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Rossano Astremo: Antonio Verri: un classico in cerca di pubblico

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foto di Fernando Bevilacqua

Rossano Astremo

Antonio Verri:  un classico in cerca di pubblico

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Vidi per la prima volta la barba di Antonio Verri appesa – in fotocopia di non eccellente risoluzione -  ovunque tra i corridoi della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. Era il febbraio del 2002. Io ero uno studente in Lettere. Da lì a poco mi sarei laureato con una tesi sulla Beat Generation. Da qualche mese distribuivo gratuitamente in tutta Lecce, assieme a due miei amici, Paolo e Vito, un foglio autoprodotto di poesie. Si chiamava “Ariosto 219”. Su quella fotocopia c’era scritto che, presso il Teatro Astragali di via Candido, si sarebbe svolto un reading tratto dagli scritti di quest’uomo barbuto e dallo sguardo perduto – in quella foto scattata dal sua caro amico Fernando Bevilacqua – chissà dove.

No, non sapevo nulla di Antonio Verri prima del 2002. Mi recai assieme a miei amici poeti, tutti poco più che ventenni, nello spazio teatrale diretto da Fabio Tolledi e, in quelle poche ore in cui silente assistetti a diverse letture, mi s’aprì osceno e per sempre il mondo biografico e poetico di Verri.

Di quella sera, a distanza di oltre un decennio, messa in piedi dai suoi amici più cari per celebrare il suo compleanno, a quasi dieci anni dalla scomparsa, avvenuta il 9 maggio del 1993, ricordo l’emozione di uomini e donne che sul piccolo palco del teatro si succedevano alternando a ricordi personali relativi al loro vissuto con Verri, passaggi dei suoi testi migliori. Ricordo Antonio Errico, Mauro Marino, Piero Rapanà, Maurizio Nocera, Ferndando Bevilacqua e lo stesso Tolledi. Ricordo letture tratte da “Il naviglio innocente”, “I trofei della città di Guisnes”, “Bucherer l’orologiaio”, “La Betissa” e lo stupendo manifesto poetico di “Fate fogli di poesia”, tratto da “Il pane sotto la neve”.

Ascoltando quelle parole che in piena travolgevano la mia attenzione compresi che di quel Verri tutto avrei voluto sapere. E subito. L’indomani mi recai presso la biblioteca centrale dell’Ateneo leccese e, compiendo una facile ricerca, vidi che di tutte le sue opere vi era una copia e quelle copie presto divennero mie, entrando con forza nel suo mondo poetico e narrativo e non uscendone mai più.

Antonio Verri è stato per la giovane generazione di letterati salentini,  a partire  dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80,  una sorta di faro, punto di riferimento, catalizzatore di energie, bussola che indirizzava azioni e riflessioni. Verri era un uomo dalle mille amicizie, dai molteplici interessi, instancabile costruttore di progetti, percorsi e azioni, il quale poneva lo stesso massimalismo – il tutto dentro – nella sua idea di mondo possibile, nella sua costruzione letteraria insonne e mai doma. Riprendendo un mio intervento scritto nel 2005 e pubblicato sulla rivista “Incroci”, diretta da Raffaele Nigro e Lino Angiuli, mi pare tuttora valida l’idea secondo cui “per  Verri scopo fondamentale della sua esistenza e del suo ruolo di scrittore è quello di creare un libro che in grado di contenere l’intero Mondo, un libro infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita”. La sua idea di scrittura era titanica, molossa, tendente all’infinito. Cosa vuol dire avere come obiettivo dare vita ad un libro in grado di contenere tutto il mondo, se non agire nella consapevolezza della sconfitta? La migliore letteratura prodotta da Verri nasce da questa crasi: da un lato la sua voglia di assoluto, dall’altro lato il prodotto finito del suo tentativo altissimo.

Eppure le pagine che ci ha lasciato sono poesie e prose che resistono al tritacarne del tempo. Verri è già classico, come solo Bodini, nel Salento letterario del Novecento, perché le sue pagine continuano ad affascinare un ampio pubblico di appassionati lettori. Qui, però, s’apre l’ultimo rivolo di questo mio intervento. Quel pubblico dovrebbe divenire sempre più nutrito, ma lo scoglio sul quale frana l’acqua del suo flusso è dettato da ragioni squisitamente editoriali. In vita Verri pubblicò sempre con piccolissimi editori le sue opere. Dopo la sua morte, grazie all’azione generosa dei suoi amici, le sue opere sono state ripubblicate sempre da piccoli e battaglieri editori,  ma questo non ha permesso al suo genio – consentitemi questo termine per una volta – di avere gli allori che merita. Il passaparola non basta laddove la reperibilità degli scritti è assente.

