un racconto di Alessandro Milanese

 

Dirty

di Alessandro Milanese 

Bosh scarica a Calderon.
Calderon è piccolo, spagnolo, tutto nero, sembra un brutto anatroccolo.
In mezzo a tutti quei due metri di altezza rimane un piccolo puntino nero.
Un puntino che gioca guardia.
Un tiro impeccabile, un gran palleggio, una grande visione di gioco.
Il ragazzo che giocava a Barcellona finta il tiro, il suo marcatore salta a vuoto, scarica cambiando campo.
Il primo italiano a giocare veramente da nba riceve.
E’ libero, incontrastato.
Una maglia scura cerca con affanno di ostacolarlo.
Corre verso di lui, saltando in avanti per dargli almeno fastidio.
Il numero 7 si alza dalla linea dei 3 punti, tira.
La retina si scuote, un fruscio.
La ciliegina sulla torta per l’ennesima vittoria di Toronto tra le mura amiche.
Dan Peterson ricompare in video, il suo sorriso è smagliante.
“Andrea diventerà una stella di prima grandezza, sarà il primo di tanti italiani consacrati dall’nba”.
Penso agli emigrati.
Ai pizzaioli del Canada per esempio.
Alla rivincita sui loro concittadini, una rivincita con un numero 7 sulla schiena.
Entrare al palazzetto con un nome del proprio paese scritto bello grosso sulla canottiera.
Qualcosa di cui essere fieri.
Dan saluta.
Io rimango a fissare sto televisore portatile.
Un apparecchio da due soldi, con il videolettore incorporato.
Grigio chiaro, un bel led rosso che non si spegne mai, giusto per consumare un poco.
Infilato in un angolo di questa cucina economica.
Mi alzo, faccio un passo in avanti e lo schermo si fa nero.
Lei è in bagno.
Sento l’acqua correre giù per la doccia.
Io non mi lavo mai quando vengo qua.
Voglio che mi rimanga il sapore di sporco.
Voglio almeno provare un pelo di vergogna.
Tutto qui.
Non cerco che il sapone porti via questa sensazione di sgradevole, maleodorante.
Non cerco di far finta di niente.
Niente scuse.
Sentirmi solo ed esclusivamente una merda è il mio progetto.
Mi risiedo sul puff color caffè e rimiro la casa.
Una casa famigliare, conosciuta.
Hanno convissuto qui per anni, cinque almeno.
Hanno organizzato feste splendide, serate in memoria.
Decine e decine di film visti tutti insieme.
Al buio, solo la luce azzurra di una grande tele che non c’è più.
Il rumore della musica o dei dialoghi solo scalfito dallo scrocchiare delle patatine masticate.
Un gruppo di amici piccolo, unito, molto unito, fin troppo direi ora.
La doccia termina il suo concerto e la porta, aprendosi, mi lascia una donna fatta su in un accappatoio.
“Se tutte le volte devo vedere sta faccia puoi far tranquillamente a meno di venire…”
Cerco di capire il tono della frase, la squadro.
Capelli bagnati, prova ad asciugarli piegando la testa contro il cappuccio arancione.
Non scherza, sta cercando di provocarmi, trovare una minima reazione.
Non ho voglia di reagire.
Non ho voglia di far un cazzo.
Non ho voglia di fare una cristo di litigata da fidanzatini con la ex storica di uno dei miei migliori amici.
“Bargnani ha fatto di nuovo una quindicina di punti”.
Per pochi decimi mi guarda, poi continuando a strofinarsi rientra in bagno.
Il silenzio che segue ha il volto di un bel vaffanculo.
Prendo le mie poche cose, saluto a bassa voce, esco.
Le scale sono illuminate da quel poco che arriva dai vetri esterni.
Un lampione trasandato, che a fatica riesce a fare il proprio lavoro.
Illuminare una via del centro storico, ormai completamente in mano a magrebini e rumeni.
Accendo, un veloce occhio allo specchietto di sinistra e via.
Il rumore della cinghia alla frutta sovrasta il cd dei Sonic Youth.
Alzo e sento le chitarre perforarmi la pancia.
Una delle più belle sensazioni che ci sia.

