Skidelsky, Federer e una sfrenata ossessione

estratto da Federer and Me. A Story of Obsession” (Yellow Jersey Press, 2015)

di William Skidelsky

Roger Federer ha donato nuovamente bellezza al tennis. E lo ha fatto giocando una sua versione del potente gioco da fondocampo contemporaneo. È come se avesse imbottigliato la grazia che apparteneva al tennis delle epoche precedenti e lo avesse fatto decantare nello stile moderno. Per questa ragione, c’è una sorta di mitizzazione attorno alla sua figura. Ha sfidato la logica di quattro decadi di cambiamenti notevoli. Ogni cosa sembrava puntare ad un futuro in cui lui (o qualcuno come lui) sarebbe stato impossibile. Eppure non solo è esistito; è riuscito ad eccellere.

Che Federer sia un’eccezione è evidente da molti punti di vista. Ad esempio, dalla varietà e delicatezza del suo gioco; dal modo in cui si muove in campo con tanta leggiadria. Ma è anche evidente – è questo è un punto cruciale – dalla maniera con

cui i suoi colpi vengono realizzati. Federer ha trovato un modo per far sembrare gli incisivi colpi in topspin di rimbalzo armoniosi e pieni di grazia – un risultato che, a me, sembra ancora assai misterioso. Come spesso è stato detto, una delle ragioni per cui i suoi colpi sono così pieni di fascino è da attribuire al fatto che sembrano in qualche modo appartenere ad un’altra epoca. Eppure non c’è nulla di remotamente antico nel suo modo in ciò che fa con la palla. Ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Come può essere risolto?

Ignorerò il rovescio, perché questo suo colpo, pur contribuendo notevolmente al fascino visivo del gioco di Federer, non presenta nessun tipo di problema interpretrativo. Il rovescio di Federer appare venir fuori dal passato perché colpire la palla con una mano è considerato un colpo tecnicamente datato; e quando giocato bene, sembra indubbiamente buono. Questo colpo è dal punto di vista strategico il punto di forza del gioco di Federer – con la possibile eccezione del servizio, è il colpo con il quale vince gran parte dei suoi punti – ed è di grande aiuto nello spiegare la forza del suo tennis.

Il dritto di Federer è sotto molti punti di vista un colpo moderno. Paragonatelo al dritto di Djokovic o Nadal, e troverete gli stessi elementi basilari. Eppure non si può negare che, in un modo sottile, difficile da definire, presenta delle differenze. È un colpo che appartiene al gioco moderno ma non del tutto. A questo punto, è necessario essere più specifici. La diversità del dritto di Federer inizia dalla impugnatura della racchetta. Egli usa quella che alcuni analisti hanno definito un’impugnatura “eastern modificata” – o, uno potrebbe dire, un’impugnatura eastern con caratteristiche semi-western. Non vorrei addentrarmi in tecnicismi, ma l’aspetto principale è che, in una maniera incredibilmente precisa, Federer posiziona la sua mano sul perfetto confine tra tradizione e modernità (o almeno fino al punto in cui queste qualità possono essere rilevabili nei dettagli del manico di una racchetta). Federer la sensazione per cui la sua impugnatura può essere antica o moderna, una cosa e l’altra.

Questo aspetto riveste una grande importanza. L’impugnatura fa una grande differenza in ciò che i giocatori possono fare con la palla, e nel modo in cui i loro colpi prendono corpo. Una modesta rotazione della mano attorno al manico – solo di pochi millimetri – altererà fortemente l’aspetto di un colpo. È opinione comune

ritenere che, in relazione al modo con cui s’impugna una racchetta, i giocatori otterranno alcuni vantaggi e alcuni svantaggi. Ad esempio, un’impugnatura più estrema, o avvolgente, rende più semplice accarezzare la palla e colpirla all’altezza del petto ma rende più difficile prenderla quando è bassa o in anticipo. Nonostante ciò Federer è riuscito ad evitare simili limitazioni, e ciò ha a che fare con la sua mutevole impugnatura. Grazie al suo essere ibrida, Federer può, a tutti gli effetti, dare vita a colpi che rientrano nella tradizione di questo sport e a colpi che fanno parte del gioco moderno; questo grandioso tennista è in grado di combinare il passato e il presente. Questo dà vita ad un flessibilità senza precedenti. Può colpire la palla quando è in alto o in basso, si trova a suo agio nel prenderla in ritardo e in anticipo, e riesce altrettanto a produrre differenti variazioni di spin.

La straordinarietà dell’impugnatura di Federer consente al suo dritto di manifestarsi in differenti modi. In questo senso, un aspetto importante è rappresentato dalla posizione del braccio. Nel 2006, lo scrittore e allenatore di tennis John Yandell sottopose il dritto di Federer ad un’intensiva analisi compiuta attraverso la visione di numerosi video, e notò che la posizione del suo braccio varia molto di più rispetto a quella di altri tennisti. Se il tuo braccio è disteso o no quando colpisci la palla di dritto dipende in gran parte dal modo con cui impugni la tua racchetta. Più la mano avvolge il manico più la curvatura del gomito (e anche del polso) incidono nel colpo. Un’impugnatura più verticale e tradizionale, al contrario, naturalmente conduce ad avere un braccio disteso – che era il modo con cui il colpo veniva giocato negli anni delle racchette in legno.

Molti tennisti oggi giocano il loro dritto con gomiti assai piegati gran parte del tempo, e non mutano in maniera significativa la posizione dei loro polsi. Ma Federer, fece notare Yandell, si muove costantemente tra differenti posizioni di gomito e polso, e inoltre li varia in relazione al grado di rotazione del suo busto (Yandell contò almeno venti differenti distinte variazioni del dritto di Federer; la maggioranza dei giocatori non ne possiede più di tre o quattro). Gran parte del tempo gioca questo suo colpo con in braccio disteso – ma non sempre. E siccome l’angolo del suo polso varia in maniera assai significativa, così come la posizione del suo corpo, la flessibilità del colpo è enormemente potenziata in termini di posizione da cui colpire la palla, di angolatura della rotazione, della quantità di forza, e della

direzione da impartire allo stesso. Federer, dalla sua parte del dritto, è in grado di colpire la palla in maniera ottimale da ogni parte del campo, con ogni immaginabile variazione di altezza, rotazione e potenza; e può farlo da ogni posizione. Per Yandell, il colpo è il “migliore del mondo”, offrendo i “vantaggi sia dello stile di gioco tradizionale sia di quello moderno senza limitazioni d’alcun tipo”.

