Intervista a Marco Cassini

 

Dai Fax ai Book party: storia di un successo

Intervista a Marco Cassini, Minimum Fax

di Rossano Astremo

La minimum fax è nata ufficialmente nel 1993, anche se allora era soltanto una piccola rivista sotterranea, una pubblicazione periodica che veniva diffusa via fax. Nel 1994 la redazione decise che era giunto il momento di dare un corpo cartaceo a quello che avevano da dire, a quello avrebbero voluto leggere e che fino ad allora avevano affidato solo alle linee telefoniche. Molto tempo passato e molte cose sono cambiate da quegli anni. La minimum fax è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti in Italia, che si contraddistingue per la ricercatezza e la qualità della scelta dei libri da pubblicare. Per questo numero di Coolclub.it abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Marco Cassini, direttore editoriale e fondatore della casa editrice romana.

Marco, qual è il ricordo che più conservi dei primi anni? Di quella rivista mandata via fax da cui tutto è partito?

L’idea che più mi lega in modo affettuoso ai nostri inizi è quella di un gruppetto di persone che facevano qualcosa senza sapere cosa sarebbe diventata, cioè se era destinata a rimanere una esperienza effimera o (come non potevamo nemmeno immaginare) la cosa più importante della nostra vita. Eravamo pionieristici e sconsiderati, imbranati e avventurosi, come può esserlo solo chi ha un progetto in cui crede ma lo porta avanti senza averlo programmato: insomma, non potevamo immaginare che dopo quindici anni saremmo stati ancora qui. Non ne sapevamo niente di editoria (se non da lettori, ma non è un elemento decisivo nel curriculum di un editore) soprattutto non ne sapevamo granché di imprenditoria. Ci siamo tuffati da un trampolino che non finiva mai, e a dirla tutta credo che ancora non siamo arrivati a bagnarci le punte dei piedi.

La minimum fax ha iniziato ad abbandonare l’underground editoriale dopo la pubblicazione e il discreto successo di vendite dei primi libri di Carver e delle raccolte di versi di Bukowski. Questa attenzione per la letteratura americana vi ha sempre contraddistinti. Altre scoperte quali David Foster Wallace, Rick Moody e, da ultimo, D’Ambrosio, sono legate alla vostra attenzione per ciò che accade oltreoceano. Ma cosa ha in più la letteratura americana rispetto alla nostra?

Lasciami dire che non credo proprio minimum fax abbia abbandonato, o quanto meno non del tutto, l’underground. È innegabile che Carver sia “meno underground” – se esiste qualcosa come una scala di undergroundness – di uno qualsiasi degli autori esordienti (italiani o stranieri) che abbiamo incontrato per strada. (Ma per onestà bisogna anche dire che, prima che lo rilanciassimo, era completamente scomparso dalle librerie, dai cataloghi degli editori, e in buona parte dall’immaginario letterario di molti). Ma visto che parli di underground editoriale e non letterario, credo che siamo ancora molto molto sotterranei (e del resto è proprio questo il nome che abbiamo dato alla collana principale della nostra casa editrice). Perché siamo indipendenti, non allineati ai meccanismi che regolano e muovono i grandi numeri. Certo siamo emersi un po’ rispetto agli inizi, i nostri libri si vedono di più in libreria, si trovano più recensioni sulle pagine di cultura dei quotidiani, più gente rispetto al 1994 sa cos’è minimum fax (e mia madre un giorno mi ha chiamato tutta emozionata per dire che “minimum fax” era la risposta a un quiz del programma del pomeriggio condotto in tv da Gerry Scotti…) e del resto considero tutto questo nulla più che il risultato di un decennio e mezzo di sforzi e sacrifici (per noi) sovrumani. Ma d’altro canto esistono libri di altri editori che in una sola edizione e in una sola settimana vendono (lo dico senza esagerazione) più di tutte le copie di tutti i titoli che abbiamo pubblicato in tutti gli anni da che esistiamo. Venendo al cuore della domanda: “cosa ha la letteratura americana più della nostra?” credo di poter rispondere: forse niente. Ci sono cose distanti, toni differenti, approcci diversi, tutto questo è innegabile e ovvio. Prediligiamo, è vero, alcuni scrittori o aspetti o filoni che provengono dagli Stati Uniti (e che – certo, certo! – sono il prodotto di un immaginario ricco, di un “essere al centro del mondo”, ecc ecc) ma se stessi qui a fare l’elogio dell’unicità e prevalenza della letteratura americana, cosa che ovviamente non mi preme particolarmente, sono sicuro che lo stesso potrebbe fare, che so, Voland per la letteratura dell’est europeo, Cavallo di Ferro per la lusitana, e/o per il noir mediterraneo…

Poi qualche anno fa avete scelto di puntare sulla giovane narrativa italiana con la nascita della collana Nichel. Un azzardo che sta dando ottimi frutti: ottimi scrittori e ottimi libri. La Parrella, ma anche Raimo, Pacifico, Lagioia, Meacci, e l’elenco sarebbe infinito, sono passati (e molti restati) da voi… Cosa vi ha spinto a puntare sui giovani? Non è un ulteriore rischio per una “media” casa editrice come la vostra?

Pubblicare autori italiani, soprattutto se esordienti, è un passo che a un certo punto abbiamo sentito necessario, e dico necessario con tutta la forza e il peso che questo aggettivo può avere. È connaturato all’idea di editoria quella di scoprire, di dare forma e visibilità a qualcosa che fino a un certo punto “non esiste” nel mondo esterno. C’è un forte senso si responsabilità in tutto questo, che noi sentiamo e che ci governa. Responsabilità nei confronti dei lettori come per ogni libro, ma in questo caso, è fortissimo nei confronti degli autori. Decidere se dare o no voce e forma a un manoscritto e farlo diventare libro, decidere insomma se pubblicarlo o meno, e quando, e come, fino a decisioni apparentemente innocue o secondarie come il mese di uscita o l’illustrazione o addirittura il prezzo di copertina. Siamo fin troppo consapevoli che ogni piccolo dettaglio di ciò che farà di un manoscritto un libro può essere determinante per le sue sorti, e quindi per le sorti dell’autore che ha covato, partorito, coccolato quel romanzo o quella raccolta di racconti.

Altro elemento che vi contraddistingue è la vostra capacità nell’organizzare eventi legati alla promozione dei libri. Tra book party, happy hour, feste, reading, e quant’altro, l’ingegno di certo non vi manca… Avete nuove sorprese in cantiere?

Per ora ci stiamo concentrando sulla valorizzazione dell’idea di book party, una festa il cui motore stesso sia un libro. Il libro diventa al contempo la ragione stessa della festa, il suo epicentro e il “biglietto di ingresso”. Dopo averlo lanciato per la prima volta a Roma a gennaio, in occasione dell’uscita dell’antologia Voi siete qui, da mezza Italia ci stanno chiedendo di organizzarne altri. È possibile che se ne facciano ancora, e in effetti ne abbiamo già in cantiere due (uno a Torino e uno ancora al Rialto Santambrogio di Roma) ma non vogliamo farlo diventare né un business né una abitudine: da una parte non vogliamo sminuirne la portata di “eccezionalità” (e se ne facessimo una a settimana ci stuferemmo ben presto, tanto noi quanto i nostri lettori), dall’altra vogliamo davvero rimanere concentrati sull’unica passione e sull’unico lavoro a cui dedichiamo tutti i nostri (molti) sforzi: la ricerca di buone storie che valga la pena pubblicare e diffondere fra i lettori.


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