Vitaliano Trevisan, Il ponte

La grammatica del destino nel memoriale di Trevisan
di Emanuele Trevi


Avranno anche un titolo e qualche argomento particolare, i vari libri di Vitaliano Trevisan. Ma più potente, almeno nel lettore, è l’impressione che il singolo prodotto di questa fucina sia sempre meno decisivo del processo che lo sottende. Ogni testo, in altre parole, che si tratti di un romanzo o di un racconto, sembra riprendere un interminabile soliloquio lì dove il precedente lo aveva terminato solo in apparenza. E non è nemmeno da credere che il nuovo testo prosegua il discorso interrotto in maniera in qualche modo lineare. A parte un progressivo affinarsi della tecnica, il movimento è quello di chi gira in tondo, sulla giostra dell’ossessione, o magari si scava una via verso il basso, per il solo fatto di picchiare sempre sullo stesso punto. Un’autentica frustrazione è sempre in agguato.
Dal soliloquio al monologo
Il fatto è che lo spazio psichico al quale ogni testo intende dare forma, per sua natura è incommensurabile, inesprimibile. Senza mai rinunciare alla loro natura fedifraga, le parole tradiscono il pensiero. Nel loro viaggio verso la pagina scritta, è sempre in agguato un processo di degradazione, di irrimediabile adulterazione. Appiattito sulla superficie della pagina, il soliloquio diventa monologo. E se la ricchezza e pienezza di senso di ciò che precede le parole è solo (e non potrebbe essere altrimenti) una pura ipotesi, la fallibilità delle parole scritte, il loro inarrestabile cedimento alla menzogna, è la pietra dello scandalo visibile a tutti.
Il ponte (Einaudi «Stile libero», pp.155, euro 13,00) segue di qualche anno I quindicimila passi, pubblicato da Trevisan nel 2002.
Un crollo, recita il sottotitolo. E in effetti Thomas, colui che scrive, dà conto di un precipitare, di un esercizio della memoria che si risolve in un crollo catastrofico del suo passato dentro il suo presente. Ma all’interno del libro i segnali che il testo non smette di fornire su se stesso si fanno più ambigui e problematici. Stretta tra un prologo e un epilogo, la sezione centrale si intitola ancora Il ponte, ma questa volta al titolo si accompagna un’altra definizione: Una ripetizione. E in molti sensi, il memoriale che leggiamo è, in effetti, una ripetizione. C’è il livello più elementare della vicenda, nella quale il protagonista, vicentino ed esule volontario in Germania, si ripete gli eventi della sua vita, finendo per soccombere di fronte alla violenza della sua stessa memoria. Ma l’eroe di Trevisan, mentre risale alle sorgenti del suo dolore, rendendosi via via conto che la sua fuga da Vicenza non lo ha messo al riparo da nulla, è anche pienamente consapevole del fatto che mai nulla, nella nostra vita, può davvero ripetersi uguale a se stesso. Tra i libri gelosamente custoditi nella sua biblioteca, è facile immaginare una copia della Ripetizione di Kierkegaard, il vorticoso saggio-racconto che il filosofo danese impernia sul resoconto di un viaggio a Berlino nel quale tutte le circostanze concorrono a deludere le aspettative generate, appunto, da un precedente viaggio… Dunque, evocare la ripetizione equivale a evocare un impossibile. O meglio, equivale a mettere in scena non tanto una storia, ma l’angoscia di un’identità che, quando anche è capace di rammemorare situazioni ed eventi, lungi dall’esserne il soggetto attivo e l’artefice, li subisce alla stregua di un destino funesto e di una malattia. E così, in un mondo che «ormai soffoca nelle storie e nelle cosiddette narrazioni, e tutto è storia e narrazione, a prescindere dal contenuto», Thomas possiede una sola residua certezza: il suo «scritto», comunque lo si voglia definire, «non sarà un romanzo». E non solo perché, nel degradato mondo esterno come nella dolente coscienza di Thomas nessuna storia si merita una fine, e dunque un senso.
Più in profondità, a ciò che Thomas scrive nel suo quaderno manca una caratteristica essenziale di ogni «romanzo» propriamente inteso: vale a dire la capacità di evocare, attraverso le parole, un mondo almeno in parte condiviso, nel quale al lettore sia possibile riconoscere e assimilare gli oggetti, le azioni, i loro moventi.
Il divenire della malattia
È un divenire necessariamente fittizio, addomesticato, quello del «romanzo» così inteso, al quale Trevisan oppone un ben più minaccioso e devastante divenire, quello della malattia (che nel libro assume la forma esplicita di un classico disturbo bipolare). E qui la lezione di Kierkegaard si lega strettamente a quella di Thomas Bernhard, modello vincolante, per non dire ossessione, di tutta la scrittura di Trevisan: in questo caso, il Bernhard filosoficamente più profondo, dove l’instabilità del reale e l’impossibilità di evadere dalla solitudine sono diventate le due facce della stessa medaglia.
«È tutto completamente diverso», afferma il Principe in Perturbamento, «è sempre tutto completamente diverso. Farsi capire è impossibile». Nel momento stesso in cui le parole si articolano, o peggio ancora vengono affidate alla scrittura, la malattia le rode dall’interno, le squalifica, ne disarticola il potenziale «romanzo». Rispetto ad altri libri di Trevisan, nel Ponte il corpo a corpo con Bernhard si fa più lucido ed esplicito. Il protagonista racconta di aver comprato il suo primo libro dello scrittore austriaco, Il nipote di Wittgenstein, il 13 febbraio del 1989, cioè esattamente all’indomani della morte di Bernhard, della quale non sapeva nulla e che del resto venne tenuta segreta a tutti, almeno per qualche tempo. Ciò che passa dal morto al vivo è un’eredità integrale, che non si limita né allo stile del discorso né a un dato sentimento della vita. L’epigonismo radicale di Trevisan (credo unico nel suo genere) finisce sempre per rivelarsi un segno paradossale di libertà inventiva e autenticità di accento. È una grammatica del reale, e della sua essenziale intollerabilità, quella che Trevisan deriva da Bernhard.
Dietro una volontà mimetica
Siamo sicuri, del resto, che esista una lingua che possa davvero dichiararsi più «autentica» o «naturale» di un’altra, come questa, che al contrario addirittura ostenta e sottolinea il suo manierismo, la sua ostinata volontà di mimesi? Che si parli come se stessi, o si parli come un altro, non rimane in fondo sempre vera la sentenza del Principe di Perturbamento, non è forse comunque e sempre impossibile farsi capire, dagli altri e da se stessi?
La cattiva infinità del monologo di Trevisan, sembra non conoscere una vera fine perché non possiede nemmeno un inizio. E tra questi due estremi che vacillano, quello che leggiamo possiede più un decorso che uno svolgimento vero e proprio. Non è escluso, menzogna più menzogna meno, che nelle maglie di questo discorso tendenzialmente onnivoro resti intrappolata anche la parola «fine». Ma questa parola è sempre (e «non può essere un caso») la «penultima». Più oltre, naturalmente, c’è solo la sillaba originaria, la cellula generatrice di tutto questo cosmo fuori sesto, di tutta questa ripetizione infinita che non ripete nulla: «io». Che è la parola «ultima», senza dubbio, ma anche quella condannata a ricominciare e ricominciarsi senza fine.

tratta da Il Manifesto, 1 marzo, 2007 

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