citofono, e in strada c’era Giuseppe con il Red Rose dalla marmitta scoppiettante. Si spalancarono giorni di libertà assoluta”.
È qui che inizia il vero libro di Lagioia. Quello di una narrazione senza un centro in cui le tre vite, quella del protagonista e dei suoi due amici, l’aristocratico Vincenzo e Giuseppe l’arricchito, si mischiano e si confondono consentendo all’autore di realizzare il suo Underworld barese. Dal centro della città alla periferia ci sono poche strade; dal centro murattiano alla più grande piazza di spaccio dell’epoca quale Japigia, lo spazio che si apre a questi giovani e ai loro coetanei non è più quello della lotta politica ma della lenta auto distruzione nell’infernale gorgo delle droghe e di un desolante apprendistato adolescenziale.
Ma, come detto sopra, più che di un centro vero e proprio che potrebbe fare pensare a un romanzo generazionale – mi veniva in mente mentre leggevo Le vie del ritorno di Enrico Palandri – l’intento di Lagioia è quello di lasciare tutte queste tessere narrative (iniziazioni sessuali, droghe, feste tardo adolescenziali, primi impacciati rapporti con l’altro sesso…) così da non esprimere giudizio alcuno, ma regalare al lettore la possibilità di guardare questi anni vicinissimi a noi, quello che chiama in almeno due occasioni il “vuoto pneumatico” prodotto dalla totale disgregazione sociale e civile che è il paese nel quale oggi viviamo.
Lo stile è come detto prima chirurgico, spietato, iperrealistico quasi da non cedere nulla alla leggerezza a volte ironica del libro precedente. Dovendo “riportare tutto a casa” Lagioia pare volere imbarcare ogni istante di quel decennio e del vissuto dai tre protagonisti: quasi a farsi il filologo di una moltitudine spropositata di vezzi, abitudini e mode di quel tempo. Non solo, ma immette i suoi “eroi” nel mezzo della Storia di quegli anni e, se nelle prime pagine la vicenda dell’Heysel poteva essere l’esatto opposto di come De Lillo in Americana definisce la “guerra” ovvero una vicenda che entrava direttamente in casa dal televisore tutte le sere, i fatti narrati da Lagioia ricadono sulla comunità italiana quale esatta cesura storica della perdita dell’incanto, della perdita della verginità… La morte in diretta tv come nell’Heysel o a Chernobyl trova la sua eco fino a noi, con le macchine dei genitori stipate di ogni genere di consumo nel terrore della contaminazione del grano russo: sono questi i momenti di trapasso da un’età in cui, cessate completamente le ansie di rinnovamento del secondo dopoguerra si ha la consapevolezza con gli ’80 che non solo le cose non miglioreranno ma che si è entrati nel baratro in cui a una fase critica ne segue un’altra in una china irreversibile.
Di tutto questo egli racconta lasciando parlare i fatti, il racconto indivuale e collettivo. Così, nel finale, quando scopriamo dagli ammiccamenti del narratore che il suo racconto di quegli anni è frutto di una ricerca recentissima in cui a cercare le tracce dei suoi amici d’un tempo si è messo di mezzo google, facebook e myspace, Lagioia accenna senza sentenziare l’inesorabile destino meridiano, quello dell’immobilismo: le colpe dei genitori non ricadono, né vengono espiate dai figli. Solo, pare che ad essi non sia consentito altro che perpetuare le esistenze dei loro predecessori.

Nenad Veličković, Sahib (Edizioni Controluce, 2009)

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Nenad Veličković, Sahib (Edizioni Controluce, 2009)
di Rossano Astremo