Qualcos’altro di che contraddistingue il gioco di Federer dal punto di vista tecnico è la posizione della testa. Come è stato spesso osservato, egli ruota la testa in direzione della palla molto di più rispetto ad altri giocatori, e al momento dell’impatto i suoi occhi fissano la stessa (gran parte dei giocatori fissano un punto poca avanti alla racchetta). Anche dopo l’impatto, la sua testa resta un attimo ancora a fissare quel punto, come se stesse congelando il colpo nella sua mente. Yandell non è certo dei benefici che questo elemento può apportare al tennis dello svizzero. Al di là dell’efficacia sul suo tennis, però, di certo ciò contribuisce alla sua eleganza. Quando negli anni Ottanta e Novanta i colpi da fondocampo divennero più dinamici ed esplosivi, un certo senso di compostezza ed eleganza , conseguenza delle vecchie tecniche, fu perduto. Il dritto di Federer è assai dinamico, ma, nel modo in cui muove la testa e guarda attentamente e quasi teneramente la palla, c’è una persistente traccia di un’epoca precedente dominata da un’idea di gioco fatto di grazia ed equilibrio.

(traduzione Rossano Astremo)

Johnny Marr, Set the Boy Free: l’autobiografia (Sur, 2017)

 Johnny Marr, la sua chitarra e un sogno realizzato

di Rossano Astremo

Esce oggi in Italia l’autobiografia di Johnny Marr, “Set the Boy Free”, edita da Sur e tradotta da Anna Mioni. Il corposo volume è un viaggio a tutta birra lungo l’esistenza del fondatore – assieme a Morrissey – degli Smiths, gruppo di culto degli anni Ottanta, che nel giro breve di pochi anni ha pubblicato quattro album fondamentali  della storia della musica rock, “The Smiths” (1984), “Meat Is Murder” (1985), “The Queen Is Dead” (1986), “Strangeways, Here We Come” (1987), fino ad un improvviso quanto imprevisto scioglimento all’apice del proprio successo. Il libro in questione però non è solo il racconto dei cinque anni in cui quattro ragazzi di Manchester (oltre a Johnny alla chitarra e Morrissey alla voce, gli Smiths erano composti da Andy Rourke al basso e Mike Joyce alla batteria) hanno rivoluzionato la scena musicale britannica e non solo a colpi di riff originali e stranianti e testi poetici e “miserable”. “Set the Boy Free” passa in rassegna le tappe della vita di Marr, dalla sua infanzia a Manchester, dopo il trasferimento della sua famiglia dall’Irlanda, alla sua passione immediata per la chitarra che ha iniziato a suonare a partire dai cinque anni; dal pessimo rapporto con la scuola, abbandonata attorno ai quindici anni, all’incontro con Angie, la donna che l’accompagnerà per il resto della sua vita, madre dei suoi due figli, Nile e Sonny, nati rispettivamente nel 1991 e 1993; dal desiderio di formare un gruppo con cui poter scrivere le sue canzoni all’incontro con Stephen Morrissey, un ragazzo con qualche anno in più ma con la stessa sfrenata passione per la musica degli anni Sessanta e per l’abbigliamento bizzarro; dalle prime prove assieme, dove fin da subito si coglie l’intesa tra i due – alle partiture musicali di Johnny seguono nel giro di poche ore i testi di Morrissey e nei primi giorni di prova nascono canzoni che segneranno la storia del gruppo, “Miserable Lie”, “Handsome Devil”, “Hand In Glove” – alla produzione del primo disco e al seguente primo tour di successo; dagli anni passati in giro per il mondo a suonare, tra un album e l’altro, alla frattura insanabile, frutto dell’acuirsi sempre più marcato delle differenze caratteriali e non solo tra Marr e Morrissey. E poi gli anni in tribunale, seguiti allo scioglimento del gruppo, per volontà di Mike Joyce che voleva gli fossero riconosciute le stesse royalties dei due leader del gruppo, e ancora il suono della sua chitarra come centro della sua esistenza, con Marr che è entrato a far parte di altri gruppi musicali, dai The The agli Electronic, dai Modest Mouse ai Cribs, fino ad arrivare ai due album da solista del 2013 e del 2014. Un’autobiografia piacevole e diretta, il racconto di un uomo che nel mezzo della sua esistenza fa il bilancio di ciò che è stato, ritenendosi fortunato per aver trasformato in realtà il suo sogno d’infanzia: imbracciare una chitarra e suonare musica rock. Un’autobiografia che risponde, forse in maniera definitiva, alla domanda che da trent’anni oramai si pongono i giornalisti musicali di tutto il mondo: torneranno a suonare assieme gli Smiths? No, Marr risponde di no.  Non ci resta, per noi nostalgici del gruppo di Manchester, che andare  a recuperare i nostri vinili impolverati e lasciarci cullare dai riff  sbilenchi di Marr e dalla voce calda di Morrissey.

Girolamo Grammatico, La letteratura non conta niente (Breve distopia social del Salone del Libro 2017)

Girolamo Grammatico

LA LETTERATURA NON CONTA NIENTE

Breve distopia social del Salone del Libro 2017

È la prima volta che vado al salone del libro di Torino. Mi occupo di editoria da venti anni e sono sempre stato del parere che non ti cambiasse la vita andarci o meno. E ne sono convinto anche adesso che mi trovo in treno con il mio socio. Del resto tutti gli altri editori che puntualmente si sbattono per fiere di ogni tipo stanno messi uguali a noi. Anzi peggio. Almeno tutto lo sbattimento pre, durante e post fiera noi ce lo evitiamo. Fossero posti in cui si scopa, sarebbero pure un po’ interessanti. Invece neanche quello, almeno dai racconti che mi arrivano. Stavolta ci vado, ma è più una vacanza che in viaggio di lavoro. Per stare sereno mi sono portato due biglietti da visita con l’idea di darne solo uno. Che poi neanche ‘sti cazzo di biglietti da visita servono. Spero che Google realizzi un algoritmo che mandi il flyer dei tuoi dati in base alle ricerche che fanno i lettori o gli addetti ai lavori. Così ci risparmiamo pure ‘sta mezza cacata di decidere la grafica per una cosa che poi non ci serve. L’ultimo biglietto da visita che ho dato è stato al mio nuovo barbiere perché non aveva come segnarsi il numero.

– Tu ce l’hai i biglietti da visita? –

chiedo al mio socio che mi guarda disgustato.

– Quei cosi di carta che i giovani usano per fare i filtri delle canne? Ce li hai presente? –

– Ma che cazzo dici? –

– Lascia stare. –

La nostra casa editrice si occupa di libri che non ti cambiano la vita. La gente è stanca dei libri che ti cambiano la vita. La gente è stanca.