I had a hole in my head….
Canticchio e batto con le dita il volante.
Guido piano, senza una metà sicura, giusto per finire di ascoltare il disco, fino all’ultima traccia.
I lavori del centro obbligano a continui stop, ripartenze, manovre tra cartelli e buchi scavati da poco.
Sembra un campo invaso dalle talpe.
Un bombardamento senza tempo.
Tempo lento tra un semaforo e l’altro, sempre con gli stessi fari alle spalle.
Da qualche minuto.
Dei fari orizzontati male, troppo in alto.
Mi concentro sulla musica, non devo pensare a nient’altro.
Qualcuno mi segue.
Qualcuno mi è alle spalle.
Qualcuno mi ha aspettato sotto casa sua.
Qualcuno che sapeva dove trovarmi.
Qualcuno che semplicemente vegliava il suo portone.
Tutti questi qualcuno riconducono ad una persona sola.
Solo sulla musica, punto.
Ascolta, canta, tieni il ritmo.
Non fissare lo specchietto centrale.
Non dare la sensazione di aver campanato.
Non accelerare improvvisamente.
Non dare segni di nervosismo.
Respiro lento, ma il cuore si sta muovendo dalla sua sede naturale.
Risale veloce verso la gola.
Spinge le tonsille e sento il sangue arrivare.
Deglutisco e svolto a sinistra.
Le luci alte fanno uguale.
Porto la nuova Swift agli 80 con naturalezza.
Cambio regolare, appena sopra i quattro mila giri.
Aspetto che l’ennesimo semaforo si trasformi arancione e passo di scatto, la mia ombra mi copia.
Non posso far a meno mentalmente di ripassarmi la scena che sta per arrivare.
Cosa dire.
Come comportarsi.
Come reagirà.
Come giusto che sia, avrò la mia ricompensa.
La regola non scritta, sacrosanta.
Un copione vecchio, collaudato.
Il mio: “Dai su… è quasi un anno che non state più insieme… te lo avrei detto.. ma non ci riuscivo mai..”
I suoi insulti.
Le sue mani a pugno sulla mia faccia.
Il mio sangue sulla camicia blu.
Una taglia 39, skinny fit.
Sciancrata, con piccole righette bianche.

You & me burnin’ in the summertime..
Si, ci bruceremo in quest’estate anomala.
Cadrò per terra e non risparmierai i calci allo stomaco.
Gli sputi.
Perché farei esattamente lo stesso, punto per punto.
Punto che non mi lascia un secondo, mi cartacarbone in una serata da 25 gradi.
Ormai non aspetto altro.
Conosco il mio piccolo destino.
La fine di una serata meschina.
Miserabile rallento e senza neanche guardare abbasso una freccia e parcheggio.
Apro la portiera e rimiro il vuoto dietro la mia giapponese.
Non c’è assolutamente nessuno.
Io, la mia macchina, stop.
Nessuna luce di fanale.
Nessuna voce conosciuta.
Nessun insulto.
Nessuno.
Mi appoggio alla portiera.
I vetri abbassati mi regalano un muro di suono che risveglia il mio torpore.
Le poche macchine girano in tondo, piano, ovattate.
Le compagnie si salutano, abbracci, finti baci.
La piazza del mercato si svuota, pian piano.
Risalgo.
Riparto.
Arrivo al pub.
Un senso di casa, rassicurante.
Un onionburger e una media rossa.
Aspetto l’ordinazione su uno sgabello vissuto.
Le solite facce, soliti volti, la solita generazione.
Sportitalia in video.
Una replica.
Il commento ha un qualcosa di già sentito.
Alzo lo sguardo e ritrovo Chris Bosh che riceve, scarica.
Il resto dell’azione segue e, prima che l’ex Benetton chiuda il match con la tripla, stampo un sorriso realizzato.
Leo mi tocca una mano da dietro il bancone.
“He got game”.
“Puoi dirlo forte cazzo, quanti anni abbiam aspettato questo momento?”.
Il barista più stempiato del mondo annuisce, aggiunge.
“Abbiam aspettato talmente tanto che adesso non mi sembra vero”.
Il tempo può fare strani scherzi.
Cambiare le cose.
Le convinzioni.
Le persone.
Non cambia le cipolle del mio panino, da urlo.
Finisco.
Riempio un tovagliolo del ketchup che ornava la mia faccia, asciugo la pinta.
Gli occhi flirtano con gli highlights di Boca – River.
Il classico.
La partita per eccellenza.
Il solito contorno, espulsi, scontri, feriti, giovani attaccanti del vivaio promessi come prostitute dell’est a facoltosi club della vecchia Europa.
Le dita a memoria sulla tastiera.

…Hai ragione, posso fare tranquillamente a meno di venire ancora..
Invio.

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