Cosa possiamo fare per arginare il suo oblio, che sopraggiungerà imperioso qualora le sue parole scritte smetteranno di significare poiché rese mute da una assenza di pubblico?

Un mio vecchio saggio sulla scrittura di Antonio Verri qui: http://www.musicaos.it/interventi/2005/136_verri_astremo.htm

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AA.VV., “Esc. Quando tutto finisce” (Hacca Edizioni) a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

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“Esc. Quando tutto finisce”, volume pubblicato da Hacca Edizioni, curato da Rossano e Mauro Maraschi, contiene undici racconti scritti da alcune tra le voci migliori della nuova narrativa italiana, Giordano Meacci, Carola Susani, Fabio Viola, Flavio Santi, Gabriele Dadati, Paolo Zardi, Federica De Paolis, Cinzia Bomoll, Vins Gallico, Stefano Sgambati ed Emilia Zazza.

LA NOTA DEI CURATORI

di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

Il presupposto che ci ha spinto a curare il volume che avete tra le mani è stato chiaro fin dall’inizio: affrontare un argomento di ampia fruizione come la “fine del mondo” con un piglio d’autore, tramite l’attenta elusione di quei connotati che possono condurre a narrazioni “commerciali”. Eravamo certi che di libri ad alto contenuto sensazionalistico ce ne sarebbero stati e, a dire il vero, la deriva apocalittica non ha mai rappresentato per noi una prospettiva ad alto grado seduttivo. Il primo passo verso questo obiettivo è stata la selezione degli autori, tutti con pubblicazioni di livello alle spalle e ognuno con una propria coerenza stilistica e tematica. In secondo luogo li abbiamo invogliati a non trattare il tema in sé, ma ad usarlo come scenario, nonché a schivare la componente catastrofista a favore di quella affettiva, morale, esistenzialistica, sociologica e via dicendo. Si è poi innescato quell’emozionante processo di dialogo, a volte minimo, altre intenso, nel quale l’editor accompagna umilmente l’autore verso la quadratura del testo, di cui l’autore mantiene in ogni caso il merito e la paternità. Riteniamo il risultato finale molto più che soddisfacente. Se facendo un passo indietro dovessimo spiegare il perché del tema, risponderemmo che la fine del mondo è un argomento vastissimo, dalla potenzialità drammaturgiche enormi. Che la chiusura definitiva del sipario costringe, in maniera ineluttabile, a confrontarsi non solo con il senso della fine, ma anche con ciò che la nostra vita ha significato davvero fino a quel punto. Che l’esito narrativo di una resa dei conti con se stessi rappresenta per noi motivo di profondo interesse. E risponderemmo anche che, sul versante metaforico, la fine del mondo è una raffigurazione ideale della condizione umana – rischiando però di incappare in parole e concetti oggi abusati come “precarietà”, “perdita dei valori” e “sradicamento”. Decisamente più abili di noi i nostri autori, che hanno raccontato il loro ultimo giorno senza sfiorare cliché o cataclismi, ma piuttosto attraverso la raffinatezza di un gesto inusuale, di una riflessione dolceamara, di un confronto emotivo irripetibile o di una pacificante e cinica ironia. Come nel caso di Gallico, che evita coloriture grevi per dar voce a un anziano boss mafioso. Dadati, per contro, sposta l’ambientazione sui ghiacciai, che combinati alla sua prosa “esangue”, congelano le pulsioni dei suoi personaggi. Suggestivo è anche l’im maginario di Carola Susani, che alla fine del mondo antepone il declino di certe sovrastrutture sociali. De Paolis, Zazza e Zardi vogliono come protagoniste le famiglie, spesso disastrate; Sgambati e Viola alimentano un “falò delle vanità” dalle intuizioni simili; Bomoll e Santi scelgono punti di vista fuori dal coro; e Meacci torna a regalarci un racconto dalla partitura complessa quanto affascinante. Il paesaggio della nostra antologia è multiforme e imprevedibile. La visione generale non reca tracce di allarmismo, non sfiora i Maya e, addirittura, non è davvero disperata. Quasi tutti i personaggi affrontano la fine con una certa freddezza, chi con dignità chi con il gusto per la provocazione. La sensazione diffusa è di disorientamento, soprattutto quando ci si è aggrappati a ideali fasulli, come la fama, il successo, i soldi, l’ascesa sociale. Sono le famiglie a dare ancora qualche vaga certezza, come forse ci si aspetta che sia, almeno in Italia. Mentre l’individualismo, che per certi versi non ci è proprio, è destinato a soccombere di fronte all’assenza di posteri. Ma soprattutto, a nostro modo di vedere, tutti i racconti testimoniano che la narrativa italiana vive uno stato di buona salute e che la forma racconto, spesso bistrattata dal mercato editoriale italiano, è in grado di creare micro-mondi articolati e di affascinare i propri lettori. La nostra speranza è che il lettore non subisca solo un certo fascino, ma, nelle modalità più consone a ciascun lettore, anche piccoli dolori sparsi nel corpo e nella mente, in accordo con quanto scritto da un certo Franz Kafka in una lettera a Oskar Pollak nel 1904: “Dovremmo leggere soltanto quei libri che ci fanno male e che ci feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa, perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo?”. Già, perché?

