un racconto di Lorenzo Esposito

 

Racconti sui prossimi villaggi irraggiungibili e sul tempo che non gli basta

di Lorenzo Esposito

16mm

Si era nel 1971. Da circa un anno, da estate a estate, L. sostava nella campagna italiana. Era un’estate cupa, quella, il sole faticava a filtrare i colori grigi e marroni dell’autunno innaturale che ingannava il tempo. Ma l’erba era verde e i fiori gialli, e la vita della piccola famiglia procedeva spedita. La piccola famiglia, papà mamma e figlia, guardava gli alberi sbattuti dal vento, e quando guardava meglio, vedeva l’erba nascere dall’erba, come un mondo sovrimpresso. Facevano lunghe passeggiate insieme, e il padre parlava molto, a se stesso e a loro. Sorrideva, e aveva degli occhi dolci, ma era anche serio, sorrideva con serietà, perchè parlava del futuro. Diceva: “Mamma, figlia, dobbiamo essere forti, ho scoperto che oggi e domani, oggi e domani fra altri cinquant’anni, saranno uguali. L’industria continuerà a produrre capolavori e i rivoluzionari abbandoneranno le cineprese. Guardare sul computer una donna in penombra che si spoglia all’altro capo della terra, con quei lampi e quelle smagliature di luce che non dipendono da nessuna videocamera montata sullo schermo, da nessun nastro, da nessuna assunzione digitale, ma solo dal movimento distratto della testa, dall’occhio che si apre e che si chiude per cercare di restare aperto, dalla cosa che è prima di ogni immagine e che non si sa cosa è – guardare l’ombra di questa donna sarà celebrare il futuro di mille poeti sotterranei che immergono le mani nella pellicola: un trasferimento di modulazione, malinconico cristallo di un apprendistato che secca gli occhi, fissi allo specchio di un film le cui immagini sono da dentro le pupille. Dovete essere forti, la morte non è poi così lontana, anche se il ricordo del futuro ha chiuso tutti i laboratori e la pellicola è diventata un bene raro, come l’acqua, e forse ne seguiranno nuove guerre. Oh, tutte le televisioni mostreranno adolescenti che crescono sui balconi, che oziano sul marciapiede sotto casa, che parlano dei sogni con le amiche, ma non ci sarà più alcun mistero sulla pelle rosa che sporge dalle gonne troppo corte, nessuna incertezza sull’autore: guardano tutte in macchina e sorridono. Le frontiere verranno aperte, e i metal detector non risuoneranno più di pellicole pericolose, vi ricordate, come quella volta in Turchia che hanno lasciato bruciare alla luce il mio film, la mia fiaba girata in esilio, ma si accenderanno per altri liquidi, e verranno sequestrati shampi, deodoranti, colluttori. La polizia sarà sempre fra noi, ma non fuggiremo più, ci avranno insegnato la delazione di noi stessi, ognuno sarà un poliziotto con il suo cane da guardia al guinzaglio. Tutto sarà chiaro, ordinato. Non ci saranno più tanti alberi isolati sbattuti dal vento, e non sempre la luna vista dalla finestra procurerà fantasmi. La sovrimpressione sarà vietata. Vietato confondere l’erba con l’erba. Vietato il silenzio. Vietato il tempo dilatato di un flash. Vietata la metamorfosi: guai a trasformarsi in cinepresa, guai a trasformarsi in donna, guai a trasformarsi in acqua, guai a trasformarsi in bambina. Tutti saranno tecnici, ma in pochi faranno film. Tutto sarà tra parentesi, prima ancora di subordinare il dono di una parentesi. Oh, le città ci guarderanno dall’alto, ci inquadreranno di giorno e di notte, dai semafori, agli angoli delle strade, le telecamere punteranno il sordo ronzio sul mondo. E dovete essere forti, perchè non ci sarà nessun varco, nessun modo di scoperchiare la terra e estrarne girati d’energia. Invece fino all’ultima goccia si estrarranno litri di oro nero e ci si sguazzerà dentro con gli eserciti. Saremo così morti, che non ci sarà più coscienza della morte, qualcosa che attiene al mondo e al modo in cui si svolge una vita. Gli spettacoli saranno così poco vitali, che non attesteranno alcuna morte, cioè nessuna idea, nessuno slancio, nessuna emozione, nessuna scoperta. I corpi non avranno pause, non si spegneranno nella fiamma di una candela, e non vibreranno nelle tempeste magnetiche. Tutti adoreranno idoli, ma l’amore sarà cosa rara. Sapete quando vi ho spiegato: abbiamo visto veramente, e di conseguenza anche la pellicola ha visto? Ecco, sarà l’esatto contrario”. E mentre diceva così, guardava l’erba, e guardava la mamma e la figlia negli occhi, e vedeva che non tutte le sue parole erano chiare, ma che c’era la fiducia necessaria, e che sarebbero state forti.

Poi il padre prendeva la sua cinepresa 16mm e la gettava nella valle. Si procurava metri e metri di pellicola negli sporadici mercatini nomadi che sorgono nelle giunture del pendio, nelle grotte che conducono alla città, labirinto di tunnel che qualcuno ha costruito tanto tempo fa. Ne comprava il più possibile, perchè i tunnel stavano lentamente sparendo, nessuno sa spiegarselo, e la città potrebbe diventare irraggiungibile. Si svegliava presto e con le prime luci correva a filmare il mondo. Filmava l’acqua, filmava l’albero, filmava l’ape che muore. Ma soprattutto filmava la figlia, che anche piccolissima sa cos’è una cinepresa, e appena nata, con grande stupore di tutti, con la mano fa ciao all’obiettivo. Oggi era l’attrice principale, seguiva il padre e gli faceva le scene. Una volta prese un’ape e la fece morire per la cinepresa.. La moglie anche è un’attrice, e il padre la filmava ovunque, la filmava nuda, oppure trattava lo sviluppo della pellicola per farla diventare una donna-cosmo, oppure un vampiro, o un’onda blu, o mille fantasmi che scivolano nella notte dalla finestra.

Un giorno la famiglia si accorse che la campagna cresceva a vista d’occhio. Più alta l’erba, più lontana la linea dell’orizzonte. Qualcuno raccontava che i tunnel si erano chiusi, ma la gente nei dintorni non ci faceva caso, qui c’è tutto quello che serve. Il padre stava tutto il tempo nel suo laboratorio, e a forza di fare bagni di pellicola, vide questo strano effetto, come se la terra si allungasse. Pensò a un abituale sfarfallio, o a un difetto di ripresa. Ma quando proiettò il film, la figlia disse: “La terra cresce”. Allora lui corse fuori, e puntò il 16mm verso il suo amato albero. Poi guardò lo spazio, e accanto all’albero ne stava crescendo uno nuovo. Restò sconcertato, e affascinato. Non era vero, la terra non stava crescendo, era la pellicola che stava rubando pezzi di mondo, e durante la sottrazione la campagna, per difendersi, si mangiava la città.

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