Intervista ad Elisabetta Liguori

Verità di coppia: i ricordi “riletti”dalla memoria

di Rossano Astremo

Un uomo fermo ad un semaforo, mentre sta per andare al lavoro, nel tempo breve richiesto dal passaggio dal rosso al verde, ricorda un caso affrontato quando era ancora un praticante, dieci anni prima . Ne ricorda il fallimento, ricorda ogni dettaglio apparentemente destinato a cambiare la sua vita, ricorda una per una quelle che sembravano delle opportunità, compreso un cadavere e tutto il suo sangue, offerte da quegli anni luminosi, ricorda il periodo in cui tutto sembrava possibile, ricorda tutti i suoi sforzi per correggere la realtà che gli si palesava innanzi al fine di condurla a sé, ad una verità accettabile, alla perfezione, alla bellezza. Il racconto ha quindi il ritmo del ricordo, la sua contraddittorietà, la sua urgenza, la sua fallibilità, e risente dello stato psicologico di chi, anche senza accorgersene, tenta di incidere persino sui ricordi a suo favore, correggendoli per assolversi o per condannare altri. Solo nei dialoghi con la moglie lontana, le telefonate serali, la verità oggettiva viene fuori. Così il racconto in prima persona rappresenta la verità soggettiva, la realtà corretta, le telefonate quella oggettiva in tutta la sua violenza, la sua assurdità. È questa, in sintesi, la storia di “Il correttore”, il secondo romanzo della scrittrice leccese Elisabetta Liguori, edito da peQuod, casa editrice che nel corso degli ultimi dieci anni ha stanato molti narratori di razza, da Giuseppe Genna a Mario Desiati, da Marco Mancassola a Gabriele Dadati.
Evitiamo ogni equivoco. Il tuo romanzo non è un giallo. Certo, c’è un omicidio, un’indagine, tutto segue i crismi della scrittura di genere, ma sembra trattarsi solo di un espediente narrativo per gettare luce sulla vita di Nicola e Angela, i due indiscussi protagonisti del romanzo…
«Sì, la scrittura di genere è stata evocata quasi naturalmente dalla scelta stessa di trattare temi attinenti al mondo della giustizia. Mi è sembrato quello il linguaggio più adatto, d’impatto più immediato, per raccontare il lavoro di chi fa indagini penali, la fatica, il concatenarsi obbligato dei passi. Il linguaggio che il lettore poteva sentire come più familiare, utile a favorire poi una specie di più facile, inevitabile approfondimento del tema stesso. Il genere è la cornice, il quadro è fatto di uomini, dei loro gesti concreti e quotidiani, piccoli e grandi. La differenza quindi sta nel dettaglio,
nell’analisi accurata dei personaggi».
Infatti una delle caratteristiche della tua scrittura è la capacità di entrare con precisione chirurgica nelle menti dei tuoi personaggi..
«I personaggi sono la mia ossessione: mi piace essere precisa, dettagliata, ma non scientifica, risolutiva, mi piace far germinare dubbi, ipotesi. La struttura del giallo si serve sul dubbio, lavora sul dubbio, lo trasforma, ha il dubbio come motore, e quindi risulta affine alla natura del mio
protagonista, Nicola uomo che vuol imparare, e che tenta disperatamente di liberarsi dai suoi dubbi, cancellarli, risolverli e trovar verità».
Al racconto in prima persona di Nicola sulle vicende legate al primo omicidio sul quale ha lavorato si alternano interi capitoli in cui trascrivi le telefonata tra l’uomo e sua moglie Angela. Dialoghi in puro discorso diretto, senza interventi esterni. Pure partiture teatrali. Perché questa scelta?
«I dialoghi sono la parte più importante del libro, sono il suono e le immagini della storia. Quello che se fossi uno sceneggiatore o un regista, forse avrei scritto e filmato più volentieri. Alle domande astratte e personali che la storia pone, si oppongono i dialoghi. Grazie a questi la vicenda evolve, anche nel ricordo. I dialoghi sono la verità: una verità sempre e comunque doppia, perché composta dal fondersi di due personalità, contaminata dai desideri di chi la attraversa, dai suoi bisogni. Qui i
dialoghi sono il motore perché una coppia è motore, mezzo di trasporto. Una coppia comprende le cose del mondo, la sua attualità, attraverso la coppia stessa, finché funziona, e lo fa servendosi delle parole di coppia, nate con il tempo, grazie ad artifici noti solo dalla coppia stessa; sono parole diverse da quelle che gli esseri umani utilizzano nelle altre forme di relazione. Volevo raccontare la verità che nasce da questa comunione e come questa verità, forse la sola che abbiamo, possa essere messa in pericolo dalla distanza. Ora che ci penso ho scritto un libro quindi anche sulle distanze e su quello che siamo costruiti a fare per ridurle».
Quali sono gli scrittori su cui ti sei formata?
«Per la cultura francese ho una specie di venerazione. Il primo libro che ho letto sul serio, quando avevo sedici anni, è stato “Memorie di una ragazza per bene” di Simone de Beavoir, il primo perché quel libro ha materialmente riposizionato le emozioni dentro di me, ha dato il nome alle
cose, mi ha fatto capire che dovevo provare a scrivere. Son passata per Sartre per capire meglio.
Dopo sono stata con Flaubert per un paio d’anni, io e lui e lei, sempre insieme. Avevo 17 anni, a carnevale mi sono vestita da Emma Bovary e così conciata sono andata ad una festa nella casa in campagna di una amica ed ero così presa da questo ruolo che quella sera mi sono pure innamorata
follemente di un cretino, che non si è più fatto né sentire né vedere. Ma
Proust l’ho letto solo per dovere lo ammetto, l’ho trovato faticoso».
Come è cambiato il tuo rapporto con la lettura da quando hai cominciato a pubblicare?
«Adesso leggo per trovare possibili linguaggi. Lo ammetto. Penso sia naturale. Per fortuna con il tempo mi son decisa a passare ad altri narratori. Presto ho scoperto gli americani.
Fante, uno fra tutti, ma anche Capote. Poi Carver, Carver, Carver. Anche i racconti di Salinger.
I racconti brevi sono stati per molto tempo la mia unica misura possibile. Infine Richard Yates. No, non mi accorgo di rubare, ma in realtà lo faccio di certo, soprattutto con i contemporanei, perché mi serve il linguaggio di questi tempi, il suono, il ritmo. Credo di averlo fatto con Antonio Pascale, ad esempio, anche senza volerlo, ché mi piace il rumore che fa il suo ragionare lento, sereno a
prescindere dai contenuti. In realtà se guardo un ambiente qualsiasi, che ne so, per esempio una
strada, anche quella che sta qui sotto, e penso di descriverla, comunque, nonostante il tempo e le letture, in testa mi si accende sempre un vecchio bianco e nero, l’antica passione, un Godard fumoso, il buon Truffaut, un movimento narrativo pieno di scatti e cambi di registro, un Simenon pieno di bruma, di non detti schiumosi tra i quali fra luce, la sua sintesi fulminante, la riflessione concentrica, e i colpi di scena. La tragedia davanti agli occhi sempre imminente, inevitabile, vista con un po’ d’ironia».

intervista apparsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia domenica 18 febbraio

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