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Rossano Astremo, 101 misteri della Puglia che non saranno mai risolti (Newton Compton Editori): questa è una bonus track

Perché Astremo?

«Buongiorno. Senta, scusi, potrei parlare con il signor Rosario Astemio?»

«Come scusi?»

«Rosario Astemio. Dovrei consegnargli un libro».

«Forse vorrà dire Rossano Astremo!».

«Non so. Qui c’è scritto così. Allora, me lo fa consegnare?».

«Sì, certo. Quarto piano, interno 7».

Questo episodio, accaduto davvero, è solo uno dei tanti che riguarda la capacità della gente di prendere il mio nome e, soprattutto, il mio cognome e trasformarlo nel modo che a ciascuno più aggrada.

Se andate sul sito http://www.gens.labo.net, nel quale si può verificare attraverso una mappa la diffusione del proprio cognome nel territorio italiano, noterete che il mio cognome è presente solamente in due comuni della penisola, che sono Grottaglie e Villa Castelli, i paesi in cui risiedono la quasi totalità dei miei parenti che portano questo cognome, escludendo me che da qualche anno ho la residenza a Roma.

Il perché è presto detto.

Si narra che il padre di mio padre, nonno Vincenzo, nato nel 1897, fosse un trovatello.

Ai bambini abbandonati si attribuivano cognomi convenzionali, diversi a seconda della città o del paese di riferimento. Usuale era conferire cognomi aventi significato religioso, al fine di proteggere i bambini (Diotallevi, Servadio, Diotisalvi, Diotaiuti).

A Napoli era tipico il cognome Esposito (esposto), a Firenze il cognome Innocenti o Degl’Innocenti.

A Roma, a partire dal XIII secolo, si diffuse la prassi di chiamare i trovatelli con il termine projetti, derivante dal verbo latino proicere (abbandonare, gettare via), da cui segue uno dei più comuni cognomi romani: Proietti.

A Martina Franca, dove mio nonno è nato e cresciuto – prima di incontrare mia nonna a Villa Castelli e trasferirsi lì, mettendo al mondo nove figli, di cui l’ultimo è stato m io padre – il cognome dato a mio nonno è stato Astremo.

Il mistero, a oltre un secolo dalla sua nascita, è relativo all’origine di questo atipico cognome. Accennavo sopra alla consuetudine di donare ai bambini abbandonati nomi convenzionali. Ma questo Astremo?

Ho chiesto in famiglia maggiori informazioni al riguardo. Inutile dirvi che l’esito delle mie ricerche è stato vano, così come vano è stato chiedere a miei amici e conoscenti martinesi il possibile significato nel loro dialetto della parola “astremo”. Il mistero circa l’origine del mio cognome resta irrisolto e l’idea di inserirlo all’interno di questo volume nasce anche dalla speranza che qualcuno dei miei lettori, magari appassionato studioso di cognomi, possa darmi una mano a sciogliere questo piccolo personale enigma.

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