Peter Carey, Furto

 

Incipit di Furto

di Peter Carey

Non so se la mia storia è abbastanza importante per poter essere considerata una tragedia, anche se effettivamente accaddero un mucchio di stronzate. È di sicuro una storia d’amore, ma questa cominciò solo a metà delle stronzate, quando avevo perso non soltanto il mio bambino di otto anni ma anche la casa di Sydney e lo studio dove un giorno ero arrivato, come pittore, alla fama che ci si può aspettare di raggiungere lavorando nel cortile della propria casa. Era l’anno in cui avrei dovuto ottenere l’Ordine d’Australia: perché no? Guardate a chi lo danno! Invece, il bambino mi fu portato via e io venni sbudellato dagli avvocati che si occupavano del divorzio e messo in prigione per aver cercato di recuperare la mia opera migliore, che era stata dichiarata Attivo Coniugale.
Uscendo dal carcere di Long Bay nella triste primavera del 1980 appresi che mi avrebbero spedito immediatamente nell’alto New South Wales dove, anche se non avrei avuto quasi neanche un soldo da spendere per me, si riteneva che potessi, se fossi riuscito a smettere di bere, permettermi di dipingere piccole tele e di badare ai cento chili sinistrati di mio fratello Hugh.
Avvocati, mercanti e collezionisti si erano fatti in quattro per salvarmi. Erano tanto buoni, tanto generosi. Non potevo confessare che ero stufo di badare a Hugh, e che non volevo né lasciare Sydney né smettere di bere. Non avendo la forza di dire la verità, mi lasciai instradare verso la meta che avevano scelto per me. Duecento miglia a nord di Sydney, a Taree, cominciai a tossire e sputar sangue nel lavandino di un motel. Grazie a Dio, pensai, ora non mi potranno più costringere.
Ma era solo una polmonite e alla fine non morii.
Era stato Jean-Paul Milan, il mio collezionista più importante, a elaborare un piano in base al quale sarei stato il custode non pagato di una tenuta di campagna che lui stava cercando di vendere da diciotto mesi. Jean-Paul era il proprietario di una catena di case di cura sulle quali poi indagò la commissione della Sanità, ma amava anche dipingere, e il suo architetto gli aveva costruito uno studio con una parete aperta sul fiume simile al portellone di un garage. La luce naturale, come tanto soavemente mi aveva avvertito mentre mi faceva il suo regalo, forse tirava un po’ al verde, un “difetto” provocato dalle vecchie casuarine che fiancheggiavano il fiume. Avrei potuto dirgli che il problema della luce naturale era una balla, ma tenni ancora la bocca chiusa. Quella prima sera di libertà, durante una triste cena senza vino con Jean-Paul e sua moglie, ammisi che avevamo tragicamente voltato le spalle alla luce naturale, alla luce del fuoco, alla luce delle stelle, e dissi che era vero che il kabuki era straordinario a lume di candela e che i quadri di Manet si vedevano meglio alla luce di una finestra polverosa, ma cazzo!, la mia opera sarebbe vissuta o sarebbe morta nelle gallerie, e per fare le mie cose io avevo bisogno di 240 fidi volt di corrente alternata. E ora venivo condannato a vivere in un “paradiso” dove potevo essere certo che questa cosa non esisteva affatto.
Jean-Paul, offertaci tanto generosamente la sua casa, cominciò subito a preoccuparsi che io gliela potessi danneggiare in qualche modo. O forse la vera allarmista era sua moglie che una volta, tanto tempo prima, mi aveva sorpreso mentre mi soffiavo il naso in uno dei suoi tovaglioli. Comunque, eravamo a Bellingen da appena sei giorni quando Jean-Paul fece irruzione nella casa e mi svegliò. Fu un brutto colpo a quasi tutti i livelli, ma tenni la bocca chiusa e gli preparai un caffè. Poi per due ore lo seguii nella tenuta come se fossi il suo cane, e tutte le stupidaggini che disse le annotai nel mio quaderno, un vecchio tomo rilegato in pelle che mi era prezioso come la vita stessa. Vi avevo registrato tutte le combinazioni di colori che avevo fatto dal giorno della mia cosiddetta mostra di sfondamento, nel 1971. Era una casa del tesoro, un diario, la cronaca di una decadenza e di un crollo, una storia. Cardi, disse Jean-Paul. Io scrissi “cardi” nel mio bel libro. Falciare. Lo scrissi. Alberi caduti di traverso sul fiume. Motosega Stihl. Macchie di grasso sul decespugliatere. Poi ebbe qualcosa da dire sul trattore parcheggiato sotto casa. La catasta della legna era in disordine: ordinai a Hugh di rifarla come voleva Jean-Paul. Finalmente io e il mio mecenate arrivammo allo studio. Lui si tolse le scarpe come se avesse intenzione di pregare. Io lo imitai. Alzò il portellone che dava sul fiume e rimase lungamente a guardare il Never Never, parlando – non invento – delle fottute Ninfee di Monet. Aveva dei piedi molto carini, li avevo già notati, bianchissimi e con l’arco piuttosto alto. Aveva circa quarantacinque anni, ma le dita erano diritte come quelle di un bebé.
Anche se possedeva una ventina di case di cura, Jean-Paul non era, personalmente, uno che amasse il contatto fisico, ma lì nello studio mi posò una mano sul braccio.
“Sarai felice qui, Butcher.”
“Sì.”
Si guardò intorno, nella stanza lunga e alta, poi cominciò a strusciare quei piedi bellissimi e perfetti sulla morbida superficie del pavimento. Se i suoi occhi non fossero stati così umidi, avrebbe avuto l’aria di un atleta che si stava preparando per una gara podistica di fantascienza.
“Coachwood,”* disse. “Non è grandioso?”
Alludeva al pavimento, che era proprio bello, di un grigio pomice slavato. Era anche un legno raro della foresta pluviale, ma chi ero io, un criminale condannato, per discutere di etica?
“Come ti invidio,” disse.

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