Louis Böde, Kids&Revolution

Louis Böde: della fuga dal mondo

di Rossano Astremo

“Kids&Revolution” è il primo lavoro di Louis Böde (www.louisbode.com), un collettivo multimediale formato dallo scrittore Marco Mancassola, dai musicisti Sergio Bertin e Giacomo Garavelloni, e dagli artisti visivi Marco Rufo Perroni e Nicola Villa. “Kids&Revolution” è un libro, un disco ed un video d’animazione. Tre forme d’arte differenti, ma che, in questo caso, s’intersecano e interagiscono alla perfezione. Ne parliamo con Marco Mancassola.
Come e quando nasce l’idea di dare vita al progetto Louis Böde?
Non è facile rispondere. Le idee nascono sempre in qualche spazio lontano… Crescono come un calcolo nel tuo corpo. Prima o poi viene il momento di espellerle. Posso dirti quando ho iniziato a parlarne con altre persone… All’incirca due anni fa. Ne parlavo in questi termini: un progetto in cui sarebbero entrati più contributi. Un progetto in cui io avrei lavorato con altri. Un progetto il cui autore sarei stato io, e al tempo stesso non lo sarei stato. Non proprio un progetto collettivo. Un progetto collettivo è in genere quello in cui gli apporti si mescolano sullo stesso piano, lavorando a uno stesso linguaggio. Qui l’idea è piuttosto quella di un progetto-patchwork: un progetto in più parti, in più linguaggi, usufruibili insieme ma anche separatamente. Non credo alla possibilità, almeno per me, di scrivere un libro a più mani: la mia idea di autorialità ha bisogno di una ferrea coerenza. A dire il vero non vedrei neanche l’utilità di farlo. Vedo invece l’utilità di un esperimento in cui la gamma espressiva di una storia viene accresciuta da una narrazione in più linguaggi. Ogni linguaggio è autosufficiente, ma può fare da cassa di risonanza agli altri. Non sarò mai un artista visivo o un musicista, ma posso coinvolgere artisti visivi e musicisti intorno a una storia, a una suggestione, a un clima, e chiedere loro di lavorarci parallelamente a me, influenzandomi, facendosi influenzare.
Non è la prima volta che giri l’Italia con i tuoi reding-concerto. Qual è la marcia in più di questo tipo di esposizione pubblica? Perché abbandonare la carta e rendersi performativi?
Io sono uno scrittore. Resto uno scrittore quando faccio la spesa, quando aggiusto uno scaffale e quando porto fuori il cane. Qualunque cosa faccio, anche quando mi improvviso ‘performer’, resto uno scrittore. Essere uno scrittore, nel mio caso, significa non perdere mai di vista l’ossessione linguistica, la consapevolezza che il centro di ciò che faccio è sempre nella possibilità di raccontarlo, nella necessità di conoscere le parole necessarie per ogni situazione vissuta. Tutto ruota intorno alla lingua. Tutto ruota intorno alla possibilità di un racconto. Io non credo molto agli artisti poliedrici, è già difficile padroneggiare un solo linguaggio, ma credo nella possibilità di un artista di sperimentarsi in altri campi, purché tenga fede al proprio focus originale. Il mio focus è la lingua, e lo sarebbe anche se mi improvvisassi ballerino sul ghiaccio. Sarei uno scrittore che fa il ballerino sul ghiaccio. Sarei un ballerino sul ghiaccio che cerca le parole adatte. Può esserci il desiderio di una fuoruscita dai propri modi di lavoro, ma non dalla propria ossessione. Nel mio caso effettivo, mi improvviso ‘lettore pubblico’  oltre che scrittore: sono chiaramente due ruoli complementari. Due modi complementari di affrontare l’ossessione linguistica. Queste parole che ho scritto, possono essere anche lette? Ascoltate? Fruite in una situazione collettiva-emotiva? Confrontarsi e farsi sorreggere da un commento sonoro? Queste parole, evocheranno qualcosa? E io che ho scritto in solitudine, invisibile, quasi come un fantasma, posso dare corpo alla mia lingua? Pronunciarla in pubblico, ‘testimoniarla’? La pratica letteraria sembra negare il corpo, la pratica performativa lo rimette al centro. Chi mi conosce sa che non lo trovo sempre facile, sopra un palco arrossisco. Ma provarci resta essenziale. Lo scopo di uno scrittore è essere creduto. Uno scrittore che si offre alla vista offre che alla lettura, usa tutto se stesso in questo sforzo. Se le mie parole saranno credute anche quando le pronuncio in prima persona, con la mia voce, con la mia faccia, allora saprò che ce l’ho fatta. Io sono ciò che scrivo. Sono io, sono vero.
Il libro “Kids&Revolution” in apparenza ci restituisce l’immagine di un Mancassola diverso. Il libro è una fiaba nera, diversa per contenuto dai tuoi libri precedenti, “Il mondo senza di me”, “Last Love Parade” etc… Eppure c’è quell’aura malinconica e struggente tipica del migliore Mancassola…
La luce è quella. C’è uno stupore malinconico, una luce sempre inquieta. è il mio modo di vedere la realtà. Le linee narrative, la densità stessa del linguaggio sono però assai diversi dai miei libri. Il narratore non è lo stesso. Il narratore è Louis Böde. A Louis Böde interessano soprattutto le allegorie. A Louis Böde interessa relativamente l’interiorità dei personaggi, il loro percepire. Ai personaggi di Louis Böde interessa la fuga dal mondo che li circonda, o la sua stessa fine. Ai personaggi di Marco Mancassola non interessa la fine del mondo, interessa soprattutto attraversarlo. Marco Mancassola ama ancora questo mondo. Louis Böde lo ha già condannato.
Prossimi progetti editoriali?
Un grosso, grosso romanzo che uscirà per Rizzoli. Grosso in termini di mole, di ambizioni, di attese: sia le mie che quelle dell’editore.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...