Kurt Vonnegut

 

tratto da Un uomo senza patria

di Kurt Vonnegut 

Da bambino ero il membro più giovane della mia famiglia, e il figlio più piccolo è sempre quello che fa il buffone, perché solo grazie alle buffonate riesce a inserirsi nei discorsi dei grandi. Mia sorella aveva cinque anni più di me, mio fratello nove, e i miei genitori erano dotati entrambi di una bella parlantina. Perciò, quando ero molto piccolo e cenavamo insieme, a tutte queste persone io risultavo noioso. Non volevano sentirsi raccontare le sciocche novità infantili delle mie giornate. Volevano parlare delle cose veramente importanti che gli erano successe al liceo, o magari all’università o al lavoro. E allora l’unico modo che avevo per entrare nel discorso era dire qualcosa che li facesse ridere. Mi sa che le prime volte devo averlo fatto per caso: per caso devo essermene uscito con un gioco di parole che li ha lasciati a bocca aperta, o qualcosa del genere. E poi ho scoperto che le battute erano un ottimo mezzo per infilarsi in una conversazione fra adulti. Sono cresciuto in un’epoca in cui, in America, esisteva una comicità di altissimo livello: cioè durante la Grande Depressione. Alla radio c’erano un’infinità di comici assolutamente formidabili. E anche senza volerlo, io li studiavo. Per tutta la mia infanzia ho ascoltato varietà radiofonici almeno un’ora ogni sera, e mi interessava sempre di più capire com’erano fatte le battute e come funzionavano. Quando voglio far ridere, cerco sempre di non risultare offensivo. Credo che ben poco di quello che ho scritto sia roba veramente di pessimo gusto. Credo di non aver scandalizzato o sconvolto molta gente. Gli unici espedienti a effetto che uso sono, di tanto in tanto, le parolacce. Certe cose non fanno ridere. Non riesco a immaginare un libro o uno sketch comico su Auschwitz, per esempio. Così come non sono in grado di fare battute sulla morte di John Fitzgerald Kennedy o di Martin Luther King. Per il resto, non mi viene in mente nessun altro tema che preferirei evitare, sul quale non avrei nulla da dire. Le catastrofi totali sono decisamente divertenti, come ci ha dimostrato Voltaire. Ecco: può far ridere perfino il terremoto di Lisbona. Io ho assistito alla distruzione di Dresda. Ho visto la città com’era prima e poi sono uscito dal rifugio antiaereo e l’ho vista com’era dopo, e indubbiamente una delle reazioni è stata la risata. Lo sa Dio se la risata non è un modo in cui l’anima cerca un po’ di sollievo. Qualunque argomento può essere fonte di risate, e immagino che si sentissero risate particolarmente spettrali perfino tra le vittime di Auschwitz. L’umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura. Freud sosteneva che è una reazione alla frustrazione: una delle tante. I cani, diceva, quando non riescono a uscire da un cancello, cominciano a raspare e a scavare per terra e a fare movimenti senza senso, ringhi e quant’altro: è il loro modo di affrontare la frustrazione, la sorpresa o la paura. E in effetti spessissimo il riso viene provocato dalla paura. Anni fa ho lavorato per un programma comico della televisione. Cercavamo di creare una serie in cui, come regola di base, in ogni episodio si nominasse la morte: un ingrediente che avrebbe aggiunto intensità a ogni tipo di risata, senza che gli spettatori si rendessero conto di che trucco usavamo per farli sbellicare così tanto. C’è anche un riso superficiale. Bob Hope, per esempio, non era un vero umorista. Era un comico con del materiale molto esile, che non tirava mai in ballo nulla di scottante. Invece Stanlio e Ollio mi facevano piegare in due dalle risate. Nelle loro storie, per qualche motivo, c’è un che di tremendamente tragico. I due protagonisti sono troppo buoni per sopravvivere in questo mondo, e si trovano sempre in gravissimo pericolo. Potrebbero finire ammazzati da un momento all’altro.

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