un racconto di Marco Montanaro

 

Il percorso inverso

di Marco Montanaro

Devo trovare un metodo, uno stile, un linguaggio, che mi permetta di liberarmi davvero quando scrivo, che sia quindi liberatorio e audace, senza concessioni al raziocinio e alle convenzioni che mi impongono di scrivere.

Ma il modo di migliore di scrivere è non scrivere, quindi vivere.

Così mi ritrovo a smaterializzarmi.

E’ inevitabile, come pescare la matrioska sempre più piccola che contengo. Non mi diverto più, e mi rimpicciolisco. Scrivere non mi fa impazzire. Non mi permette di sciogliermi, perdermi su quel galeone fantasma di sette secoli addietro. E’ che non c’è nulla, dietro la scrittura.

E tutti quelli che si perdono dietro l’idea che la scrittura, le storie e la poesia siano ancora utili in questi tempi di…?

Tempi de che? Dietro la scrittura non c’è nulla. Non c’è impegno civile, non c’è nient’altro che una preghiera a sé stessi, affinché il tempo passi. Ma è il come, che mi preoccupa.

Uno in più. Non sono che uno in più. E la cosa mi infastidisce, perché quello che detesto di quelli che sono semplicemente ‘uno in più’ è che alla sera non hanno rimorsi. Non realizzano di essere semplicemente ‘uno in più’, di contribuire così all’entropia dell’universo, all’anarchia che qualcuno ha la pretesa di rendere organizzata. Non io, di certo.

E lei?

Lei l’ho vista dall’altro lato del marciapiede e… sì… era bella. Ma poi è passata un’auto, e l’ho persa. E’ finita presto. Ho potuto pensare solo al fatto che, nei cimiteri, c’è qualcuno che ruba i fiori dalle tombe degli altri. E’ possibile? Che i propri morti valgano più di quelli degli altri? E’ possibile che siamo così… poveri?

Crialese dice di sì, che lo siamo stati.

Sì, c’è sempre un mondo nuovo, più nuovo, ed è sempre più veloce e ricco degli altri. Anzi, se non ci fosse quel mondo nuovo, gli altri non sarebbero poveri. Ecco, mi piacerebbe non pensare che quel film è solo noioso e documentaristico. Mi piacerebbe essere visionario, nella scrittura, come nelle scene del latte e delle carote giganti. Pensare che la vita è così. Che c’è dell’altro, un lato epico infrangibile che tocca tutti e tocca a tutti, e invece sono solo stanco e dispiaciuto. Dovrei dormire per mille anni, fare mille sogni che mi risvegliassero e mi facessero marcare la differenza. Nient’altro.

Nient’altro? Puoi nasconderlo bene, ma la tecnologia ti stana.

C’ho paura. C’è qualcosa di grande, l’ho sempre detto. Nel buio, solo nel buio può esserci qualcosa di così grande. Nel buio non puoi combattere. E ho paura di quella parte di me che si nasconde nel buio, e vi detesta tutti, non può affratellarsi con nessuno. Ho paura perché dovrebbe avere a che fare coi video dei bulli, questa parte di me, con le smart gialle, col morto allo stadio, con le nuove brigate rosse e gli sgozzamenti e gli stupri e in famiglia. E invece non c’ azzecca nulla. Al massimo, mi illudo che sia questa parte di me a generare il resto.

Le solite fisse da figlio unico. Ma non c’è rimedio.

E’ meglio così. Pensare che non ci sia rimedio, che non c’è ‘Io so’ che tenga, perché il problema è proprio quello, tutti sanno tutto e tutti hanno da dire, e in realtà nessuno sa nulla e campa della beata convinzione di capirci qualcosa. Nessuno può alzarsi, nessuno ha il diritto di farlo, di alzarsi e dire di sapere qualcosa. Dovrei dormire per mille anni, e capire al risveglio che il corso delle cose è questo, naturale e immutabile.

Sorrideresti.

Ma intanto mi smaterializzo. A poco a poco, mi ritraggo. Lascio perdere tutto. In genere, io faccio sempre il percorso inverso. Fuggo da ciò che dovrei tirare con le unghie, e rimango nei posti che invece dovrei evitare. Rimango qui, nel buio del sud illuminato d’illusioni e promesse elettorali, quando dovrei fuggire dall’Italia. Tutti i miei coetanei fuggono, o almeno vorrebbero. E mascherano il tutto con ottimi propositi e rilanciano, rilanciano perché si sentono migliori del posto in cui stanno. Meglio la Spagna. O le due o tre cose che sappiamo di lei.

Ma io non sono migliore. Non resto perché sono un eroe, resto perché non ho nulla di meglio da fare. Aspetto che qualcuno venga a sbattermi in faccia la verità, e so che sarà eccitante.

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