Olivier Adam, Scogliera

L’oscura stanza della mente

di Rossano Astremo

Come il protagonista di “Alla ricerca del tempo perduto”, il quale, dopo aver imbevuto nel tè la madeleine che soleva mangiare da piccolo la domenica mattina, riesce a riappropriarsi di tutto il mondo della sua infanzia, di tutto il tempo vissuto a Combray quand’era bambino, così l’io narrante di “Scogliera”, romanzo di Olivier Adam, appena pubblicato da minimum fax, nella visione notturna dell’illuminata scogliera dalla quale vent’anni prima si scagliò sua madre, privandosi della vita, riporta a galla i momenti tragici dei primi anni della sua esistenza. Con le dovute differenze. Se in Proust i ricordi sembrano affluire copiosi, in Adam la memoria sembra giocare brutti scherzi. Dei primi nove anni di vita nessuna immagine nitida. Tutto sembra aggrovigliarsi attorno ai mesi in cui la malattia psichica della madre ha subito una brusca accelerazione. Sino all’estremo gesto. La vita del protagonista è segnata indissolubilmente da questo evento tragico. Tutto ruota attorno alla mancanza della madre: “Vivevo circondato da paesaggi di ovatta, in una zona indistinta del mio cervello, del tutto estranea alla vita reale e come su un altro pianerottolo, in un’altra stanza, in un passato continuo in cui mia madre non era morta”.Unico legame forte quello con il fratello Antoine. La descrizione della loro adolescenza non è altro che un porre in evidenza una comune voglia autodistruttiva. Il padre, sconvolto dalla perdita della moglie, si chiude in un burbero mutismo. Il legame con Antoine, però, non può durare in eterno. Antoine fugge via da quella situazione opprimente. Il protagonista perde non solo il fratello, ma anche Lorette, la sua dolce fidanzata, rinchiusa in una clinica per anoressiche. Tutto sembra costringerlo alla più totale solitudine. Anche lui va via da casa. Senza avvisare il padre. Trova lavoro in un albergo. S’innamora di Léa. Vivono una storia estrema, fatta di sesso, abbracci e lacrime interminabili, sino al suicidio della ragazza. È l’incontro con Claire a determinare una svolta definitiva. Nonostante la vita dissoluta che lui conduce, la caduta violenta nell’alcolismo, è lei a tenerlo vivo, ad aiutarlo a lottare contro i suoi vividi fantasmi. La nascita di Chloé è il punto più alto della rinascita del protagonista: “Ho trentun anni e la mia vita comincia. Non ho avuto un’infanzia e una qualunque ormai andrà bene. Mia madre è morta e tutti i miei familiari se ne sono andati. La vita mi ha messo di fronte a una tavola rasa a cui siedo con Claire, e dove Chloé si è autoinvitata con un sorriso tenero all’angolo delle labbra”. La vita ci consegna la morte, ma da ogni morte ci si può sollevare, con fatica, evitando i cortocircuiti solipsistici della mente. Una storia dolente come poche, scritta in una prosa nitida e a tratti lirica.

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