Anche di ipotizzare di leggere un libro che possa cambiarti la vita. Noi pubblichiamo libri che non ti chiedono di uscire dalla tua zona di confort. Che poi ‘sta storia di uscire dalla zona di confort non è che l’ho mai capita. Sembra più l’idea di un editore che un modello psicologico. Comunque, noi facciamo libri dichiaratamente inutili per chi ama leggere. Vendiamo bene. Abbastanza da permetterci una redazione di 4 persone e 2 uscite al mese di media. L’idea di base è proprio quella di una letteratura inutile. Spesso la gente non ci crede e pensa che sia solo storytelling. Molti si avvicinano a noi per questo motivo. Ma poi al terzo libro si accorgono che è così. Troppo tardi, ormai sono fidelizzati. La cosa buffa sono i libri usciti su di noi. Libri assurdi pieni di riflessioni psicosociologiche su come la letteratura inutile sia utile o di come abbia reso inutile quella dichiaratamente utile. Perché diciamocelo: ma davvero uno solo di voi può alzare la mano è dichiarare “quel tal libro mi ha cambiato la vita in tal modo”?. Ma smettiamola. Basta con la narrazione come redenzione, cambiamento, ridefinizione, possibilità. Catarsi…

Se così fosse non vivremmo in questo mondo di merda e non esisterebbero le fiere sui libri, ma le fiere sulla lettura.

– Quando arriviamo? – chiedo al mio socio.

Mi guarda disgustato e non risponde.

– Non mi va di prendere il biglietto. –

A volte mi chiedo se sia vivo. Se non sia un organismo unicellulare immerso in liquido alcolico.

– Alle 12. –

– Senti – gli dico – perché non scriviamo un reportage per il sito? Due editori in fiera da lettori. Eh? –

– Perché? –

A volte le sue domande banali mi disarmano. I perché sono infiniti. Per tenere vivo il sito, per avere uno scopo, per farci due risate. Per essere vivi. Ma ci sono altrettanti motivi per non farlo. Perché tanto non lo leggerebbe nessuno. Perché ci sono più tag della fiera che biglietti staccati. Perché sembra interessante, ma è totalmente inutile.

– Perché è inutile. – gli rispondo.

– Bravo, scrivilo. –

E mentre penso che il mio socio è una testa di cazzo alcolizzata mi appisolo sognando un mondo dove gli ebook costano più dei libri cartacei e io ho un laboratorio di pasticceria ambulante.

 

Il mio russare mi sveglia. Vedo il mio socio fissarmi. Siamo quasi arrivati. Ho le gambe indolenzite. Ho fame. Forse devo pure pisciare. E aver dormito seduto con la bocca aperta mi ha irritato la gola.

Torino mi piace. Non la conosco bene. Però è una città che credo mi piacerebbe. Un po’ come i vestiti in vetrina. Pensi che potrebbero starti bene anche se poi alla fine indossi semrpe le stesse cose. Dalla redazione di chiedono un selfie. Ho il terrore a proporlo al mio socio.

– Hai letto il messaggio? –

– Dai, facciamo sta cosa da ricchioni e non pensiamoci più. – risponde sbrigativo.

Il selfie viene benissimo. Sembriamo felici. Il sorriso del mio socio poi è così luminoso da darmi sui nervi.

– Che filtro metto? – mi va di stuzzicarlo un po’.

– Metti sto cazzo. C’È? –

– C’È, ma devo scegliere un altro. Non si nota la differenza con l’originale. –

Prima di andare in fiera dobbiamo passare in albergo per lasciare il piccolo bagagli e per darci una mezza lavata. Scendendo dal treno notiamo una carovana di scrittori, editor, giornalisti e paraumani dell’industria della cultura. Qualcuno alza il mento nella nostra direzione a mo di saluto. Ricambio come posso. Non mi ricordo neanche un nome. Il mio socio ha già indossato gli occhiali da sole ed è in modalità Ray Charles.

La cosa inquietante è notare che siamo sempre gli stessi. Fiere, reading, presentazioni, aperitivi, festival e sagre della cultura. Sempre gli stessi. Geolocalizzati a pochi metri gli uni dagli altri. Ma sempre tutti qua. A volte mi sembra che sia il paesaggio a spostarsi e noi qui fermi in un ultimo guizzo di entropia narrativa.

– Ma perché non apriamo un servizio navetta per tutti quelli che vanno agli eventi letterari? Sai i soldi? –

– Perché tu guidi dimmerda. –

– In effetti. –

Fiacchi e lenti andiamo in albergo e ci rechiamo a lingotto.

Prima però è necessaria l’ennesima sosta al bar. Mi verrà una cacarella incredibile.

Al bancone mi sento soffocare e mentre aspetto che il mio socio ingoi il caffè corretto mi si avvicina una stragnocca di 20 anni circa. Mi sorride e mi porge una chiavetta USB firmata Chanel.

– Qui c’è il mio libro, secondo me potrebbe interessarvi. I miei dati sono nell’altro file. – e si allontana mostrando una gonna non abbastanza sottile da lasciare intravedere il perizoma.

Il mio socio prende la penna USB dalla mie mani e la infila nella tasca della giacca.

– È una famosa YouTuber. Se il libro è come lei, noi siamo gli editori perfetti. –

– Ma l’ha data a me? –

– Tu sei sposato. – e si avvia verso l’uscita del bar inforcando di nuovo gli occhiali.

Sulla porta mi scontro con la donna più bella del mondo.

La cosa è di una banalità riprorevole. Nemmeno nei nostri libri più scontati sarebbe accaduta una scena del genere. La mia ex di 15 anni fa che mi viene addosso con il suo profumo di sandalo e la shopper della sua casa editrice.

Lei che voleva scrivere ora produce libri impegnati che farebbero venire sonno pure a un grizzly appena uscito dal letargo.

– Oh, mi scusi. –

– Ciao. – le dico.

– Ma che coincidenza! – esulta come una fan di Gigi D’Alessio.

– Ma che ci fai qui? Quanto tempo è passato? Dieci anni? Dodici? E i bimbi, ha 2 bimbi vero? Stanno bene?

Vorrei ricordarle che anche io sono un editore, che sono passati 15 anni e che i bimbi sono solo uno e che sì, sta bene, nonostante me.

– Ti è caduta la carretta. – le dice.

– La carretta? – è crucciata.

– Ops, scusa, colpa del correttore. Volevo dire la cartelletta. –

– Oh grazie, mi perdo tutto. La fretta. Devo scappare alla presentazione del nostro ultimo libro. Non so se ne hai sentito parlare. È un istant book sulla questione dei migranti e del ONG. Secondo noi il governo vuole militarizzato il Mediterraneo. Vogliono rendere reato la solidarietà, ma ti pare normale? Salvare vite umane sarà reato. Per noi è importante tenere un faro sulla questione. L’anno scorso ci sono stati in tutto il mondo 65 milioni di persone fra rifugiati e sfollati, fra questi 500.000 sono arrivati in Europa e tra loro solo 180.000 sono arrivati in Italia. Dov’è l’invasione? Stiamo parlando dello 0,3% della popolazione italiana, ti pare un’invasione? –

– Interessante. –

– E tu? –

– Noi presentiamo un phamplet sul maschilismo letterario partendo dalla distinzione tra “Salone del libro” e “Fiera del libro”. –

– Wow, sembra una cosa figa. –

– Fighissima. –

Adesso è il momento dell’imbarazzo. Del “ti va un caffè” “no grazie” al “scusa devo andare” “anche io”, “ci si vede in fiera” “eh no, salone”, sorrisino, occhiolino ciao ciao.