È ambientato nella Sarajevo postbellica “Sahib”, il nuovo romanzo di Nenad Velickovic, pubblicato dalla casa editrice Controluce. 77 e-mail inviate dal protagonista all’amante rimasto in patria strutturano la narrazione. Una sorta di romanzo epistolare che, attraverso gli occhi del borghese inglese io narrante, giunto in Bosnia al seguito di una missione umanitaria, ruota attorno alla doppia tematica della visione della presente disastrosa condizione del Paese vinto dalla guerra, nonostante gli anni intercorsi dalla fine del conflitto, e della nostalgia per l’assenza del suo compagno. Ciò che emerge dalle lettere dell’uomo è un profondo sdegno nei confronti del popolo, degli usi e dei costumi dei bosniaci, il tutto sommato nel rapporto ambiguo con Sakib, l’autista che lavora per lui, un uomo rude e scontroso, la cui continua presenza nelle e-mail dell’inglese suscita l’inviperita gelosia del compagno lontano. Di seguito un paio di esempi che sintetizzano quanto sopra esposto: “Questi primitivi parcheggiano sul marciapiede e i pedoni devono scendere sulla strada,e là come pedone ti suonano, ti sputano, ti offendono, ti dicono parolacce e qualche volta t’investono anche!”. O ancora: “Mi hanno detto che ci sono parti del Paese dove la carta igienica non si usa per niente. (Queste parti confinano con quelle dove non si usa neanche il bagno!). Per i cittadini di qua ci sono a disposizione foglietti di giornale. Ma la gran parte della popolazione non usa nessun tipo di carta igienica. Usa bottiglie di birra riempite d’acqua!”. Un romanzo antibosniaco scritto da un bosniaco può avere una duplice chiave di lettura: o essere un aperto atto d’accusa nei confronti del proprio Paese oppure, attraverso un’operazione parodistica, invertire il percorso di senso, e prendere di mira chi accusa il Paese stesso. “Sahib” rientra in questa seconda categoria. Il romanzo di Velickovic è una satira sulle contraddizioni e le ottusità della società di massa occidentale, la quale attribuisce connotazioni di valore (L’Occidente primeggia su tutto e tutti) a differenze culturali. Non è un caso che il tanto odiato Sakib, l’autista orso e puzzolente, avrà un ruolo importante la storia, tale da mettere in crisi il sistema effimero di valori del consumista inglese. Il finale sarà inaspettato, come ogni romanzo ottimamente riuscito. Velickovic ci regala un testo che, nella “leggerezza” della struttura epistolare, lancia dardi infuocati contro l’Occidente e le varie Organizzazioni Non Governative che sprecano risorse in progetti del tutto inefficaci che non fanno altro che alimentare se stessi, senza per nulla aiutare le popolazioni oggetto dei progetti in essere. Lettura vivamente consigliata.

Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori, 2009): recensione di Rossano Astremo


Alessio Arena, L’infanzia delle cose (Manni Editori)
di Rossano Astremo

Due anni sono passati dalla nascita di Punto G, la collana di narrativa contemporanea della Manni. Era l’estate del 2007 quando venne pubblicato Mordi & fuggi, la raccolta antologica di racconti aventi come tema la taranta ed il mondo che attorno ad essa si svela.
Dopo questa antologia sono stati pubblicati tre romanzi, Gardo Mongardo di Claudio Menni, Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina e il recente L’infanzia delle cose di Alessio Arena.
Quattro libri in due anni. Una scelta questa di Agnese Manni e Giancarlo Greco di centellinare le pubblicazioni, di scegliere nel marasma dei manoscritti che giungono in redazione solo quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, vicende di uomini alla deriva, morsi dalla vita, in preda a deliri familiari, in continua ricerca di se stessi, il tutto scritto con una lingua sfavillante, mai piatta, originale, che mescola italiano e slang dialettale.
Sembrano proprio queste alcune caratteristiche comuni dei libri sin qui elencati. L’infanzia delle cose, in libreria da pochi giorni, è l’esordio del venticinquenne napoletano Alessio Arena.
È un romanzo ambientato negli anni ’80. È la storia di Antonio Bacioterracino, un quindicenne che vive a Napoli, nel Rione Sanità. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia, Antonio, la madre, al sorella e lo zio, è costretta a trasferirsi a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana.
La famiglia Bacioterracino è scaraventata, quindi, nell’insolita realtà gitana, dove è presente anche una piccola comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero. Quella costruita da Arena è una saga familiare che nulla ha a che vedere con il filone realistico e documentaristico di molta letteratura nata dopo il successo senza precedenti del Gomorra di Saviano, ma che racconta la stessa gente prediligendo un registro visionario, surreale ed onirico, con morti che ballano in mezzo ai vivi, con cani che parlano e fiumi che sorgono dal nulla.
Vengono in mente Márquez, Cortazar e Arenas, paragoni nobili, certo, per un esordiente, ma che sono necessari per inquadrare un romanzo che dona aria fresca al panorama letterario nostrano, sempre troppo preso o a raccontare delitti efferati, nella convinzione che la scrittura di genere sia l’arma migliore per illuminare il presente, o a sviscerare l’ombelico degli stessi scrittori, nell’ottica di un autoreferenzialismo da Grande Fratello cartaceo.
Arena sceglie un’altra via. Racconta i momenti bui di una famiglia e lo fa con una scrittura mirabolante, con un’ironia che taglia le gambe, con una maturità stilistica che è cosa ben rara in un giovane autore.

Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009): segnalazione

Mayumi Hattori, L’oscurità e la luce (Edizioni Controluce, 2009)

Reia è cieca, misura l’ambiente e le poche persone che sono con lei attraverso il suono delle voci e i profumi dei corpi. Dafne, una donna misteriosa, la sorveglia: le ispira paura, la sua voce è minacciosa, il suo profumo insopportabile. Reia ha tre anni quando ha inizio il racconto. Vive isolata dal mondo in un luogo misterioso, chiuso nel tempo dei libri e della musica, circondato da nemici che tengono in loro potere il padre, un re spodestato, che è il suo punto di riferimento e il suo unico tramite con il mondo.

L’oscurità e la luce è un romanzo affascinante che mescola magistralmente fiaba antica e moderna, horror gotico e storie criminali del nostro tempo. Una fiaba vera dove i cattivi, giocando i ruoli fondamentali dell’universo infantile, ne rappresentano le paure e i traumi.

Traduzione di Daniela Guarino.

Mayumi Hattori è nata a Tokio nel 1948. Diplomata presso l’Accademia di Belle Arti, nel 1984 viene premiata nella decima edizione della mostra d’arte nippo-francese. Come ricordo dell’evento scrive Toki no arabesque – Arabeschi del tempo, con cui vince il premio “Yokomizo Seishi”. Da allora ha pubblicato numerose raccolte di racconti mistery. È morta nel 2007.

Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009): recensione di Rossano Astremo


Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009)
di Rossano Astremo

A meno di un anno di distanza da “Il paese delle spose infelici” Mario Desiati torna a parlare della sua Martina Franca e della provincia tarantina e lo fa, nel nuovo libro “Foto di classe. U uagnon se n’asciot” (Laterza, pp.134, euro 10), prediligendo alle logiche della fiction quelle proprie del documento narrativo. L’idea del libro parte dalla riscoperta della foto della sua classe del liceo. La visione della stessa suscita in Desiati il desiderio di rincontrare i suoi vecchi compagni. Di quei venti ragazzi solo quattro hanno deciso di restare e costruire la propria vita a Martina Franca. I restanti sedici vivono e lavorano in molte città italiane. Desiati, nelle pagine del libro, racconta la storia di sette di loro, rappresentanti emblematici di quel nuovo tipo di emigrazione interna presenta nel nostro paese. Tutti hanno frequentato il Liceo Classico Tito Livio di Martina Franca e tutti si sono diplomati nell’anno scolastico 1995-1996. L’autore camuffa nomi, fatti e luoghi e “il mascheramento – dice – è servito proprio per non avere indulgenza”. Quello di Desiati è un libro su quella generazione di trentenni meridionali, molti dei quali laureati e specializzati, che, seguendo l’esempio dei loro padri, abbandonano la loro terra d’origine per cercare fortuna altrove. Perché l’emigrazione dal Sud è tornata ai livelli degli anni ’60: “Numeri paragonabili a quelli della massima intensità migratoria toccata tra 1961 e 1963, ossia 295 mila emigrati l’anno: la somma fa quasi un milione in tre anni. Si deduce dunque come l’emigrazione sia tornata a essere una caratteristica di questo paese. Ovviamente è un’emigrazione diversa, percepita meno drammaticamente, ma ugualmente piena di traumi, di scelte obbligate, di necessità e a volte di libertà”. È proprio la consapevolezza di un simile trauma che ha portato nel 2005 Nichi Vendola, nella sua campagna elettorale nella corsa alla presidenza della giunta regionale pugliese, contro il giovane pupillo berlusconiano Raffaele Fitto, a scegliere come luogo di uno dei suoi ultimi incontri elettorali la stazione di Bologna. In stazione si raccolsero alcune centinaia di pugliesi che scesero nella piana del Tavoliere con un convoglio che la cronaca chiamò “il treno degli emigrati”. Quella di Vendola che “va a prendere studenti e precari per riportarli anche solo un weekend nelle loro famiglie fu un’immagine simbolica potentissima”. Di certo è stato uno degli elementi di forza di quella campagna elettorale storica che portò un comunista e dichiaratamente omossessuale alla guida di una regione come la Puglia da sempre nelle mani della Democrazia Cristiana e di un centrodestra che ne aveva ereditato la sua classe dirigente. Ora, a quattro anni da quelle storiche elezioni, possiamo dire che molte delle speranze dei giovani pugliesi sono state disilluse e il numero dei ritorni a casa è stato ampiamente superato da quello delle partenze. Il viaggio di Desiati al seguito dei suoi vecchi compagni di classe dimostra che, al di là delle professioni ricoperte dagli stessi, da avvocati a venditori di libri, da pr in discoteche a ristoratori, ciò che emerge è sempre un estremo sentimento di nostalgia, quel sentimento che ti porta a rimpiangere, nel passaggio dalla provincia alla città e nella nuova vita di emigrato o fuorisede, persino un albero d’arancia in un giardino. “Non che manchino i giardini nelle grandi città italiane, ma a chi mi faceva notare come in piena via XX settembre a Roma ci siano gli aranceti carichi di gemme rosse, tarocchi grandi come in una serra, portai una busta di quelle arance, raccolte a due passi da via Veneto. Erano smisurati e pieni di una polvere color argento, si sbriciolarono in mano come se fossero polistirolo, non contenevano né polpa né sugo”. È proprio in quelle arance vuote che ci sono le ragioni più intime di questo nuovo libro di Desiati.

Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009): intervista di Rossano Astremo


La spietata adolescenza nella Bari anni Ottanta
di Rossano Astremo

Terzo romanzo per lo scrittore barese Nicola Lagioia. “Riportando tutto a casa” (Einaudi) esce a cinque anni di distanza da “Occidente per principianti”. Nel nuovo libro Lagioia racconta la stori di un’amicizia tra tre ragazzi, Giuseppe, Vincenzo e l’io narrante, ambientata nella Bari degli anni Ottanta. È un libro di iniziazione scritto superbamente da uno dei più talentuosi scrittori dell’ultima generazione.
Perché hai scelto di mettere al centro del tuo libro gli anni Ottanta?
“Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile, l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.
Com’era la Bari di quegli anni? Com’è cambiato negli ultimi anni?
“Durante quel decennio, Bari era – nel bene e nel male – ciò che ogni città degna di questo nome dovrebbe essere sin dai tempi di Dickens e Baudelaire: un luogo in cui fare esperienza. Bari è stata la mia Chelsea, la mia Venice Beach, il mio Bronx: bastavano pochi minuti di motorino per passare dai quartieri chic del centro murattiano alle sale-prova del “canalone” stracolme di fanatici del post punk e della new wave con le Clippers ai piedi alle gigantesche zone dormitorio come Japigia dove l’eroina scorreva a fiumi. Molte città in una, insomma, una punta dell’iceberg tirata a lustro sotto la quale si nascondeva un ventre notturno, feroce, sotterraneo”.
Come mai la scelta di questo titolo preso in prestito da Bob Dylan?

“Amo da sempre Dylan. Ma in questo caso “riportare a casa” ha per me un significato di riscatto generazionale. Se la Storia la scrivono i vincitori, la letteratura spesso si occupa di vinti. E la mia, per adesso, è una generazione messa alle corde, sistematicamente tradita nel corso degli anni, che vive in un paese che non è un paese, con un lavoro che molto spesso non è un lavoro, dentro una vita che non è una vita. È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata, stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento. Eppure, nonostante tutto questo, abbiamo sviluppato un modo completamente nuovo di sentire il nostro tempo, e di tradire, amare, perderci per strada, consumare atti di viltà o di coraggio. Se tutto questo – questo sentimento, questo modo di essere qui e ora – non lo porta in luce la letteratura o le arti in generale, nessun altro può farlo. Ecco cosa significa per me riportare a casa”.
Rispetto al precedente romanzo, “Occidente per principianti”, questo tuo nuovo lavoro sembra essere molto più “caldo”, più sentito…
“Sì, decisamente. Si tratta, credo, di un controcanto caldo e sanguinante rispetto alla freddezza levigata di “Occidente per principianti”. Ma sono passati anche cinque anni tra i due libri, e la coscienza del disastro che stiamo vivendo si è fatta più densa. Ho pensato che mettersi in gioco in maniera più scoperta avrebbe potuto avere un effetto liberatorio”.
Domanda che esula dal romanzo. Come procede il tuo lavoro di scouting per minimum fax?
“Procede bene, grazie. Cerchiamo di alternare nomi nuovi (Stefano Jorio, un esordiente di gran talento che pubblicherà il suo primo romanzo in primavera), a scrittori già consolidati (Carlo D’Amicis, che sta ultimando il suo terzo romanzo per noi) a veri e propri maestri della letteratura italiana contemporanea (Domenico Starnone, che ha appena pubblicato con Einaudi il suo ultimo romanzo, e che uscirà per noi con un libro molto bello alla fine del 2010)”.
C’è un romanzo che hai scartato che, una volta pubblicato con un altro editore, hai visto con occhi nuovi, che avresti voluto averlo nella collana Nichel da te curata?
“No, a dir la verità. Però negli anni ho accumulato una mezza dozzina di romanzi su cui avevo gettato gli occhi prima degli altri, che avrei voluto pubblicare, ma che non sono riuscito a fare perché è arrivata l’offerta di un editore più grosso. A volte si vince a volte no”.

