Fabio Stassi, È finito il nostro carnevale


 

Storia del ribelle che per amore rubò la coppa Rimet

di Gianni Mura

Fin da piccolo Fabio Stassi era ossessionato dall’idea di essere un errore da matita blu. La maestra: «Si dice che io stessi, bambini. Stessi, non stassi come il vostro compagno». Forse per questo ha scelto una vita tra i libri. Molti ne ha letti. Moltissimi lo incorniciano (lavora come bibliotecario, a Roma). Per nostra fortuna e piacere, ne scrive anche. Scrive da pendolare, sui treni. Da Viterbo, dove vive, a Roma e ritorno, son quattro ore al giorno. E già questa dello scrittore ferroviario è una singolarità. Un’altra è che Stassi si rivela fin dalle prime pagine uno dei più sudamericani tra gli scrittori italiani. Insomma, non è casuale la dedica a Osvaldo Soriano. E nemmeno il titolo, tratto da una delle più belle canzoni di Vinicius de Moraes (Marcha da quarta feira de cinzas). Bene hanno fatto gli editori (minimum fax) e resistere alla tentazione di pubblicare questo romanzo in occasione dei mondiali di calcio. È ben vero che c’è molto calcio (tutti i mondiali dal 1930 al 1970) e vedremo presto perché. Ma È finito il nostro carnevale è soprattutto una storia d’amore e di ribellione.
Amore per una bellissima ragazza (l’andalusa Consuelo) che diventa statua, posando per il simbolo della vittoria più ambita nel calcio, quella che noi in Italia chiamavamo Coppa Rimet o Coppa del mondo, più prosaici degli spagnoli (La Diosa de la victoria), dei francesi (La Victoire aux ailes d’or) e dei brasiliani (La Mulherzinha alada).
Rigoberto Aguyar Montiel all’inizio del libro è un vecchio. Pelle nera (padre brasiliano, madre marsigliese), un po’ di sangue ebreo, un senza terra, uno zingaro, idee rivoluzionarie, riassume in sé tutto quello che le grandi dittature del XX secolo hanno rifiutato, combattuto, massacrato. Un bisnonno caduto in combattimento a Roma con la camicia rossa dei garibaldini, un padre morto in Messico al fianco di Zapata: normale trovare Rigoberto nella guerra di Spagna, poi nella Resistenza italiana, e ancora a Cuba col Che. Rigoberto parla molte lingue e spesso si improvvisa giornalista. In Uruguay si firma Arthur Rimbaud, in Brasile col suo nome.
Il vecchio Rigoberto rievoca la sua vita il 31 dicembre 1999, ultimo giorno del ventesimo secolo, nell’ultimo punto a sud, oltre Puerto Williams. Nella base antartica Amundsen Scott una giovane giornalista raccoglie i ricordi di una vita e di un’impresa. Gli era andata male a Londra nel ’66, ma nel 70 Rigoberto è riuscito a rubare la Coppa e a ricongiungersi idealmente con Consuelo. Il sogno di una vita. Poi (ancora non a caso: triste, solitario y final), terminata l’intervista, uscirà a deporre la Coppa tra i ghiacci e fischierà a lungo nel fischietto di un arbitro radiato perché aveva l’abitudine di danneggiare le squadre più potenti e non fischiava mai la fine delle partite che gli piacevano.
Nelle pagine di Stassi rivivono, a lungo o per brevi lampi, Hemingway e Maigret, Orwell e Mussolini, Hitler e Chaplin, ma anche Meazza e Zamora, Leonidas e Varela, Schiaffino e Puskas, Jascin e Vicente Feola. Le pagine più ispirate sono per Django Reinhardt e Mané Garrincha. Monco il primo, due dita della mano sinistra. Nessuno capiva come facesse a suonare così bene la chitarra. Zoppo il secondo, la gamba sinistra più corta di 6 centimetri. Nessuno capiva come potesse dribblare e giocare così bene. «In Brasile» scrive Stassi «se ai vecchi gli parli di Pelè si tolgono il cappello, se gli nomini Garrincha si mettono a piangere». E fanno bene: è finito il carnevale. Loro e nostro.

Il Venerdì – 16 marzo 2007

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