Raggiungo il mio socio che sembra regredire sempre di più verso lo stadio di rettile. È in giacca e cravatta, sotto il sole, c’è un caldo tremendo e lui non suda: immobile davanti una fila immensa a lingotto.

– Abbiamo accrediti? Pass? Permessi per una fila prime? –

– No. – rispondo

– Conosci un ingresso laterale? Un muro da scavalcare? Un cazzo di modo per saltare la fila? –

– No. – rispondo.

– Bene. – dice lui.

– No. – dico io.

 

Lo so che volete sapere del fattaccio. Lo so che siete stanchi di leggere tutte ste stronzate sul viaggio verso Torino, la letteratura inutile e il mio socio alcolizzato. A voi interessa solo il sangue, la disperazione, i corpi delle vittime, la tragedia.

Ma io non voglio che il mio cinismo si ecciti con il vostro. Voglio finirmi questa birra tranquillo e dire le cose come stanno. Secondo me, almeno.

Alla fiera il casino di gente è tale che che la mia misoginia standard si trasformata in orrore per il genere umano tout court. Per fare un passo devi aspettare minuti. Ogni tre metri minimo qualcuno ti dà una spallata. E non c’è un posto dove sedersi neanche se ti fingi sciatico.

La fiera del libro è l’antitesi della lettura fiera. Nella prima il delirio policromatico delle copertine cozza con il desiderio di privacy della seconda. Se leggere è un’attività intima e solitaria, la fiera è la promiscuità dell’information overloading.

– Avremmo dovuto farlo lo stand. – dice il mio socio.

E ha ragione. Editori come noi qui vendono un casino. Libri sul niente in un posto dove c’è tutto.

Aspettiamo che ci spillino la birra da almeno un quarto d’ora quando accade. Il boato è così forte che sembra finto. Un effetto sonoro studiato a tavolino da uno scrittore che leggendo di merda punta su un reading eccessivamente musicale. Invece le vibrazioni, il fischio alle orecchie e le urla ci dicono che è accaduto qualcosa di grave. Molto grave.

La gente inizia a correre, ma senza un verso, nessuna direzione. Io non mi muovo e neanche il mio socio. Sappiamo che la birra, a questo punto non arriverà. Ma correre ci sembra irreale, più del boato di prima. Mi guardo intorno e vedo lo stand di Einstein & Compton con Pierangelo Avanzoni immobile tra spocchiose colonne di libri. Al suo fianco il manifesto dell’ultima pubblicazione “Survivor, tecniche estreme per situazioni estreme” e penso che quel matto potrebbe davvero aver piazzato una bomba alla fiera solo per vendere un cazzo di libro. La rabbia mi sale in un secondo. Se non fossi brillo lo raggiungerei e gli fracasserei la testa sui libri da 80 milioni di copie che vanta su ogni fascetta di ogni libro. Ma il mio socio mi afferra un braccio e mi tira a sé.

– Sembrava venire dal padiglione 3. Andiamo. –

– Andiamo? – chiedo pensando che lui sia più pazzo di Pierangelo Avanzoni.

– Qualcuno potrebbe aver bisogno di aiuto. – mi dice e sembra sincero.

– Se ha bisogno di aiuto allora noi non dobbiamo intervenire per non peggiorare le cose. – ansimo mentre cerco di stargli dietro.

La gente sembra impazzita, urla e corre in modo sconnesso. E i libri cadono a terra. Svenuti. Tramortiti dal correre dei lettori spaventati.

I libri non ci salvano, penso mentre il cuore mi scoppia in petto per aver corso 20 metri appena.

E nell’attimo in cui vado a sbattere contro il mio socio che si è fermato di botto, vedo il luogo dell’esplosione e per la prima volta nella mia vita rimango attonito.

Non sembra esserci alcun ferito, solo pagine svolazzanti. Al centro l’organizzatrice della fiera Nicole Lajoie è in ginocchio con il vestitino strappato e il suo migliore amico, l’intellettuale più stimato della nazione, il giornalista più apprezzato d’Europa, l’editor delle case editrici più importanti e lo scrittore più amato dalla critica le gira in torno con una camicia unta è una pistola in mano.

Tristan Traimo urla frasi sconnesse e agita la pistola.

Il padiglione è quasi vuoto e gli ultimi fogli strappati dalla deflagazione si accasciano a terra autunnali.

Mentre penso a dove nascondermi da dietro lo stand dell’Albatrum esce un tipo con la t-shirt gialla di UFO Robot. Ulula qualcosa di incomprensibile. Tristano gli punta subito la pistola contro, deciso.

– Tristano, fermo. Ascoltami ti prego, posa quell’arma. Ascoltami! –

– Ciccio ti avevo detto di non intrometterti cazzo. Vattene. Vattene subito! –

Ciccio Chedici è uno scrittore famoso un po’ matto. Un misto tra Antonio Rezza e Ascanio Celestini. Va in giro per l’Italia a fare spettacoli teatrali fuori dai teatri. Anni fa pubblicò un libro sui Robbottoni Giapponesi. Una storia d’amore tra un adolescente e un robot. Da allora non se l’è più tolta quella maglietta allucinogena.

– Ti ricordi il cammino di Santiago che abbiamo fatto insieme? Te lo ricordi? Quando avevi tutti i piedi pieni di papole ed eri felice di usare il dolore come spinta motivazionale? Te lo ricordi?

– Ciccio vattene, ti prego. –

– Ti ricordi che abbiamo parlato tutto il tempo, ripeto, tutto il tempo, dell’amicizia uomo donna? Potevamo parlare di figa o di calcio, a te piace il calcio. Anche la figa ti piace, ma no, abbiamo parlato dell’amicizia uomo donna. Un mese, tutti i giorni: papole e amiciziauomodonna. Per un mese.

– Ciccio non farmelo ripetere: VA TTE NE! –

– Tristano ascolta: avevamo raggiunto un accordo. Fai uno sforzo. Ricorda. Avevamo capito che dipende da noi se può esistere o meno l’amicizia tra uomo e donna. Siamo noi a decidere. –

Ciccio fa un passo in avanti, ma Tristano dopo un sospiro di esasperazione gli spara. Così. Come si scarica dopo una pisciata. Come si spegne la luce prima di andare a letto. Come se Ciccio fosse la pagina di un libro da chiudere.

Mi manca il terreno sotto i piedi e mi detto d’istinto dietro il bancone dello stand della Pastiglie Edizioni. Sono così terrorizzato di prendermi una pallottola in pieno petto che non mi accorgo di essere finito addosso a Nando Stanzetta, storico ufficio stampa di non so quante case editrici e praticante di Aikido Power Combat.

– Nando cazzo, ma che ci fai qui sotto? – gli sussurro.

– Zitto, non farti scoprire. Tristano è impazzito. Ci farà fuori tutti. –

– Ma cazzo, esci e disarmalo. Hai rotto la minchia per anni co sto Aikido Mortal Combat…-

– Power Combat. – Mi corregge.