Giulio Mozzi, Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa Edizioni, 2009): segnalazione


Giulio Mozzi, Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa Edizioni, 2009)

In queste vertiginose pagine lo scrittore Giulio Mozzi, che si autodefinisce un «cattolico tentato dal protestantismo», col pretesto narrativo di proporre alla Chiesa la beatificazione di Eluana Englaro, mostra l’errore nel quale è caduta la Chiesa stessa, prestatasi volentieri a essere “utilizzata” da chi ha il potere come si “utilizza” una prostituta.

Scritto in pochi giorni in reazione a eventi di scottante attualità, questo piccolo libro è pieno d’amore per l’Italia e per la Chiesa; e con inusitata lucidità ci mostra come il nostro destino sia legato al destino di due corpi: il corpo della povera ragazza Eluana Englaro, uccisa per amore, e il corpo, candidato all’eternità, di Silvio Berlusconi.
Il nostro Paese ha bisogno di una Rinascita, ma questa rinascita non ci sarà finché non avremo il coraggio di guardare fissi questi corpi, e di capire che cosa ci dicono.

«Un pamphlet furibondo e immaginifico. Una lezione di lucidità.»

La prima presentazione del libro si terrrà a Cagliari venerdì 6 novembre 2009, nella sezione “Fede e laicità nel terzo millennio” del festival «Leggendo metropolitano».
Il 14 novembre l’Autore modererà l’incontro fra Beppino Englaro e Haidi Giuliani nel corso della manifestazione «Scrittori in città» di Cuneo.

Scheda di approfondimento
«La proposta è: provvedere al più presto a dichiarare beata, e poi santa, la povera ragazza Eluana Englaro uccisa, dopo diciassette anni di vita indescrivibile, e dopo lunga battaglia legale, dal padre Beppino Englaro; e prepararsi alla morte e fasulla resurrezione di Silvio Berlusconi, attuale presidente del consiglio dei ministri, negli ultimi mesi documentatamente accusato da certa stampa italiana, con il concorso di molta e prestigiosa stampa estera, di essere, né più né meno, un puttaniere, un utilizzatore di persone umane – e in grandi quantitativi – come fossero cose; prossimo alla morte politica e già avviato, peraltro, alla fasulla resurrezione come Grande Vittima e come Agnel lo Redentore dell’Italia: re surrezione che avverrà, se non sarà già avvenuta
quando questa lettera riuscirà a essere pubblicata, sotto la pretesa egida di Padre Pio da Pietrelcina, come annunciato da Silvio Berlusconi stesso, e allo scopo precipuo di far fuori la chiesa cristiana cattolica terrena.»

Tante parole sono state dette e scritte, a proposito del “caso” di Eluana Englaro. E tuttavia queste tante parole hanno forse più celato che esibito il vero discorso politico e morale in atto oggi nel nostro paese. Giulio Mozzi cerca di mostrare questo discorso nascosto, marcando la differenza tra il corpo della vittima, la sua verità, e l’uso retorico della posizione che la riguarda.
Una nota conclusiva di Demetrio Paolin segna il passo di questa distinzione esistenziale, prima che morale o altro, tra i fatti e le loro interpretazioni.

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