Leonardo Colombati, Rio

Rio, il sogno frantumato

di Rossano Astremo

Dimenticate la struttura complessa di Perceber, le sue ambizioni massimaliste ed enciclopediche, la presenza di strambi personaggi tenuti assieme grazie alle vicende messe in moto da una gamba di un anziano tranciata da un tram. Nel suo secondo romanzo, “Rio”, edito da Rizzoli, nella collana 24/7, Leonardo Colombati abbandona la complessità, prediligendo la “lineare” vicenda di un giovane ambizioso italiano scaraventato nella Londra del 1996. Attenzione. Qui non si mette in discussione la qualità di scrittura di Colombati. Lo stile dello scrittore romano non subisce variazioni. È un marchio di fabbrica ben temprato. Del resto replicare la struttura tracimante del romanzo d’esordio, che, ricordiamo, ha avuto una gestazione lunga dieci anni, sarebbe stato inutile e noioso, sia per i lettori che per lo stesso scrittore. Siamo nel gennaio del 2007. L’io narrante, che vive a Roma, ricorda con nostalgia un periodo della sua vita, quello londinese appunto, dove giovinezza, ambizioni lavorative, vita lussuosa e perversioni sessuali erano unite in un’unica inestricabile matassa. Momento apicale di quel periodo l’incontro al Rio, afterhour per nudista a Londra, con lo scrittore Filippo Runeberg, uno degli scrittori più discussi del Novecento. Sarà proprio questo incontro a spingere il nostro protagonista lungo la strada della perdizione, fingendosi scrittore, senza mai aver scritto un rigo, pur di entrare nelle grazie di Runeberg. Assistiamo alla lenta distruzione del giovane di belle speranze, che vedrà in Runeberg una sorta di padre da imitare, nel tentativo di sostituire la losca figura del suo vero padre, un palazzinaro romano che ha in comune con il figlio molte più cose di quanto si voglia far credere. A ciò si aggiunge la storia del giovane romano con la nipote dello scrittore, la morte improvvisa in circostanze sospette dello scrittore, l’incontro del protagonista con la sensuale donna che spesso accompagnava lo scrittore nelle sue “sedute” al Rio, la scoperta di tutta la verità sul tanto amato Runeberg, lo struggimento fisico, con conseguenze evidente sul suo rendimento lavorativo, determinato dall’uso smodato di cocaina, un imperdonabile errore sul lavoro che determina l’ingloriosa fine dei suoi sogni di ricchezza, una volta ritornato nella Capitale.Ricorda quegli anni con nostalgia, certo. Perché, in fondo, Runeberg rappresentava, come già detto, un modello a cui ispirarsi, presto disgregatosi tra le sue mani.Al sogno di una vita possibile, il lento sostituirsi di una realtà decrepita: una moglie brutta, un padre malandato, con velleità sessuali tragicomiche, un lavoro tanto odiato, lo stesso del padre, ma necessario. “Rio” racconta l’inesorabile distruzione di un sogno fatto di donne, denaro, droga, lusso, di un personaggio moralmente discutibile, scritto in una prosa sempre impeccabile, spumeggiante, come poche oggi in Italia.

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