– Power Ranger – gli dico imbruttendolo.

– Ho una tendinite tremenda alla mano destra. Non riesco nemmeno ad abbottonarmi la camicia. –

– E mettiti una t-shirt. – gli rispondo sardonico e disgustato. Gli hanno pure fatto mettere uno stand di arti marziali a sto deficiente cacasotto.

Mentre penso all’inutilità di Nando, così simile a quella del mio catalogo di libri, mi ricordo del mio socio.

– Cazzo il mio socio. –

– Chi? Quell’incosciente che che sta facendo il giro del padiglione acquattato tra gli stand? – Nando indica con il mento una figura corpulenta dall’altra parte.

Guardo verso il mio socio tirando fuori la testa quel poco che basta a farmi prendere una pallottola in fronte e lo vedo. Oltre Tristano, Nicole e Ciccio steso a terra immobile c’era lui. Spero sia abbastanza ubriaco da non avere esitazioni o è la fine.

– Hai visto Nicole, mi hai fatto ammazzare Ciccio, sei contenta? –

Tristano ha ripreso a delirare.

– Ti rendi conto di quello che hai fatto? –

Nicole è muta, in ginocchio. Credo stia piangendo, ma non ci giurerei. I capelli le scendono sul volto. La donna più importante del salone è in ginocchio ai piedi del suo amico psicotico. Se sopravvivo ci scrivo un libro, ma lo pubblico con un editore vero, uno di quelli che ti distribuisce in tutti gli autogrill d’Italia.

– Non parli, eh? – Tristano è un fiume in piena, di parole e sudore.

– Noi eravamo amici. Amici, capisci? Eravamo fuori dai cliché. Vivevamo in quella zona al limite, tra la possibilità e l’impossibilità di essere qualcosa di diverso da ciò che eravamo. Eravamo la purezza smielata di un condizione quasi letteraria. Amici. Un uomo e una donna amici. Nessuna ambiguità, nessuna incertezza, niente rischi di genere. Non un amicizia giovane, ma un antico rapporto invidiato e invidiabile. Eravamo superiori. Un libro senza refusi. Con la copertina di Munari, non di Bizio Cecchetto.

Poi è arrivato sta merda di Salone e ha rovinato tutto! – Urlando Tristano spara al tetto due colpi. – E il tuo amore per la cultura ha messo da parte la nostra amicizia. – Tristano spara un colpo verso l’uccello dell’Albatrum. Mi sembra sanguini.

– Ti sembra cultura questa? Hai pure messo uno stand di arti marziali per quel coglione di Nando. –

Guardo Nando come per dire “lo vedi” e lui mi mostra il medio con acredine.

– Ti sembra che questa cultura serva a qualcosa? E a cosa, di grazia? A cosa portano tutte queste storie? Te lo sei chiesta? – Tristano schiuma dalla rabbia e io ho paura.

– ME LO HAI CHIESTO? –

Penso che adesso ucciderà Nicole e poi noi che sembriamo nascosti, ma in realtà siamo solo seminacosti.

– No, non mi hai chiesto nulla. “Scusa Tristano” mi hai scritto “possiamo sentirci dopo?” e sono passati 3 giorni. È cultura questa? È amicizia? –

Mi affaccio per vedere dove si trovi mio socio e lo vedo alle spalle di Tristano. Hanno la stessa panza, penso. Sono così allibito che non mi accorgo di Tristano che mi fissa. Dal mio sguardo si accorge che c’è qualcosa alle sue spalle e si volta di scatto sparando due colpi centrando in pieno il mio socio. Metto le mani tra i capelli. È colpa mia. Ho ucciso il mio amico. Invece quella botte di whisky ambulante molla un ceffone a Tristano facendogli volare gli occhiali. Guardo Nando che però è nascosto sotto al bancone e quindi non vede la scena. Il mio socio, in piedi al centro di un ring di libri prende a schiaffi il più grande intellettuale italiano mentre dal petto gli cola del sangue.

Tristano si accascia a terra piangendo. Il mio socio lo prende a calci, ma senza enfasi, quasi per gioco.

Mi alzo traballante e lo raggiungo.

– Che cazzo…-

– Ma non ti sei accorto che la pistola è a salve? – sorride il super socio.

– …-

– Guarda l’uccello dell’Albatrum. Come fa a sanguinare, mica è la Madonna di Civitavecchia? –

Indico Ciccio Chedici. Sono sempre più confuso.

– Quello è matto. – risponde il mio supersocio e da un calcetto alla testa di Ciccio che subito emette un “Ahio!”.

Finalmente arriva la polizia che stava al padiglione due. Ma saranno dovuti uscire a prendere le armi. Ci circondano e ci prendono in consegna.

Nicole si avvicina al mio socio e lo ringrazia con un tenero abbraccio. Anche lui l’abbraccia. Con tenerezza. E sorride, cazzo.

– Come posso contattarti. – chiede Nicole.

Il mio socio mi guarda e dice – Dalle un biglietto da visita.-

Karl Ove Knausgård, La pioggia deve cadere (Feltrinelli 2017)

“La pioggia deve cadere”: il tormentato apprendistato letterario di Karl Ove Knausgård

