discorso sulla critica militante

 

tratta dal volume “Le stagioni della critica militante”

di Michele Trecca

In Grammatiche della creazione (Garzanti), George Steiner pone questa distinzione fra scienza e letteratura (o arte, in generale): la prima è governata da una socialità che trascende gli individui, per cui a certe scoperte (per esempio la relatività) si sarebbe arrivati comunque, a prescindere da come effettivamente è andata (questione, cioè, di tempi e modi ma ogni civiltà ha dei passaggi obbligati); la seconda, invece, è opera di singolarità e si configura, quindi, come una serie di eventi eccezionali, non replicabili e neppure immaginabili in altri momenti o circostanze.

Marcata, invece, almeno nei suoi movimenti collettivi, è la dipendenza formale della letteratura dalla realtà sociale secondo il materialismo tecnologico di Renato Barilli. La narrativa italiana degli anni novanta, da lui definita terza ondata (È arrivata la terza ondata, Testo & Immagine) nasce infatti – secondo Barilli – in rapporto dialettico con il dominio strutturale dei media e da esso, in vario modo, deriva i propri caratteri.

Dove comincia, allora, il ciclo produttivo di una parola?, quali fasi comprende? I critici sono divisi, ma anche neurologi e linguisti. La certezza comune è che in ogni parola c’è un mondo, come dietro e “dentro” uno schermo di computer.
Un linguaggio nuovo – per noi – non è un dono della provvidenza o il virtuosismo d’un solista (approdo inevitabile delle affermazioni di Steiner) e neppure un cavalleresco duello ottocentesco con un’unica dimensione del mondo ma l’avventura “corale” d’un capitano coraggioso alla testa di un esercito fantasma (un meccanismo, dunque, più complesso di quello a cui pensa Barilli).
In un’opera d’arte o letteraria «il minimo mutamento di ogni sua parte produce sconvolgimenti nelle altre… (perché essa come) tutte le cose e gli individui del mondo, se si fa eccezione per i sistemi fisici più semplici, è parte di una vasta rete di incentivi, costrizioni e connessioni…» (Morris Mitchell Waldrop, Complessità, Instar, ‘96) e per capirla non possiamo evitare di scomodare l’universo, come più o meno disse Thomas S. Eliot.

Ogni intervento critico è una nuova avventura dentro quel mistero per cui un’opera d’arte come ogni sistema complesso è «un intero uguale a molto più della somma delle sue parti. L’espressione matematica di tale proprietà è un’equazione non lineare, il cui grafico è curvilineo» (Waldrop).

Certi accademici, invece, considerano le varie componenti di un’opera libere di muoversi in modo autonomo le une dalle altre, così come nei rispettivi ambiti gli economisti neoclassici o i fisici che negli ultimi trent’anni hanno giocherellato con i sistemi lineari «nei quali il tutto è esattamente uguale alla somma della sue parti». Ogni barone è il vestale di una nicchia e di un culto.
Lo stile è l’enzima che – facendole interagire tra loro – fa lievitare il testo oltre la somma delle sue parti.

La letteratura sta all’umanità come l’istinto di sopravvivenza al singolo individuo. È il meccanismo biologico con cui essa risponde alla sfida del tempo preservando il reale con la propria continua reinvenzione. «Ciò che intuisco chiaramente è che il Programmatore usa in continuazione l’universo precedente come una gigantesca riserva di materiali per ogni nuova sintesi, possedendo l’universo precedente l’aspetto del caos o dell’anomia in rapporto al nuovo cosmo emergente. L’infinito processo di nascita sequenziale di mondi alternativi che emergono e si attualizzano è, in qualche modo per noi incomprensibile, negentropico» (Philip K. Dick, Se questo mondo vi sembra spietato, dovreste vedere cosa sono gli altri, Edizioni e/o).

L’opera letteraria è il prodotto più alto «dell’incessante tendenza della natura all’autorganizzazione… Lasciati a se stessi, gli atomi si mescoleranno e si distribuiranno il più possibile a caso… ma nel mondo reale atomi e molecole non sono quasi mai lasciati a se stessi, o almeno non del tutto: sono esposti pressocché sempre a una certa quantità di energia e di materia che fluisce in essi dall’esterno. E se tale flusso è abbastanza forte, la degradazione costante richiesta dal secondo principio della termodinamica può essere in parte rovesciata. In una regione limitata un sistema può organizzarsi spontaneamente in una serie intera di strutture complesse. L’esempio più familiare è con ogni probabilità quello della pentola di brodo sul gas» (Waldrop).
Come una pentola di brodo sul gas, lo scrittore è una regione limitata in cui le parole non si disperdono nel caos entropico della quotidianità. Oltre un certo livello di pressione l’universo creativo esplode in un big bang svolgendo le proprie ragioni in una serie intera di strutture complesse che sono altrettanti focolai di resistenza dell’umana guerriglia contro la dura legge del secondo principio della termodinamica.
La creatività individuale è, dunque, una variabile “impazzita” della realtà sociale e perciò sfugge ai termini tradizionali di causa-effetto della meccanica classica ed assomiglia piuttosto a quel famoso battito d’ali di una farfalla responsabile di disastri nell’emisfero opposto.
Per dirla in un altro modo: appartengono le nuvole alla terra? Il critico è un acchiappanuvoli, ma non «una persona distratta e inconcludente», come dicono i dizionari, bensì un vero e proprio cloud runner: un cacciatore di nuvole che acquisisce «altra vita» all’intelligibilità del gioco comune riportando il cielo in terra e restituendolo agli uomini come fa Nobuyoshi Araki in una sua foto (Untitled, Sky, 2004) che vedo a Foggia nella galleria d’arte del mio amico Paolo Erbetta. Quella nuvola, colta al volo nel blu intenso del cielo, catturata da Araki in un attimo fuggente e vorticoso del suo corso perenne, è un dono inatteso e inimmaginabile come ogni opera d’arte.

Se perdiamo un capolavoro, è per sempre. Chissà quante volte è successo e succederà ancora. Le responsabilità di un critico sono enormi. Soprattutto di chi agisce a ridosso dei fatti o, addirittura, al di qua dello spartiacque della pubblicazione e deve «stabilire ciò che è letteratura e ciò che non lo è», valorizzando la prima e affossando la seconda.

Il critico militante è colui che – catturata la suggestione di un’opera (ovvero, catturato dalla…) – cerca di capire come e perché essa riguarda la vita di tutti. Chi l’ha realizzata, da dove l’ha presa, che sentimenti e mondi ci sono dentro, quali e quanti giochi con quella nuvola gli uomini possono fare.

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