w.s.b.

 

tratto da RAGAZZI SELVAGGI

di William S. Burroughs

L’obiettivo è l’occhio di un avvoltoio in volo sopra una zona di cespugli, calcinacci e costruzioni incompiute alla periferia di una città messicana. Una costruzione di cinque piani senza pareti né scale… gli accampati hanno messo su delle abitazioni provvisorie… i piani collegati da scale a pioli… cani abbaiano, polli chiocciano, un ragazzo su un tetto fa un gesto di sega mentre l’obiettivo passa. Avvicinandoci al suolo vediamo l’ombra delle nostre ali, cantine asciutte invase dai cardi, rugginose sbarre di ferro che sporgono come piante metalliche dal cemento, screpolato, una bottiglia rotta al sole, fumetti a colori sporchi di merda, un ragazzo indiano contro un muro con le ginocchia in su, che mangia un’arancia spruzzata di pepe rosso.  L’obiettivo fa uno zoom e oltrepassa un edificio di mattoni rossi tutto a balconatedove vivaci camicie da ruffiani porpora, gialle, rosa, sventolano come le bandiere di una fortezza medievale. Su queste balconate vediamo fiori, cani, gatti, polli, un caprone legato, una scimmia, un’iguana. I vecinos si sporgono dalle balconate a scambiare chiacchiere, olio da cucina, kerosene e zucchero. E’ una vecchia scena di folklore recitata anno dopo anno da nuove comparse. L’obiettivo vola verso la cima di un edificio dove due balconi si stagliano contro il cielo. I balconi non sono esattamente uno sopra l’altro perché il balcone di sopra è un po’rientrante. Qui l’obiettivo si ferma… SI E’ IN SCENA.

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