di Rossano Astremo

Uscirà a breve per Feltrinelli “La pioggia deve cadere”, quinto volume di “La mia battaglia”, l’autobiografia letteraria di oltre 3500 pagine dello scrittore quarantottenne norvegese Karl Ove Knausgård. Del sesto e ultimo volume è prevista l’uscita per il mercato editoriale anglofono nell’autunno 2018, mentre ancora non è stata fissata una data d’uscita in Italia.
Dopo il racconto della morte del padre nel primo volume, del suo trasferimento a Stoccolma, del suo innamoramento per Linda, del matrimonio e dei quattro figli avuti con lei nel secondo volume, dopo aver scavato nei ricordi più spigolosi e reconditi della sua infanzia nel terzo volume e aver raccontato il suo anno di insegnamento in un paesino sperduto della Norvegia settentrionale e i suoi problemi di approccio con le ragazze nel quarto volume, “La pioggia deve cadere” è il libro nel quale Karl Ove passa in rassegna, come sempre con minuzia di dettagli che rasentano l’ossessione, gli anni del suo apprendistato letterario, nel periodo vissuto a Bergen dal 1988 al 2002.
L’occasione del suo trasferimento, dopo l’esperienza conclusasi di insegnamento nel Nord della Norvegia, è data dalla necessità di frequentare l’Accademia di Scrittura di Bergen. Qui ha come insegnante, tra gli altri, Jon Fosse, descritto come timido, riservato e poco loquace fuori dalla scuola, ma assai severo e rigoroso durante le lezioni. Qui, ancora più importante, Karl Ove, il più giovane tra gli studenti dell’Accademia, riceve le prime delusioni da scrittore, i primi pareri negativi sulle sue qualità di narratore e poeta che lo conducono ad entrare in una profonda crisi e a lasciarsi andare, passando molti delle sue notti a bere fino a perdere i sensi.
Punto di riferimento in questi anni di Bergen per Karl Ove è il fratello Yngve, poco più grande di lui, con il quale vive momenti di tensione, come quando scopre la sua storia con una ragazza da lui tanto desiderata, cosa che spinge il nostro protagonista a non voler rivolgergli più la parola. Ma Yngve è il centro pulsante del suo mondo di affetti privati e presto il loro rapporto torna ad essere più forte di prima.
Bergen rappresenta per Karl Ove la risoluzione dei suo problemi con le ragazze. L’eiaculazione precoce, uno dei temi dominanti di “Ballando al buio”, lascia spazio ad un Karl Ove certo del suo fascino, voglioso di scoprire l’altro sesso senza inibizioni.
Dopo l’esperienza dell’Accademia, Karl Ove si iscrive alla facoltà di Lettere, luogo in cui conosce ragazzi che considerano come lui la lettura e la scrittura la loro unica ragione di vita. A ciò si aggiunge la prima relazione importante con una ragazza, Gunvar. I suoi anni trascorrono tra tentativi sempre falliti di scrivere il primo romanzo, scritture di saggi letterari per completare il suo corso di studi, lavori saltuari per riuscire a pagare l’affitto e i suoi vizi (libri e alcol), ore passate a suonare la batteria nel gruppo creato assieme al fratello e altri due musicisti, giornate passate in casa con le sue fidanzate (dopo Gunvar, nella sua vita entrerà Tonje).
Nel frattempo la madre conduce una vita appartata, dedita al lavoro e alla cura dei genitori anziani. Il padre è sempre più in preda alla sua dipendenza dall’alcol. I suoi amici Espen e Tore pubblicano il loro primo libro e Karl Ove continua ad essere uno scrittore non pubblicato e riempie il suo computer con file di romanzi abortiti, mentre i primi lutti cominciano a fare la comparsa nella sua vita: muoiono a breve distanza i genitori materni. Karl Ove sposa Tonje e il padre rifiuta di recarsi al suo matrimonio.
Il suo amico Tore lo mette in contatto con editore che ama un racconto che Karl Ove ha pubblicato su una rivista. Lo spinge a scrivere qualcosa di lungo. Karl Ove si rinchiude in isolamento per sedici mesi. Questo suo annullarsi nella scrittura mina il suo rapporto con la moglie. Il padre muore. Il romanzo d’esordio “Out of the World” (ancora inedito in Italia) viene pubblicato poco dopo la sua morte. Viene recensito ovunque.  Passano altri anni, Karl Ove precipita in una nuova spirale di depressione, d’assenza di scrittura, di necessità di altro. Sì, ma di cosa?
Un libro questo che cronologicamente si situa dopo “Ballando al buio” (quarto volume) e prima di “Un uomo innamorato” (secondo volume). Un libro che conferma l’indubbia qualità letteraria del suo autore. Knausgård non è un autore complesso come Proust (al quale spesso viene paragonato per la ricostruzione memorialistica del sua esistenza) o come David Foster Wallace (al quale viene paragonato per la mole della sua opera e per alcuni elementi extraletterari: un certo maledettismo esistenziale da grunge generation). Tutti possono comprendere ciò che scrive e, paradossalmente, questa sua aperta e immediata confessione, questa maniacale descrizione di molti momenti della sua quotidianità, questa che potremmo definire a tutti gli effetti un’autobiografia epica, con un eroe fragile che si mette a nudo senza remore e vergogne, questo suo egoriferirsi costante rendono la sua vita un contenitore molosso da cui attingere e in cui ciascuno di noi si riconosce.

