il libro che sto leggendo #2

 

estratto da Everyman

di Philip Roth

A un certo punto l’uomo seduto di fianco a lui, dopo avergli consegnato le pagine sportive di quel giorno, cominciò a parlottare sottovoce. Doveva avere solo tra i quarantacinque e i cinquant’anni, ma il suo colorito era cereo e la voce né forte né sicura. – Prima è morta mia madre, – disse, – sei mesi dopo è morto mio padre, otto mesi dopo è morta la mia unica sorella, un anno dopo il mio matrimonio è naufragato e mia moglie mi ha portato via tutto quello che avevo. E quello è stato il momento in cui ho vominciato a immaginare che qualcuno mi venisse a dire: “Ora ti tagliamo anche il braccio destro. Credi di poterlo sopportare?” E allora mi tagliavano il braccio destro. Poi, più tardi, venivano a dirmi: “Ora ti tagliamo il braccio sinistro”. Poi, quando questo era stato fatto, un giorno tornavano e dicevano: ” Ti arrendi, ora? Basta così? O dobbiamo andare avanti e iniziare con le gambe?” E per tutto questo io pensavo: quando, quando potrò arrendermi? Quando potrò accendere il gas e ficcare la testa nel forno? Quand’è che basta davvero? Ecco come ho convissuto col dolore per dieci anni. Dieci anni ci sono voluti. E ora che il dolore finalmente se n’è andato, comincia questa porcheria.

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