intervista a Claudio Damiani

 

Quando il poeta scopre il presente

di Rossano Astremo

“Attorno al fuoco”, questo è il titolo dell’ultimo lavoro in versi di Claudio Damini, pubblicato da Avagliano, nel quale, come nelle raccolte precedenti, gli affetti e gli amori familiari sono raccontati con lingua chiara, con lucido stupore, con esattezza commossa, pur con i dovuti distinguo.
Come si inserisce quest’ultima raccolta nel suo percorso poetico. Mi sembra che l’ aura dei ricordi, del passato, della memoria, che dominava le precedenti raccolta sia stata sostituita da una forte vocazione a raccontare il presente che viviamo…

«Sì, il presente che viviamo è riuscito stranamente a farsi notare da me. E questa è una cosa eccezionale perchè il cosiddetto presente l’ho sempre sentito così detto e stradetto – e a un volume così alto, poi – che m’era impossibile a me dirlo, e mi dovevo allontanare da lui, per dirne magari un altro di presente, meno visibile. In questo libro è successo che un “mio” presente piuttosto drammatico non solo si è fatto notare, ma mi ha steso letteralmente per terra (si tratta di separazione e pericoli sui figli, e mia guerra per difenderli). Il presente che abbiamo intorno, di società dissociata, di guerra permanente in cui tutti siamo soldati, è diventato metafora di questo mio presente privato; o è successo il contrario, non so».
Quali sono stati i poeti fondamentali per la sua formazione?
«Petrarca, i latini, i cinesi della dinastia T’ang nell’ineguagliabile traduzione di Martin Benediter. E Omero, l’infinito. Pascoli anche, capito a giovinezza avanzata, sentito come un classico, grande quanto Leopardi, quanto Dante».
Giovani poeti o meglio nomi di poeti dell’ultima generazione che stima?
«Sono tanti, sono bravi, sono poco pubblicati e conosciuti, perché da una ventina d’anni l’editoria di poesia s’è ridotta al lumicino, e non rappresenta più la realtà. Faccio qualche nome di ventenni e trentenni che conosco, di cui ho letto con sorpresa dei testi: Daniele Mencarelli, Andrea Di Consoli, Luca Nannipieri, Nicola Bultrini, Lorenzo Carlucci, Silvia Avallone, Pietro Federico».
Un consiglio ai giovanissimi che vogliono scrivere versi?

«Leggere molto, specialmente classici e italiani antichi, perché la lingua bisogna conoscerla e sprofondarci dentro e saper ritornare a galla; e perché il poeta è soprattutto un sapiente, uno che legge il libro della natura ma anche quello degli uomini. Non aver fretta di pubblicare, far leggere invece le proprie cose e scambiarsi idee coi coetanei, fare riviste ecc. Perché la poesia è soprattutto socialità nascente, fondazione di socialità, il contrario praticamente della televisione».

Il titolo di un libro di versi irrinunciabile che consiglia ai nostri lettori?

«È  un libro edito da Fandango. Si intitola “Un solitario amore” e raccoglie le poesie di Beppe Salvia, nato a Potenza nel ’54 e morto a Roma nell’85. è uno dei libri più belli della poesia del secondo ‘900, e lo consiglio a tutti, perché è uno sguardo lancinante sul nostro tempo, e sulla nostra vita».

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