La miserabile vita di Leo Monsanto raccontata dagli altri: un capitolo

Arturo Bombelli, il suo maestro di tennis

di Rossano Astremo

Leo, Leo Monsanto. Che insulsa testa di cazzo! Un ragazzino di 15 anni che faceva a fette tutti gli avversari su un campo da tennis, un talento naturale, uno con un servizio devastante e un dritto incontenibile, che, sul più bello, proprio quando era giunto il momento di fare il salto di qualità e di iniziare a giocare i tornei under 16 nazionali e internazionali mi disse, con una naturalezza disarmante: Maestro, non ho più intenzione di giocare a tennis. Leo Monsanto, il mio più grande fallimento professionale! Lo vidi giocare per caso un pomeriggio del 1994 al Circolo Tennis Monteverde di Grottaglie, dove insegno da più di trent’anni oramai. Giocava su un campo in terra rossa con mio allievo, Francesco Brandelli, che poi ho scoperto essere un suo compagno di classe, al Liceo Scientifico Moscati. Mi fermai un attimo per vedere se Francesco, in una partita amichevole, stesse applicando le modifiche al suo gioco, consigliatele dal sottoscritto il giorno precedente in allenamento. Francesco era tra i migliori allievi in quel periodo. Leo era al servizio e in pochi secondi compresi che mi trovavo dinanzi a qualcosa di esaltante. Il suo servizio era tecnicamente disastroso, lanciava la palla in aria, poi si librava in aria scattante come un canguro e la colpiva con una violenza inaudita, come se stesse bastonando un orso bruno pochi secondi prima di venire divorato. La palla, una volta uscita dal piatto della sua racchetta, schizzava ad una velocità impensabile per un quindicenne  nel rettangolo opposto a quello di battuta e Francesco non poteva far altro che vederla scivolare ben oltre le sue spalle. E poi cosa dire del suo dritto? Quando era Francesco in battuta e magari non metteva in campo una prima palla, sulla seconda più debole Leo si spostava per colpire con il suo dritto, una sventagliata ad uscire quasi sempre imprendibile per l’avversario. Era robusto Leo. Di certo c’era da lavorare molto sia sull’aspetto tecnico che fisico. Assistetti all’incontro. Giocarono tre set in un’ora. Francesco portò a casa tre miseri game.  Alla fine dell’incontro, aspettai che Francesco lo salutasse per andare negli spogliatoi per fare una doccia, e, una volta soli, gli chiesi se potevo parlargli. Accettò. Lo portai al bar, gli offrii una Coca Cola e guardandolo negli occhi gli confidai che quello che avevo visto in campo poco prima era davvero interessante. Mi proposi di essere il suo allenatore e gli dissi che se avesse seguito i miei consigli in pochi anni sarebbe diventato un giocatore professionista. Chiesi inoltre se potevo parlare con i suoi genitori. Alle mie parole Leo non sembrava dare il giusto peso. Sorseggiava la sua bevanda ed annuiva. Segnò su un foglio l’indirizzo in cui viveva con i suoi genitori e disse:  Mio padre il pomeriggio è sempre a casa. Lo ringraziai e, prima di vederlo allontanare in sella alla sua bicicletta, aggiunsi:   Chi ti ha insegnato a giocare così a tennis? Rispose: Nessuno. Ho imparato da solo. A casa mia c’è un muro molto alto che ci separa dai vicini. Ho imparato lanciando pallate contro quel muro. E andò via. Quello che accadde tra il settembre del 1994 e l’agosto del 1995 cercherò di riassumerlo in breve. Leo veniva ad allenarsi al circolo tre volte a settimana per due ore. In poco tempo divenne il nostro giocatore più forte, la speranza per il nostro circolo. L’elemento più sorprendente di questo ragazzino autodidatta era la naturalezza con cui scagliava la palla dall’altra parte del campo senza mai mandarla in rete od oltre le linee laterali e di fondo. Aveva un controllo dei colpi fuori dal comune e una volte che sistemò anche le sue condizioni fisiche, perdendo quale chilo e aumentando la resistenza allo sforzo fisico, divenne “ingiocabile” per i suoi coetanei. Era un ragazzo silenzioso, ma che lavorava sodo. I suoi genitori erano persone semplici. Il padre era un bracciante agricolo e la madre una pasticcera. Aveva due fratelli più grandi che gestivano un piccolo bar nel centro del paese. Si fidavano di me. Sapevano che io avrei agito nel bene del ragazzo. Speravano anche che, attraverso questo prezioso talento di Leo, le loro condizioni economiche sarebbero migliorate. Iniziò a vincere tornei in giro per la Puglia. Lo iscrissi a quanti più tornei possibili e in pochi mesi il suo nome iniziava a circolare tra tutti i circoli regionali. La nuova promessa del tennis pugliese. Apparvero anche i primi articoli dei giornali. A me non bastava. Volevo che primeggiasse in Italia. Non solo tra gli juniores, ma anche tra i professionisti. Ci congedammo per due settimane di vacanza agli inizi di agosto del 1995. Lui aveva vinto il decimo torneo dell’anno a Molfetta, senza perdere nemmeno un set. Io sarei andato in Spagna con mia moglie e i miei due figli. Lui mi disse che sarebbe rimasto a casa. Al massimo sarebbe andato qualche giorno al mare con i suoi amici. Al ritorno dalla Spagna, al primo allenamento fissato non si presentò. Vista la sua consueta puntualità e correttezza, mi allarmai e, dopo aver terminato gli allenamenti con gli altri ragazzi, passai dalla sua casa. Lo trovai seduto in giardino che leggeva un libro. Con il padre che innaffiava immensi vasi contenenti  piante di garofani di colori differenti. Gli dissi: Leo, hai dimenticato l’allenamento di oggi? Lui mi rispose, con lo stesso tono con cui mi ha sempre parlato in quei mesi: Maestro, scusi per l’assenza, ma ho chiuso con il tennis. Non ho più intenzione di giocare. Credo che quello è stato uno dei momenti più schifosi della mia vita. Ho davvero rischiato l’infarto. Nei giorni seguenti ho provato in tutti i modi a convincere i genitori che Leo non poteva mollare, non a quel punto,era un talento raro, come pochi ne nascono in Italia, da lì a qualche anno li avrebbe riempiti di soldi e sarebbero andati via da quella casetta di campagna sgangherata e magari avrebbero anche potuto lasciare i loro miseri lavori e permettersi tutto quello che la loro vita fino ad allora non gli aveva concesso. I genitori mi risposero: Se Leo ha deciso che non vuole più giocare a tennis, noi non possiamo fargli cambiare idea. È una sia decisione. Va rispettata. Ecco il più grande fallimento della mia vita. Quindi non mi sorprende che ora non ci siano più tracce di lui, che non si sappia che fine abbia fatto, che lo stiano cercando in Italia e non solo, ma non ci sono elementi che aiutino a risolvere il mistero della sua scomparsa. Io sapevo che Leo Monsanto era un tipo strano. E, a quanto pare, con gli anni le sue stranezze si sono acuite. Che terribile testa di cazzo, Monsanto! Dilapidare un talento così cristallino! Non mi ci fate pensare, per Dio!

 

Franco Cordelli, Proprietà perduta (L’orma editore, 2016)

Castelporziano e la fine del Novecento poetico

di Rossano Astremo

Diario? Pamphlet? Romanzo-referto?

Ogni definizione sembra stare stretta a questo indefinibile libro di Franco Cordelli, edito una prima volta da Guanda nel 1983 e ripubblicato di recente da L’Orma, nella collana “Fuori Formato” curata da Andrea Cortellessa. Al centro del testo il Festival Internazionale di Poesia avvenuto sulle spiagge di Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979. Evento cardine di una stagione culturale romana gloriosa, resosi possibile grazie al lavoro dell’assessore alla cultura Renato Nicolini, degli animatori del teatro underground Beat 72, Ulisse Benedetti e Simone Carella, da poco scomparso, e dell’autore di questo libro, Cordelli appunto.

Tre giorni in cui la spiaggia si fa palcoscenico per poeti provenienti da diverse parti del mondo, italiani, russi, francesi e americani: Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Diane Di Prima, tra gli altri.

Tre giorni che sono sia apice di un interesse di massa nei confronti della poesia, con pubblico da concerto rock, sia fine di un interesse critico nei confronti della stessa. Il pubblico della poesia in quell’occasione sfonda le barriere che lo tengono separato dal poeta e si fa esso stesso protagonista. Abbandona il ruolo di ascoltatore per impossessarsi del microfono e farsi esso stesso protagonista. Esempio di questa irreversibile mescolanza dei ruoli è la “Ragazza Cioè”, che durante la prima serata del Festival diviene assoluta protagonista della scena. Prendo in prestito le parole di Cortellessa: “Bassa e bruttina, coperta solo da una t-shirt bianca, strategicamente abbarbicata alla sua posizione, con tono petulante e un pesante accento meridionale interveniva di continuo e interrompeva tutti – senza che nessuno osasse toglierle il microfono dalle mani. E, ciò che più conta, senza dire assolutamente nulla (a parte tambureggiare «cioè», appunto, ogni tre o quattro parole) – se non il suo desiderio di esprimere le proprie «vibrazioni». Le sue parole, trascritte, sono la stele di Rosetta di una presenza al tempo stesso perfettamente aliena e, ahinoi, perfettamente a tono: «… cioè, perché non ti interessano le mie vibrazioni? Cioè non penso che non aggio parlato… il tempo che sono stata qui… […] cioè, sul fatto che io stongo qua e per voi vi crea fastidio che io stongo qua in un determinato modo […] … cioè a sto punto penso che c’è comunicazioni mie, vibrazioni mie, tutto quello che sento io sia totalmente eliminato, cioè per che cosa, cioè chi giudice supremo che decisione…»”.

La “Ragazza Cioè” rappresenta la sintesi perfetta di ciò che simbolicamente ha rappresentato Castelporziano per la poesia in Italia. La fine, con un tremendo anticipo ultraventennale, del Novecento, la fine del poeta considerato figura di spicco, intellettuale, conoscitore delle cose del mondo, degli Ungaretti, Bertolucci, Montale, Pasolini, aventi spazio nelle pagine dei più importanti quotidiani italiani. In fondo, l’ultimo tra i citati è sempre sul litorale laziale che è stato tragicamente martoriato pochi anni prima. Il pubblico della poesia abbandona l’ascolto e chiede di essere protagonista, ma il palco a Castelporziano crolla sia realmente che simbolicamente. Il crollo del palco è l’inizio della fine. Tutti a declamare versi, nessuno a riconoscerne più il valore, tutti a fare poesia, nessuna a comprarne, nessuna a leggerla. Il crollo del palco di Castelporziano non consente più di discernere il lavoro di Milo De Angelis da quello di Guido Catalano. Anzi, marginalizza il primo e incorona il secondo. La proprietà perduta del titolo e’ quella della poesia come esperienza in grado di mutare esistenze, scuotere coscienze, mettere in discussione, gioire, dolere. Cordelli, in queste pagine, in questa scrittura febbrile, concitata, colta ed esperienziale, firma il romanzo dei poeti che, attraverso l’evento di Castelporziano, toccano le masse e rinunciano alla matrice intellettuale del loro essere poeticamente gettati nel mondo.

Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

I dubbi del cinghiale sul senso della vita

di Rossano Astremo

Uno tra i romanzi più strani, complessi, geniali e inclassificabili apparso in Italia negli ultimi lustri, “Il cinghiale che uccise Liberty Valance”(minimum fax), scritto da Giordano Meacci, e’ stato presentato sabato 3 dicembre alle 20 alle Officine Cantelmo nell’ultima edizione di “La Poesia nei Jukebox. Tra i cinque finalisti dellultima edizione del  Premio Strega, vinta da La scuola cattolica di Edoardo Albinati, il romanzo di Meacci racconta la quotidianità di un gruppo variegato di abitanti dell’immaginario paese di Corsignano, tra Toscana e Umbria. Qui c’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. A Lecce per la seconda volta, dopo la presentazione del suo libro di racconti Tutto quello che posso nel 2005, facciamo qualche domanda per Nuovo Quotidiano di Puglia a questo scrittore del tutto particolare.

Perché hai deciso di ambientare il romanzo a Corsignano, un borgo di provincia prodotto della tua finzione?

Corsignano è l’inizio vero di tutto. Per anni sono stato a scrivere pagine e pagine su questo borgo toscano (al confine con l’Umbria); due romanzi fiume ancora non-finiti. Finché Corsignano stessa non è precipitata – Corsignano è, per me, femminile – con tutte le sue mura e i suoi abitanti in questo universo di lettori. Accompagnata dal passo goffo di un cinghiale. E trasformata in romanzo compiuto proprio dal fatto che Apperbohr (questo, il nome del cinghiale) all’improvviso comprende – senza sapere perché – la lingua e i pensieri di quelli lui che chiama gli Alti sulle Zampe. Corsignano in realtà (con tutte le voci e le storie che la àbitano) sono io. E al tempo stesso è la somma di tutti i paesi tra la Toscana e l’Umbria (memoria e làscito famigliare) che ho amato durante la mia infanzia di piombo a Roma. Anche il nome è in qualche modo – citando Attilio Bertolucci – “inventato dal vero”. È il nome antico di Pienza. Quello che – in un universo diffratto – Pienza magari avrebbe potuto essere. Senza l’intervento di un papa che la rende Pienza, appunto. Alla fine, è sempre un gioco di incastri tra universi.

Tutte le vicende narrate si svolgono tra il 1999 e il 2000. C’è un significato simbolico in questa scelta narrativa?

All’inizio nasce tutto dal legame con gli altri romanzi su Corsignano mai finiti. Perché se vivi in un paese inventato – etimologicamente inventato – per quindici anni: alla fine quel tempo e quel luogo che racconti diventa sempre uno dei tuoi tempi (e luoghi) quotidiani. Poi, pensandoci, mi ha anche affascinato quest’errore planetario – festeggiare l’ultimo anno del secolo e del millennio come fosse l’inizio del secolo e del millennio nuovi – che è un po’ anche l’emblema di quanto siano umani – e quindi fragili, raffazzonati, imprecisi, impresentabili – gli esseri umani. Siamo un pianeta che sbaglia i calcoli del compleanno che s’è inventato per sé.

Perché l’idea di includere tra i protagonisti un cinghiale, Apperbhor? Cos’ha di speciale questo animale che altri non hanno?

Semplicemente: all’improvviso Apperbohr scopre un universo che non prevedeva attraverso le lingue (e i linguaggi) di quello stesso universo nuovo: quello degli abitanti di Corsignano. Non sa perché – non si sa perché: ma chi di noi sa realmente perché alcune cose fondamentali accadono? – e però si accorge, immediatamente, di non poter essere più né cinghiale tra i cinghiali né umano tra gli umani. Questa doppia dimensione sradicata mi ha affascinato da sùbito. E ora da qui, dalla distanza affettiva di parecchi mesi, mi trovo nellincertezza stupita e frastornata di chi si trovi a guardare con tenerezza un parto della sua immaginazione. Una tenerezza che non posso frenare, nonostante l’imbarazzo che questo comporta.

Il tuo è un romanzo linguisticamente complesso, di non facile accesso, specialmente in tempi come i nostri, dove il romanzo si fa intrattenimento e non strumento di conoscenza. Eppure è stato letto da migliaia di persone. Come ti spieghi questo successo? 

Questa è una di quelle domande (una delle tante della mia vita) a cui davvero non so dare una risposta. L’unica cosa che posso fare è limitarmi a ringraziare i lettori (e Apperbohr). Magari con la voce di uno dei miei miti assoluti, Andy Kaufman. ThankYouVeddyMuch!

Un romazo zeppo di citazioni, molte delle quali cinematografice, a partire dal titolo. Sei anche co-sceneggiatore di uno dei film di culto della scorsa stagione cinematografica, “Non essere cattivo”, del compianto Claudio Caligari. Il tuo lavoro proseguirà seguendo il doppio binario romanziere & sceneggiatore?

Sì. Credo che quello che mi appassiona di più nella scrittura sia proprio la scrittura. Possono cambiare le tecniche (la dimensione corale del cinema, quella singolare del romanzo): ma sempre – sempre – se una qualche storia m’incuriosisce e mi costringe a seguirla; ecco: non posso evitare di farlo. “Un poco come la vita, soprattutto come l’amore”, ha scritto Parise.  Per quanto riguarda le scritture in corso, posso solo dire che stiamo lavorando con la mia sorella extra-anagrafica Francesca Serafini (co-sceneggiatrice di Non essere cattivo); e che sono nella fase in cui le storie per un romanzo cominciano a girellare sempre meno sfocate nella testa. Almeno apparentemente. Solo: avrei bisogno di chiedere consiglio agli abitanti di Corsignano. Vediamo se avranno tempo per me.

Articolo apparso oggi sul Nuovo Quotidiano di Puglia